lunedì 20 marzo 2017

Il Picco del buio perpetuo

Incantato, ma no, ma che incantato, perso, proprio perso, straperso nella ricerca per immagini dello stambecco, animale che scientificamente, stando alla parte finale della celebre e immutata nomenclatura fondata da Linneo nel XVIII secolo, è chiamato Capra Ibex – ovvero “capra alpina”. Difatti, la parola “stambecco” altro non è che un calco dal tedesco “steinbock”, che vuol dire proprio “capra delle rocce”, visto che questo animale vive in altura, arrampicandosi sulle montagne.
Lo stambecco: che corna. Che corna, dio mio. Corna arcuate, che sembrano ritorte a spirale lungo il loro asse longitudinale; corna a forma di scimitarra, inscalfibili, puntute; corna pericolose, corna diaboliche.
Sono corna sproporzionate per animali dall'aspetto tutto sommato mite, davvero simili a capre domestiche, semmai dal pelo più duro e spesso, forse dalla muscolatura più tonica, e sì, anche maggiore altezza al garrese; ma conta poco, conta poco perché quelle corna, scure di pietra, geometriche escrescenze rocciose, sono armi primitive e tecnicamente perfette, e gigantesche, cinque volte più grandi e almeno dieci più pesanti del piccolo cranio che le sopporta. Sono corna che in alcuni esemplari di Capra Ibex arrivano a misurare più di due metri e mezzo di lunghezza, per un peso massimo di dieci chili ciascuna.
La foto di uno stambecco immortalato in cima a una sperduta altura del Kazakistan, cima che un sito riporta con il nome di "Picco del buio perpetuo" – traduco dall'inglese, a sua volta una traduzione di un dialetto kazako della suddetta area – ritrae la bestia dal pelo scuro, nero, ma uno strano tipo di nero, simile a quel nuovo Vantablack, cioè quel tipo di nero recentemente ricreato in laboratorio e che è in grado di catturare i fotoni, quindi la luce, senza farla rimbalzare; non so come faccia, e nemmeno lo riesco a immaginare, fatto sta che quel Vantablack cattura e fa sparire dalla vista i riflessi luminosi; e ogni oggetto avvolto nel Vantablack appare come un perfetto buco nero bidimensionale, diventa un oggetto irreale, privo di ombre e sfumature. Il pelo dello stambecco del Picco del buio perpetuo sembra, e sottolineo sembra, perché non è proprio la stessa cosa, dacché la luce in parte è riflessa e ne esalta anzi le forme muscolari, insomma, il pelo di questo stambecco sembra proprio di un diabolico Vantablack.
La bestia si staglia a malapena lungo la ripidissima parete scura sulla quale è arroccata, con un fianco totalmente schiacciato su di essa, gli zoccoli biforcuti delle zampe raccolti in una sottilissima striscia rocciosa che sporge. La scena è calata in una sorta di crepuscolo violaceo e turchese, e se non la si guarda con la dovuta attenzione, le forme, lo stambecco le rocce il crinale il cielo, si confondono in una macchia scura e compatta, i colori si mischiano azzerandosi, quasi a diventare un brutto disegno astratto: dei nuvoloni densi e oscuri, una tavolozza priva di contorni, e men che meno di significato.
Ma ricalibrata l'attenzione, la scena riprende subito i suoi veri connotati. E lo sguardo – o almeno il mio – corre immediatamente a puntare loro: quelle due corna bislunghe, interminabili, micidiali, perfette di un'armonia minacciosa; due archi scanditi dagli spessi anelli che ne segnano l'età, più lunghi dell'intero corpo dello stambecco, il cui volto, il cui volto?, il cui muso è rivolto verso l'obiettivo della camera – in poche parole, lo stambecco ci guarda. Mi guarda.
Lo stambecco è in silenzio.
Lo stambecco è immobile, volevo dire. (Ci sto riversando sopra un po' troppi significati, troppe proiezioni antropomorfiche, me ne accorgo; è solo una foto sullo schermo di un portatile, ma pare così vivida.)
Ora, dopo essermi informato su questa particolare sottospecie di Capra Ibex che vive solo in Kazakistan, o meglio, solo nei pressi del Picco del buio perpetuo, che è una cima minore, e nascosta, delle Montagne celesti kazake, scoprendo per di più che è lo stambecco dal colore più scuro e dalle corna più lunghe e pesanti, nonché più longeva (vivono per oltre sessant'anni, a fronte dei venti della Capra Ibex comune), sono tornato a fissare il muso, ma no, ma che muso, quello è proprio un volto, lo è, sono tornato a fissare il volto dello stambecco arroccato sulla parete del Picco del buio perpetuo. Dopo ho zoomato. Che occhi. Dio mio, che occhi. Occhi neri e lucidi, che riflettevano forse la luce chiara di un faretto puntato verso di loro, per scattare la foto. Che occhi. Privi di sclera, come tutti gli stambecchi, ma senza stacco tra pupilla e iride, come invece è riscontrabile in tutte le altre sottospecie di stambecchi. Due biglie nere e lucenti, quegli occhi. Due occhi muti e diabolici. Dello stesso peso delle gigantesche corna. Due occhi di pietra nera, levigata e riflettente. Dio mio, che animale.


Ne parlo con D., al bar sotto casa. Gli dico, per prima cosa, di come senza alcun motivo chiaro, ma così, proprio dal nulla, a un certo punto mi si è profilata la silhouette di uno stambecco, mentre stavo pensando davvero a tutt'altro, giuro, e questa apparizione sagomata e repentina mi fa dire: che bell'animale, lo stambecco. Fammelo cercare su Google Immagini – e qui, D. sbadiglia. Lo fa spesso, mentre gli parlo. Sbadiglia e poi ordina un caffè al ragazzo dietro al bancone. Subito dopo mi guarda, e a essere sincero mi pare attento, mi pare stia prestando attenzione. Quindi continuo a parlargli.
Sfortuna, nessuno dei due ha la connessione disponibile; così non sono riuscito a mostrargli la foto dello stambecco, e nemmeno a fargli vedere il sito che la ospita, e per giunta non ho potuto dar prova di nulla quando D. mi ha "fatto notare", in modo un po' sfacciato, a esser sinceri, che lo stambecco o Capra Ibex è un animale che vive solo entro l'arco alpino, e che è impossibile e inaudita una famiglia kazaka di questa specie, per giunta dalle corna che superano i due metri e mezzo di lunghezza e i dieci chili di peso ciascuna; senza contare che un nero del genere, “tipo pantablack”, mi ha canzonato D., in natura è impossibile: avrò visto una foto pesantemente ritoccata con Photoshop. Tutte queste cose, D. me le dice sorridendo, ma con un'aria vagamente annoiata, la voce stanca, quasi una nenia lontana, dolce, però disciplinata. Le palpebre gli sono pesanti sui suoi piccoli occhi azzurri. Finisce il caffe è si passa una mano tra i suoi piccoli riccioli biondi, che scattano come molle non appena la sua mano passa oltre, andando infine a stringere il bicchiere d'acqua.

Tornato a casa, verso le sette di sera, mi faccio una doccia. Al buio. Lo faccio sempre, quando voglio riflettere un po'. Mi faccio questa doccia al buio e ripenso allo stambecco diabolico del Picco del buio perpetuo.
Uscito dal box doccia, allungo il braccio a colpo sicuro per afferrare l'accappatoio che so essere appeso lì vicino. Ma vado a vuoto. Rimango in piedi. Ho gli occhi aperti, ma non vedo nulla. Tutto nero. Un breve scatto metallico arriva dall'alto, da sopra la porta, che è sormontata da un piccolo scaldabagno. Lo scatto metallico precede l'accensione di una piccola luce rossa, che si illumina quando lo scaldabagno è acceso e attivo. È una piccola luce segnaletica, che si accende da sola ogni quarto d'ora. In circostanze normali, nemmeno si nota. Ma ora è buio totale, è nero denso.
La piccola luce rossa si accende. Sferza obliqua, un taglio color rubino, ma opaco, sul mio viso; sulle mie braccia. Sulle mie mani. Le vedo riflesse, davanti a me, nello specchio. Un rosso opaco e piatto. Alzo lo sguardo, ma istintivamente con una rigida cautela, i muscoli del collo pesanti e tesi, una forza, una pressione, una certa gravità mi trattiene, cerca di rimandare un esatto momento per il quale credo sia ancora presto.

Mi viene da pensare a D., a una certa frase che ha detto, ma no, non alla frase, la frase è nulla, mi è rimasto sgradevolmente impresso il modo, il modo in cui l'ha detta: «E allora?, oh!, qual è il punto?» Ha pronunciato la domanda, be', domanda, diciamo pure il rimprovero, ha pronunciato questo rimprovero senza guardarmi, perché in effetti stava guardando il ragazzo dietro al bancone e, contemporaneamente al rimprovero, su per giù nel momento in cui ha detto la parola "punto", gli ha fatto, al ragazzo, il gesto di un bicchiere, di un bicchiere d'acqua, e subito dopo l'occhiolino. In quell'istante ho pensato che fra me e D., in quel momento ma forse anche in generale, la distanza fosse incolmabile, come se ci trovassimo in due luoghi differenti eppure minimamente collegati, non so, come se entrambi stessimo sullo stesso meridiano, ma non sullo stesso parallelo. E poi, da quando l'ho sentito pronunciare con sufficienza «arco alpino», cioè quando mi ha spiegato che è lì e soltanto lì che gli stambecchi vivono, non so, me lo immagino, oltre che lontano da me, lontano dal terreno, come sospeso fra una cima alpina e un nembo canuto e denso, sospeso e regale, coi suoi piccoli occhi azzurri, i riccioli biondi, riflettenti la luce del sole mattutino, quasi dei fili di luce gli si irradiano sopra la testa a formargli un'aureola – e io?, penso di rimando, con uno scatto del pensiero. E io? Negli abissi profondi, nelle ombre infernali?

Nello specchio, la mia figura color rubino, ma quasi diafana, persino tremolante, eppure al tempo stesso uniforme e piatta, un pieno contrasto tra nero e rosso, mi è perpendicolare e remota, a pochi palmi. Sono io. Sono io, dal collo in giù.

Che occhi. I miei occhi: che occhi. Neri, senza iride né sclera. Grandi e pieni. Tondi. Che sporgono da un taglio obliquo, lanceolato, ma che non riesce a contenerli per intero. Gli occhi che ho sempre desiderato.
E le corna? Due corna piene, spiroidali, arcuate, lunghe e alte, che ricadono fino a metà della schiena, come una criniera folta e virile, disciplinata e marmorea. Le sento pesare come dei tronchi d'albergo di montagna, ma il collo, un collo muscoloso, muscoloso il doppio di un qualsiasi collo umano o animale, non solo regge lo sforzo, ma ne trae godimento, è una tensione voluta, afflusso di sangue continuo che genera un fremito simile a un orgasmo: parte dalla nuca e giunge fino alle spalle, irrigidendo persino le mascelle, chiuse, irrimediabilmente serrate, al punto che il desiderio di aprirle, di fare una smorfia, di prendere aria, sento non essere nemmeno lontanamente possibile. Vedo muoversi, sul viso riflesso dallo specchio, soltanto due larghe frogie piatte, si spalancano a formare dei cerchi neri, in rilievo, appena sopra la bocca serrata, per poi richiudersi, ma non completamente. Il ritmo di quel respiro è lento e regolare, come l'afflusso del sangue che avverto scorrere all'interno del collo, e come l'andirivieni dei miei pensieri, tutti virati al rosso opaco e rubino.

D., scusami: guarda qua: cosa leggi: lo leggi: "Stambecco asiatico"? No? Scendi da quella nuvola, D. Non sei poi così angelico. Non sei poi così regale.
Lo stambecco nasconde, per forza, un segreto di architettura biomeccanica in quelle sue corna così sproporzionate e incoerenti, e non è un caso che mi venga a mente la parola: Diavolo.
D., scusami, insisto: questo maledetto stambecco asiatico esiste, guarda, guarda qua, e guarda bene, mi vedi? Adesso mi vedi? Ce l'hai davanti.
E se meritassi davvero l'esilio in un posto che si chiama Picco del buio perpetuo? E se fossi già lì, accolto con placidi e diabolici sorrisi da tutti gli altri?

Sul Picco del buio perpetuo si aggirano spesso, d'inverno, cacciatori kazaki bardati di pelli e lane, armati di fucili rudimentali, dalle forme grezze e i contorni frastagliati, con una sola canna, lunga, lunghissima, almeno due braccia; sono fucili caricati con grosse palle metalliche, dal colore dorato. Questi cacciatori kazaki, in inverno, sul Picco del buio perpetuo, vanno a caccia del diavolo. Il diavolo è per loro questo animale a quattro zampe, un'ombra notturna in pieno giorno, silenzioso, visibile solo serrando un poco gli occhi, abituando il proprio sguardo al nero delle pareti del picco; si dice, fra i cacciatori kazaki di diavoli, che questo animale è un animale mansueto. Un animale che nessuno ha mai visto combattere, o attaccare un qualsiasi altro animale, men che meno esseri umani. Eppure si dice: state lontano da quell'animale diabolico dalle corna di scimitarra. State lontano. Fissarli a lungo, negli occhi, è pericoloso. 
 Una leggenda antichissima, infatti, racconta di un ragazzo, dal nome Shaizim o Shiezem, ogni volta che vien raccontata non è mai lo stesso nome, che un giorno, avventurandosi sul picco più basso delle Montagne celesti, disobbedendo agli ordini di suo padre, che voleva suo figlio a guardia delle sette capre che erano il suo capitale, si mise alla ricerca di una bestia dalle gigantesche corna a forma di scimitarra, e dal manto nero come la notte profonda. Il ragazzo rimase sul picco delle Montagne celesti per tre giorni, in vana attesa. Finché stremato dalla fatica e dalla fame, nel momento in cui decise di far ritorno, la strana ceatura gli si parò davanti, in una sottile striscia rocciosa lungo la parete scoscesa del picco. La leggenda dice: Shaizim, o Shiezem, si trasformò in diavolo, per aver guardato troppo a lungo il diavolo negli occhi.
Alcune versioni della leggenda continuano dicendo: suo padre, dopo tre giorni, preoccupato, si avventurò anch'esso sul picco più basso delle Montagne celesti, alla disperata ricerca di suo figlio. E lo trovò; e lo guardò a lungo; e diventò anche lui un diavolo del picco.

La cosa che mi mancherà di più? I suoni. Forse le melodie. Ma no, se ci penso bene mi mancheranno più i suoni, quelli isolati, il concetto nobile di suono – della melodia ho già il disgusto: mi sono congedato dall'umano così facilmente? Già ho dato inconsapevolmente l'addio all'alba? Quale alba. Io qui aspetterò soltanto colui che in me non crede, per mostrargli questi miei due begli occhi neri, e senza aprire bocca, dirgli: ora tu mi credi.



illustrazione: Eleonora Simeoni
testo: Stefano Felici

venerdì 17 marzo 2017

lintervallo pubblicitario - Il grande libro dei pugni


Lettura e bambini, si sa, non sempre vanno d’accordo. Quante volte hai provato a trattenere tuo figlio davanti a un buon libro, prima che lui scappasse a giocare in giardino o a guardare una cartone animato alla televisione?
Il grande libro dei pugni è un’avventura in pop-up che affronta in modo divertente ed educativo lo sterminato universo delle percosse, per avvicinare tuo figlio a un’esperienza di lettura più consapevole. Calci, pugni, ceffoni, manrovesci, scappellotti, cognacchini, pacchine, schiaffi, sganassoni, sberle. Pagina dopo pagina, tuo figlio apprenderà come ci si comporta a modino.
In un mondo in cui il fenomeno della violenza sui minori ha preso il sopravvento e, allo stesso tempo, l’educazione di una volta non gode più del credito che meriterebbe, Il grande libro dei pugni permette ai genitori di insegnare le buone maniere senza alzare un sol dito.
In perfetto accordo con quelle realtà editoriali sensibili nei confronti dei bambini affetti da disturbi dell’apprendimento e da problematiche di dislessia, Il grande libro dei pugni viene incontro – in modo nemmeno troppo figurato – ai bambini con DSA attraverso strumenti compensativi come botte e randellate.
Ma il GLP non colpirà soltanto i più piccoli, ma anche tutti gli appassionati di design, grafica e creatività a caccia di oggetti da collezione dall’originalità contundente…

illustrazione: Maria Garzo
testo: Martin Hofer


 


martedì 7 marzo 2017

Ruolo 3427, Roth contro Vendemiale

Alla fine la denuncia per plagio fu ritirata e il procedimento penale terminò in un nulla di fatto. Quanto ai danni, si divertirono a tenerci sulla graticola. Era una cosa molto più grande di me: il gruppo editoriale – di cui mi è stato espressamente imposto di tacere il nome – era un colosso, un mostro, un leviatano, ma l'autore che gli stava davanti era molto più grande del leviatano, aveva dimensioni da capogiro. Il mio avvocato era papà; il loro avvocato era una società di ebrei americani con i soliti nomi – Hoffman & Joffe, o una cosa del genere. Papà non conosceva l'inglese e per le traduzioni si affidava a una segretaria che si affidava a google translator; Hoffman & Joffe sostenevano che il foro competente per la controversia fosse New York.
Essere in causa con Philip Roth, per cifre enormi, lunghissime, cifre che non avrei potuto mettere insieme in una vita, e rischiare una condanna penale: l'enormità del fatto mi induceva a fare finta di nulla, e mio padre si comportava più o meno allo stesso modo. La causa Roth contro Vendemiale diventò, nelle nostre rare conversazioni sull'argomento, Quel problemino. "Notizie di quel problemino?", oppure: "Passa in studio, parliamo di quel problemino".
Fui graziato. Nel giro di sei mesi ci fecero una proposta di transazione non rifiutabile, un accordo su una serie di restrizioni a mio carico e un risarcimento danni simbolico: mille e duecento dollari per chiudere la questione, una somma irrisoria che pure era stata calcolata in qualche modo e sembrava portare un contorto messaggio sull'irrazionalità del mondo. Accettammo. All'appuntamento nello studio di mio padre, per chiudere l'accordo di transazione, mi aspettai fino all'ultimo di veder apparire il signor Roth in persona; apparve invece un referente italiano dello studio legale, dall'accento toscano. Firmammo. Notai che anche l'avvocato, come il suo mandante, aveva la testa calva e una corona di capelli neri alle tempie e sulla nuca.
Non posso fare riferimenti espressi all'opera che avrei plagiato, il che vuol dire che non posso citarne brani, titolo o trama, e mi è stato imposto di non ripubblicare il racconto che mi ha messo nei guai, né in forma integrale né per estratto. Nulla però mi vieta di raccontare quello che è successo: cercherò di farlo muovendomi fra questi paletti.

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Il titolo del romanzo di Roth aveva un'evidente, parodistica impostazione da storia di spionaggio e citava un personaggio shakespeariano divenuto emblema per l'ebreo della diaspora – non posso essere più chiaro di così. Lo lessi: come per molte cose di Roth, non fui in grado di esprimere un giudizio nitido alla prima lettura. Non avrei saputo dire se mi avesse attratto in qualche modo o solo annoiato; la sua bellezza era frammentaria e folle; il romanzo iniziò ad affascinarmi per lenta intossicazione, alcuni giorni dopo averlo finito. Lo rilessi e mi trovai più confuso di prima: possedeva la mistificazione e le riflessioni ampie della letteratura, ma aveva l'andamento illogico della vita reale. Nel libro le cose accadevano per affastellamento, senza un disegno, o secondo un disegno talmente astruso da sfuggire allo sguardo – almeno al mio. La vita reale, mi dissi, è a questo modo: ecco il fascino che subivo, assieme alla grandezza dell'espediente che faceva da presupposto alla vicenda e che non posso citare senza violare gli accordi firmati. Mettiamola così: grazie a questo espediente la storia si presentava come realtà, ma si scontrava senza compromessi con il falso, contro un falso incarnato da un doppio dell'autore, replica grottesca della cosiddetta realtà. E dallo scontro era la realtà a uscire a pezzi, amputata del suo presunto contenuto di verità. L'ultimo romanzo di Ellis, che aveva per protagonista Ellis, cercava di fare la stessa cosa ma combinava un pasticcio repulsivo; Walter Siti e la sua brillante storia autobiografica ci prendevano in giro con furbesche premesse che negavano la verità di tutto quel che seguiva; in Roth, in questo Roth casuale come è casuale la vita, in cui il verosimile se ne andava al diavolo proprio come succede nella vita, falso e vero erano la stessa cosa e possedevano lo stesso valore. Il tutto accadeva contro lo scenario torbido e stilizzato di una vicenda di spionaggio, di simulazione e inganno: il risultato era allucinatorio. Senza averlo capito o apprezzato fino in fondo, mi misi a dire in giro che il romanzo era un capolavoro. Di lì in poi mi lasciai ossessionare dalle autobiografie fasulle. Misi ad apertura del mio romanzo – autobiografia fin troppo reale – qualcosa di molto simile a quello che avevo letto in Roth, una sola frase equivoca, ambivalente, che poteva riferirsi tanto alla premessa che seguiva quanto al romanzo che introduceva. Questa confessione è falsa.

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Ricevetti una telefonata di congratulazioni dal mio vecchio editore:
– E bravo! Un racconto pubblicato su Altri argomenti! Come chi? Chi è che scriveva lì su? I due pelati col pizzetto, quelli giovani. Bravo Vendemiale. Fra un po' ti esce il romanzo pubblicato dal cavaliere, fai il botto e mi ricompri tutto lo champagne che ti ho offerto.
Ridacchiai, feci qualche domanda di circostanza, parlammo del più e del meno e chiudemmo la telefonata. Diedi per scontato che quella battuta sul racconto pubblicato da Altri argomenti fosse uno scherzo bizzarro e surreale, e me ne dimenticai in fretta.
Le seconde congratulazioni mi arrivarono per mail, da Bellomo, e non fui in grado di collegarle alle prime. Nuove congratulazioni da parte di un cugino giornalista mi costrinsero a rimettere insieme i dati: fui sfiorato dall'inquietudine dell'assurdo e feci una ricerca in rete senza grandi risultati, scoprii solo che vendevano Altri argomenti alla Feltrinelli in centro. Lì presi per la prima volta la rivista fra le mani: aveva le dimensioni di un quadernetto e un'impostazione sobria, non contemporanea. Lessi il colophon, passai a scorrere l'indice; il racconto di Eugenio Vendemiale, pubblicato a pagina 47, era intitolato La messa è finita: una sfacciata storpiatura del titolo di un mio inedito. Trovai in fretta decine di spiegazioni plausibili per sfuggire all'inspiegabile e sedetti al bar con una birra, a leggere il racconto. Le tre paginette mischiavano con qualche limatura alcuni dei brani che avevo pubblicato in rete su un mio blog, Vendemiale scatenato, cancellato per sempre assieme alla definitiva chiusura di Splinder. Se vi interessa, un link dal titolo Vendemiale scatenato esiste ancora in rete, ma porta nel nulla ed equivale a una lapide per quella che un tempo è stata la mia esistenza pubblica, un'esistenza pubblica che si riduceva a una ventina di lettori al giorno. Finendo la birra e rileggendo il racconto e usando la ragione limitai il novero dei possibili autori di questo scherzo da prete a un terzetto, ai soli che conoscevano Vendemiale scatenato e anche il titolo del mio inedito. Mi dissi che era stato Bellomo, forse per realizzare un qualche suo perverso progetto artistico. Fui persino lusingato e fiero di essere arrivato alla pubblicazione per qualcosa di mio, anche se l'autore di quel racconto non ero io. Non ne parlai in giro, ma scrissi una mail all'ufficio diritti di Altri argomenti, per sapere qualcosa in più dell'intera storia – e, lo confesso, per bussare a denari. Non mi hanno mai risposto.

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La farò breve. Da un lato mi dissi che, se Altri argomenti mi aveva pubblicato una prima volta, avrebbe di certo potuto pubblicarmi una seconda volta. Dall'altro lato un indefinibile sentimento a metà fra l'indignazione e lo stordimento – dovuto alla subdola violazione della mia identità, al fatto che mi avessero trasformato in falso – mi spingeva all'autorialità. Iniziai a scrivere di getto un racconto in cui incontravo il mio doppio usurpatore al bar di un hotel, dove ci mettevamo a discutere di letteratura. Era tanto postmoderno: la rivista non avrebbe potuto rifiutarlo. Come spesso accade, dopo l'entusiasmo iniziale per la storia ebbi la triste impressione di star componendo qualcosa di noioso. La chiacchierata fra il vero Vendemiale e il falso Vendemiale non decollava. Decisi di fare come faccio sempre in questi casi: dare alla storia una bella spennellata di sesso. Emerse naturalmente, da qualche parte della mia psiche, un'idea: il falso Vendemiale avrebbe avuto una menomazione orrenda, avrebbe avuto un falso pene di plastica, manovrabile attraverso una pompetta elettrica. Con la stessa inconscia spontaneità misi al bancone del bar un cameriere che a un certo punto della storia si chinava all'orecchio del Vendemiale-autore per sussurrargli l'offerta di un pompino. In qualche modo chiusi un racconto mediocre e lo spedii ad Altri argomenti, assieme a una lettera d'accompagnamento verbosa che alludeva allo sdoppiamento. Non mi hanno mai risposto.
Mi scandalizzai per il loro silenzio, mi impuntai, mi persuasi che il racconto valeva qualcosa e trovai un secondo editore bolognese, una piccola rivista letteraria senza lettori di cui non posso citare il nome. Mi pubblicarono. Tre mesi dopo l'uscita della rivista arrivò la denuncia per plagio. Non credetti alla verità dei fatti finché la rivista non fu sottratta ai suoi inesistenti lettori e la causa per plagio registrata a numero di ruolo 3427.

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– Ci è andata di culo.
Questa è la solita frase che mio padre sfodera per chiudere l'intera vicenda, ed è una frase a cui mi attacco. In fondo – mi dico – questa è la vita reale: qualcosa che va o non va di culo. Resta però un fatto, che è una presa in giro ai miei danni: un riflesso di falsi e doppi, la replica di un plagio che, alla fine dei conti, mi è costato mille e duecento euro.
L'identità pubblica è essa stessa una falsificazione, una bufala. Sono allo stesso tempo un autore pubblicato e un ambizioso falsario sconosciuto ma, dato che esistiamo a patto che qualcuno ci osservi e ci valuti, esisto più chiaramente nella prima identità, che è falsa. Nella seconda sono stato semplicemente sfiorato da Philip Roth, e a questo punto non sono nemmeno certo che lui esista.

testo: Eugenio Vendemiale
immagine: RUPE



lunedì 9 gennaio 2017

strip advisor _ calpestare gli Dei [ 06 ]


19.08.16 
Sesto Giorno: dalla Val d'Oca a Maialmorto


08:21
Poi ho dormito, eh.

12:02
Ora che sono arrivato quasi alla fine mi rendo conto che lungo tutto il sentiero a cambiare non è il paesaggio, o il dialetto degli indigeni, i sapori degli insaccati, la frequenza dei segnali CAI o l'odore dei calzini. Sì, cambiano tutti, ma quello che cambia davvero è il modo in cui il cammino racconta sé stesso.

Quando cominci a camminare ti racconta la strada un pomposo borghesotto, Ragionier Decanter, molto fiero delle sue zolle, ammiccante, gonfio di Storia, che indica dappertutto per farti riconoscere le cose che gli appartengono - lui ha solo specialità, e non riesce ad ammettere di non saper fare il pane. Dopo un po' che straparla viene interrotto bruscamente da Zi'Leccio, che parla più piano ma finalmente ha qualcosa da dire, anche se preferisce che a volte sia tu a dirla come pare a te. È generoso e chiede giusto un po' d'attenzione, racconta la parte più avvincente, ma non riesce a parlare a lungo, si affievolisce, sonnecchia, poi magari ha uno scossone e urla una poesia, breve però, si assopisce di nuovo, racconta nel sonno... Zi'Leccio? Niente, secco! E adesso? Chi finisce di raccontare?
Passa un tossico. La sua tag è Hwtz, lui è abbastanza giovane, puzza di chimico, espressione assente, vestiti logori, tutti i denti parecchio marci. Tu non lo guardi ma lui t'ha visto. Vuoi l'MD? Chiede, fai cenno di no col capo, ma lui ora è lì e ti guarda senza vedere davvero qualcosa. No dai, maddavero? Ormai vuoi sentire la fine della storia, non c'è alternativa e allora chiedi a lui. Quello smascella, annuisce, racconta. Ma è uno schifo, non si capisce niente quando parla, sbaglia la grammatica, usa abbreviazioni, ripete pure le cose dette dagli altri due, ma le dice male, una sopra all'altra, e ha la fiatella da vino rancido. Poi ci prende pure gusto, s'infervora, inizia a gesticolare, fa dei suoni, prova anche dei passi di balletto, ma è tremendo, ridicolo.
E allora ti rendi conto che il racconto ti piace anche così, che alla fine non è colpa sua, son state le cattive compagnie, alla fine un suo stile Hwtz ce l'ha, e allora sì dai, vai fino in fondo. Frasi finali, pronuncia quasi corretta, un inchino storto e precipita a terra.

Ecco, nel caso la metafora non sia chiara, l'ultimo tratto di sentiero è talmente brutto che dopo un po' ti affezioni, quasi meglio anzi: di nuovo in fuga, stavolta dalla decomposizione, senza voltarsi indietro.

13:47
Non per essere volgare, ma da queste parti i ragni, invece di tessere, le ragnatele le scoreggiano.

14:33
Pranzo: Mezzomelone

16:25
A Maialmorto finisce per davvero, senza indicazioni, in mezzo a un porticato, in un fastidio simile a quello di Silente. Tra poco c'è il treno, un'ora e sono a casa.

Grazie di tutto, eh!


testi & disegni: RUPE


lunedì 2 gennaio 2017

strip advisor _ calpestare gli Dei [ 05 ]


18.08.16 
Quinto Giorno: da Minzione alla Val d'Oca



02:16
Piove. Ancora non lo so, ma la mappa è là fuori.

05:53
Pensieri notturni molesti e odore di scoreggia, non riesco a dormire. Faccio entrare alba in tenda.

10:46
Esco dalla CRAI con la mortadella. Ma la CRAI non era estinta?

11:01
Ancora asfalto, ma almeno la strada è crollata, e un cane cerca di spingermi nel baratro. Vuole la mia mortadella.

13:47
Un ragazzino porta l'acne con sé per farle vedere il cammino. Io porto la mortadella.

15:01
Non riesco a proseguire, devo mangiare la mortadella. Solo un panino, in vista del Monte Ade.

16:31
Pranzo: Panmortadella
Piove mentre mangio il resto della mortadella con vista sui cassonetti della differenziata. Una giovane coppia apparente si aggira inquieta in cerca di qualcosa, mi passano accanto, c'è ancora un etto di mortadella, ma loro non vogliono fare amicizia. Scompaiono in direzione del monte, che in realtà non è manco una collina, ma sembra immenso agli occhi di una pianura.

16:59
Salgo sul Monte Ade, sudo come un noto insaccato rosa coi grasselli e i pistacchi. La coppia di prima sta scendendo, dalla loro espressione capisco che cercavano un luogo e l'hanno trovato, quest'anno partecipano alla Fiera del Mugolone Inquattato e si stavano allenando. Secondo me la vincono, si vede che è amore vero.

17:22
Vetta del Monte Ade, sono circonciso dallo spettacolo immenso - riesco a vedere molte cose piccolissime, perlopiù verdure, autostrada e pale eoliche.
Finge di piovere, ho i piedi caldi.

18:45
Passando per il Monte Bombolone scavalco illegalmente una recinzione per vedere da lontano un leone. Adesso devo scegliere se preferire l'animale o l'audacia.

20:18
Cena: Fagioli alla Schiumachimica
Dimoro in riva al tramonto, tra le zolle di Val d'oca, terra natia di Fantaghirò.
È l'ultima notte, ci ho pensato molto e ho deciso che, invece di finire il cammino domani, vivrò per sempre così: ingozzandomi di more, scaciolandomi i grumi tra le dita dei piedi, attingendo l'acqua dai tubi che sgorgano dal terreno e salutando tutte le persone che vedo - tutte, cazzo! Ora devo solo capire dove si attacca la PlayStation.

21:56
Mi ipnotizzo alla luce della discotorcia e ai suoi fantainutili fasci laterali.
Ti saluto.

01:12
Non riesco a dormire, ho una zolla in un fianco e anche se vivrò per sempre così questa è comunque l'ultima notte a calpestare gli Dei, e m'inquieto.
Esco, vado a in cerca di un temporale che fa brillare le nuvole su Maialmorto. Trovo un lastricato di caccacavalla, poi una strada asfaltata, l'ennesima, poi una piazzola, si aprono gli alberi e ad una collina di distanza sembra esserci una gran vista. Ho una discotorcia e voglio andare su quella collina.
Scendo, quasi una corsetta, l'erba è facile, mi invento la strada che inizia a salire, l'erba è più alta, ci sono i rovi, ma io vado a vedere una discoteca nel Valhalla, non potete fermarmi. La salita diventa intensa, i rovi più fitti, l'erba adesso non è più erba ma arbusti duri e piuttosto alti, cominciano le piante con i semi spinosi che si attaccano ai peli nelle gambe, inizio a sudare, poi i rumori di cose voluminose che si muovono invisibili intorno - siete lontane, non potete fermarmi! Sudo via quel che resta della mortadella e arranco in una giungla di rovi senza more, salgo, la salita è ancora più brutta, il fondo sconnesso e pieno di buche, le spine mi trattengono e strappano qualcosa, non potete, ancora semi spinosi, sudore, non mi fermo, altri rovi, spine, buche, sudo, Valhalla arrivo – a un metro, tra le piante, forterumore, fugaveloce, ÜBERSUINO!

Mi tranquillizzo e torno in tenda.


testo & disegni: RUPE


lunedì 26 dicembre 2016

strip advisor _ calpestare gli Dei [ 04 ]


17.08.16 
Quarto giorno: dal Passo del Futon a Minzione




13:41
Pranzo: Ceci n'est pas une paté du pomoduar asciutt avec panpucciato in acquacecia
Guardo le pale eoliche, poi i pannelli solari. Ho trovato una collina davvero ammodo.
Stamani ancora lungimiranti contemplazioni e qualche pensiero impuro, più uno scontro alla Sorgente dei Briganti con una muta di camminatori laziali. Tra di loro un mancato scambio di favori sessuali genera tensioni interne - ne approfitto e mi abbevero per primo.
Finisco di mangiare, metto tutto apposto, lego le scarpe stando attento a non odorarmi i piedi, e prima di ripartire guardo ancora una volta i pannelli solari lontani. Nella loro disposizione c'è un messaggio segreto, ma come decifrarlo?

14:21
Gli alimentari in paese sono chiusi, cretino” il messaggio era questo.
Sono a Madonna dei Fornelli, il posto è anonimo ma il suo nome mi piace molto, suona più o meno come “cara, ti amo, ma adesso vai in cucina”.

15:53
Mannaggia mi sono perso di nuovo.

19:58
Cena: Avansz du paté con contorno di madonne agli alimentari chiusi di Madonna dei Fornelli
Questa notte passerà in un castagneto sovrastante Minzione, a farmi una guardia un simi-cileno e un piccolo cane a cui hanno tagliato le antenne.
Nonostante continuo a non vedere le indicazioni e sbagliare percorso, sottolineando che la strada andrebbe fatta in verso opposto, ho avuto la prova definitiva che sono io ad avere ragione: per circa un'ora, lungo le colline che portano da Rancorosa a Piero Piange fino a Monticchirichì, un sentiero si è placidamente lasciato camminare portandomi in mezzo ad un maestoso gregge di pale eoliche! Tanta l'incontenibile emozione che ho dovuto abbracciarne una.
A pensarci mi emoziono ancora, ma la pancia dissente dall'entusiasmo, stasera quisquiglie, domani bisogna fare rifornimenti a Minzione.
Appresto!


testo & disegni: RUPE