lunedì 26 gennaio 2015

tre escavatori gialli



Da qualche giorno mio padre continuava a ripetere: “Sun mai pi ’ndait a truvè Scaja”, non sono più andato a trovare Scaglia. Era il suo modo per dirmi che ci voleva andare. È un uomo molto burbero, non si esprime mai in modo diretto. Così un sabato pomeriggio ho preso la macchina e l’ho portato. Lui non guida più, ha ottantasette anni. Bisogna accompagnarlo dappertutto.
Non conoscevo Scaglia e non sapevo dove abitasse. Mio padre mi indicava la strada a gesti fra i campi di granoturco. “È qui, è qui!”, ha detto d’un tratto con i suoi modi bruschi da orco. Ho sterzato sulla ghiaia e ho parcheggiato davanti a una villetta isolata, accanto a tre escavatori gialli. 
Il cancello era aperto. Nel giardino, sotto l’ombra di un caco, c’era un vecchio che intrecciava cesti con rami di salice. Quando ci ha visti entrare ci è venuto incontro con aria sorpresa. Mio padre non l’aveva avvertito che sarebbe passato. Non telefona mai, se non per motivi gravissimi. 
Ci siamo seduti tutti e tre sulla panca, vicino a un mucchio di cesti. Scaglia ha detto che li faceva per passatempo. Era in pensione da molti anni, la ditta di escavazioni era passata a suo figlio. Mio padre annuiva con aria assente. Quando ha aperto bocca si è capito che pensava alle sue piante di pomodoro, attaccate da una misteriosa malattia. “A sun ’ncamin ca secu”, si stanno seccando. Era il suo rovello da diverse settimane. Scaglia ha fatto un cenno con il mento in direzione dell’orto e ha detto che anche le sue erano ridotte male.
Mentre guardavamo da quella parte due donne anziane in abiti da festa sono uscite dalla porta principale e hanno attraversato il giardino. Ci siamo alzati per salutarle. Stavano andando a messa in paese. Una era la moglie di Scaglia, l’altra, l’inquilina del piano di sopra, era Nunzia, una lontana cugina di mia madre che non vedevo da un sacco di tempo. Non sapevo nemmeno che abitasse lì. Alta e magra, con i capelli bianchi ben acconciati sulla nuca, era molto invecchiata, ma conservava quel portamento spavaldo che mi aveva sempre fatto pensare a lei come a un’attrice mancata. Nel cerchio che si è formato sotto il caco era lei la primadonna; l’altra, la sua amica, le faceva da spalla.
“Guardate cuma l’è suagnà Nunzia con quell’abito nero”.
“Eh, per forza, ho do-vuto comprarmi dei vestiti da lutto”.
“Da lutto? Perché?” ho chiesto prima di rendermi conto che era una domanda inopportuna. 
Nunzia mi ha guardata con un lampo negli occhi, come le avessi offerto un’occasione da cogliere al volo. Con lo stesso tono con cui avrebbe annunciato il matrimonio di un vicino ha detto che sua figlia Luisella era morta di tumore due mesi prima. 
Ho trattenuto il fiato, incredula. Luisella aveva più o meno la mia età. La ricordavo sana e sbrigativa dietro il banco della macelleria, uno dei suoi tanti lavori. Aiutava dal fioraio e faceva le pulizie per diverse famiglie in paese, spostandosi da un luogo all’altro con la sua utilitaria rossa. Con quei suoi modi indaffarati sembrava dovesse vivere per sempre. Invece era morta a fine giugno e io, che vivevo in città, non l’avevo neanche saputo.
Come gli altri che già conoscevano la storia, pendevo dalle labbra di Nunzia, che a poco a poco aveva guadagnato il centro del cerchio e con ampi gesti teatrali descriveva gli ultimi istanti di vita di sua figlia.
“Aveva dolori dappertutto e si preoccupava solo per la casa. Avreste dovuto vedere come la teneva. Era sempre perfetta. Ci ha speso un sacco di soldi. Tende di seta e piastrelle dipinte a mano. E ci chiedeva di averne cura. Da non crederci, nello stato in cui era! Mia nipote e mio genero hanno dovuto rassicurarla sul letto di morte”.
Nunzia parlava con una vivacità che mi stupiva. Pareva quasi che Luisella non fosse sua figlia. Possibile che sfruttasse quella disgrazia per mettersi in mostra? O che, al contrario, la esibisse per allontanarla da sé? Non riuscivo a decifrare il suo comportamento, non la conoscevo abbastanza.
Quando le donne se ne sono andate, Scaglia è rimasto seduto sulla panca con la testa china. Io tacevo. C’era un dramma più sottile nell’aria e non volevo toccare tasti dolenti. Sapevo che il suo figlio minore era morto in circostanze tragiche, ma non ricor-davo esattamente co-me, o forse mio padre non me l’aveva mai raccontato. Era stato almeno trent’anni pri-ma. Mentre vagavo in-torno con lo sguardo, ho notato gli escavatori gialli nello spiazzo accanto alla villetta. Di colpo mi è tornato in mente tutto: quel ragazzo era sceso a ispezionare una buca appena scavata ed era stato travolto da una frana. Ho pensato ai miei figli, che erano vivi, e mi sono sentita in colpa.

In macchina, al ritorno, mio padre ha scosso il capo: “Scaja a l’è pa ’ncura fasne na rasun”, Scaglia non se n’è ancora fatto una ragione. E infatti, a trent’anni di distanza, il suo dolore restava inesprimibile. Ho rivisto Nunzia al centro della scena in giardino, con le mani che tracciavano gesti nell’aria e il viso trasfigurato dalla foga del racconto. Era forte, padrona di sé. Una sopravvissuta.

testo di Laura Salvai
immagine di Fulvio Capurso


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