martedì 18 aprile 2017

la settimana del derby

Lunedì

Ieri nessun disordine.
C’era da aspettarselo: la questura ha vietato la trasferta ai tifosi avversari; e comunque, dopo l’accoglienza dell’ultimo anno, anche gli irriducibili hanno rinunciato a muoversi senza biglietto.
Sono le dieci e Vincenzo fatica a svegliarsi. Da domani aiuterà Oscar che ha un’impresa edile, però il lavoro è poco e Oscar è stato chiaro: solo martedì e giovedì.
Vincenzo se la leva di dosso ma Clara torna alla carica. Salta sul letto, lo annusa, gli lecca la faccia. Clara è un pastore tedesco di sette anni, e l’ultima volta che Vincenzo l’ha pesata era quasi trenta chili.
Squilla il telefono cellulare. Vincenzo con la mano destra imprigiona il muso di Clara, glielo scuote, Clara scodinzola, Vincenzo allunga l’altro braccio sul comodino, afferra il cellulare, legge il numero sul display: sconosciuto. Vincenzo molla il muso di Clara, risponde.
- Sì.
- Pronto.
- Chi sei?
- Vincenzo. Sono Ivan. Dormivi?
Vincenzo scatta a sedere, indica a Clara di scendere ma Clara si sposta nell’altra metà di letto, Vincenzo sistema il cuscino tra schiena e testiera, si appoggia, dà due colpi di tosse.
- No, no. Ciao Ivan. Dimmi.
- Ho avuto il tuo numero dal Puma. Come va?
- Bene. Tu?
- Bene. Domenica ci sei, ovviamente.
- Cazzo, vuoi che non ci sia al derby?!
- Allora senti: dobbiamo vederci. Dopo quello che è successo all’andata, stavolta è da organizzare tutto per bene.
Vincenzo accarezza la nuca di Clara e imposta la voce: - Assolutamente d’accordo.
- Mercoledì.
- Mercoledì. Perfetto: sono libero tutto il giorno.
- Dài. Ti chiamo io. In gamba, ciao.
- Anche tu. Ciao, Ivan. Ciao.
Ivan. Il capo. Ha quarant’anni, un carisma sovrumano e a forza di imprese memorabili si è guadagnato il massimo rispetto di tutte le curve avversarie.
Vincenzo scende dal letto, infila le infradito, esce dalla camera, va dritto in cucina, chiama Clara, apre il frigorifero, prende il cartone del latte. Si volta indietro, guarda in camera. Clara è ancora sul letto, nella posizione di prima.
- Clara.
Ma Clara non si volta. Vincenzo le vede lo stomaco contrarsi e dilatarsi rapidamente, come se avesse l’affanno.
- Clara!


Martedì

Di mattina Vincenzo ha lavorato sodo. La fatica fisica gli ha messo una gran fame. Oscar lo anticipa: - Stacchiamo e ci mangiamo un panino? Così mi racconti la telefonata. E io ti faccio vedere una cosa.
- Mangiamo, sì, ho fame. Quel bar là all’angolo?
- Dài. Allora? Cosa voleva?
Vincenzo e Oscar si incamminano.
- Te l’ho già detto: non lo so. Ci vediamo domani perché mi deve parlare.
- Era incazzato?
- Ma no. Dopo la storia dell’idrante l’ho incrociato un sacco di volte, in gradinata, e non mi ha mai detto niente. Quindi. La cosa che dovevi farmi vedere?
Attraversano la strada.
- Quando siamo seduti. Combattimenti? E quel torneo?
- Fine giugno.
- Madonna come mi prude.
- Cosa?
Entrano nel bar. A destra il bancone, con tre sgabelli: sui primi due, una coppia sulla cinquantina; a sinistra quattro tavolini, vuoti, appiccicati al muro. C’è silenzio. Oscar biascica un saluto al barista, scosta una sedia del secondo tavolino, il barista risponde annuendo prima a Oscar poi a Vincenzo, Oscar si siede, Vincenzo fa un cenno della mano in direzione del barista e si siede anche lui.
Si levano le giacche. Oscar si toglie anche la felpa. Un intricatissimo tatuaggio gli prende tutto il braccio. Si solleva la manica della maglietta sulla spalla, dove il tatuaggio termina.
- Allora?
Vincenzo lo guarda meglio. È un drago, che sale a spirale dal polso di Oscar. Attorno al drago, motivi floreali, altri animali fantastici, spade, ideogrammi, simboli e arabeschi.
- Quanto ci hai messo?
- Due mesi. Cinque sedute. Bello, no?
- Cosa significa?
- Non lo so. È giapponese. Mi piaceva.
- Quanto è costato?
- Tanto. Troppo. Ma ce l’avevo in mente da una vita. Ti ricordi cosa dicevo: se me lo faccio, me lo faccio serio.
- E questo, è serio.
- Direi.
- Da chi sei andato?
- Da Peter. Avvicinati. Guarda i dettagli: non sono pazzeschi? Se un giorno te ne fai uno, vai da lui.
- Sì.
Arriva il barista. Ordinano due panini e due birre medie alla spina. Oscar si risistema la manica della maglietta. Guarda Vincenzo negli occhi. Lo indica: - Sai chi ho visto, da Peter?
- Chi?
- Valentina. Si faceva un tatuaggio sulla caviglia. Piccolo.
- Ah sì?
- Perché?
- Ma niente. Finché stava con me diceva di essere contro, i tatuaggi. Le donne.
- Già.
- Già.
- Oh, non è escluso che l’abbia fatto proprio per reazione.
Il barista spunta da dietro Vincenzo con le birre: - Ora porto i panini. - Le posa. Torna dietro al bancone. Vincenzo afferra la birra per il manico. Stringe. Guarda le bolle salire in superficie. - Per me può fare tutto quello che vuole. Ormai non mi interessa più.
Oscar prende e solleva la sua birra: - Cin?

- Cin. Stamattina ho trovato ancora quasi tutto il mangiare di Clara nella ciotola. Da ieri è stranissima.

Mercoledì

- Siediti, Vincenzino. Come stai?
- Io bene.
- Sicuro che non ti servono soldi?
- Sicuro ma’, sicuro. Io sto bene. Ma Clara mica tanto.
- Oh, povera. Che cos’ha?
- Non lo so. Sono due giorni che non mangia. Vomita. Non vuole uscire.
- Bisogna chiamare il veterinario.
- Sì, infatti. Il numero ce l’hai tu. Me lo vai a prendere?
- E hai aspettato due giorni a chiedermelo? Potevi farmi una telefonata.
- Per favore, ma’, con le prediche. Me lo vai a prendere il numero?
Te lo do anche il numero di Vanessa? La mia amica del negozio di animali. Vincenzino: devi avere riguardo per te e per le tue cose. Sei diventato grande e grosso più di tuo padre ma a me sembri sempre così…
- La storia del bambino no, eh, ma’.
Il veterinario non può prima di lunedì: è in ferie, rientra domenica sera. Vincenzo gli spiega che secondo lui la situazione è urgente. Il veterinario fa un paio di domande, poi gli dà il nome di un farmaco e spiega: sono pastiglie. E Vincenzo: come gliele do? E il veterinario: gliele metta nel cibo. E Vincenzo: ma ha capito che non sta mangiando? E il veterinario: allora le apra la bocca e cerchi di infilargliele in gola. E Vincenzo: quante? E il veterinario: una al mattino e una alla sera, a stomaco pieno. E Vincenzo: ma tu sei veramente un imbecille. E chiude la chiamata.
Il tempo di risistemarlo in tasca e il cellulare si mette a vibrare. Vincenzo lo prende e legge il numero.
- Oh. Ivan.
- Enzo.
Nessuno lo aveva mai chiamato Enzo. Al massimo, gli amici, Vince.
- Allora, Ivan: ci vediamo?
- Sì. Ce la fai a fare un salto al club?
- A che ora?
- Io sono qui.
- Arrivo. Sono vicino. Cinque minuti.
- Dài. Ciao.
- Ciao.
Non era mai entrato al club. Vincenzo non fa parte di nessun gruppo. Citofona. Gli aprono. Sale due rampe di scale. La porta è socchiusa. Entra. Nel vano d’ingresso, sulla sinistra, quattro ragazzi stanno giocando a calcio-balilla; sulla destra c’è un grande mobile in metallo a due ante, piene di adesivi del club. Appese ai muri, fotografie di giocatori, di coreografie, di scontri.
- Ciao.
I quattro interrompono la partita.
- Oh, Vince, - fa il Puma. Il fratello del Puma abbassa lo sguardo. Gli altri due sono più giovani, sui diciotto anni. Lo guardano fisso, rigidi. Vincenzo ne conosce uno di vista.
- Ciao, Puma. Ivan?
- Di là. Ti aspetta.
- Bene. Ciao.
Vincenzo apre la porta, entra nell’altra stanza. Sulla sinistra ci sono un divano ad angolo, in pelle nera, sdrucito, e due sedie; al centro della stanza un mobiletto basso, in legno; sul mobiletto, un vecchio televisore spento. Al centro della parete di destra, un finestrone da cui penetra una luce lattiginosa. Nell’angolo in fondo a destra, un frigorifero. Nella parete di fronte a Vincenzo, sulla sinistra, una porticina bassa e stretta, in alluminio, col pannello superiore in vetro smerigliato.
Sul lato lungo del divano sono seduti Ivan e Beppe, sul lato corto Mazinga. Sulle sedie, Darione e Nero. Tutti con una bottiglia di birra in mano.
I più anziani. I più temuti.
- Eccolo, - fa Ivan.
Sono lui e Darione a parlargli. Gli spiegano che al derby di andata hanno fatto una figura di merda senza precedenti. Colpa dei pivelli: prima provocano, poi scappano. Bisogna rifarsi con un’azione clamorosa, cioè andandoli a pescare sotto la loro curva. Poi gli dicono che l’unico dei giovani all’altezza è lui, l’hanno vista tutti la scena degli idranti. Nero si alza, va al frigorifero, prende una birra, gliela stappa e porge. E io cosa dovrei fare?, domanda Vincenzo guardandosi riflesso nello schermo del televisore. Venire con noi, gli risponde Ivan. Vogliamo tirar su un gruppo di gente decisa. Pochi ma fidati. Tu cosa dici? Dico che va bene, risponde Vincenzo stringendo la bottiglia di birra. Allora ci sentiamo prima di domenica per i dettagli, gli fa Darione. Stammi bene.
Vincenzo saluta tutti. Tutti salutano Vincenzo.
- A domenica, Enzo, - soggiunge Ivan.
Nessuno lo aveva mai chiamato Enzo.

Giovedì

Vincenzo sente vibrare. Posa la cazzuola sul muretto. Si asciuga il sudore dalla fronte con la manica della felpa. Estrae il telefono cellulare. Legge il nome: Valentina. Deglutisce. Fa una smorfia. Inspira. Rifiuta la chiamata.


Venerdì

Vincenzo ha dormito male. Tasta coi polpastrelli il comodino. Trova il telefono cellulare. Lo prende. Legge l’ora sul display. Le sette e dieci. È ancora buio. Accende l’abat-jour. Scende dal letto. Infila le infradito. Va in cucina. Accende la luce. Controlla le ciotole di Clara: quella dell’acqua è quasi vuota, quella del cibo è quasi piena. Clara gli arriva da dietro. Ansima. Si sdraia su un fianco, al centro della cucina. Vincenzo si volta. Guarda lo stomaco smagrito di Clara. Clara guarda Vincenzo negli occhi. Vincenzo guarda Clara negli occhi. Clara guarda Vincenzo negli occhi. Vincenzo abbassa lo sguardo. Clara emette un suono breve, acuto, flebile. Vincenzo si volta di scatto, fa due passi, prende la scatola con le pastiglie dalla mensola accanto al lavandino, sfila uno dei due blister, estrae una pastiglia, rinfila il blister nella scatola, la posa sull’orlo del lavandino, torna al centro della cucina, si accuccia, accarezza Clara sul muso, le apre la bocca.
Clara non oppone alcuna resistenza.
Vincenzo getta la pastiglia nella gola di Clara. Clara guarda Vincenzo negli occhi. Vincenzo abbassa lo sguardo. Lo devia in basso a sinistra. Vede ai piedi del mobile della cucina una chiazza di vomito. Stringe i pugni. Si raddrizza. Guarda il soffitto. Torna in camera a passi lenti, uguali. Chiude, piano, la porta. Sferra un calcio a una gamba della sedia di legno che trabocca di vestiti sporchi. La gamba si spezza, la sedia cade da un lato, i vestiti attutiscono il rumore della caduta.


Sabato

- Pronto, ma’.
- Vincenzino, tesoro. Come va?
- Mh. Tu?
- Io bene. E quella povera bestia?
- Se ne sta andando. Stamattina non riesce neanche più a muoversi.
- Ma no che non se ne sta andando. Mi hai dato retta? L’hai chiamata Vanessa?
- L’ho chiamata. Appunto.
- Perché appunto? L’ha vista? E cosa dice?
- L’ha vista ieri. Dice che è toxoplasmosi acuta in fase avanzata. E che le resta pochissimo da vivere.
- Oh, che brutta cosa mi dici. Ma magari Vanessa si è sbagliata, non è mica un medico. Bisognerà prima fare delle analisi, no?
- Dice che i sintomi sono quelli.
- Aspettiamo di sentire il veterinario.
- Aspettiamo.
- Vuoi che venga lì da voi, piccolo?
- No, ma’.
- Cosa ti serve? Soldi? Medicine? Gioia mia. Vuoi che ti faccia la spesa?
- Ma’…
- Dimmi.
- Dài, con questi nomignoli.
- Scusami, Vincenzo. Mi viene spontaneo.
- Senti una cosa, ma’…
- Di’.
- Papà: era ieri, vero?
- Sì, Vincenzo. Due anni ieri.
- E…
- Dimmi.
- E ti manca?
- Sì. Sì che mi manca. Certo che mi manca. E a te, Vincenzino? Manca, papà?
- Vincenzo, ma’. Vincenzo.
- Vincenzo. A te?
- Sì. Adesso devo andare. Ciao, ma’.
- D’accordo, ciao. E tienimi aggiornata su Clara. Ah: è domani quella partita importante, vero?
- Sì, ma’: il derby.
- Speriamo bene, eh?
- Speriamo bene. Ciao, ma’.
- Ciao, bambino mio. Riguàrdati. Ciao.

Domenica

Vincenzo ha sognato di giocare il derby: una partita equilibrata ma brutta, sotto una pioggia fitta. Era un centrocampista benvoluto dai tifosi, più caparbio che bravo.
Agguanta il telefono cellulare, legge l’ora: le nove e dieci. Guarda le tende gonfie di luce che filtra dalle persiane: è una giornata di sole. Guarda ai piedi del letto. Dal suo lato. Solleva il busto. Dall’altro lato.
C’è Clara riversa su un fianco.
Vincenzo si risdraia. Ha caldo. Si leva le lenzuola di dosso. Chiude gli occhi. Li strizza, li riapre. Risolleva il busto. Guarda Clara. Scivola nell’altra metà di letto. Scende. Le si inginocchia accanto. La scuote. La scuote più forte. Le accarezza il muso. Torna a sdraiarsi a letto. Le gambe tese, unite; le braccia tese, lungo i fianchi. Rimane così, immobile, per qualche minuto. Poi allunga un braccio sul comodino. Prende il cellulare. Cerca un numero. Chiama.
- Pronto, ma’.
- Tesoro, ciao.
- Clara è morta, ma’. È qui di fianco al letto. Morta.
- Oh, no. Vengo subito, vuoi?
- No, ma’. No. Volevo solo dirtelo. Ti chiamo dopo. Va bene?
- Vincenzino, se posso…
- Va bene, ma’?
- Sì, va bene. Però chiama, d’accordo? Chiama.
- Sì ma’, chiamo. Ciao.
- Ciao. Piccolo mio. Chiama. Ciao.
Vincenzo chiude la chiamata. Va a ringinocchiarsi accanto a Clara. La scuote. Torna a letto. Cerca un altro numero sulla rubrica del cellulare. Guarda il primo cassetto del comodino. Si passa una mano sul volto. Chiama. C’è la segreteria telefonica. Dopo il segnale acustico, Vincenzo resta in silenzio. Sente il proprio respiro. Sente l’odore di Clara. Chiude la chiamata. Guarda il display. Richiama. Dopo il segnale acustico dà un colpo di tosse.
- Sì, Vale, sono io: Vincenzo. Senti: volevo dirti che è morta Clara. Mi sono svegliato ed era qui, di fianco al letto, morta. Non stava bene da un po’. Ecco, dài, volevo dirtelo, scusa, ciao allora, ciao.
Vincenzo apre il primo cassetto del comodino. Prende una fotografia inserita in un portafoto di plexiglas. Soffia via la polvere. Si sistema sul letto a gambe incrociate. Posa la fotografia tra le gambe. Il cellulare squilla: Ivan.
- Pronto.
- Pronto, Enzo. Ciao.
- Ciao. Ivan.
- Come va?
- Di merda. Tu?
- Come di merda?
- Di merda.
- Mh. Ci vediamo alle dieci dal distributore. Ce la fai?
- Mi sa di no.
- E quando ce la fai?
- Ti richiamo io? Stamattina è successo un casino.
- Enzo.
- Sì. Ivan.
- Non mi prendere per il culo.
- Non ti prendo per il culo.
- Io aspetto che mi chiami. E ti voglio vedere prima delle undici. Dobbiamo organizzare tutto. Intesi?
- …
- Intesi?
- Ti richiamo tra poco.
- Per forza. A dopo. Ciao.
- Ciao.
Vincenzo chiude la chiamata. Guarda il display. Posa il cellulare sul letto, accanto a sé. Guarda la foto. Prima i contorni: il poco di cielo che si vede, i capelli, il colletto della camicia. Poi lo guarda in faccia. Gli occhi neri, piccoli, decisi. Vincenzo sente i bicipiti in tensione. Guarda il sorriso, il bel sorriso placido di suo padre. Preme con le dita sul copriletto. Bestemmia la Madonna. Sorride a suo padre. Sente un vociare dalla strada: riconosce un coro dell’altra squadra della città. Prende il cellulare. Chiama.
- Oh, già tu. E allora?
- E allora non vengo, Ivan. Oggi non è giornata.
- Col cazzo non vieni, Enzo. Dopo il discorso dell’altro giorno. Dopo che ti abbiamo detto che ci fidiamo di te.
- Ma io oggi non ce la faccio. A posto così. Ci vediamo appena riesco. Ciao, Ivan, ciao.
- A posto così un cazzo. Tu ora ti prepari e ti presenti all’appuntamento, se no vengo a prenderti per le orecchie, Enzo.
- Ti ho detto di no. E mi chiamo Vincenzo, coglione. Non Enzo.
Vincenzo chiude la chiamata. Spegne il cellulare. Guarda il muso di Clara. Guarda il volto di suo padre. Si posa le mani sulle ginocchia.
Scoppia a piangere.



testo: Claudio Bagnasco
immagini: Elena Della Rocca


lunedì 10 aprile 2017

i diavoli, brava gente

C’è un gioco che si chiama Il gatto. Le regole sono:
1. si gioca sempre;
2. se si pensa al gatto, si perde;
3. quando si perde, bisogna dirlo ad almeno una persona;
4. quando si perde si dice: “ho perso il gatto”.

Il gatto è il miglior gioco del mondo perché non si può vincere. O meglio, si può vincere solo se i gatti non esistono.
~
Ogni mattina la gente non affronta lo sgomento degli incubi stando sul letto a fottere sé stessi, come invece faccio io. Scoppio sulla pancia, che ho azzimato bene per dargli muscolatura. Il mondo intorno funziona da subito come una resistenza, soprattutto per me, già esploso nei primi minuti di veglia, che aggredisco la vita esausto.
C’è una cosa che cola, lucida, a grumi, bianca, calda. Da sotto l’ombelico va verso il fianco, attraverso i peli scuri, sulla pelle tesa. L’ho gettata nell’aria a parabola, con un bel fare di pressioni pelviche, e poi è caduta sulla pelle, dove rimane. Ma non è più me.
Se non lo facessi, ragazzo mio, sarei tutto nervi e violenza, e la cosa non sarebbe adatta alla gente che mi si fa incontro. Li trangugerei tutti, che poi è quello che penso mentre mi masturbo: mangiare la gente. Io e gli altri non è che siamo troppo ok, insieme. Nonostante questo, siamo costretti a stare nello stesso luogo. Nelle interiora conservo un enorme peso di libidine, che scarica a pulsioni su tutto quello che incontro mentre vago nel mondo-metallo. M’hanno dotato anche di questo grosso naso-scandaglio e della capacità di rintracciare l’odore dalla distanza. Vai tranquillo, che ti becco anche il gatto meglio nascosto. Può essere svelto quanto gli pare. Una volta che l’ho percepito, a prenderlo ci metto niente: ho gambe e muscoli veloci.
Ora però levati, che devo andare. È l’ora della caccia.
~
La gente, dopo gli incubi, esce e fa cose.
Io, per darmi la calma esco e faccio i gatti.
Nel supermercato, la rumena del banco salumi traffica con i coltelli, numero dopo numero, e non è calma per nulla. Il prosciutto di cinghiale l’affetta come se fosse la carne di quello che l’ha violentata. Il che potrebbe anche essere vero, per quanto ne so. Me l’ha raccontato lei, il fatto: l’ha violentata uno con la faccia da cinghiale, in Romania. Lei gli ha preso il gatto dal giardino, l’ha controllato per bene e l’ha sparso nella sua macchina. Dappertutto: lui non la smetteva di trovarne i frammenti. Dopo se n’è venuta in Italia, e ora andiamo insieme in giro e facciamo i gatti. All’inizio li facevamo sul posto, dove li trovavamo. Lei è una signora: ha il sorriso pacato, mentre fa le perizie. Io sono molto più aggressivo e tiro fuori più vita possibile, con una violenza rozza e sfrenata.
I gatti mi piace sentirli, quindi andiamo in un ex ospedale fuori città: dove ai tempi facevano guarire, noi adesso facciamo malattia. Il posto è enorme e multilineare. Abbiamo ricavato una sala operatoria coi fiocchi, nell’ala più lontana dalla strada. Ci sta l’amianto, sul tetto dell’edificio, a bizzeffe, e la gente non ci mette piede, tranne ogni tanto vengono dei ragazzini fatti con gli acidi o delle coppie. Non è un problema: qui ci stanno i diavoli. La gente non si avvicina.
~

Altra cosa che faccio per darmi la calma è andare a sputare ai travella.
Tempo fa stavo sul letto con la testiera in ferro di camera dei miei, che sono crepati in un incidente. Mi hanno lasciato questo letto matrimoniale con carta da parati con sfondo verde e piccoli fiori rosa che si ripetono con regolarità e non m’interrompono mai. Sopra c’è una madonna, incorniciata in spesso legno dorato. Glielo stavo dando alla rumena e guardavo la madonna e mi veniva da pensare che come facevano i miei a scopare su questo letto con sopra la madonna. Un fastidio. Mio padre era un tipo simpatico: è lui che mi ha insegnato ad andare dai travella. Faceva il collezionista d’arte e infatti questa Madonna vale i soldi e questa casa dove vivo è enorme. Mentre scopavo pensavo che quella sera, dopo il sesso, uscire e andare a sputare in faccia ai travella era proprio un bel progetto. La rumena non era d’accordo, voleva andare a gatti quella sera. Era una bella sera primaverile, con il glicine in fiore, il fiume faceva per dimagrirsi, gli alberi erano belli e odorosi, la gente aveva l’odore della corteccia degli alberi. Per quella sera i gatti li avrei lasciati in pace, ma i travella no, quegli schifosi. Per prepararmi sono passato per il bagno, ho fatto le facce brutte allo specchio e poi sono uscito. La rumena s’è addormentata e mi ha lasciato in pace, ché era drogata. Io non mi drogo mai, perché le droghe non mi fanno nessun effetto, e la rumena mi fa ingoiare spesso tantissima roba solo per sbellicarsi del fatto che non vado mai fuori di testa.
Vivo con i soldi che ho ereditato, e ci faccio la noia.
È quella sera lì che ho reclutato il terzo membro del nostro gruppo di gattari: uno che dice che di essere un anarchico. Mentre fastidiavo a questi omoni imbellettati, orrendi, con i loro membri giganti in bella mostra sotto le gonnelline striminzite, la moto a un certo punto si è rotta. L’ho lasciata lì e ho cominciato a correre via, a mani basse: alcuni di quelli mi potevano rincorrere e spaccarmi la faccia. L’anarchico passava di là con la sua mini verde. Una svastica dipinta sul tettuccio. Mi ha caricato. Mentre facevamo conoscenza, gli è preso lo sghiribizzo. Ha inchiodato davanti al trans filippino del bowling e l’ha scopato menandogli fortissimo e ha anche tirato fuori il coltello e sono dovuto scendere di corsa e fermarlo, strattonandolo fuori della signorina. Sembrava incastrato. E mentre andavamo via il filippino stava per terra, a piangere, ma poi s’è alzato e ha avuto la brillante idea di lanciarci sulla macchina una bottiglia di peroni vuota e ha beccato lo specchietto retrovisore destro che è andato in pezzi e Simone con calma ha aperto il bagagliaio mentre sto filippino gli urlava contro e ha tirato fuori un ferro 3 da golf (non ho idea di dove l’avesse trovato) e l’ha pestato a sangue a quello. Mica lo so se l’ha ammazzato. Però io e lui da quella volta siamo diventati amici. Poi gli ho detto la storia dei gatti e lui ha voluto partecipare.
~
La stanza 21 sta nell’ala H del sanatorio. Vi si accede da una porticina nascosta dietro i vecchi condizionatori. Abbiamo molti attrezzi: il mio preferito è un bel trapano che mi ha regalato mio padre da bambino, con le pile incassate nella base. Un’ottima velocità di rotazione e vibrazioni contenute. Un bel set di coltelli da cucina giapponesi che l’anarchico lucida ogni settimana. Avevamo anche costruito una grande gabbia, dove un tempo tenevamo i gatti prima di levargli la vita. Ma quelli la morte che arrivava la percepivano, e si mettevano a strippare e a urlare in coro con un’eco che sembrava un deserto. Così forte che si sentivano dalla strada, quindi il progetto della riserva dei gatti l’abbiamo abbandonato e ora la gabbia è rimasta vuota. L’ambiente è molto pulito, la rumena pulisce sempre. I rumeni come si sa hanno il plurilinguismo nel sangue e le donne rumene nel sangue hanno anche essere donne delle pulizie.
Nel mio quartiere un tempo era pieno di gatti, che dormivano tranquilli sui cofani caldi delle macchine spente da poco. Io li ho presi uno a uno e ne ho combinate di tutti i colori.
Ho cominciato che ero ragazzino, e quando sono cresciuto, tutti i gatti del mio quartiere erano finiti e quindi sono andato a prenderli da altre parti della città. È diventata la mia missione e ho trovato i miei due compagni.
Non sono animali stupidi, motivo per cui li preferisco ai cani, troppo facili da acciuffare e dove sta il divertimento? L’animale gatto, bestia d’agguato, gli devi fare a tua volta l’agguato, per catturarlo. Cosa che chiamo caccia, come ho detto prima.
Quando tirano le cuoia gliele faccio tirare io a comando. Che è la cosa migliore, il nocciolo della faccenda. Non tanto per il fatto di prendersi la vita dell’altro, cosa cui tendiamo tutti da sempre. No, la cosa, ripeto, è la calma che mi infonde, la scossa che proviene dal corpo del gatto che muore. Trema tutto e poi accasciandosi, si ridà al silenzio, si ridà all’abisso, ci ridiamo all’abisso.
~
– Io studiavo a scuola che i re a Bisanzio quando li levava dal trono tagliavano orecchie e naso…–, dice la rumena. Tiene in braccio il gatto più costoso che abbiamo mai catturato. Un Ashera. Costa ventimila dollari. Ci siamo introdotti in un appartamento del centro passando dai tetti, e lui, l’Ashera, era lì con i suoi un metro e passa, sdraiato sopra un tavolo di noce. L’anarchico l’ha accarezzato per un po’ e lo voleva tenere. Ma non ci sono storie, qui non si molla. La rumena ora vuole fare questa furbata di tagliargli le orecchie e il naso e tenerlo così per un po’ a girare per il posto, tipo re detronizzato. Non lo so proprio, dove l’ha tirata fuori questo fatto dei bizantini. Che poi sarebbe anche una cosa bella ma non si può: se ne lasciamo anche solo uno in giro perdiamo.
– Secondo me dovremmo aumentare le sedute, piuttosto–, le risponde Simone, mentre traffica con un siamese.
Nei giornali ci chiamano “la banda della sonda”. Quando abbiamo finto i gatti di un quartiere, ne lasciamo uno di razza appiccato in mezzo a una piazza, a monito: l’ultimo era un gatto sacro di Birmania, si chiamava Merlino, l’abbiamo appeso sul muro di un palazzo storico.
All’ingresso dell’ospedale c’è un grande poster con tutte le razze e i pochi temerari che si avventurano da queste parti avranno un gran chiedersi perché ci sia un poster del genere al vecchio ospedale, e forse qualcuno l’avrà anche capito che la banda è là dentro, che lavora.
~
Quando devo dormire, dopo che sono tornato a casa dopo una giornata del genere mi sdraio sul tappeto del salotto dei miei, davanti al mobile dell’800, e metto la musica di un negro e penso a cose terribili tipo perché Dio ha scelto di crearci? Cos’è, s’annoiava? Tra tutte le cose che poteva darci, proprio l’essere. Poteva darci il nulla.
La fase che più mi stanca dell’agitazione è la sera, la notte dell’anima. Mi metto a nuotare sul pavimento in cerca del sonno, ma l’agitazione, che era solo un sentimento che ero riuscito a scacciare con tutta la macelleria, è diventata una condizione, che mi fa male dal punto in cui finisce lo sterno fino all’intestino. I muscoli sono attraversati da brividi. Sotto pelle, capisci, ragazzo mio?
Mi si avvicina il mio gatto personale Clifford. È rosso e ha sei anni. Lo accarezzo sulla testa: mi si accoccola sulla pancia, comincia a fare il pane e mi fissa negli occhi, cercando il buio e la caccia. Poi sposta lo sguardo sulla cicatrice sotto l’occhio sinistro. Me l’ha data lui quand’era piccolo: l’avevo in braccio e ha sentito l’aspirapolvere e si è spaventato. Mia madre me lo diceva, di non guardare mai gli animali negli occhi, che si possono pensare siano un gioco e tentare di prenderli, tipo pallina. Ma Clifford ed io ci guardiamo sempre. Quanto sei bello, Clifford, sei proprio il cuore di gattino del mio cuore. Hai il pelo morbido e questi occhi acquosi e il colore fulvo che ti dona così tanto. Sei più bello di tutti i gatti d’Europa, certo! O del mondo? Mi fai stare tanto bene quando stai qui a fare il pane sopra di me… fatti dare un bacino vieni qui. Sì, ti piace quando ti gratto così dietro le orecchie?
Mi avvicino sempre di più al sonno, e i pensieri vanno da soli. Vedo la mia mamma morta, la prima volta che mi ha portato in bici alla pineta vicino al mare. Cascavo a terra, preso dalla foga del correre, e mi sbucciavo e c’era la tomba di un pittore, in quella pineta. La mamma mi diceva, mentre io frignavo e urlavo, di stare calmo, che quella ferita non faceva male per niente, in verità. Rispetto ai grandi mali, intendeva. Mi mostrava il taglio del cesareo, sotto l’ombelico: «guarda, questo mi ha fatto molto male; l’anestesista si è sbagliato e io mi sono svegliata mentre ti tiravano fuori dalla pancia e ti ho sentito urlare. Dicevi “non voglio essere partorito! Voglio restarti in corpo per sempre! Sei calda!”. Ora intanto piegati e succhiati via il sangue dalle ginocchie come si fa con le vipere».
Poi mi assopisco e sogno di quando correvo nella pineta, verso il mare, con le ginocchie sanguinanti, e tutti i pini diventavano serpenti e mangiavano tutti i gatti e poi arrivavo alla sabbia bollente e correvo ancora e quando entravo nell’acqua del mare il sale bruciava. Imparo ancora una volta il sangue, e il sale e il fare male alle cose, quando la mamma morta mi mostra da dove sono nato e me ne fa una colpa.
– Oh!–, sento una voce, in sogno, mentre sono nell’acqua e piango. L’immagine della mamma si sfilaccia, insieme al sonno. Sento delle zampe sulla faccia. È Clifford.
Mi alzo e mi accendo una sigaretta. Lui cammina sul bracciolo della poltrona, salta a terra e si fa le unghie sulla moquette.
Mentre lo fa mi guarda, cercando di capire, e poi esce dalla stanza passando dalla finestra aperta sui tetti. Si mette a correre velocissimo e lo vedo sparire. Di notte esce sempre, non so dove vada; è il miglior gatto del mondo, nessuno riuscirebbe a beccarlo.
Guardo il soffitto è c’è la traccia umida delle tubature troppo vecchie che perdono e bagnano da dentro l’intonaco e la vernice.
~
Abbiamo finito i gatti, è dicembre e il freddo è terribile. Simone e la rumena mi hanno portato in una casa di campagna. Hanno organizzato una grande festa solo per noi. Il salotto è abitato da gatti impagliati, ognuno immobile nella sua propria funzione di gatto. Riconosco Martino, Emanuele, Paul, davanti al fuoco acceso, con il riflesso delle fiamme negli occhietti. Anna e Guglielmo sul grande tavolo di legno al centro della sala. Jean e Michele accoccolati sopra al frigorifero in cucina, a leccare per sempre uno il pelo dell’altro. Davide e Donatella all’ingresso salutano chi esce e chi entra. C’è l’Ashera, si chiama Hans, in mezzo al salotto: l’abbiamo detronizzato e gli abbiamo tagliato le orecchie e il naso, ma rimane sempre il nostro re. La rumena piange e beviamo a lungo. Sono molto agitato, per tutta la cena, ma preferisco non darlo a vedere.
Poi torno a casa.
– Ciao –, mi dice Clifford.

Mi salta sulla spalla e andiamo a farci un giro per la città. Non un miagolio, non un guizzare di code sotto le macchine. Che pace. Il fiume si è ingrossato e noi ci fermiamo sul ponte. È notte fonda, non c’è nessuno.


testo: Andrea Landes
immagine: Cristiano Baricelli

lunedì 3 aprile 2017

I rigori

Era la finale dei Mondiali. È bene ricordarlo, perché in fondo è per questo che non li fanno più. Quell'anno avevamo cominciato male, mi sembra di ricordare. Non lo so. Lo sport non mi interessava, ma sono sicuro che qualcuno si ricordi cosa ci fosse di tanto importante in quella partita. Si, certo, anche il fatto che fosse la Germania...
Italia-Germania è sempre stata un'occasione rituale, per ripeterci che non siamo mai valsi un cazzo, ma almeno la partita la vinciamo sempre noi. Comunque eravamo lì, io, un paio di amici. C'era una qualche fiera di paese. Ogni singola piazza era stata attrezzata con mastodontici maxischermi, che permettevano alla popolazione di poter uscire di casa e seguire la partita, a cominciare da quella mezz'ora di diretta perfettamente inutile, quando i giocatori si preparano e saltellano a vuoto negli spogliatoi, si fanno inquadrature ispirate dello stadio di turno e i commentatori parlano ininterrottamente del nulla assoluto.
L'intera popolazione del paese era accalcata davanti agli schermi, in un'unica grande marea che scrosciava di applausi, guaiva sconfortata o imprecava con roboanti do-di-petto a ogni rete subita. Per noi la faccenda si rivelò positiva. Gli stand col cibo erano desolati e camminare per strada comodissimo. Tra una piazza e l'altra c'era quasi da chiedersi se fossero mai esistite altre persone, se non ci fossimo in realtà solo noi sull'intero pianeta, a vagare senza meta, fermandosi ogni tanto per farci spillare una birra.
Verso le undici decidemmo di fermarci per un panino. Il match era agli sgoccioli e non si arrivava da nessuna parte. In attesa, dividemmo il nostro interesse tra la partita e le facce del pubblico, accalcato di fronte all'ennesimo schermo. Avevano tutti l'aria affranta, colorito cereo, sopracciglia aggrottate e labbra contratte da mangiatori di limoni. Sembrava succhiassero da una qualche cannuccia invisibile.
- Ma se finisce in parità?
- È già in parità, questi sono i supplementari.
- E se finisce pari pure ai supplementari?
- Si va ai rigori.
- E se...
Venni zittito in malo modo da una ragazza graziosa e abbronzata, con lunghi riccioli neri, tanto definiti da sembrare finti. Obbedimmo imbarazzati, ingurgitando il panino in religioso silenzio. Quando tornammo a girare erano appena iniziati i rigori. Il vento leniva la pelle inumidita dall'ennesima birra. L'eco di esultanze e imprecazioni risuonò nell'aria, una volta di troppo. Michele, l'amico che avrebbe dovuto riportarci a casa qualche birra prima, sospirò affranto. A lui, tutto sommato, la partita interessava, ma non se ne lamentò per non farci fastidio. Tornammo a casa poco prima che si fermasse il vento, piacevolmente brilli ed eccessivamente impastati dall'alcool per un sonno decente.
Trovai mio padre ancora sveglio in cucina, solo di fronte al televisore.
-Ma all'una di notte stanno ancora là a farti rivedere i rigori? Si riscosse da una sorta di torpore, cercò di distinguermi nel buio, poi tornò al televisore, assente:
-No, stanno ancora giocando. Ma ero già al piano di sopra e non ci feci attenzione.

Mi svegliò la voce di mia madre. Chiamava dalla cucina. Il piccolo ambiente era illuminato dal primo sole mattutino. Ancora seduto al tavolo, contratto, gli occhi sbarrati e la stessa espressione da suggitore di cannuccia, c'era mio padre. Alla televisione, schiere di calciatori stremati continuavano a darsi il cambio per prendere a pedate un pallone e decretare chi fosse la squadra più forte del mondo.
-Deve essere un approfondimento interessante.
-No, stanno ancora giocando.
Mia madre era visibilmente agitata.
-Non ha detto altro, sembra uscito scemo.
-Pa' ci sei? Non è il caso di farsi una dormita?
-No, stanno ancora giocando.
-Visto?
Fu solo l'inizio. Per l'intera giornata non riuscimmo a spostarlo dalla sedia, mia madre dovette cominciare a imboccarlo pur di farlo mangiare. Grazie a dio era ancora in condizione di fare avanti e indietro per il bagno. Ci bastò accendere l'altro televisore per apprendere la notizia. L'inquadratura del telegiornale era lievemente decentrata, gli schermi posteriori spenti. Presentava solo uno dei giornalisti, truccato e pettinato alla bella e meglio, sfavillante come una stroboscopica sotto un'illuminazione improvvisata. Incantati dal programma, facemmo appena caso al fatto che il vicino di casa, a intervalli regolari, imprecasse o esultasse a pieni polmoni.
-... e mentre gran parte della popolazione è ancora ferma col fiato sospeso davanti ai televisori, un servizio minimo è garantito da tutte quelle persone che non trovano la minima attrattiva nella finale dei Mondiali. Il traffico aereo è stato del tutto interrotto, così come decine e decine di automobili sono ferme nel mezzo della strada, attendendo la fine della partita più lunga che la storia ricordi.
Mia madre cominciò a mordicchiarsi il pollice. Andai ad accendere il cellulare e venni tempestato di messaggi riassumibili con un nostro X parente è paralizzato davanti la televisione aspettando che la partita finisca.
Come si reagisce a una situazione del genere?
Avevo basato buona parte della mia adolescenza sul rifiuto del calcio come sport nazionale e una parte di me sogghignò soddisfatta: tutto quel casino non sarebbe successo se gli italiani non fossero stati così ossessionati dal pallone. Il resto di me era invece nel panico.
Su internet, alcuni utenti tedeschi registravano una condizione simile.

Qualche mese dopo mio padre era ancora immobile, gli occhi sgranati e purpurei, in attesa dell'ultimo tiro in porta. Poche settimane prima, uno dei giocatori tedeschi aveva mancato il bersaglio. Poi quello italiano, segnato in volto, aveva fatto lo stesso. Per l'intero scambio mio padre aveva smesso di respirare.
Era stato raggiunto un certo equilibrio tra i giocatori, che a turno con le riserve, riuscivano a ottenere abbastanza ore di riposo per non crollare. Le telecamere viravano a intervalli regolari sul pubblico, dove una massa di selvaggi appena uscita da un film postapocalittico anni '80 osservava con il fiato sospeso ogni secondo. Un giorno particolarmente sfortunato vennero sbagliati 6 rigori di fila. Il pubblico reagì lanciando le proprie feci.
Papà non si lavava da diversi mesi e con mia madre facevamo a turno per dargli una parvenza di igiene, attirandolo nel bagno con una radiolina che trasmetteva la partita. Certo, i cronisti erano ormai rochi e fiacchi, a volte rimanevano in silenzio per delle ore, ma un indistinguibile brusio comunicava a mio padre che quella era la partita e tanto bastava.
Festeggiammo con una torta il primo anno della finale Italia-Germania, appena arrivata a 2856 pari. Il nostro mondo aveva assunto un suo nuovo ritmo. La NATO, tra la preoccupazione e l'imbarazzo, aveva spedito alcune truppe per recuperare i servizi principali, ma invano. Ogni tanto mi vedevo con i miei amici, quelli rimasti. Prendevamo da qualche parte, senza necessità di chiedere, una birra e la sorseggiavamo nel silenzio della campagna, sotto le stelle, interrotti saltuariamente dal grido sincrono di decine di centinaia di gole che si laceravano nella disidratazione.
-Ieri sono passato davanti a una di quelle case con la cucina affacciata sulla strada. Il tizio nemmeno s'è accorto che stava morendo di fame, ma ci rendiamo conto?
Io annuivo e continuavo a bere, nel più totale silenzio. Cercavo di capire come liberare mio padre dallo strano incantesimo, ma non arrivavo mai a niente.
I quattro ministri rimasti al Governo avevano dichiarato lo stato d'allerta.
Mia madre, l'ultima persona che credevo avrei visto crollare, al quattordicesimo mese, dopo aver fissato mio padre inserire meccanicamente in bocca tutto ciò che gli si abbandonava a tiro di forchetta, esplose in un grido lancinante, estrasse un cassetto dal mobile e lo infranse contro il vecchio schermo catodico della cucina. Mentre la aiutavo, a rialzarsi, mio padre ebbe un breve istante di consapevolezza, prima di abbandonare la sedia e andare ad accendere il televisore nel salotto.
Da quel giorno smettemmo di lavarlo. La puzza divenne tale che a malapena potevamo avvicinarci. 

Le immagini della partita si erano ridotte a una serie di inquadrature fisse a rotazione: il pubblico; il tiratore; il portiere; il tiro; il pubblico; il tiratore; il portiere; il tiro. Del pubblico era rimasto ben poco. I tifosi, sporchi e malaticci sbocconcellavano nell'indifferenza circostante i resti putrescenti dei compagni che non ce l'avevano fatta. Alcuni dei calciatori erano collassati, altri avevano perso il piede destro per via dei microtraumi accumulati. Più di una volta, ultràs dalla volontà annichilita avevano tirato al posto loro. Il mondo attendeva.

Al secondo anno della partita Italia-Germania (5607 pari) degli uomini con il logo della FIFA cucito sul petto si presentarono in ogni casa che avesse un Rigorato (il soprannome era nato intorno all'ottavo mese) con delle piccole risme di fogli sotto braccio.

Io e mia madre avevamo ritrovato il nostro equilibrio e con noi l'intera provincia, adattatasi ad una vita più silenziosa e desolata.
Gli uomini della FIFA ci sottoposero il contratto. Una lauta indennità, in cambio del nostro Rigorato. I calciatori erano allo stremo, la partita era condannata a non concludersi mai. Il presidente aveva proposto, quindi, di sostituire i giocatori con quegli spettatori che negli ultimi due anni erano stati così attenti a seguirne i rigori.
-Oramai...
Ci spiegarono gli uomini FIFA:
-... è una questione di correttezza, la partita va conclusa. Non possiamo dichiararla patta. Le regole ce lo vietano.
Mia madre era esausta. La vista di mio padre, inerte e rinsecchito davanti al televisore, aveva reso ogni suo giorno una sconfitta a una gara a cui non aveva mai acconsentito a partecipare. Prese la valigetta con le banconote di grosso taglio, firmò il contratto e preparò un caffè per tutti. Gli uomini FIFA lo sorseggiarono imbarazzati fissandosi i piedi, esattamente come me e mia madre un anno prima, quando il discorso ricadeva su papà.
Lo osservammo sparire in una delle grosse macchine nere e marchiate della Federazione, seguito dal fruscio della radiolina utilizzata per pascolarlo fuori dal salotto. Si allontanò all'orizzonte in un'infinita carovana di automobili uguali, ognuna con dentro il suo Rigorato, magari più di uno.
Vegetali destinati a una rivoluzione copernicana, protagonisti della partita di cui erano stati fedeli spettatori da oltre due anni.
Quando l'ultima automobile si sciolse all'orizzonte mi voltai verso mia madre, per dire qualcosa di confortante, di saggio. Qualcosa che rendesse chiaro che non era sola, che eravamo soli insieme, in un paese semideserto, tenuto in ostaggio da una partita di calcio senza fine. Mi precedette, con parole più efficaci:
-Mi toccherà bruciarlo, quel divano, per levare la puzza di morto.

La bellezza delle partite di calcio mi era sempre sfuggita.
Avevo l'impressione di star lì a fissare un acquario: i pesci vanno da una parte, i pesci vanno da un'altra. Qualcuno ogni tanto si azzuffa, ma poi ricomincia l'effetto pendolo. Superata l'adolescenza, entrai in quella fase in cui ci si domanda se sei tu, e non gli altri, ad avere un problema. Il calcio si era trasformato, da hobbie per minus habens, in una società segreta, incomprensibile senza l'ausilio di una cifra nascosta che nessuno si era mai preoccupato di comunicarmi. Una volta che mio padre se ne fu andato, invece, capii. I tifosi guardano le squadre come una parte di sé stessi, come un'appendice, un prolungamento, un rappresentante elettivo. I calciatori erano gli eroi che la patria offriva a una guerra molto meno sanguinosa di quella vera.
Cominciai a passare interi pomeriggi a guardare la diretta, lo stadio lordo di sangue secco e funestato dagli insetti, il campo butterato dalle intemperie, i rapidi movimenti dei pochi sopravvissuti degli spalti, ferali e spiritati. Ora che erano delle persone comuni, a calciare i rigori, ebbi finalmente la mia opportunità d'immedesimazione. Studiavo le traiettorie del pallone, cercavo di stimare come avrebbe tirato ognuno dei rigorati, riconoscevo facce amiche. Quando mia madre cominciava a farsi nervosa, temendo di perdere anche me, spegnevo il televisore e le facevo compagnia per qualche ora, guardando insieme a lei scadenti polizieschi tedeschi. Il ministro della difesa era passato già un paio di volte in porta. Il presidente del Consiglio tre. Ai rigori avevo individuato anche alcuni miei amici, pallidi, con una grossa cuffia sul cranio che trasmetteva la radiocronaca della partita. In fondo nessuno di loro era davvero lì.
Fu tre mesi dopo, a seguito di un rigore sbagliato da un ragazzotto biondissimo e lievemente obeso, che vidi mio padre caracollare in campo, ancora con la canottiera e i pantaloni cachi che aveva addosso la sera in cui l'avevano portato via. La canottiera era stata aereografata con un'approssimativa bandiera italiana e tanto pareva bastare a identificare i singoli nella mandria. Chiamai mia madre dalla cucina, ma fece finta di non sentire. Si limitava a buttare un occhio, ogni tanto.
Dall'altra parte dello schermo mio padre si mosse confuso verso il dischetto e tirò di punta senza il minimo criterio. Il pallone venne proiettato dritto verso la faccia del portiere, col volto giallognolo e contrito. Fu una questione di secondi, o pochi istanti. Nello stesso momento, a casa, mia madre si passava la mano davanti agli occhi, esasperata. Perfino lei avrebbe saputo tirare meglio. Nel salotto, sul mio volto cominciava a fiorire un ghigno divertito. Decine, di centinaia di sospiri crearono violente correnti d'aria tra Germania e Italia e nello stesso, ineffabile istante, il sostituto portiere della Germania, un macellaio gravemente iperteso, terminò la propria esistenza con un violentissimo attacco di cuore. Stramazzò a peso morto sul prato butterato, con la faccia schiacciata in una poltiglia di sintetico e fango. Mi sembro quasi di poter vedere a occhio nudo l'intercapedine di pochi atomi che separava il pallone in volo dal faccione paffuto del portiere. In un atto di sincronia olimpionica un cranio tedesco si lasciò cadere per permettere il passaggio di un pallone.


Il tonfo sordo della rete fu seguito da un silenzio innaturale, interrotto dallo sbattere del coltello di mia madre sul tagliere. Poi, in un lento crescendo, dalle case vicine, cominciarono ad avvicendarsi grida e pianti di sollievo. Il televisore del salotto mostrò il volto di mio padre in primissimo piano, catturando l'esatto istante in cui si accorse che era tutto finito: appena uno sfarfallio nella saturazione nell'iride, un lieve spasmo degli occhi. Si lasciò cadere sul sintetico, a migliaia di chilometri da casa e una volta a terra, incapace di muoversi, iniziò a piangere.

testo: Lorenzo Vargas
immagine: Sara Liguori

mercoledì 29 marzo 2017

Kinbaku

Quando nacqui ero come tutti, poi sentii dolore perché mi assestarono qualche colpo e mi incazzai e urlai. Fu il primo segno. Si aspettavano piangessi e invece no, avrei restituito volentieri colpo su colpo.
Quando per la prima volta mi alzai e camminai mia madre e mio padre sorridevano e tenevano le braccia larghe ma io mi girai e corsi nella direzione opposta. Fu il secondo segno. Non una fuga, altro.
Quando iniziai scuola, la prima elementare, non riuscivo a parlare con nessuno per il mio fluente italiano standard appreso in sei anni di telegiornali pomeridiani e serali di Striscia la notizia di serie TV con poliziotti ispettori e preti. In più usavo termini desueti anche per le maestre. Fu il terzo segno. Marcai nettamente la differenza rispetto ai miei coetanei, e sempre, a scuola, avrei saputo troppo rispetto a tutti, insegnanti inclusi. Però mia madre aveva le sue convinzioni pedagogiche, niente scuole speciali, si impuntò affinché seguissi il corso regolare pur essendo palesemente irregolare.
Finito il liceo scientifico, decisi di non frequentare l’università. Mi ero torturato troppo a studiare cose con facilità, ad avere poco da imparare, a convivere con chi ne sapeva meno di me. Questo non fu un segno, o forse sì, non lo so. Mia madre accettò la decisione solo perché in base alle sue convinzioni pedagogiche io dovevo essere libero di decidere ciò che volevo. Mio padre non c’era più, faceva l’avvocato, aveva trovato un’altra donna e io lo cancellai dalla lista di persone che dovevo frequentare.
In questa lista erano rimasti mia madre, un mio cugino farmacista che ogni tanto mi regalava medicinali, la vecchietta del secondo piano – noi abitavamo al quarto – che mi aveva sempre cucito i vestiti, Margherita. Poi mi rifiutavo di vedere alcuno. Capitava, mio malgrado, di incrociare vicini e parenti: la mia strategia era il silenzio. Mia madre non interferiva su queste decisioni. Io e lei guardavamo insieme le serie TV con poliziotti ispettori e preti e anche se io dicevo sempre come sarebbe finita lei era felice.
Una volta le feci una domanda.
«Mamma, cosa ti aspetti da me?»
Avevo diciassette anni, una t-shirt stiracchiata e una barba di settimane, ero rimasto chiuso in camera trentasette giorni nutrendomi di patatine in busta che mi piacevano tanto, di una scorta di biscotti e di scatolette di tonno che pure mi piacevano tanto; uscii solo quando finii tutto. Lei dopo quei trentasette giorni in cui non aveva mai osato nemmeno bussare alla porta mi fissò come se non fosse accaduto nulla. Stette zitta, mi passò uno straccio sulle labbra sporche di patatine, mi strizzò due brufoli. Io lasciai fare perché sapevo che avrebbe detto qualcosa. Lei era così, aveva altre priorità. Infine parlò.
«Aurelio, figlio mio. Mi dissero che non potevo avere figli e invece sei nato tu.»
Poi ammutolì. Era felice.
«E quindi?»
Lei fece quell’espressione stuporosa sua con gli occhi semichiusi e le labbra serrate e il capo pronto a scuotersi per dire “ma come? proprio tu non capisci?”.
Io ci pensai. Dopo capii. Mi aveva voluto dire che come non si aspettava che nascessi così non poteva aspettarsi nient’altro. Quando ci arrivai le sorrisi e lei sorrise a sua volta distendendo i lineamenti della faccia come a dire “menomale”. Mia madre era l’unica a non avermi mai deluso. Il resto del mondo era decisamente insostenibile. 




Poi c’era Margherita.
Margherita viveva al primo piano e aveva una famiglia normale, ossia un padre e una madre. Aveva la mia stessa età. Era magra come le modelle che vedevo al tg2 costume e società, cioè era più magra della media tanto che in certi periodi si era sottoposta a cure perché il suo era un caso sempre ai limiti dell’anoressia con venature bulimiche. Ma sapeva recuperare subito. Si piaceva magra, Margherita, e col tempo aveva imparato a gestire il corpo senza bisogno di interventi esterni. Io durante l’adolescenza la lasciavo vomitare liberamente perché avevo imparato da mia madre che le persone devono decidere da sole, anche quando sbagliano, e infatti a un certo punto lei non vomitò più.
Margherita mi parlava sempre e solo di sé. A me andava bene così. Eravamo amici.
Quando iniziò l’università, Margherita pretese che la accompagnassi ai corsi. Io non avevo altro da fare. Mi ritrovai ad apprendere il greco e altre lingue antiche: non era divertente. Però c’era lei. Quando si avvicinava qualche ragazzo mi presentava come Will Hunting. Era un codice, voleva dire che dovevo fare come l’attore biondo nel film e cioè interrogare il ragazzo citando diversi libri che non erano in programma ma che lei mi aveva preventivamente obbligato a leggere solo per queste occasioni. I ragazzi ne uscivano malconci, Margherita rideva e così ridevo anche io. Un giorno mi obbligò a sostenere l’esame di Letteratura Italiana dopo di lei solo perché il professore le aveva guardato le tette tutto il tempo e poi le aveva dato un voto basso. «Stronzo pezzo di merda» mi disse, «le mie tette gli facevano schifo… ora vai, tocca a te». Gli citai testi su Dante a lui ignoti che io e Margherita durante i corsi avevamo scelto a caso nella sterminata bibliografia dedicata al poeta sempre per il solito gioco, e quei testi fecero sudare e arrossire il professore davanti ad almeno una ventina di studenti in attesa; alla fine gli dissi che avevo dimenticato il libretto e lui alzò la voce e mi insultò alleviando così i suoi dolori. Margherita fuori l’aula rideva, rumorosamente, rideva per farsi sentire e quelle risate non erano belle.
Margherita mi diceva sempre cosa dovevo fare, era l’unica, e io lo facevo. Non mi lasciava libero e questo mi piaceva. Quando festeggiò i suoi diciotto anni mi ricordo che bevve tanta vodka poi mi portò in bagno mi obbligò a spogliarmi e a sdraiarmi sul pavimento sotto di lei, poi mi pisciò sulla faccia e mi obbligò a bere. Io lo feci. La pipì era calda e bianca e aveva un sapore che non saprei dire sgradevole ma non troppo. Ebbi un’erezione tale che appena mi sfiorò, involontariamente, con la sua mano piccola, eiaculai. Il giorno dopo lei non ricordava nulla, io invece sì.
Margherita aveva capelli lunghi e lisci che spesso legava a coda di cavallo, occhi azzurri, espressione che sembrava schernire il mondo intero. A dodici anni capii una cosa di lei. Mangiavamo un gelato. Una macchina parcheggiò, scese una signora grassottella con un bastardino di taglia piccola al guinzaglio, varcò la soglia del bar, le intimarono di non estrare col cane perché il proprietario era allergico, così lei uscì, chiese a Margherita di tenerlo pochi minuti e lei lo tenne, varcò di nuovo la soglia del bar, Margherita sorrise, guardò il cane, sorrise, davanti a noi c’era la strada, vide una macchina che si avvicinava in estrema velocità, lanciò il gelato, lasciò il guinzaglio e il resto già lo avete immaginato. Io ero dispiaciuto, la signora era più che dispiaciuta, Margherita no. Era crudele.
Margherita a diciassette anni ebbe il suo primo ragazzo. Un pomeriggio mi disse di scendere di casa alle 23.45 per farmelo vedere. La sera scesi, trovai la macchina, una utilitaria di poche pretese, ero a qualche metro quando vidi che lei teneva il membro turgido di lui tra le mani e lo leccava. Lui aveva gli occhi chiusi e lasciava fare, in stato di abbandono. Lei mi vide e mi sorrise. Io mi girai e andai via. Una volta a casa mi masturbai.
Margherita a ventitré anni prese la laurea breve. Mi disse che dovevo festeggiare con lei e così mi diede un indirizzo ignoto. Erano le 22.30, bussai, un tizio vestito da pagliaccio mi fece entrare. Io ho sempre diffidato dei pagliacci e avevo ragione. Vidi Margherita con in pugno una pistola che rideva sguaiata e sorseggiava vodka, a pochi metri da lei un suo professore legato e imbavagliato con una mela in testa. Sparò, la mela esplose, il professore urlava per quello che poteva e piangeva, un pezzo di mela raggiunse la mia faccia. Fece sistemare un’altra mela sulla testa di lui.
« Aurelio, tieni, tocca a te.»
Io sapevo che era tutto sbagliato, ma presi la pistola e puntai. Non avevo mai sparato. Sparai. La mela esplose e Margherita rise. Fece sistemare dal pagliaccio un’altra mela e mi disse di sparare. La mela esplose di nuovo.
Il tempo passava e Margherita continuava con quei suoi giochi crudeli. Io la lasciavo fare, non potevo intervenire, non sarebbe stato giusto.


Un giorno mi fece denudare mi legò tutto e mi tenne appeso manovrandomi con le corde e le carrucole. Eravamo in un macello abbandonato. Non immaginavo che quel corpo gracile avesse tanta forza. Io la guardavo annullato, avevo preso una adeguata dose di calmanti; comunque mi piaceva guardarla dall’alto verso il basso. Lei dopo si spogliò. Io intanto mi eccitai ma non potevo fare nulla.
«Aurelio, cosa ti aspetti da me?» mi chiese.
Margherita non sorrideva e non aveva la sua solita espressione. Mi aspetto che questi tuoi giochi li faccia solo con me, così nessuno capisce come sei. Volevo dire questo ma quando cercai di parlare non riuscivo ad articolare le parole. Dovevano essere i calmanti. Dovevano essere le corde.
Margherita si rivestì e mi lasciò lì. Dopo diverse ore venni recuperato. Il macello era in una zona isolata, era stata di certo lei a salvarmi. Avevamo ventisette anni.
Non la vidi più, era sparita.
E io sono solo.
Voi sapete cos’è la solitudine del genio?
È quando capisci di non poter avere nessun nemico. Nemico non come lo intendete voi, ma come lo può intendere uno come me.

testo: Antonio Russo De Vivo
illustrazioni: Enrica Berselli