lunedì 4 dicembre 2017

Es ist wichtig


Quando Teo le si avvicina, Elena sta pensando in tedesco: Es ist wichting, Ich danke Ihnen für die Gastfreundschaft...
La sera, quando non crolla addormentata sulla poltrona, studia un manuale di conversazione: 4500 vocaboli, dice la copertina, 3000 frasi. Il tedesco è una lingua che le piace. È strutturata, precisa, non lascia spazio all’immaginazione.
Il bambino le tira giù il maglione, la guarda senza sbattere le palpebre, gli occhi tondi come due fanali. 
“Facciamo la torta di mele?”, le chiede. Certo, amore.
"E posso leccare il mestolo, dopo?" 
Sorride e annuisce. Dal ripiano alto prende la ciotola, dal frigo e dalla dispensa gli ingredienti necessari. Li allinea davanti a sé. Teo, seduto al tavolo, ripete sempre la stessa filastrocca, quella che ha imparato il giorno prima a scuola: Gennaio tanta neve. Januar.
Febbraio col carnevale è breve, Februar.
 
Marzo spunta una violetta. März
A
prile con il pesce e la Pasquetta, April.
 
Maggio per la mamma un grande cuore. Mai.
 
Giugno dalla scuola siamo fuori, Juni.
 
Luglio al mare a nuotare. Juli.
 
Agosto in montagna a passeggiare, August
Settembre a scuola ritorniamo. September.
 
Ottobre con la zucca spaventiamo, Oktober. 

Novembre è la festa degli ombrelli. November.
 
Dicembre i regali sono belli. Dezember
Elena lavora le mele con il coltello di ceramica che le ha regalato Alessio a Natale, facendo un’unica, grande spirale. Teo la guarda rapito, le sorride. 
"Sei brava, eh?", le dice. 
Mentre nella casa si diffonde il dolce profumo della frutta, giocano a Nomi, Animali, Cose, Città. Barbara, scrive Teo. Babbuino, scrive Elena. Biberon, scrive Teo. Berlino, scrive Elena. E dal quel momento in poi la sua mente si perde di nuovo.
 
"C’è la cena da Luca e Sabrina venerdì, te lo avevo detto?" Alessio è appena tornato dal lavoro. Elena lo guarda, le mani affondate dentro la pancia di un pollo, la bocca aperta per dire qualcosa, una battuta, magari, solo per fargli capire che si è stufata di queste cene di lavoro mascherate da cene di piacere, a cui, oltretutto,devono portare anche Teo. Che poi il bambino socializzi solo con figli di altri avvocati, a Elena, comincia a non andare giù. Il telefono le blocca le parole, non ancora pronte per uscire. Sempre un po’ in ritardo.
Sua madre. Guarda l’orologio: le otto precise, non sgarra di un minuto. Mai, nemmeno una sera. Le chiede come sta e poi le elenca tutta una serie di dolori che la affliggono da qualche tempo a questa parte. Elena pensa che sta invecchiando. La aggiorna su tutti i casini di Sara, sua sorella, e poi alla fine le dice: "Ti passo papà".
"Come va soldatina?" 
La chiama ancora così, come se avesse otto anni. Ma non è solo quello a irritarla, stasera. Deve dire delle cose a suo marito, ora che ce l’ha sulla punta della lingua, ora che... "Bene, papà", risponde. 
"Il bambino?" 
"Gioca con il computer." 
"E tuo marito?" 
"Bene anche lui, sta sul divano." 
"Divertiti", le dice. E aggancia. 
Quando Elena si volta, Alessio non c’è più. Dal bagno arriva lo scroscio dell’acqua nella doccia.
 
Alessio torna dall’ufficio e annusa i capelli di Elena che sanno di buono, di dolce, di casa. Teo arriva di corsa e abbraccia le gambe a entrambi, schiacciando il visetto sul ginocchio di Elena. Alessio ride, fa il verso dell’orso e mette le mani ad artiglio vicino al viso, inseguendo il bambino che corre veloce intorno al divano. Entrambi emettono deliziosi gridolini di gioia. Elena tira fuori dal forno la torta, un po’ bruciata sulla superficie.
Dopo cena, Teo poggia la testa sulla spalla di Elena. È il suo modo per dire che è stanco. Si fa prendere in braccio e, quando lei gli rimbocca le coperte, le afferra una mano. Non vuole che se ne vada dalla sua camera. Affonda le piccole unghie nella pelle, tiene gli occhi chiusi. Elena si siede per terra, accanto al lettino, lisciando il tappeto di Peter Coniglio, e ascolta quel respiro così piccolo. Quando conta un intervallo di tre secondi, si toglie le scarpe per non far rumore ed esce. In soggiorno si siede sul divano accanto ad Alessio. Le figure dalla televisione le corrono sulla faccia senza lasciare segni.
Lui si avvicina, le bacia il collo, le posa una mano in mezzo alle gambe. Elena rovescia la testa all’indietro, chiude gli occhi e si lascia accarezzare, cercando di ricordare quali erano le sensazioni prima, quando il cuore accelerava al primo sguardo e sul seno ci doveva posare una mano lei, per calmarlo. Quando lui le viene dentro sente l’odore della polvere accumulata sui cuscini, conta i giri della centrifuga della lavatrice, pensa alla camicia che ha dimenticato di stirare. Sotto la doccia non riesce a distinguere l’acqua che le scorre sulla pelle del viso dalle lacrime.
 
Alle quattro del pomeriggio ha già guardato l’orologio dieci volte. Ma è lì solo da venti minuti. 
Sabrina le mette davanti una tazza di caffè. 
“Grazie per essere venuta prima - le dice - E grazie di aver accettato di darmi una mano. Queste cene tra avvocati mi mettono in agitazione!”
“Mi piace cucinare”, mente Elena. 
Bevono in fretta il loro caffè, iniziano a tagliare le verdure. Fianco a fianco. Elena riconosce l’odore del detersivo per il bucato e di un profumo costoso. 
"Sai, mi sa che non me lo hai mai detto come vi siete conosciuti, tu e Alessio." 
Sabrina vuole fare conversazione. Elena parla di università, di corsi che entrambi hanno frequentato, ma la mente le torna alle scale. Alle scale lucide, nell’atrio della facoltà di Giurisprudenza. Alle scale dove per la prima volta vede Alessio, mentre le percorre su e giù, ripetendo a memoria un articolo del Codice Civile a pochi giorni dagli esami. Le stesse scale dove, dopo due mesi, lui la ferma per chiederle gli appunti, mentre lei si guarda le scarpe per nascondere le fiamme sulle guance. Quel giorno aveva creduto che non potesse essere più felice di così. E aveva ragione.
“Non sapevo che anche tu ti fossi laureata",dice Sabrina, insinuandosi nei suoi pensieri.” 
“Ho sposato Alessio l’anno dopo - le dice secca - Non ho finito.”
“Io non ho nemmeno iniziato, invece. Luca mi aveva già chiesto di sposarlo quando ho finito il liceo. A che mi serviva la laurea?”, Sabrina ride.
Elena vorrebbe unirsi a lei, ma non ne ha la forza. 
“Io vorrei ricominciare, prima o poi - le confessa alla fine - Sai, quando Teo sarà un po’ più grande.” 
Non sa perché lo ha detto. È la prima volta che una frase del genere esce dalla sua bocca. Sabrina la guarda, sorride senza denti. 
“Brava”, le risponde. 
Poi riprende indicando un punto sul piano della cucina: “Senti, secondo te quei bicchieri da vino li possiamo usare per lo spumante?” 
Quando si salutano, Elena sa che rivedrà quella casa da lì a due ore e le viene una repulsione improvvisa. Per la strada respira profondamente.
 
Era successo proprio dopo quella cena. Tornata a casa, si era tolta le scarpe nel bagno e aveva vomitato. Poi, la notte, aveva sognato il suo funerale. Si era vista vestita di bianco, accucciata sul marmo brillante di una tomba. La sua gonna, sospinta dal vento,andava a coprire e scoprire la foto di un uomo dagli occhi stanchi. Osservandola, Elena aveva pensato che è quello l’unico modo di morire, quando si è troppo stanchi per vivere.
Attorno a lei il prato era di un verde brillante, gli alberi filtravano la luce del sole. Passerotti dal collo nervoso le saltellavano attorno. A pochi metri, la sua famiglia: un cerchio nero attorno a una bara lucida: la sua. Li aveva osservati curiosa. Aveva osservato suo padre. Le lacrime che gli dividevano il volto in quattro, come piccoli affluenti, e la faccia raggrinzita come quella di un neonato. Era la prima volta che lo vedeva piangere. E per un momento era riuscita a vedere tutto, aveva visto attraverso suo padre: il cuore che pompava, lo sterno che si contraeva, il suo corpo di vetro finissimo. Aveva avuto l’istinto di abbracciarlo, quel corpo trasparente, di affondare le mani tra gli spazi delle sue vene, circondarlo con tutta se stessa, come non ha mai fatto in vita sua.
Un uomo dalle mani e dal volto callosi aveva calato la bara nella fossa. Qualcuno aveva riso, sbucando da dietro un albero. Elena aveva riconosciuto Sara. Vestita di rosso, sembrava una diva degli anni ’50. Era avanzata a grandi passi, aveva rotto il cerchio in due. La gente le aveva incollato gli occhi addosso. Poi si era diretta verso di lei, le si era seduta accanto, coprendo con le scarpe gli occhi stanchi dell’uomo nella foto.
Neanche si era voltata a guardarla, le aveva detto solo: "Da morire dal ridere, vero?" 
Si era svegliata con il lenzuolo attorcigliato alle caviglie, i capelli umidi e freddi sul collo.
Era andata nel bagno senza guardarsi allo specchio. Si era tirata su la maglietta, si era toccata il seno, la pancia. Aveva avvertito sotto le dita una pelle non sua. Questo non è il mio corpo, aveva pensato. Non lo è più o non lo è mai stato?
Dal buco dietro al lavandino aveva estratto la scatolina quadrata, quella dei biscotti. I biscotti danesi. “Ma la roba che contiene è olandese”, aveva detto il tizio del bar.
Quanto si può credere alle parole di un tizio conosciuto in un bar?, aveva pensato mescolando il tabacco alla marijuana. Quanto posso fidarmi di uno che non ho mai visto prima?
Aveva aperto la finestra e aveva tirato una boccata. Due. Tre. Il corpo nudo aveva iniziato a rilassarsi. Ed Elena aveva ricominciato a pensare in tedesco: Es ist wichtig.
Danke. Guten Morgen. Auf Wiedersehen. Hilfe. Seduta sul divano, in mano un bicchiere di bianco freddo. Tocca il vetro che trasuda le sue gocce, le fa cadere sulla gonna di velluto che indossa. Calcola che ha bevuto molto. Facciamo troppo. Osserva gli occhi spaesati di Teo: in ginocchio su un tappeto, ascolta le conversazioni segrete delle figlie grandi di Sabrina. Se sono quelle, le sue figlie. Elena non riesce a ricordarlo. Le gira la testa. Lo stomaco si contrae in continuazione. Dall’altra parte della stanza una donna ride, rovesciando la testa all’indietro.
Elena ha l’impressione che il suo corpo si contorca come quello del lombrico che ha visto la settimana scorsa in giardino. Un lombrico grasso, roseo. Allungava la sua coda, la voltava bruscamente a destra e a sinistra, incapace di nuotare nell’acqua di una buca. Incapace di fuggire. Elena lo ha fissato con le braccia strette al petto. Movimenti sempre più lenti. È rientrata in casa e dopo mezz’ora è tornata in giardino. Il lombrico era immobile. L’ha afferrato con due dita e l’ha gettato oltre la siepe.
 

Si alza ed esce sulla terrazza. Accende una sigaretta. Nel buio l’unica luce è quella del tizzone. Il punto rosso e intermittente del suo vizio. Lo trova riflesso nell’anello che porta al dito. Pensa a Sara, che adesso serve salsicce e birra a Berlino. Dopotutto anche a lei piacciono le salsicce. Il respiro di Alessio si fa pesante. Quando è entrata nel letto, lui stava ancora sfogliando il giornale. Gli occhiali calati sul naso. Il profumo di menta tra i denti. Non è riuscita a ricordarsi che scarpe portava, quel giorno, sulle scale della facoltà. Si è raggomitolata al suo fianco, il viso nascosto sotto il suo braccio. Lui si è chinato a baciarle i capelli senza distogliere lo sguardo dai fogli. 
“Buonanotte, amore.” 
“Buonanotte a te.” 
Buio. Silenzio. Allunga una mano sotto il letto e tocca la borsa. La tela ruvida accelera il battito del suo cuore, le fa soffocare un sospiro. Lentamente si alza, fa scivolare con un piede la borsa fuori dalla stanza, chiude la porta. Prende la lettera per Teo. La posa sul suo comodino. Si ferma sul tappeto di Peter Coniglio, sussurra ai suoi occhi chiusi: ci vediamo presto. Ma non si muove. I muscoli sono deboli, il respiro cede. La pelle di Teo che riflette la lucina notturna sembra porcellana. È porcellana. Delicata, preziosa. Gli accarezza una guancia. 
"Mamma?" 
“Ssth - sussurra Elena - torna a dormire.” 
“Mamma, hai fatto un sognaccio?” 
“Sì, tesoro, un sognaccio. Ma torna a dormire.”
Sente il dolore in fondo alla gola. La busta per Teo sparisce dal comodino. La borsa scivola di nuovo sotto il letto. Elena si chiude in bagno e tira fuori la scatola dei biscotti. Poi strappa la lettera. Mentre aspira le prime boccate ne fa tanti piccoli coriandoli che lascia cadere dalla finestra. Neve di carta. Un lampo illumina le imposte della casa di fronte. Per un attimo tutto è candido: le sue mani, i piccoli pezzi di carta, i muri degli edifici. Poi, di nuovo, il mondo si spegne. La pioggia, più tardi, laverà ogni altra traccia.

Testo Giulia Romoli
Illustrazione Silvia Marchetti

lunedì 27 novembre 2017

Una storia sbagliata

Con Anna ci eravamo già incontrati altre volte, avevamo scambiato giusto qualche battuta, ma non ci eravamo mai veramente incontrati.
Quella sera, invece, avevamo passato la serata a elencare con schiettezza e compiacimento spudorati le nostre comuni fisime e ossessioni. C’era una certa frenesia nella nostra conversazione, quasi come se le cose da dire fossero troppe e non avessimo avuto abbastanza tempo per affrontarle tutte quante nel dettaglio; avevo sentito il bisogno di prendere appunti, segnarmi le cose che avrei voluto chiederle in un secondo incontro. Quando glielo dissi lei rise scuotendo i capelli e incrociando le gambe. 
Verso le due ci salutammo, un bacio sulla guancia all’angolo della bocca.
È stata Anna a invitarmi a cena, oggi pomeriggio. Mentre cercavo un pretesto per ricontattarla mi ha scritto un messaggio: “Ehi. Ciao. Come va?”.
“Ciao - le ho risposto - bene, e tu?”. 
“Bene anche io, che fai?”, mi ha scritto. 
“Cazzeggio”, le ho risposto, e siamo andati avanti così per un po’,  a rimpallarci l’onere di rispondere all’altro, e mentre aspettavo il momento giusto per proporle di uscire lei mi ha invitato a cena. Ora mi ritrovo a uno spiazzo di distanza da casa sua, lo sto attraversando, accelero il passo e cammino nelle zone più illuminate. Per la cena ho scelto una bottiglia di rosso, senza molto impegno. Ero troppo concentrato sulle cose che avrei dovuto dire per far colpo, anche se sapevo di non averne più bisogno, per pensare a un vino più sofisticato. Ero terrorizzato dall’eventualità che l’euforia che aveva animato le confidenze di quella sera fosse frutto di condizioni del tutto particolari e irripetibili, e non riuscivo a smettere di pensare che la cena sarebbe stato un completo disastro e sarei stato costretto a salutare subito dopo aver mandato giù l’ultimo boccone per sottrarmi a una conversazione condotta a suon di colpi di tosse, sorrisi stirati e rumore di cibo masticato oltre il necessario. Avrei dovuto prepararmi almeno un paio di aneddoti di repertorio. 
Mentre attraverso lo spiazzo vedo una sagoma, a cinque cofani da me, che armeggia con una portiera in maniera troppo rumorosa per non destare sospetti. Sento rintocchi e raschiamenti, mi blocco per paura di essere visto, ma scelgo il punto sbagliato perché sono proprio sotto il cono di luce di un lampione, e vedo la sagoma alzare la testa dai suoi smaneggiamenti e guardarmi. Con un gesto quasi tenero per la sua infantilità la sagoma nasconde dietro la schiena le mani occupate da attrezzi che nella penombra non riesco a distinguere. Rimaniamo entrambi fermi in un disperato tentativo di mimetizzazione. Penso di essere ancora in tempo per allontanarmi come se niente fosse, non è un pensiero nobile ma, in tutta onestà, non sono minimamente intenzionato a farmi coinvolgere in una situazione del genere.
Accenno a continuare per la mia strada, ma la sagoma evidentemente lo interpreta come un    tentativo di avvicinamento e muove un passo indietro: “Non chiamare la polizia, per favore”, implora. 
Mi guardo intorno perché non so cos’altro fare; non posso dirgli che l’unica cosa che mi interessa è raggiungere Anna, è vero che non ho intenzione di fermarlo, ma non voglio nemmeno essere complice della sua fuga. 
“Ti prego, lasciami andare”, piagnucola come se per davvero lo stessi trattenendo fisicamente.    Penso che rimanendo fermo e in silenzio prima o poi se ne andrà, ma sbaglio: “Se mi lasci andare non torno”. 
Sono costretto a negoziare: “Non chiamo la polizia, ma devi pagare i danni”. 
“Non ho fatto niente, questo c’era già. Lasciami andare, per favore.”
Mi passo una mano sul volto, guardo di sfuggita l’ora, si sta facendo tardi: “Se ti lascio andare come faccio a sapere che non torni?”. 
“Te lo prometto.” 
Sbuffo per esprimere il mio scetticismo, ma la sagoma lo interpreta come una risata e ride anche lui. “Dai alla fine non ho fatto niente di male, a nessuno.”
È tutto sbagliato, è una conversazione che non voglio intrattenere, con una persona con cui non voglio solidarizzare, su un argomento che non mi piace affatto. 
“Va be’, vattene dai”, gli indico con la bottiglia la direzione da prendere, la sagoma si muove, dapprima lentamente, all’indietro, scivola lungo la carrozzeria, poi si volta e inizia una corsetta leggera, si gira per assicurarsi che non abbia preso il cellulare e poi si mette a correre a perdifiato. Lo seguo con lo sguardo finché non sparisce.
 
Esco dall’ascensore, Anna mi accoglie con un sorriso aperto, mi invita a entrare nell’appartamento caldo di roba che cuoce. Ci baciamo sulla guancia, all’angolo con la bocca, Anna mi prende la giacca e la bottiglia di vino. Le pentole sobbollono e fumano, i coperchi tremolano, Anna mi chiede come sto, per la seconda volta, e per la seconda volta dico bene, le sorrido, mi sorride, sono agitato e non riesco a pensare a niente, sgranocchio un grissino, mi sembra un secchio di petardi, lo poso e tiro su col naso come per introdurre un argomento, Anna mi punta gli occhi addosso come due riflettori, non ho niente da dire ma sento di non potermi tirare indietro e mi metto a raccontare di quello che mi è successo al supermercato.
“Facevo la spesa e, be’, arrivo al reparto del cibo in scatola e vedo un vecchietto, tutto curvo, che fa così”, mi alzo e inizio a ficcarmi sotto la maglietta quello che trovo sul ripiano della cucina, l’interpretazione del vecchietto che furtivamente si imbosca le scatolette di tonno è magistrale e strappa ad Anna una risata a testa reclinata, “io mi blocco e penso di andarmene, fare finta di niente, capisci? Non volevo farmi coinvolgere in una situazione del genere, ma il vecchietto mi vede ed è la classica situazione da io so che tu sai, eccetera, e il vecchietto ha in mano una scatoletta e se la nasconde dietro la schiena, così”, passo la mano tremolante con la scatoletta di tonno dietro la schiena.
“Che tenerezza”, dice Anna. 
“Già - le faccio eco io - e rimaniamo fermi a guardarci finché il vecchietto dice: ‘Non chiami la polizia, per favore, mi lasci andare, la supplico, mi lasci' - faccio una vocetta stridula e tremante, con il sibilo delle bocche senza denti - sono paralizzato, il vecchietto si comporta come se lo stessi trattenendo fisicamente, per qualche motivo mi sento in colpa, non voglio essere implorato, non mi piace quel tipo di potere”.
Anna ha smesso di rimestare nella pentola e mi guarda. 
“Cos’hai fatto alla fine?”, lo dice con il viso sorretto da entrambe le mani, i gomiti poggiati sulle ginocchia e le punte dei piedi piantate in terra. Mi prendo il mio tempo per rispondere, alzo la maglietta e lascio cadere sul ripiano della cucina le scatolette, riprendo posto e la guardo, sorrido. “Cos’ho fatto. L’ho lasciato andare, ovviamente.” 
Anna tira un sospiro di sollievo e io bevo un sorso di vino per calmarmi. Il suono di un antifurto mi fa
sussultare, sbatto una gamba contro il tavolo, Anna se ne accorge e, voltando solo la testa, mi chiede se va tutto bene. 
“Sì.”
“Sicuro?”
“Forse dovremmo andare a controllare perché, ecco, prima di salire ho... be’, c’era un tipo che stava cercando di scassinare un’auto.”
Anna spegne il fuoco sotto la pentola e si gira con tutto il corpo asciugandosi le mani su uno strofinaccio: “Cosa?!”.
“Ehm, sì era lì che armeggiava e...”.
“E non hai chiamato la polizia?”
“Be’ no, ma...”
Lascio in sospeso la frase, che tanto non avrei saputo continuare, perché lei è già fuori    dall’appartamento, la seguo nell’ascensore. Anna chiude gli occhi, inspira profondamente e si strofina la faccia con entrambe le mani. 
“Ma si può sapere perché l’hai lasciato andare?”
“Me l’ha chiesto per favore.”
“E gli hai dato retta?” 
“Aveva promesso che se ne sarebbe andato, avevo paura di fare tardi, la cena.” 
Anna apre la bocca per dire qualcosa ma ci rinuncia, ritira le labbra dentro la bocca, l’ascensore si ferma e lei corre fuori dal condominio verso lo spiazzo. La seguo. Anna si mette a urlare, dall’auto esce maldestramente una sagoma che si mette a correre, Anna si sfila una scarpa e gliela lancia, manca il bersaglio, io da dietro urlo: “Me lo avevi promesso, avevi promesso che non saresti tornato!”
Raggiungo Anna davanti alla macchina aperta. 
“Ma perché non me l’hai detto subito?” 
“È più complicato di quanto pensi”
“Allora spiegami.” 
Anna respira affannosamente per la corsa e per l’agitazione, non riesco a non guardarle il seno che le si gonfia, ha i capelli che le coprono una parte del viso e ha la bocca semiaperta, le labbra umide. Le scosto i capelli e mi avvicino per baciarla. 
“Ma che cazzo fai?!” 
Mi ritraggo, spaventato: “Pensavo fosse, insomma, era la spiegazione”. 
“Credo che te ne dovresti andare”, me lo dice con il piede nudo poggiato sopra l’altro, la scarpa che Anna ha lanciato è finita sul tettuccio di un paio di auto più in là. 
“Mi dispiace”, mormoro a testa bassa. 
“Chiamerai la polizia?”, non so perché me ne preoccupi, con un’espressione sconvolta mi dice: “Davvero?”.
Mi allontano, mi giro per vedere se mi stia guardando mentre me ne vado: no, non mi sta guardando. Dopotutto perché dovrebbe? Si è accovacciata all’altezza del nottolino e sta passando un dito sulla carrozzeria.

Testo Simone Traversa
Illustrazione Giulia Pex

lunedì 20 novembre 2017

*****




È una serie di schianti di schianti di schianti di schianti a svegliarti, a interrompere processi di condensazione, a tranciare traiettorie di spostamento, a vanificare sforzi di un inconscio lanciato centrifugo dal gorgo del non detto in veglia – la sveglia non ha fatto in tempo, anticipata da una sequela di urti entrati dapprima nel basso ventre a scuoterti le viscere per poi fare lo stesso col letto; prima ancora di trapanarti in sincopi le orecchie e scendere a incontrare all’altezza dello sterno la prima scarica di onde salita dal basso – dal basso proviene il fracasso: dal basso, però, di un ambiente esterno a quello del tuo corpo stupito, un ambiente che vai a consultare, finestra tua in aiuto, per comprendere, speri, che cazzo sta succedendo là fuori.
Due scie di auto lunghe un chilometro e continuamente alimentate dal didietro non procedono: la tangenziale, sospesa tre metri sotto il tuo punto di osservazione, è una vasta lamiera che offre le terga a un tentativo frustrato di sodomia a catena a opera della più grande varietà di parafanghi in arrivo: non penetrano ma continuano a schiantarsi a schiantarsi a schiantarsi a schiantarsi e deformarsi, a far saltare fari posteriori e anteriori, a far concavi bagagliai, a sbriciolare vetri, a stimolare ingegni bestemmiatori a ogni nuovo componente che si aggiunge ai serpentoni auto-alimentati che ti hanno buttato giù dal letto. Pochi metri ancora più in basso la linea del tram imita lo spettacolo di sopra.
Prima di iniziare a capirci qualcosa, prima di ogni volontà, attraversi in un secondo un’innumerevole quantità di pensieri, dai più neri ai più gai, dai più nobili agli inconfessabili: meditazioni sincrone che ti fanno esplodere la testa. Dal profondo delle tue sensazioni impastate, dal nucleo delle idee fuse, fuoriesce un boato che ha poco di umano ma che sei tu a produrre a bocca spalancata, con occhi iniettati di sangue, proiettandolo fuori dal rettangolo da cui ti sporgi, pericolosamente, per meglio puntare il getto verso chi si affanna laggiù per tirarsi fuori d’impaccio, sulla sopraelevata: quasi a vomitarglielo addosso. Sembra non finire più: ti rimane in testa una volta estinto, provi a scacciarlo ma si è mutato in fischio costante, sottofondo e tortura, che si avvolge come filo attorno a una matassa di voci di te che ancora cianciano a tutto spiano e a intermittenza si svolgono e avvolgono, svolgono e avvolgono, svolgono e avvolgono...
Sono tutti fuori uso, ecco il fatto: ceppi di ganasce abbandonano il loro equilibrio di spinte su tamburi – ogni sorta di attrito radente va a farsi benedire – capi di nastro scioperano strappati via da cerniere e da leve di co- mando – piste di strisciamento inerti – bracci di leva non ne vogliono più sapere di tramutare trazioni in pressioni contro cerchi – flussi di aria caparbia se ne infischiano di dispositivi che pretendono di sfruttarli ai propri fini: fottuti tutti i dragster, tutti i flap su fusoliere di aeroplani. Sono tutti fuori uso, ecco il fatto: le redini non hanno più niente a che fare coi cavalli – la gente in strada in casa al bar si scrolla di dosso ogni rassegnazione a ogni stato di soggezione; i disordini interni ed esterni di ogni essere umano si moltiplicano, così come si moltiplicano, espliciti, gli istinti di ogni fatta – si dà sfogo si dà sfogo si dà sfogo si dà sfogo... tutti, tutto, a tutto.



Il quadro ti è divenuto chiaro dopo esserti scaraventato sul ballatoio e giù per le scale; una volta oltrepassato a grandi passi l’interno uno al pianterreno, dal quale ti giunge l’immutato pianto isterico della piccola; una volta uscito in strada...
Un vocabolo come sparito da un dizionario, che si è portato via dal mondo significante e significati, ti fa sentire il peso di un’assenza tanto più influente di mille presenze affastellate, e se poni mente alle conseguenze che avresti immaginato per un simile avvenimento, ecco che quelle conseguenze sono tutto il contrario di ciò che sta accadendo. Perché ti saresti figurato, in assenza di quella combinazione di cinque lettere che pare averti abbandonato – avervi tutti abbandonati – un mondo di scorrevolezza assoluta. Invece a non aver più nessun tipo di ***** la realtà si rivela a intoppi: se vuoi spostarti da un punto a a un punto b devi fare i conti con un’infinità di punti intermedi che ti coinvolgono in reazioni incontrollate: punti intermedi in forma di incontri, voglie improvvise, subitanee secrezioni (emozionali e non) e così via...
Difatti, oltrepassato il cancelletto pedonale dall’interno del cortile, il tuo sguardo si arresta sulla pensilina della fermata del bus: copertura in vetro con apposito spazio per cartelloni pubblicitari: apposito spazio che ti schiaffeggia gli occhi con l’immagine di quattro natiche ben fatte dei due sessi, ornate da biancheria intima d’indubbia qualità.
Subito ti metti ad armeggiare coi bottoni delle brache, indeciso se accordare i tuoi favori onanistici a questo o a quel didietro, ma, ahimè, il controllo di un autobus in discesa è assai problematico quando non si disponga di strumenti di decelerazione efficaci, ed è così che muori travolto da altalenanti impulsi sessuali e da qualche ton- nellata di mezzo di trasporto pubblico.
Condoglianze.


Testo Carlo Sperduti
Immagini Simone Manfrini

lunedì 13 novembre 2017

Luci


Mi avevano detto che non ci sarebbero stati problemi, potevo prenderne quante volevo, avrei pagato tutto alla fine. La luce, è la luce che dà alla testa in questo posto. La percezione degli spazi è alterata, sembra tutto incredibilmente a portata di mano, non c’è orizzonte, o forse ce ne è troppo. 
Chi cresce qui sembra si porti dietro questa onnipotenza da sempre, assenza di limiti, che si risolve esattamente nel suo contrario, si risolve in paralisi, se posso tutto, se tutto mi è assolutamente concesso, che senso c’è, che bisogno c’è, che io faccia qualcosa. 
Me lo diceva oggi lui, con quella faccia scura, ma come ha fatto il sole negli anni a modificare così la pelle, pelle che impara a non scottarsi, a imbrunirsi, di generazione in generazione, o forse questo è il colore originale, siamo noi a esserci sbiaditi, lentamente, all’ombra, me lo diceva con la faccia scura e larga, gli occhi di pece, i denti bianchi come in una pubblicità di un dentifricio, ma fra poco probabilmente gli cadranno, sembra avere la mia età, ma sicuramente è molto più giovane, invecchiano presto qui, come cuoio al sole, per l’appunto, e il cuoio è di fatto pelle, mi diceva che potevo fare qualsiasi cosa, tutto quello che volevo, e quando gli ho chiesto cosa, per esempio, mi ha risposto sdraiati e prendi il sole. 
Mi sdraio, mi sdraio e prendo il sole e questa carnagione leggermente porcina si brucerà in un attimo, a meno che non mi metta le costosissime creme di protezione che ho comprato in aeroporto. L’aeroporto sembrava quello di una grande città europea o statunitense, pochissime facce autoctone, tutte persone felici di una vacanza. Vacanza costosa, da sfruttare fino all’ultimo, vedere tutto, conoscere, mangiare, parlare, abbronzarsi cosicché qualcuno chieda al ritorno, ma dove sei stato, io no, preferisco che nessuno me lo chieda, vengo qui troppo spesso perché sia felice di dirlo. 
Perché mi sono così affezionato a questo posto, avevo anche io la frenesia di girare e conoscere più posti possibili. Sta fermo e guarda il mondo che ti gira attorno, diceva qualcuno, io no, non capivo, mi sembrava che realmente viaggiare, se gli spostamenti asettici degli aeroplani si possono chiamare così, avesse un senso, un fine, un andare e un tornare, e non girotondi su se stessi, a caro prezzo. 
La prima che ho scelto mi guarda con grandi occhi scuri, sembra quasi curiosa, deve essere molto giovane. Non voglio spaventarla, non voglio che abbia una cattiva impressione, una cattiva sensazione. So cosa altro fa nella vita, temo, posso immaginare, in fondo sono qui per questo, ma non voglio averne la sicurezza. Non mi va neanche di utilizzare le poche parole che conosco della sua lingua, mi sentirei un deficiente, forse è orgoglio, e poi lei sembra conoscere qualche parola di inglese. Non le migliori, forse. Ignoro le sue domande, cerco di non arrossire, di non giudicare tutti quelli, europei bianchi ricchi e grassi che sono venuti prima di me. In fondo non sono tanto diverso. In fondo non ha senso fare paragoni. Vorrei si levasse i pochi stracci che ha, ma non riesco a chiederglielo, non voglio accelerare, c’è tutto il tempo. 


Inizio a fotografarle il viso, è stranamente pulita e curata, i capelli raccolti con un nastro colorato. Allungo una mano per scioglierli, dando il via, involontariamente, a un cerimoniale che non voglio sapere come abbia imparato. È bellissima, scrupoli e coerenze interne vacillano facilmente. 
Mi concedo una carezza su una spalla, sperando di non scatenare nulla, sento il rischio alle spalle, di lasciarmi andare. No, sembro essere in grado di controllarmi, in fondo fare foto ha una sua carica erotica, catturo immagini e messaggi e desideri. Finti. Vorrei poterla fotografare dopo, a fine giornata, quando torna a casa per consegnare i soldi della giornata. 
Le foto stanno venendo bene, ha una sensualità naturale, è a suo agio davanti all’obiettivo. Luce, c’è troppa luce, ubriaca. Un altro sorriso e queste foto saranno inverosimili, da studio con i riflettori. Provo a dire qualcosa, so che non mi capisce, cerco un tono minaccioso, che le levi quell’espressione dalla faccia. Uno sguardo, eccolo, uno sguardo impaurito. 
Ha un braccio sempre aderente al corpo, cerco di spostarlo, di vedere cosa c’è sotto. Cicatrice, ampia, senza segno di punti. Un bel taglio deve essere stato. Ora puoi anche sorridere, voglio un tuo sorriso e la cicatrice accanto. Voglio le bruciature di sigaretta della tua amica. Voglio che ti rivesti quanto più in fretta possibile. Voglio che il tuo amichetto venga anche lui, qui, che ti stia vicino. Voglio capire chi sarà il destinatario di queste foto. Cosa farci. Soldi. Denunce. Voglio non farmi vedere dal tizio a cui devo pagare tre ragazzini mentre vomito. Sulle loro cicatrici, e sulla mia erezione.

Testo Domitilla Di Thiene
Illustrazione Massimo Cotugno

martedì 7 novembre 2017

Baracche


Giovedì scorso è venuto John. Volevo che desse un’occhiata a Katie. 
Ho preso due sgabelli e li ho messi in un angolo della stanza, perché al centro si era formata una pozza d’acqua. Le scarpe di John erano due blocchi di fango.
“Katie sarà qui a momenti.” 
“Va a scuola anche con questa pioggia?” 
“Sì.” 
“Non le fa male?” 
“Avrà tutto il tempo per stare a casa con me.” 
John ha tirato fuori uno yo-yo. 
“Per Katie.” 
“Grazie.” 
“Di lavoro non ce n’è, così mi sono messo a costruire giocattoli.” 
Fuori la pioggia picchiava sui mucchi di fango, talmente fitta che non vedevamo nemmeno la baracca di fronte alla mia, da cui proveniva un odore forte di cassava bollita. Katie è comparsa sulla soglia, aveva il fiatone. 
Ha guardato John. Gocce d’acqua le colavano dal mento e dalle dita contratte nei palmi. È rimasta lì, indecisa. 
“Lui è John, un amico di papà.” 
È entrata. Mi sono tolto la maglia, le ho asciugato il viso e i capelli. Katie ha alzato le braccia e le ho sfilato l’uniforme. La camicetta sotto era umida ma calda. 
“Per te”, ha detto John, e ha lanciato lo yo-yo.
Katie ha seguito con gli occhi e la testa la rotella che scendeva e saliva, poi ha allungato le mani e John gliel’ha data. Katie ha mugugnato e si è seduta sulle mie gambe. Ha rigirato lo yo- yo tra le mani tenendolo alto sopra la fronte. Le è caduto per terra e si è messa subito a piangere. Ho raccolto lo yo-yo e gliel’ho riconsegnato, sperando che facesse un sorriso, o qualcosa che assomigliasse a un sorriso, ma le è uscito solo un ghigno strano. 
“Lancialo”, ha detto John. 
Stringendo il filo nel pugno destro, Katie ha abbassato bruscamente l’avambraccio. La rotella è caduta nel vuoto.
“Non così, ti faccio vedere”, John ha allungato le mani verso Katie, ma lei si è stretta lo yo-yo al petto e ha fatto un ringhio. 
“Lasciala fare - ho detto - Katie, ringrazia John”, Katie teneva la testa abbassata. 



“Si vede molto”, ha detto John. 
“Bimba, per favore, alzati un attimo.” 
Katie si è sollevata, lentamente. 
“Si vede molto - ha ripetuto John - hai parlato con la famiglia del ragazzo?” 
“Sarebbe inutile. Nessuno si prende in casa una ragazza così, tantomeno una ragazza così con un neonato.” 
“E i vicini? Vi daranno una mano?”
“Nessuno ci rivolge più la parola, per questo ti ho chiamato”, Katie si è messa a percorrere il perimetro della baracca col suo passo sciancato, ogni tanto si fermava e lanciava lo yo-yo come fosse una canna da pesca.
“Come va giù da voi?”, ho chiesto. 
“Ieri una donna è morta nei cessi pubblici. Stava facendo le sue cose quando la trave si è rotta, era fradicia. L’hanno trovata poco dopo, nella fossa, soffocata da quello schifo. I figli hanno radunato un po’ di gente e sono andati alla stazione della polizia a protestare. Li hanno bastonati.”
“Voi nuovi arrivati pensate che si possano cambiare le cose.” 
“Non ci siamo ancora arresi.”
“Nicolas come sta?”
“Vorrei iscriverlo a scuola.” 
Abbiamo sentito il rumore di lamiere che crollavano e voci che discutevano in un dialetto dell’ovest. 
“Cosa farai con Katie?” 
“Andrò a parlare con la preside.” 
John si è alzato, ha salutato Katie con un cenno ed è uscito nella pioggia.
Il giorno dopo, la preside, in piedi dietro la scrivania impolverata, sembrava sollevata di vedermi. 
“Signor Njeni, ha fatto bene a venire.” 
L’ho lasciata proseguire.
“Come immaginerà, non possiamo più accettare Katie.” Le parole che mi aspettavo. 
“Qual è il problema? Che è speciale o che è incinta?” 
“La pancia.”
“Almeno quella non durerà per sempre”, ho detto fissando il pavimento sporco di terra. Si sentivano le urla acute dei bambini nel cortile. 
“Quindi per Katie questo è l’ultimo giorno di scuola?” 
“Mi dispiace.”
Mi sono alzato e sono uscito. Nel cortile, vicino alla cisterna dell’acqua, un’orda di bambini si accalcava attorno a una ragazza coi capelli ricci e urlava: Mzungu, Mzungu!. Ho riconosciuto Hillary, la responsabile del progetto di inserimento. Mi sono fatto strada tra la calca. Molti bambini si sono allontanati, alcuni sono rimasti lì a fissarci.
“Buongiorno signor Njeni.” 
“Ho parlato con la preside.”
“Purtroppo non ha voluto sentire ragioni - ha detto Hillary - dice che la scuola ha fatto già molti sforzi per accogliere gli studenti speciali, accettare anche le ragazze incinte sarebbe troppo.”
“È meglio se non vi fate più vedere.” 
Hillary è diventata rossa in viso. 
“Lei ci accusa...?” 
“No. Ma se non foste venuti voi non avrei mandato Katie a scuola, non sarebbe stata violentata sulla strada del ritorno e ora non dovrei tenerla chiusa in casa per nasconderla ai vicini.”
“Capisco la sua rabbia, ma...” 
“Crede che un anno e mezzo di scuola abbia cambiato la vita di mia figlia, o la cambierà di più avere un figlio a tredici anni?” 
Mi sono vergognato della mia rabbia e ho abbassato la testa. Siamo rimasti fermi così per qualche minuto, la ragazza bianca e l’uomo nero, senza parole.
"Ha sentito del muro?”, ho chiesto. 
“Sì.” 
“Dove passerà?” 
“Vogliono isolare la zona dei nuovi arrivati, perché è lì che spesso ci sono proteste. Così possono controllarli meglio.” “Ieri ho visto John, dice che vorrebbe mandare Nicolas a scuola.” 
“Il muro glielo impedirà, i lavori finiranno la settimana prossima. Il governo vuole tagliarli fuori da tutti i servizi: vuole che questa baraccopoli non esista, che la gente se ne vada, sparisca da qualche parte.” 
“Ce ne saremmo già andati da questo schifo se davvero ne avessimo la possibilità.”
All’improvviso Hillary è scoppiata a piangere. Fino a quel momento avevo pensato che le persone bianche fossero tutte felici e ricche e contente. Mi sono ricordato la prima volta che ci siamo incontrati: era così fresca e entusiasta che mi ha conquistato all’istante.
Sono stato uno dei primi a decidere di mandare la propria figlia speciale a scuola. Ho preso Hillary tra le braccia e l’ho stretta a me, mentre intorno i bambini ridevano e correvano via. Quando l’ho lasciata, si è asciugata le lacrime, ha scosso la testa, poi è sparita nell’ufficio della preside.
Ho cercato l’aula con il numero sei: la porta era socchiusa. Katie era in prima fila, la pancia nascosta sotto al banco, yo-yo tra le mani. Si è voltata a sinistra e ha fatto cadere lo
yo-yo sul banco della sua vicina. Quella lo ha raccolto e lo ha fatto andare su e giù un paio di volte, poi Katie l’ha abbracciata e ha fatto un sorriso bello e largo. La voce dell’insegnante ha avuto un guizzo acuto di rimprovero. Katie ha sciolto l’abbraccio, ha afferrato lo yo-yo e si è ricomposta. Lanciava occhiate d’intesa alla vicina. L’altra rideva e ammiccava di traverso. Dal banco dietro, dove erano sedute tre ragazzine, proveniva un brusio divertito e partecipe. Una di loro ha sbirciato oltre la porta e mi ha visto. Ha allungato una mano, ha toccato la spalla di Katie e mi ha indicato. Mia figlia si è voltata e ha seguito la direzione del dito, ma non mi ha visto. Si è sistemata sulla sedia e ha raccolto una matita che stava sul banco con le dita contratte della mano destra. Ha fatto dei segni su un foglio che aveva davanti, stringendo forte la matita.
Quando ha finito, ha osservato per un po’ i segni sulla carta, poi ha chinato la testa ed è rimasta lì, ferma e serena, come un germoglio. Ho sentito un piccolo dolore all’angolo destro della bocca e ho capito che stavo sorridendo. 



Sono uscito dal cortile e sono sceso verso il settore dei nuovi arrivati. Il muro aveva superato la casa di John di un bel pezzo: l’ho costeggiato per una decina di minuti prima di trovare un varco. Tre operai stavano discutendo con dei poliziotti. Non hanno badato a me e ho proseguito lungo il muro, in direzione opposta. Nicolas stava giocando sulla soglia di casa: il braccio sinistro, l’unico che aveva, scavava nel fango. Gli ho passato una mano tra i capelli, mi ha guardato incuriosito.
“Ciao Kenneth!”, ha esclamato. 
“Ciao Nicolas, cosa fai?” 
“Scavo una buca che passa sotto il muro.” 
“Bravo, c’è il papà?” 
“È dentro”, John era già fuori dalla porta. 
“Prendiamo le vostre cose”, ho detto varcando la soglia. “Ma come...” 
“Fidati.” 
Abbiamo raccolto quello che c’era in casa. Poca roba: una pentola, un fornello a gas, mezzo pacco di riso, vestiti. Nicolas portava un secchio con dei giochi. Abbiamo attraversato il varco nel muro, poi su per la salita, fino a casa nostra. Katie era lì, con lo yo-yo.
“Katie - ho detto - l’uniforme”. 
Katie ha abbassato la fronte e alzato le braccia verso l’alto. Le ho sfilato prima le maniche, poi il collo. Ho stiracchiato l’uniforme e l’ho passata a Nicolas. 
“Provala”, Il bambino era perplesso. 
Ha guardato suo padre, che ha fatto un cenno di assenso. L’uniforme era troppo grande. 
“Vi trasferite qui.” 
John guardava Nicolas dentro quel vestito. 
“Grazie”, ha detto John. 
Siamo entrati in casa e ho raccolto le nostre cose, mentre Katie lanciava lo yo-yo e Nicolas faceva l’imitazione di un pesce che abbocca. Katie rideva. Abbiamo salutato John e Nicolas e ci siamo incamminati verso la nuova casa. 
Katie continuava a giocare con lo yo-yo.

Testo Davide Coltri
Illustrazioni Resli Tale

lunedì 30 ottobre 2017

Spaccavetri



Questa storia di spaccare i vetri cominciò con il primo vento freddo. Mi chiamò Spada per dirmi che si andava sul lungotevere.
Il primo giorno colpimmo una Panda parcheggiata dalle parti dell’Ara Pacis. 
Dissi: “La Panda, proprio la Panda?”
“Zitto”, mi intimò Spada.
E intanto Leo era già partito col bastone. Una botta secca ruppe il vetro posteriore della macchina. Era un lunedì sera piovoso e in giro non c’era anima viva. Solo un barbone a cui Spada donò un sorriso e qualche spiccio. 
Quella notte, tornato nella mia tana all’ombra del Gazometro, non riuscii a prendere sonno. Pensai a Roma come a una lunga lastra di vetro. Per scrollare via quei pensieri decisi di uscire di nuovo. Una volta per strada, iniziai a fissare i vetri delle macchine. La voglia di spaccarli montava dentro di me come un cavallo imbizzarrito. Sfiorai con la mano lo specchietto di una Land Rover, ma il coraggio era scappato via con Spada poco prima. E Spada non si fece sentire per alcuni giorni. Aspettai una sua telefonata mangiando, dormendo e accarezzando il mio gatto Santocane. Non ero più uscito, se non per fare la spesa, ma come in un sogno di luci al neon.
Poi una mattina che c’era un’aria frizzante di una primavera anticipata, Spada mi chiamò. Appuntamento da Stregoni sulla Lungaretta, dove ci vedevamo sempre col bel tempo per bere ai tavoli all’aperto; ma era ancora inverno e si spaccavano vetri. Non potevo fare altro che raggiungere Spada e Leo al bar. E un vetro lo spaccai pure io: era una Mini.
“Un colpo da biliardo”, disse Leo. 
“Zitto”, così Spada. 
Un attimo dopo eravamo di nuovo da Stregoni. 
“Ci si vede domani?”, Leo. 
“No, lunedì”, Spada. 
Nel giro di un paio di settimane eravamo arrivati a spaccare una decina di vetri ciascuno. Fu verso metà febbraio che superammo i cento vetri. Macchine e negozi, pure l’ufficio di un architetto in una via anonima dell’Eur. Uscì un articolo sul giornale. 
Leo fu lasciato dalla ragazza proprio il giorno di San Valentino. 
“Mi ha detto che ama Lucio, quello dell’alimentari. Voglio spaccare la sua vetrina”, disse. 
Spada lo fissò con due occhi di spillo e gli fece sparire la voce. Come al solito eravamo da Stregoni. Leo si appallottolò e lo vidi rotolare sulla Lungaretta come una biglia.
Qualche    giorno    dopo    la primavera piombò dal cielo di colpo. Ricordo che il sole aveva una specie di sorriso, come quello di Santocane e forse come il mio. In quei giorni ci muovevamo con molta cautela e mai insieme: arrivammo    a rompere duecento vetri in una notte. Anche in periferia: una volta a Primavalle, una a Testa di Lepre.
Proprio a Testa di Lepre sono stato rincorso da un meccanico. Quando lo raccontai a Spada, mi guardò come se fossi appiattito sulla strada.
Una sera Leo spaccò il vetro di un ristorante giapponese a Monte Sacro. 

Disse: “Ho sempre odiato il sushi, a lei invece...”
“Zitto.”
Marzo passò come un razzo. Un giorno spaccai la vetrina di un supermercato sotto gli occhi fermi di Spada. Fui ripreso da una telecamera, ma ero incappucciato. Un comico fece una gag in televisione citando la banda dei vetri.
C’era chi ci odiava, ma anche chi ci esaltava e chiedeva
interventi personalizzati. 
Una mattina come un’altra mi chiamò Leopoldo. 
“Spada si è accanito con lo specchio del bagno e ormai la sua immagine è compromessa per sempre”, disse con la voce affannata della paura.




testo Emanuele Kraushaar
illustrazione Chiara Lu

lunedì 23 ottobre 2017

Fare il morto



All’inizio i tuoi occhi sono aperti. Dopo che la voce avrà gridato o sussurrato occhi, la mano di lei passerà delicata sul tuo volto, dalla fronte al mento, e te li chiuderà, in un gesto che è talmente un cliché da risultare commovente. Adesso senti il calore della sua mano a due centimetri dalla tua fronte, come un piccolo animale che si è avvicinato per studiarti. Le sue dita profumano di frutta sbucciata al sole.
Parlano ancora tutti, c’è ancora tempo. Con la coda dell’occhio avverti le sagome indaffarate, uno spettacolo di dispersione cinetica. Lei tiene la mano immobile, in attesa che qualcuno le ordini di spostarla, dimostrando di essere una professionista seria, poco incline ai capricci così comuni tra le sue colleghe.
Vi siete conosciuti su un altro set, qualche anno fa. Avevate entrambi una parte in una miniserie bruttina ambientata in un albergo di Ostia nel ‘68. Lei era gentile con tutti, sempre allegra, capelli inquieti e camminata da adolescente. Le poche volte che vi era capitato di parlare appariva in soggezione. Era il suo primo lavoro vero, ti aveva confessato una sera particolarmente fresca, mentre fumavate una sigaretta sul balcone dell’albergo. Ti eri sforzato di dirle qualcosa, qualcosa di utile, o almeno di carino, ma alla fine sei rimasto in silenzio e sei rientrato, salutandola con un cenno della testa. Oggi sospetti sia diventata una di quelle attrici che lotta con tutte le forze per nascondere il proprio narcisismo, attenta a sminuire pubblicamente talento e bellezza, coltivando una modestia tossica che alla lunga, ne sei convinto, la farà diventare insana di mente.
La differenza tra voi è che tu, da qualche tempo, hai scoperto l’impossibilità di essere un attore completo, mentre lei certamente non si è mai posta il problema. Senza dubbio più bella che talentuosa, più sorridente che simpatica, più famosa che apprezzata. Una creatura capace di vivere agilmente a pelo d’acqua, mentre tu ormai annaspi come un cervo in una piscina.
Perché tu sai bene che si può fare tutto, tranne il morto. Una montagna, un albero in mezzo a una tempesta, il colore rosso, un pollo, la schiavitù, il cielo, l’estasi religiosa, l’ultimo uomo sulla terra, un onesto tabaccaio dal passato agghiacciante, tutte le cose che ti chiedevano di interpretare durante quei laboratori di teatro che frequentavi con tenace disperazione a vent’anni, mentre sentivi ancora calda dentro di te la convinzione di poter diventare un bravo attore.
Ma tu non sarai mai un bravo attore. Anche se tanti dicono il contrario e spendono i loro soldi per guardarti e ogni tanto ti consegnano dei premi. Non lo sarai mai finché non saprai fare il morto.
Lei ti sorride, la mano ha cominciato a tremarle appena. Il direttore della fotografia le chiede ancora qualche secondo, c’è un’ombra che non se ne vuole andare dal tuo volto.
Provi a pensare a tutti i morti che hai visto in vita tua. I tuoi nonni, tuo padre, i tuoi amici, tua madre, i tuoi cugini, tuo fratello. Le loro facce di cera gialla, il loro non essere più vivi. I morti non si lasciano imitare, mentre i vivi spargono pezzi di sé ovunque, senza pudore. Il tuo lavoro, fino a poco fa consisteva nel raccoglierli, e quando ci riuscivi qualcosa dentro di te tornava al posto giusto.
La prima volta che ti è successo avevi sedici anni, la tua immagine riflessa nello specchio del bagno in casa di Marcella Benetti durante una festa, il frastuono di musica e risate che arrivava dalla stanza vicina, e tu in piedi davanti allo specchio, nudo, a eccezione del grande reggiseno color panna che ti copre i pettorali precocemente pelosi. Lo hai trovato rovistando nella cesta dei panni sporchi e senza dubbio appartiene alla madre di Marcella, dato che la figlia porterà al massimo una seconda, a voler essere generosi. Quella è la prima volta che capisci di poter raccogliere pezzi altrui e farli tuoi. Nudo, con indosso un reggiseno. Ma non è una cosa sessuale, non sei eccitato, stai recitando. 
Davanti allo specchio illuminato con tre lampadine da 40 watt, una delle quali sporca di vernice bianca (il bagno è stato ridipinto da poco, si capisce dall’odore), stai provando a ricreare l’espressione e il gesto lezioso di portarsi una ciocca di capelli in mezzo ai seni che hai visto fare poco prima alla madre di Marcella Benetti, quando uno dei compagni di classe di sua figlia le ha detto, in modo sgrammaticato: “Giuro su dio che pensavo che lei era la sorella maggiore di Marcella, signora.” Quell’espressione che la donna ha fatto con il labbro superiore, come risucchiato in bocca, la mano destra a portare il ricciolo di capelli (dei bellissimi capelli, fra l’altro, mossi ma non ricci, scurissimi) proprio sul punto in cui i seni si uniscono (o si separano, a seconda dei punti di vista), e quell’occhiata a nessuno, sopra la spalla destra, di finto (o vero?) imbarazzo; ecco, è tutto questo che tu, davanti allo specchio, nudo eccetto il reggiseno, provi a imitare, anzi a incarnare meglio che puoi, e ti sforzi di farlo durare, assaporando l’emozione che deve aver provato (reale o apparente, e tra queste due parole c’è tutto il senso del mondo), perché sei convinto che quel gesto abbia a che fare in modo spaventoso con l’idea di bellezza e santità e hai paura che nella vita potrebbe non capitarti mai più il privilegio di appropriarti di una cosa così preziosa. 
Se qualcuno fosse stato al corrente di questo aneddoto, vi avrebbe probabilmente riconosciuto la fonte di ispirazione che ti ha fatto guadagnare la Coppa Volpi come miglior attore al Festival di Venezia (“Straordinario”, “Un’interpretazione memorabile”, “Un ritratto della femminilità come non si vedeva da anni”) l’anno in cui uscì Camilla: due destini il film in cui interpretavi una donna che molti anni prima era stata un figlio di puttana violento che, durante una notte all’insegna di droga e follia, aveva messo incinta una ragazzina di 16 anni per poi fuggire in Francia la mattina dopo. Quindici anni più tardi, Camilla (il film non approfondiva mai i motivi del cambio di sesso) tornava in Italia per incontrare Athos, il figlio concepito durante quella notte. Il gesto che Camilla fa durante il picco emotivo di una scena intima in cucina, con la luce del mattino che filtra dalle tapparelle (“La fotografia rispettosa esalta, senza mai prevaricare, la delicatezza della pellicola, quasi a voler sottolineare il pudore delle esistenze tormentate dei destini in gioco”), alla fine di una violenta lite che li ha portati quasi a massacrarsi a vicenda, mentre il suo emotivamente instabile figlio le sussurra: “Sei la donna più bella che i miei occhi vedranno mai”, quel gesto che fa Camilla con i capelli è, né più né meno, quello che ti guardavi fare per la prima volta allo specchio del bagno di Marcella Benetti, quasi quarant’anni prima. Ma la madre di Marcella, allora, era viva e aveva i capelli bellissimi e le sue tette avevano riempito quel reggiseno chissà quante volte e l’universo infinito dei pensieri abitava nella sua testa. Ma il morto no. Questo morto no. I morti non hanno universi dentro, solo burroni. E ora che sei qui, con la mano tremante di un’attrice diligente che ti fluttua sopra la fronte non puoi non chiederti come si fa il morto, cosa si deve pensare, cosa sentire.


Niente, probabilmente. Testa vuota, svuotata. Il pensiero deve andare da un’altra parte, mentre fai il morto. Il problema è che il pensiero non va mai da un’altra parte. Il pensiero può fingere di essere uscito a fare due passi, quando in realtà è ancora lì in un angolo buio, ansimando e sbavando in attesa di tornare da te. 
“Sai - dice lei, aprendo e chiudendo per qualche secondo la mano indolenzita - sono cresciuta guardando i tuoi film. Sei sempre stato un faro per me. Le volte in cui perdevo la rotta, intendo. Quando mi dicevo: smetti, ti stai facendo solo del male, lascia stare tutto. Insomma, ci tenevo a dirtelo.” 
Ancora una volta, come su quella terrazza a Ostia, non ti viene niente da rispondere. Lei distoglie lo sguardo, in imbarazzo. 
“Ti devo confessare una cosa", le dici. 
“Certo - dice lei abbassando la voce - certo, dimmi tutto”.
“Non credo di poter fare il morto", dici. 
"Non sono la persona più adatta per una cosa del genere, non ho molta esperienza rispetto a te", dice lei sorridendo, con una strana luce negli occhi. 
"Ho fatto tante cose, è vero, ma il morto purtroppo no, non credo di essere in grado. Tu l’hai mai fatto?" 
Lei si mordicchia l’interno della guancia. "Sì, due volte. La prima volta mi aveva sparato la mafia per errore, ero una vittima innocente, come si dice. All’inizio ero impaurita, ma c’erano tante persone intorno a me, facevano i morti anche loro, quindi mi sono tranquillizzata. Per tanti di noi era la prima volta, quindi l’abbiamo presa a ridere, sai com’è. La seconda volta ero una suicida, ero appesa al soffitto con un cappio, dondolavo piano piano, indossavo una scarpa sola. Non ero spaventata, quella volta, solo un po’ annoiata." 
Rimane in silenzio, la mano ancora fluttuante sopra la tua testa. "Quello che posso dirti è che devi solo restare immobile, ma proprio immobile. Devi trattenere il respiro, dall’azione allo stop, è abbastanza facile. La parte difficile più che altro sono gli occhi, devi guardare un punto fisso e aspettare che io te li chiuda. Vedrai che dopo sarà tutto più semplice."
Sei così stupida, pensi mentre le sorridi. Sei stupida e questa è la porzione di splendore che ti è concessa. Non hai bisogno di appoggiare la fronte alle pareti di casa, tu. Non ti servono punti di fuga, non senti l’eco del baratro quando cammini troppo forte, niente fori di spillo nel buio, quando ti addormenti. Tu profumi di frutta sbucciata al sole e merende in riva al lago. 
"Perché il tuo personaggio mi chiude gli occhi? - le chiedi - Che rapporto c’è tra di noi? Non mi sembra che ci conosciamo, nella storia." 
"Sono solo un’impiegata delle pompe funebri, un’impiegata compassionevole. Non è un gran ruolo, ho solo una battuta." 
"E così mi chiudi gli occhi per compassione?"
"Sì, per non farli vedere alle persone che ti vogliono bene. Se ti chiudo gli occhi, sembri uno che dorme. Se te li lasciassi aperti sembreresti uno che soffre." 
Forse l’unico modo per fare il morto, inizi a capire, è fingere di fare il morto. Hai sempre pensato che i morti fossero pesanti, ma ti sei sempre sbagliato. I morti sono leggeri, sono frivoli e stupidi. 
"Qual è la tua battuta?", le chiedi. 
“Condoglianze”, risponde lei. 
"Non devi preoccuparti - ti dice mentre due tecnici posizionano la macchina da presa - Andrà tutto bene", aggiunge sottovoce e ti fa un occhiolino agghiacciante, uno dei peggiori che ti sia mai capitato di vedere. 
“Grazie”, rispondi, e ricambi l’occhiolino. 
Così alla fine sarà lei a chiuderti gli occhi e tu dovrai solo lasciare che succeda. Semplice. 
Le voci si avvicineranno, diranno quello che dovranno dire, mentre i corpi indaffarati faranno quello per cui sono stati addestrati. La luce sarà intensa, ma non scalderà. La mano sorvolerà il tuo viso, planando lentamente. Gli occhi si chiuderanno e banalmente, stupidamente, farai il morto. E quando alla fine la mano di lei si allontanerà dal tuo mento potrebbe capitarti di provare una sensazione di lento annegamento, ma non dovrai avere paura. La stanza e i corpi delle persone dentro la stanza e le teste e gli universi infiniti che contengono precipiteranno uno dentro l’altro, come risucchiati da un foro sempre più grande. Passerà del tempo, ma lo stop non arriverà, il motore girerà a vuoto e anche dopo la fine della pellicola il regista rimarrà in silenzio e questo silenzio potrebbe durare un bel po’.


testo Antonio Marzotto
illustrazioni Martina Stocchetti