domenica 30 aprile 2017

l’ELEFANTE

«Sognare un elefante, in genere, è buon segno»
(Antica smorfia napoletana)

Avevo sempre saputo che era sbagliato dare consigli a mio padre. Però quando venne a dirmi che si sposava di nuovo non seppi tenermela. Ero stato un ragazzo tiepido in famiglia e adesso da uomo me la prendevo calda come un orfano appena fatto.
“C’è un tempo per ogni cosa!” gli dissi cercando appigli nella Bibbia.
E non mi era sembrato il caso d’aggiungere che il suo non era più quello di vivere. In tutta onestà non saprei dire se a bruciarmi fosse la notizia che mi dava o la vaga richiesta di un aiuto in danari: stavolta voleva fare le cose in grande, finanche il viaggio che a causa mia aveva mancato nel matrimonio con mia madre. Era chiaro come una cartolina che la mia imprudenza di allora dava corda agli obblighi di oggi, e non credo mi andasse a genio.
Sono un uomo di seme antico, forse per questo gli dissi no. Un no senza speranza, senza ripensamenti possibili. Poco dopo seppi che aveva venduto casa, e che in lavanderia si faceva aiutare da una donna coi capelli bianchi ma ancora lunghi sulle spalle. Una di quelle signore che non sanno crescere.
Io, della sua attività, non avevo voluto sentirne: tutta la vita passata a ripulire sporcizie non poteva essere il mio ideale. Se proprio da una parte dovevo sistemarmi, sarebbe stato sul fianco di quelli che imbrattano, e avevo cercato lavoro in una pasticceria. Lì di certo non attaccai i manifesti riguardo i fuochi tardivi comparsi nella vita di mio padre. Ma non ero stupido, e capivo che quando il discorso girava su di lui, o qualcuno lo teneva ad esempio, in realtà c’era un senso nascosto, come un doppio fondo di valigia. In tutto ciò mio padre era rimasto uguale (a parte i capelli che gli erano rispuntati neri sulla testa), e nonostante quella volta gliele avessi predicate a colori, continuava a tenermi a giorno con certe telefonate lunghe e penose che lasciavo soprattutto a mia moglie. Un giorno poi ci invitò a cena, me e Laura.
“E tu che gli hai risposto?” le domandai già temendo che avesse accettato.
“Che almeno il dolce lo portavamo noi,” rispose calma legandomi le parole.
Io me ne andai in camera e accesi la tv sul canale dei documentari. Buona parte della notte la passai in chiaro, e il poco che dormii me lo presi di rabbia, di spalle a mia moglie e girato sul cuore.
Solo che al mattino mi ci volle un po’ per ricordare perché mai dovessi stare in febbre con Laura. Non posso farci niente: questionare con mia moglie mi ha sempre fatto sentire come un cencio dilaniato in un gioco di cortile. Mi misi d’impegno a cercare la cosa giusta da dirle, e mi sembrò d’averla trovata guardando sul comodino, dove l’agenda di mia moglie se ne stava al solito posto, una matita infilata tra le pagine. A quel punto mi alzai quasi senza pensarci, entrai in cucina e con quell’aria malriuscita che avevo addosso al mattino dissi:
“Ma guarda un po’ che vado a sognare stanotte!”
Bisogna sapere che mia moglie crede più ai sogni che al Vangelo: in quel periodo teneva un’agenda in cui annotava tutto quello che di notte ci passava per la testa, e io tremavo ogni volta di tradire qualche mia sfuggita di cuore. Chi lo sa, forse per un po’ di tempo si è illusa di capirci qualcosa del nostro avvenire, almeno finché abbiamo sperato di poterci dare dei figli.
Comunque quella volta funzionò, perché appena parlai Laura si voltò e mi chiese di raccontare.
Avrei dovuto giocarmela meglio, lo so. Presi tempo a sedermi come per riflettere, poi siccome sentivo i pensieri venirmi di schiena, misi a fuoco il documentario della sera prima e le dissi che avevo sognato un elefante. Non potevo mirare a una cosa più stupida di quella, ragionai dopo averla tirata fuori, e invece no: Laura batté le mani come una bambina e per giorni non parlò d’altro. Questo sogno arrivò a raccontarlo ai vicini. Ricordo che ancora molti mesi dopo scrisse addirittura una lettera a suo fratello in Australia, per dirgli che stavamo tutti in quel bene che gli auguravano, ma poi non aveva saputo frenare in tempo e aveva chiuso dicendo “Sai che Enrico ha sognato un elefante?”
Per lei quella faccenda doveva essere una roba seria, mentre io cercavo solo di sfebbrare i discorsi. Poche volte in vita mia mi sono sentito così ridicolo e in colpa: un po’ perché non m’andavano certe familiarità col vicinato e un po’ perché sapevo d’averle mentito. Solo una cosa le domandai la sera che uscimmo per andare da mio padre, mentre chiudevo la porta:
“Per favore, lasciamo a casa l’elefante.”
E non ci fu bisogno di perdersi in promesse o giuramenti, ho sempre saputo che potevo fidarmi di Laura.




Finsi di non sapere: né dove si trovasse la casa, né chi fosse la donna che viveva con mio padre. Invece ero andato a spiarli una sera sul tardi, dopo che in pasticceria avevo preparato i lieviti per il giorno dopo. Sapevo che alla fine s’erano sposati solo in chiesa, per mettere le cose in ordine davanti a Dio, e degli uomini se n’erano altamente fregati: Viola non aveva perso la bussola per mio padre al punto da rischiare la reversibilità del marito. Di lei sapevo che era una vegetariana convinta. Pochi giorni prima della cena aveva chiamato Laura per informarsi sui miei gusti e quando aveva sentito che sarebbe andato bene qualcosa di leggero, qualsiasi cosa, magari carni bianche aveva infilato un gridolino nell’apparecchio, come se le avessimo chiesto di padellarci un cane. Questa cosa mi aveva insuolato ancora di più i pensieri: in pasticceria presi una delle torte congelate dal freezer e me la feci incartare a festa. Proprio non mi venne in mente di chiamare Viola per sentire che gusto preferiva.
Quella volta, anche se avevo girato lentamente nel quartiere, e avevo parcheggiato in un’ombra un po’ lontana dal palazzo, ci accorgemmo di essere in orario. Bussai piano e dietro la porta sentimmo il trambusto delle case in disordine quando arriva qualcuno. Venne ad aprirci la donna che avevo visto in lavanderia: bassa, i capelli bianchi ma ancora folti, stretti in una treccia di ragazza, e di fianco un uomo più giovane del padre che avevo lasciato vedovo e solo nella mia casa di bambino. Erano sporchi di pittura dappertutto e mio padre aveva in mano uno di quei pennelli grossi con le setole di cinghiale.
“Stiamo ridipingendo le pareti,” spiegò Viola togliendomi dalle braccia il dolce rimasto in freddo come me, che nonostante le telefonate non riuscivo a sorriderle.
Di lì a poco io e Laura ci dividemmo: lei con Viola in cucina, da cui dovevo ammettere proveniva un buon odore, e io con mio padre che mi portò in giro per le camere a mostrarmi le pareti fresche di pittura.
“Vieni,” mi disse a un certo punto guidandomi in camera da letto. Lì avevano scelto un colore riposante, un giallo pastello che allargava l’ambiente e dava luce.
“Vedi?” mi disse indicando una parete, “vedi qui?”
Gli feci segno di sì e lui andò avanti.
“Qui vorrei lo stesso disegno che ti feci in camera da piccolo,” disse. “Te lo ricordi?”
Io non me lo ricordavo e stavolta non era per puntiglio: veramente non me lo ricordavo. Sapevo del padre da castigo, del padrone della casa e del televisore nella domenica delle partite, sapevo la sua voce grossa nei fondi delle camere. Ricordavo il nemico e faticavo parecchio a trovare il padre.
Rimasi fermo a fissare la parete giallina come se sperassi di vederci apparire quello che ormai m’era caduto di mente. Lui mi diede tempo, ma poi quando ci chiamarono dalla cucina e si mosse per uscire lo fermai. Volevo sapere.
Mio padre s’avvicinò alla parete, prese una matita grossa e cominciò a fare dei segni che all’inizio non capivo. Prima un semicerchio, poi col pastello corse in avanti, allungò il tratto e tornò indietro; tirò veloce verso il basso e poi risalendo disegnò qualcosa che già assomigliava a una pancia. Furono le orecchie, forse troppo grandi che mi fecero capire. Mi accostai anch’io, presi una matita in una busta appesa a un cavalletto e feci la mia parte. Quando mia moglie e Viola vennero a vedere ci trovarono lì, in silenzio, che disegnavamo sulla parete ancora fresca di pittura. E anche se la cena era pronta e forse in tavola, noi andammo avanti. A un certo punto mi voltai e vidi Laura che sorrideva con gli stessi occhi di quando le avevo raccontato il sogno. Fu allora che abbassai le braccia e feci qualche passo indietro per guardare meglio la parete, poi senza dire niente andai a lavarmi le mani.

Prendete un uomo, ma che sia appena cresciuto. Ecco, prendetelo e domandategli cosa ricorda di quando era bambino: ogni volta – potete scommetterci la casa – vi svuoterà una gerla di pensieri inutili. Io quell’elefante sulla parete di contro al letto (disegnato da mio padre per tenermi buono durante una malattia infantile), proprio quell’elefante non l’ho mai ricordato. E però ho deciso di credere a mio padre, come Laura aveva fatto con me: perché era uno uomo vecchio che cercava ancora di vivere; perché aveva avuto la pazienza d’aspettare che mi spuntasse la ragione; perché in fondo, su quella parete facemmo un buon lavoro: un elefante che ha resistito a lungo, almeno finché la casa non è passata ad altri dopo che anche mio padre e Viola se ne sono andati. Certe volte mi viene il pensiero che siccome adesso sono vecchio anch’io, potrei decidermi a dire a Laura la verità sul mio elefante, ma poi mi chiedo a cosa serva: è sbagliato non avere segreti e ridursi come un salvadanaio vuoto, che lo scuoti e non manda rumore.
Quella sera rientrando mi tenni di nuovo leggero sull’acceleratore. Pensai a mio padre e per la prima volta gli augurai del bene, forse un bene che poteva stare in un pugno: di trovare biancheria pulita ogni giorno, e un piatto caldo per cena, che i colori alle pareti tenessero a lungo e perché no, che ogni tanto gli riuscisse di fare l’amore.
Quando poi arrivammo lasciai i fari accesi contro il portone e fu guardando quel bianco che dissi a Laura che andava bene anche per me, avviare le pratiche per l’adozione. Era arrivato il momento, tutto qui. E poi che diavolo: avevo quasi quarant’anni, magari ero pronto a fare il padre, finalmente, e a finirla con le mie menate da figlio.
Da quando è diventata madre Laura non mi ha più domandato dei sogni, e l’agenda che tenevamo non so nemmeno dov’è finita. L’ultima volta che mi è capitata fra le mani l’ho aperta e ho riletto quello che aveva scritto sul mio sogno, con quella grafia attenta e chiara di chi vuole essere capito.
Forse non ci credeva nemmeno lei che sarei rimasto e invece ce l’abbiamo fatta.





testo: Elisa Ruotolo
immagine: Patrizia Beretta







lunedì 24 aprile 2017

una settimana

Tutto considerato il salmastro sulla pelle le era piaciuto e anche il sole e anche il vento e anche il rumore dell’acqua sotto lo scafo e anche il lieve movimento della barca in rada e anche la catenaria che scodinzolando a prua produceva un lieve rumore e anche il fatto che per due settimane non avevano più pensato a nulla di brutto: il lavoro, i soldi che mancano, il suo terribile vizio a bere un po’ troppo la sera e quindi anche a fumare un po’ troppo la mattina e quindi anche a sciogliere grossi pezzi di amarezza nell’acqua il fine settimana e non avevano pensato neanche a tutte le delusioni che gli amici, volenti o nolenti, ci danno giorno dopo giorno nel loro violentissimo tentativo di prevalere su di noi sempre e comunque in nome dell’amicizia, coi loro giudizi veri e al contempo campati in aria. Ecco sì, era stato uno stacco totale, liberi lì sulla superficie salmastra dell’oblio, la notte le stelle, dove e quando sorgerà questa volta la luna?, i delfini che si grattano la schiena sulla chiglia mentre la navigazione procede instancabile a sette miglia nautiche all’ora, sull’orlo dell’oblio, abbracciati in cabina, sorreggendosi l’uno all’altra mentre galleggiavano nell’alta marea, il costume slacciato, il sole che brucia le spalle e il naso e le lentiggini che neanche troppo lentamente vengono fuori e si illuminano di baci e dire che ti amo è fin troppo poco, giorno dopo giorno, ci sono problemi che svaniscono, il mare cancella, la barca non lascia dietro di sé nessuna traccia, era stato come riposare a lungo dopo un lungo viaggio che non porta in nessun luogo e in nessun tempo, se non tra le sue braccia impaurite e poi il tempo era finito e lei, solo lei doveva tornare a casa, avrebbe preso un aereo e lui l’avrebbe raggiunta una settimana, dico una sola settimana dopo.

Il traghetto che avrebbe condotto Sara dalla piccola isola dove avevano attraccato alla grande isola dove l’operosità umana aveva edificato un aeroporto sarebbe salpato due ore più tardi. Lui la aiutò a fare i bagagli, stavano in silenzio mentre piegavano le magliette. Lei tutto sommato avrebbe preferito rimanere a prendere il sole per il resto della sua vita (intendo della vita di lui). Se solo avessi vinto il Superenalotto, allora crederei in Dio, ma così, così no. Aveva ripiegato anche il costume in silenzio, guardandola appena, in silenzio, ma che avevano per non parlarsi? Mentre lei cercava le proprie amate forbicine da unghie, lui era andato a comprare il biglietto del traghetto che dalla piccola isola dove avevano attraccato l’avrebbe condotta alla grande isola dove l’operosità dell’uomo aveva edificato un aeroporto e invece di comprarne uno, ne prese tre, che ripose nel proprio portafogli. Osservò le barche in porto fumandosi una sigaretta. I pescherecci, i motoscafi, i dragamine, le piccole dolci barche a vela, i catamarani, i gommoni, le boe su cui i cormorani digerivano sonnacchiosi, e i traghetti, i traghetti che partono, che arrivano in nessun tempo e in nessun luogo.
Poi era tornato da lei, l’aveva abbracciata, le aveva sbarcato le valige, l’aveva accompagnata al molo, le aveva detto che l’avrebbe accompagnata almeno fino all’isola più grande e poi sarebbe tornato indietro e lei aveva sorriso e gli aveva chiesto se fosse impazzito. Ma no dura solo un’ora il viaggio, non ho niente da fare oggi se non accompagnarti almeno fino all’isola più grande, là dove l’autobus ti porterà via, in quel posto dove ti raggiungerò tra solo una settimana, una sola settimana. Lei era contenta quando si misero a sedere sulla poltroncina, ma cominciò a preoccuparsi quando vide che lui stava piangendo.
Ma perché piangi? Niente, volevo solo dirti che, niente mi dispiace che vai via.

Una volta sbarcati non riuscivano a fare un passo che non fosse sincrono. Lui fumava, certo fumava, ma almeno era da due settimane che non toccava una goccia di alcol e che non scioglieva l’amaro nell’acqua durante i fine settimana, per cui lei era contenta e sorpresa e le veniva da piangere anche a lei e stava pensando al fatto che questa era forse la dichiarazione d’amore più incredibile che avesse mai ricevuto, voglio dire, insomma, si sarebbero rivisti dopo solo una settimana, per cui che motivo c’era per commuoversi?
Non lo so, rispose lui, mi dispiace solo che te ne vai. Ma ci vediamo tra una settimana. Lo so, lo so, e allora? Poi era arrivato l’autobus. Lei era salita per ultima. Lui aveva fatto il duro cercando di chiedere informazioni all’autista sui pullman del futuro. Poi le porte si erano chiuse. Lei aveva scosso la testa e i capelli e la mano di flanella ed era semplicemente scomparsa.


E adesso era solo. Non riusciva a smettere di piangere. Solo ora si era accorto che quel porto era il luogo ideale per scuotere il proprio ciao ciao dietro ad un autobus che se ne va: grosse ciminiere di una centrale idroelettrica, carghi e container multicolore e il vento carico di zolfo e i turisti contenti che arrivavano pronti a salire sul traghetto successivo, solari e gioiosi come pietre abbandonate alla deriva, i loro vestiti estivi e i loro sorrisi festivi e la loro felicità agostana e nessuna traccia di smog dietro a loro, mentre lui stringeva la bottiglietta d’acqua, solo mezzo litro d’acqua naturale a temperatura ambiente, tra un singhiozzo e l’altro, tra una settimana, dietro la capitaneria di porto, la rivedrei tra una settimana, le lacrime e il muco e il pacchetto di sigarette che stava finendo e l’amaro che si scioglie in un solo sorso fra pochi minuti spensierato e speriamo che nessuno si accorga di me, speriamo solo che nessuno si accorga di me.



testo: Ferruccio Mazzanti
immagine: Celina Elmi

martedì 18 aprile 2017

la settimana del derby

Lunedì

Ieri nessun disordine.
C’era da aspettarselo: la questura ha vietato la trasferta ai tifosi avversari; e comunque, dopo l’accoglienza dell’ultimo anno, anche gli irriducibili hanno rinunciato a muoversi senza biglietto.
Sono le dieci e Vincenzo fatica a svegliarsi. Da domani aiuterà Oscar che ha un’impresa edile, però il lavoro è poco e Oscar è stato chiaro: solo martedì e giovedì.
Vincenzo se la leva di dosso ma Clara torna alla carica. Salta sul letto, lo annusa, gli lecca la faccia. Clara è un pastore tedesco di sette anni, e l’ultima volta che Vincenzo l’ha pesata era quasi trenta chili.
Squilla il telefono cellulare. Vincenzo con la mano destra imprigiona il muso di Clara, glielo scuote, Clara scodinzola, Vincenzo allunga l’altro braccio sul comodino, afferra il cellulare, legge il numero sul display: sconosciuto. Vincenzo molla il muso di Clara, risponde.
- Sì.
- Pronto.
- Chi sei?
- Vincenzo. Sono Ivan. Dormivi?
Vincenzo scatta a sedere, indica a Clara di scendere ma Clara si sposta nell’altra metà di letto, Vincenzo sistema il cuscino tra schiena e testiera, si appoggia, dà due colpi di tosse.
- No, no. Ciao Ivan. Dimmi.
- Ho avuto il tuo numero dal Puma. Come va?
- Bene. Tu?
- Bene. Domenica ci sei, ovviamente.
- Cazzo, vuoi che non ci sia al derby?!
- Allora senti: dobbiamo vederci. Dopo quello che è successo all’andata, stavolta è da organizzare tutto per bene.
Vincenzo accarezza la nuca di Clara e imposta la voce: - Assolutamente d’accordo.
- Mercoledì.
- Mercoledì. Perfetto: sono libero tutto il giorno.
- Dài. Ti chiamo io. In gamba, ciao.
- Anche tu. Ciao, Ivan. Ciao.
Ivan. Il capo. Ha quarant’anni, un carisma sovrumano e a forza di imprese memorabili si è guadagnato il massimo rispetto di tutte le curve avversarie.
Vincenzo scende dal letto, infila le infradito, esce dalla camera, va dritto in cucina, chiama Clara, apre il frigorifero, prende il cartone del latte. Si volta indietro, guarda in camera. Clara è ancora sul letto, nella posizione di prima.
- Clara.
Ma Clara non si volta. Vincenzo le vede lo stomaco contrarsi e dilatarsi rapidamente, come se avesse l’affanno.
- Clara!


Martedì

Di mattina Vincenzo ha lavorato sodo. La fatica fisica gli ha messo una gran fame. Oscar lo anticipa: - Stacchiamo e ci mangiamo un panino? Così mi racconti la telefonata. E io ti faccio vedere una cosa.
- Mangiamo, sì, ho fame. Quel bar là all’angolo?
- Dài. Allora? Cosa voleva?
Vincenzo e Oscar si incamminano.
- Te l’ho già detto: non lo so. Ci vediamo domani perché mi deve parlare.
- Era incazzato?
- Ma no. Dopo la storia dell’idrante l’ho incrociato un sacco di volte, in gradinata, e non mi ha mai detto niente. Quindi. La cosa che dovevi farmi vedere?
Attraversano la strada.
- Quando siamo seduti. Combattimenti? E quel torneo?
- Fine giugno.
- Madonna come mi prude.
- Cosa?
Entrano nel bar. A destra il bancone, con tre sgabelli: sui primi due, una coppia sulla cinquantina; a sinistra quattro tavolini, vuoti, appiccicati al muro. C’è silenzio. Oscar biascica un saluto al barista, scosta una sedia del secondo tavolino, il barista risponde annuendo prima a Oscar poi a Vincenzo, Oscar si siede, Vincenzo fa un cenno della mano in direzione del barista e si siede anche lui.
Si levano le giacche. Oscar si toglie anche la felpa. Un intricatissimo tatuaggio gli prende tutto il braccio. Si solleva la manica della maglietta sulla spalla, dove il tatuaggio termina.
- Allora?
Vincenzo lo guarda meglio. È un drago, che sale a spirale dal polso di Oscar. Attorno al drago, motivi floreali, altri animali fantastici, spade, ideogrammi, simboli e arabeschi.
- Quanto ci hai messo?
- Due mesi. Cinque sedute. Bello, no?
- Cosa significa?
- Non lo so. È giapponese. Mi piaceva.
- Quanto è costato?
- Tanto. Troppo. Ma ce l’avevo in mente da una vita. Ti ricordi cosa dicevo: se me lo faccio, me lo faccio serio.
- E questo, è serio.
- Direi.
- Da chi sei andato?
- Da Peter. Avvicinati. Guarda i dettagli: non sono pazzeschi? Se un giorno te ne fai uno, vai da lui.
- Sì.
Arriva il barista. Ordinano due panini e due birre medie alla spina. Oscar si risistema la manica della maglietta. Guarda Vincenzo negli occhi. Lo indica: - Sai chi ho visto, da Peter?
- Chi?
- Valentina. Si faceva un tatuaggio sulla caviglia. Piccolo.
- Ah sì?
- Perché?
- Ma niente. Finché stava con me diceva di essere contro, i tatuaggi. Le donne.
- Già.
- Già.
- Oh, non è escluso che l’abbia fatto proprio per reazione.
Il barista spunta da dietro Vincenzo con le birre: - Ora porto i panini. - Le posa. Torna dietro al bancone. Vincenzo afferra la birra per il manico. Stringe. Guarda le bolle salire in superficie. - Per me può fare tutto quello che vuole. Ormai non mi interessa più.
Oscar prende e solleva la sua birra: - Cin?

- Cin. Stamattina ho trovato ancora quasi tutto il mangiare di Clara nella ciotola. Da ieri è stranissima.

Mercoledì

- Siediti, Vincenzino. Come stai?
- Io bene.
- Sicuro che non ti servono soldi?
- Sicuro ma’, sicuro. Io sto bene. Ma Clara mica tanto.
- Oh, povera. Che cos’ha?
- Non lo so. Sono due giorni che non mangia. Vomita. Non vuole uscire.
- Bisogna chiamare il veterinario.
- Sì, infatti. Il numero ce l’hai tu. Me lo vai a prendere?
- E hai aspettato due giorni a chiedermelo? Potevi farmi una telefonata.
- Per favore, ma’, con le prediche. Me lo vai a prendere il numero?
Te lo do anche il numero di Vanessa? La mia amica del negozio di animali. Vincenzino: devi avere riguardo per te e per le tue cose. Sei diventato grande e grosso più di tuo padre ma a me sembri sempre così…
- La storia del bambino no, eh, ma’.
Il veterinario non può prima di lunedì: è in ferie, rientra domenica sera. Vincenzo gli spiega che secondo lui la situazione è urgente. Il veterinario fa un paio di domande, poi gli dà il nome di un farmaco e spiega: sono pastiglie. E Vincenzo: come gliele do? E il veterinario: gliele metta nel cibo. E Vincenzo: ma ha capito che non sta mangiando? E il veterinario: allora le apra la bocca e cerchi di infilargliele in gola. E Vincenzo: quante? E il veterinario: una al mattino e una alla sera, a stomaco pieno. E Vincenzo: ma tu sei veramente un imbecille. E chiude la chiamata.
Il tempo di risistemarlo in tasca e il cellulare si mette a vibrare. Vincenzo lo prende e legge il numero.
- Oh. Ivan.
- Enzo.
Nessuno lo aveva mai chiamato Enzo. Al massimo, gli amici, Vince.
- Allora, Ivan: ci vediamo?
- Sì. Ce la fai a fare un salto al club?
- A che ora?
- Io sono qui.
- Arrivo. Sono vicino. Cinque minuti.
- Dài. Ciao.
- Ciao.
Non era mai entrato al club. Vincenzo non fa parte di nessun gruppo. Citofona. Gli aprono. Sale due rampe di scale. La porta è socchiusa. Entra. Nel vano d’ingresso, sulla sinistra, quattro ragazzi stanno giocando a calcio-balilla; sulla destra c’è un grande mobile in metallo a due ante, piene di adesivi del club. Appese ai muri, fotografie di giocatori, di coreografie, di scontri.
- Ciao.
I quattro interrompono la partita.
- Oh, Vince, - fa il Puma. Il fratello del Puma abbassa lo sguardo. Gli altri due sono più giovani, sui diciotto anni. Lo guardano fisso, rigidi. Vincenzo ne conosce uno di vista.
- Ciao, Puma. Ivan?
- Di là. Ti aspetta.
- Bene. Ciao.
Vincenzo apre la porta, entra nell’altra stanza. Sulla sinistra ci sono un divano ad angolo, in pelle nera, sdrucito, e due sedie; al centro della stanza un mobiletto basso, in legno; sul mobiletto, un vecchio televisore spento. Al centro della parete di destra, un finestrone da cui penetra una luce lattiginosa. Nell’angolo in fondo a destra, un frigorifero. Nella parete di fronte a Vincenzo, sulla sinistra, una porticina bassa e stretta, in alluminio, col pannello superiore in vetro smerigliato.
Sul lato lungo del divano sono seduti Ivan e Beppe, sul lato corto Mazinga. Sulle sedie, Darione e Nero. Tutti con una bottiglia di birra in mano.
I più anziani. I più temuti.
- Eccolo, - fa Ivan.
Sono lui e Darione a parlargli. Gli spiegano che al derby di andata hanno fatto una figura di merda senza precedenti. Colpa dei pivelli: prima provocano, poi scappano. Bisogna rifarsi con un’azione clamorosa, cioè andandoli a pescare sotto la loro curva. Poi gli dicono che l’unico dei giovani all’altezza è lui, l’hanno vista tutti la scena degli idranti. Nero si alza, va al frigorifero, prende una birra, gliela stappa e porge. E io cosa dovrei fare?, domanda Vincenzo guardandosi riflesso nello schermo del televisore. Venire con noi, gli risponde Ivan. Vogliamo tirar su un gruppo di gente decisa. Pochi ma fidati. Tu cosa dici? Dico che va bene, risponde Vincenzo stringendo la bottiglia di birra. Allora ci sentiamo prima di domenica per i dettagli, gli fa Darione. Stammi bene.
Vincenzo saluta tutti. Tutti salutano Vincenzo.
- A domenica, Enzo, - soggiunge Ivan.
Nessuno lo aveva mai chiamato Enzo.

Giovedì

Vincenzo sente vibrare. Posa la cazzuola sul muretto. Si asciuga il sudore dalla fronte con la manica della felpa. Estrae il telefono cellulare. Legge il nome: Valentina. Deglutisce. Fa una smorfia. Inspira. Rifiuta la chiamata.


Venerdì

Vincenzo ha dormito male. Tasta coi polpastrelli il comodino. Trova il telefono cellulare. Lo prende. Legge l’ora sul display. Le sette e dieci. È ancora buio. Accende l’abat-jour. Scende dal letto. Infila le infradito. Va in cucina. Accende la luce. Controlla le ciotole di Clara: quella dell’acqua è quasi vuota, quella del cibo è quasi piena. Clara gli arriva da dietro. Ansima. Si sdraia su un fianco, al centro della cucina. Vincenzo si volta. Guarda lo stomaco smagrito di Clara. Clara guarda Vincenzo negli occhi. Vincenzo guarda Clara negli occhi. Clara guarda Vincenzo negli occhi. Vincenzo abbassa lo sguardo. Clara emette un suono breve, acuto, flebile. Vincenzo si volta di scatto, fa due passi, prende la scatola con le pastiglie dalla mensola accanto al lavandino, sfila uno dei due blister, estrae una pastiglia, rinfila il blister nella scatola, la posa sull’orlo del lavandino, torna al centro della cucina, si accuccia, accarezza Clara sul muso, le apre la bocca.
Clara non oppone alcuna resistenza.
Vincenzo getta la pastiglia nella gola di Clara. Clara guarda Vincenzo negli occhi. Vincenzo abbassa lo sguardo. Lo devia in basso a sinistra. Vede ai piedi del mobile della cucina una chiazza di vomito. Stringe i pugni. Si raddrizza. Guarda il soffitto. Torna in camera a passi lenti, uguali. Chiude, piano, la porta. Sferra un calcio a una gamba della sedia di legno che trabocca di vestiti sporchi. La gamba si spezza, la sedia cade da un lato, i vestiti attutiscono il rumore della caduta.


Sabato

- Pronto, ma’.
- Vincenzino, tesoro. Come va?
- Mh. Tu?
- Io bene. E quella povera bestia?
- Se ne sta andando. Stamattina non riesce neanche più a muoversi.
- Ma no che non se ne sta andando. Mi hai dato retta? L’hai chiamata Vanessa?
- L’ho chiamata. Appunto.
- Perché appunto? L’ha vista? E cosa dice?
- L’ha vista ieri. Dice che è toxoplasmosi acuta in fase avanzata. E che le resta pochissimo da vivere.
- Oh, che brutta cosa mi dici. Ma magari Vanessa si è sbagliata, non è mica un medico. Bisognerà prima fare delle analisi, no?
- Dice che i sintomi sono quelli.
- Aspettiamo di sentire il veterinario.
- Aspettiamo.
- Vuoi che venga lì da voi, piccolo?
- No, ma’.
- Cosa ti serve? Soldi? Medicine? Gioia mia. Vuoi che ti faccia la spesa?
- Ma’…
- Dimmi.
- Dài, con questi nomignoli.
- Scusami, Vincenzo. Mi viene spontaneo.
- Senti una cosa, ma’…
- Di’.
- Papà: era ieri, vero?
- Sì, Vincenzo. Due anni ieri.
- E…
- Dimmi.
- E ti manca?
- Sì. Sì che mi manca. Certo che mi manca. E a te, Vincenzino? Manca, papà?
- Vincenzo, ma’. Vincenzo.
- Vincenzo. A te?
- Sì. Adesso devo andare. Ciao, ma’.
- D’accordo, ciao. E tienimi aggiornata su Clara. Ah: è domani quella partita importante, vero?
- Sì, ma’: il derby.
- Speriamo bene, eh?
- Speriamo bene. Ciao, ma’.
- Ciao, bambino mio. Riguàrdati. Ciao.

Domenica

Vincenzo ha sognato di giocare il derby: una partita equilibrata ma brutta, sotto una pioggia fitta. Era un centrocampista benvoluto dai tifosi, più caparbio che bravo.
Agguanta il telefono cellulare, legge l’ora: le nove e dieci. Guarda le tende gonfie di luce che filtra dalle persiane: è una giornata di sole. Guarda ai piedi del letto. Dal suo lato. Solleva il busto. Dall’altro lato.
C’è Clara riversa su un fianco.
Vincenzo si risdraia. Ha caldo. Si leva le lenzuola di dosso. Chiude gli occhi. Li strizza, li riapre. Risolleva il busto. Guarda Clara. Scivola nell’altra metà di letto. Scende. Le si inginocchia accanto. La scuote. La scuote più forte. Le accarezza il muso. Torna a sdraiarsi a letto. Le gambe tese, unite; le braccia tese, lungo i fianchi. Rimane così, immobile, per qualche minuto. Poi allunga un braccio sul comodino. Prende il cellulare. Cerca un numero. Chiama.
- Pronto, ma’.
- Tesoro, ciao.
- Clara è morta, ma’. È qui di fianco al letto. Morta.
- Oh, no. Vengo subito, vuoi?
- No, ma’. No. Volevo solo dirtelo. Ti chiamo dopo. Va bene?
- Vincenzino, se posso…
- Va bene, ma’?
- Sì, va bene. Però chiama, d’accordo? Chiama.
- Sì ma’, chiamo. Ciao.
- Ciao. Piccolo mio. Chiama. Ciao.
Vincenzo chiude la chiamata. Va a ringinocchiarsi accanto a Clara. La scuote. Torna a letto. Cerca un altro numero sulla rubrica del cellulare. Guarda il primo cassetto del comodino. Si passa una mano sul volto. Chiama. C’è la segreteria telefonica. Dopo il segnale acustico, Vincenzo resta in silenzio. Sente il proprio respiro. Sente l’odore di Clara. Chiude la chiamata. Guarda il display. Richiama. Dopo il segnale acustico dà un colpo di tosse.
- Sì, Vale, sono io: Vincenzo. Senti: volevo dirti che è morta Clara. Mi sono svegliato ed era qui, di fianco al letto, morta. Non stava bene da un po’. Ecco, dài, volevo dirtelo, scusa, ciao allora, ciao.
Vincenzo apre il primo cassetto del comodino. Prende una fotografia inserita in un portafoto di plexiglas. Soffia via la polvere. Si sistema sul letto a gambe incrociate. Posa la fotografia tra le gambe. Il cellulare squilla: Ivan.
- Pronto.
- Pronto, Enzo. Ciao.
- Ciao. Ivan.
- Come va?
- Di merda. Tu?
- Come di merda?
- Di merda.
- Mh. Ci vediamo alle dieci dal distributore. Ce la fai?
- Mi sa di no.
- E quando ce la fai?
- Ti richiamo io? Stamattina è successo un casino.
- Enzo.
- Sì. Ivan.
- Non mi prendere per il culo.
- Non ti prendo per il culo.
- Io aspetto che mi chiami. E ti voglio vedere prima delle undici. Dobbiamo organizzare tutto. Intesi?
- …
- Intesi?
- Ti richiamo tra poco.
- Per forza. A dopo. Ciao.
- Ciao.
Vincenzo chiude la chiamata. Guarda il display. Posa il cellulare sul letto, accanto a sé. Guarda la foto. Prima i contorni: il poco di cielo che si vede, i capelli, il colletto della camicia. Poi lo guarda in faccia. Gli occhi neri, piccoli, decisi. Vincenzo sente i bicipiti in tensione. Guarda il sorriso, il bel sorriso placido di suo padre. Preme con le dita sul copriletto. Bestemmia la Madonna. Sorride a suo padre. Sente un vociare dalla strada: riconosce un coro dell’altra squadra della città. Prende il cellulare. Chiama.
- Oh, già tu. E allora?
- E allora non vengo, Ivan. Oggi non è giornata.
- Col cazzo non vieni, Enzo. Dopo il discorso dell’altro giorno. Dopo che ti abbiamo detto che ci fidiamo di te.
- Ma io oggi non ce la faccio. A posto così. Ci vediamo appena riesco. Ciao, Ivan, ciao.
- A posto così un cazzo. Tu ora ti prepari e ti presenti all’appuntamento, se no vengo a prenderti per le orecchie, Enzo.
- Ti ho detto di no. E mi chiamo Vincenzo, coglione. Non Enzo.
Vincenzo chiude la chiamata. Spegne il cellulare. Guarda il muso di Clara. Guarda il volto di suo padre. Si posa le mani sulle ginocchia.
Scoppia a piangere.



testo: Claudio Bagnasco
immagini: Elena Della Rocca


lunedì 10 aprile 2017

i diavoli, brava gente

C’è un gioco che si chiama Il gatto. Le regole sono:
1. si gioca sempre;
2. se si pensa al gatto, si perde;
3. quando si perde, bisogna dirlo ad almeno una persona;
4. quando si perde si dice: “ho perso il gatto”.

Il gatto è il miglior gioco del mondo perché non si può vincere. O meglio, si può vincere solo se i gatti non esistono.
~
Ogni mattina la gente non affronta lo sgomento degli incubi stando sul letto a fottere sé stessi, come invece faccio io. Scoppio sulla pancia, che ho azzimato bene per dargli muscolatura. Il mondo intorno funziona da subito come una resistenza, soprattutto per me, già esploso nei primi minuti di veglia, che aggredisco la vita esausto.
C’è una cosa che cola, lucida, a grumi, bianca, calda. Da sotto l’ombelico va verso il fianco, attraverso i peli scuri, sulla pelle tesa. L’ho gettata nell’aria a parabola, con un bel fare di pressioni pelviche, e poi è caduta sulla pelle, dove rimane. Ma non è più me.
Se non lo facessi, ragazzo mio, sarei tutto nervi e violenza, e la cosa non sarebbe adatta alla gente che mi si fa incontro. Li trangugerei tutti, che poi è quello che penso mentre mi masturbo: mangiare la gente. Io e gli altri non è che siamo troppo ok, insieme. Nonostante questo, siamo costretti a stare nello stesso luogo. Nelle interiora conservo un enorme peso di libidine, che scarica a pulsioni su tutto quello che incontro mentre vago nel mondo-metallo. M’hanno dotato anche di questo grosso naso-scandaglio e della capacità di rintracciare l’odore dalla distanza. Vai tranquillo, che ti becco anche il gatto meglio nascosto. Può essere svelto quanto gli pare. Una volta che l’ho percepito, a prenderlo ci metto niente: ho gambe e muscoli veloci.
Ora però levati, che devo andare. È l’ora della caccia.
~
La gente, dopo gli incubi, esce e fa cose.
Io, per darmi la calma esco e faccio i gatti.
Nel supermercato, la rumena del banco salumi traffica con i coltelli, numero dopo numero, e non è calma per nulla. Il prosciutto di cinghiale l’affetta come se fosse la carne di quello che l’ha violentata. Il che potrebbe anche essere vero, per quanto ne so. Me l’ha raccontato lei, il fatto: l’ha violentata uno con la faccia da cinghiale, in Romania. Lei gli ha preso il gatto dal giardino, l’ha controllato per bene e l’ha sparso nella sua macchina. Dappertutto: lui non la smetteva di trovarne i frammenti. Dopo se n’è venuta in Italia, e ora andiamo insieme in giro e facciamo i gatti. All’inizio li facevamo sul posto, dove li trovavamo. Lei è una signora: ha il sorriso pacato, mentre fa le perizie. Io sono molto più aggressivo e tiro fuori più vita possibile, con una violenza rozza e sfrenata.
I gatti mi piace sentirli, quindi andiamo in un ex ospedale fuori città: dove ai tempi facevano guarire, noi adesso facciamo malattia. Il posto è enorme e multilineare. Abbiamo ricavato una sala operatoria coi fiocchi, nell’ala più lontana dalla strada. Ci sta l’amianto, sul tetto dell’edificio, a bizzeffe, e la gente non ci mette piede, tranne ogni tanto vengono dei ragazzini fatti con gli acidi o delle coppie. Non è un problema: qui ci stanno i diavoli. La gente non si avvicina.
~

Altra cosa che faccio per darmi la calma è andare a sputare ai travella.
Tempo fa stavo sul letto con la testiera in ferro di camera dei miei, che sono crepati in un incidente. Mi hanno lasciato questo letto matrimoniale con carta da parati con sfondo verde e piccoli fiori rosa che si ripetono con regolarità e non m’interrompono mai. Sopra c’è una madonna, incorniciata in spesso legno dorato. Glielo stavo dando alla rumena e guardavo la madonna e mi veniva da pensare che come facevano i miei a scopare su questo letto con sopra la madonna. Un fastidio. Mio padre era un tipo simpatico: è lui che mi ha insegnato ad andare dai travella. Faceva il collezionista d’arte e infatti questa Madonna vale i soldi e questa casa dove vivo è enorme. Mentre scopavo pensavo che quella sera, dopo il sesso, uscire e andare a sputare in faccia ai travella era proprio un bel progetto. La rumena non era d’accordo, voleva andare a gatti quella sera. Era una bella sera primaverile, con il glicine in fiore, il fiume faceva per dimagrirsi, gli alberi erano belli e odorosi, la gente aveva l’odore della corteccia degli alberi. Per quella sera i gatti li avrei lasciati in pace, ma i travella no, quegli schifosi. Per prepararmi sono passato per il bagno, ho fatto le facce brutte allo specchio e poi sono uscito. La rumena s’è addormentata e mi ha lasciato in pace, ché era drogata. Io non mi drogo mai, perché le droghe non mi fanno nessun effetto, e la rumena mi fa ingoiare spesso tantissima roba solo per sbellicarsi del fatto che non vado mai fuori di testa.
Vivo con i soldi che ho ereditato, e ci faccio la noia.
È quella sera lì che ho reclutato il terzo membro del nostro gruppo di gattari: uno che dice che di essere un anarchico. Mentre fastidiavo a questi omoni imbellettati, orrendi, con i loro membri giganti in bella mostra sotto le gonnelline striminzite, la moto a un certo punto si è rotta. L’ho lasciata lì e ho cominciato a correre via, a mani basse: alcuni di quelli mi potevano rincorrere e spaccarmi la faccia. L’anarchico passava di là con la sua mini verde. Una svastica dipinta sul tettuccio. Mi ha caricato. Mentre facevamo conoscenza, gli è preso lo sghiribizzo. Ha inchiodato davanti al trans filippino del bowling e l’ha scopato menandogli fortissimo e ha anche tirato fuori il coltello e sono dovuto scendere di corsa e fermarlo, strattonandolo fuori della signorina. Sembrava incastrato. E mentre andavamo via il filippino stava per terra, a piangere, ma poi s’è alzato e ha avuto la brillante idea di lanciarci sulla macchina una bottiglia di peroni vuota e ha beccato lo specchietto retrovisore destro che è andato in pezzi e Simone con calma ha aperto il bagagliaio mentre sto filippino gli urlava contro e ha tirato fuori un ferro 3 da golf (non ho idea di dove l’avesse trovato) e l’ha pestato a sangue a quello. Mica lo so se l’ha ammazzato. Però io e lui da quella volta siamo diventati amici. Poi gli ho detto la storia dei gatti e lui ha voluto partecipare.
~
La stanza 21 sta nell’ala H del sanatorio. Vi si accede da una porticina nascosta dietro i vecchi condizionatori. Abbiamo molti attrezzi: il mio preferito è un bel trapano che mi ha regalato mio padre da bambino, con le pile incassate nella base. Un’ottima velocità di rotazione e vibrazioni contenute. Un bel set di coltelli da cucina giapponesi che l’anarchico lucida ogni settimana. Avevamo anche costruito una grande gabbia, dove un tempo tenevamo i gatti prima di levargli la vita. Ma quelli la morte che arrivava la percepivano, e si mettevano a strippare e a urlare in coro con un’eco che sembrava un deserto. Così forte che si sentivano dalla strada, quindi il progetto della riserva dei gatti l’abbiamo abbandonato e ora la gabbia è rimasta vuota. L’ambiente è molto pulito, la rumena pulisce sempre. I rumeni come si sa hanno il plurilinguismo nel sangue e le donne rumene nel sangue hanno anche essere donne delle pulizie.
Nel mio quartiere un tempo era pieno di gatti, che dormivano tranquilli sui cofani caldi delle macchine spente da poco. Io li ho presi uno a uno e ne ho combinate di tutti i colori.
Ho cominciato che ero ragazzino, e quando sono cresciuto, tutti i gatti del mio quartiere erano finiti e quindi sono andato a prenderli da altre parti della città. È diventata la mia missione e ho trovato i miei due compagni.
Non sono animali stupidi, motivo per cui li preferisco ai cani, troppo facili da acciuffare e dove sta il divertimento? L’animale gatto, bestia d’agguato, gli devi fare a tua volta l’agguato, per catturarlo. Cosa che chiamo caccia, come ho detto prima.
Quando tirano le cuoia gliele faccio tirare io a comando. Che è la cosa migliore, il nocciolo della faccenda. Non tanto per il fatto di prendersi la vita dell’altro, cosa cui tendiamo tutti da sempre. No, la cosa, ripeto, è la calma che mi infonde, la scossa che proviene dal corpo del gatto che muore. Trema tutto e poi accasciandosi, si ridà al silenzio, si ridà all’abisso, ci ridiamo all’abisso.
~
– Io studiavo a scuola che i re a Bisanzio quando li levava dal trono tagliavano orecchie e naso…–, dice la rumena. Tiene in braccio il gatto più costoso che abbiamo mai catturato. Un Ashera. Costa ventimila dollari. Ci siamo introdotti in un appartamento del centro passando dai tetti, e lui, l’Ashera, era lì con i suoi un metro e passa, sdraiato sopra un tavolo di noce. L’anarchico l’ha accarezzato per un po’ e lo voleva tenere. Ma non ci sono storie, qui non si molla. La rumena ora vuole fare questa furbata di tagliargli le orecchie e il naso e tenerlo così per un po’ a girare per il posto, tipo re detronizzato. Non lo so proprio, dove l’ha tirata fuori questo fatto dei bizantini. Che poi sarebbe anche una cosa bella ma non si può: se ne lasciamo anche solo uno in giro perdiamo.
– Secondo me dovremmo aumentare le sedute, piuttosto–, le risponde Simone, mentre traffica con un siamese.
Nei giornali ci chiamano “la banda della sonda”. Quando abbiamo finto i gatti di un quartiere, ne lasciamo uno di razza appiccato in mezzo a una piazza, a monito: l’ultimo era un gatto sacro di Birmania, si chiamava Merlino, l’abbiamo appeso sul muro di un palazzo storico.
All’ingresso dell’ospedale c’è un grande poster con tutte le razze e i pochi temerari che si avventurano da queste parti avranno un gran chiedersi perché ci sia un poster del genere al vecchio ospedale, e forse qualcuno l’avrà anche capito che la banda è là dentro, che lavora.
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Quando devo dormire, dopo che sono tornato a casa dopo una giornata del genere mi sdraio sul tappeto del salotto dei miei, davanti al mobile dell’800, e metto la musica di un negro e penso a cose terribili tipo perché Dio ha scelto di crearci? Cos’è, s’annoiava? Tra tutte le cose che poteva darci, proprio l’essere. Poteva darci il nulla.
La fase che più mi stanca dell’agitazione è la sera, la notte dell’anima. Mi metto a nuotare sul pavimento in cerca del sonno, ma l’agitazione, che era solo un sentimento che ero riuscito a scacciare con tutta la macelleria, è diventata una condizione, che mi fa male dal punto in cui finisce lo sterno fino all’intestino. I muscoli sono attraversati da brividi. Sotto pelle, capisci, ragazzo mio?
Mi si avvicina il mio gatto personale Clifford. È rosso e ha sei anni. Lo accarezzo sulla testa: mi si accoccola sulla pancia, comincia a fare il pane e mi fissa negli occhi, cercando il buio e la caccia. Poi sposta lo sguardo sulla cicatrice sotto l’occhio sinistro. Me l’ha data lui quand’era piccolo: l’avevo in braccio e ha sentito l’aspirapolvere e si è spaventato. Mia madre me lo diceva, di non guardare mai gli animali negli occhi, che si possono pensare siano un gioco e tentare di prenderli, tipo pallina. Ma Clifford ed io ci guardiamo sempre. Quanto sei bello, Clifford, sei proprio il cuore di gattino del mio cuore. Hai il pelo morbido e questi occhi acquosi e il colore fulvo che ti dona così tanto. Sei più bello di tutti i gatti d’Europa, certo! O del mondo? Mi fai stare tanto bene quando stai qui a fare il pane sopra di me… fatti dare un bacino vieni qui. Sì, ti piace quando ti gratto così dietro le orecchie?
Mi avvicino sempre di più al sonno, e i pensieri vanno da soli. Vedo la mia mamma morta, la prima volta che mi ha portato in bici alla pineta vicino al mare. Cascavo a terra, preso dalla foga del correre, e mi sbucciavo e c’era la tomba di un pittore, in quella pineta. La mamma mi diceva, mentre io frignavo e urlavo, di stare calmo, che quella ferita non faceva male per niente, in verità. Rispetto ai grandi mali, intendeva. Mi mostrava il taglio del cesareo, sotto l’ombelico: «guarda, questo mi ha fatto molto male; l’anestesista si è sbagliato e io mi sono svegliata mentre ti tiravano fuori dalla pancia e ti ho sentito urlare. Dicevi “non voglio essere partorito! Voglio restarti in corpo per sempre! Sei calda!”. Ora intanto piegati e succhiati via il sangue dalle ginocchie come si fa con le vipere».
Poi mi assopisco e sogno di quando correvo nella pineta, verso il mare, con le ginocchie sanguinanti, e tutti i pini diventavano serpenti e mangiavano tutti i gatti e poi arrivavo alla sabbia bollente e correvo ancora e quando entravo nell’acqua del mare il sale bruciava. Imparo ancora una volta il sangue, e il sale e il fare male alle cose, quando la mamma morta mi mostra da dove sono nato e me ne fa una colpa.
– Oh!–, sento una voce, in sogno, mentre sono nell’acqua e piango. L’immagine della mamma si sfilaccia, insieme al sonno. Sento delle zampe sulla faccia. È Clifford.
Mi alzo e mi accendo una sigaretta. Lui cammina sul bracciolo della poltrona, salta a terra e si fa le unghie sulla moquette.
Mentre lo fa mi guarda, cercando di capire, e poi esce dalla stanza passando dalla finestra aperta sui tetti. Si mette a correre velocissimo e lo vedo sparire. Di notte esce sempre, non so dove vada; è il miglior gatto del mondo, nessuno riuscirebbe a beccarlo.
Guardo il soffitto è c’è la traccia umida delle tubature troppo vecchie che perdono e bagnano da dentro l’intonaco e la vernice.
~
Abbiamo finito i gatti, è dicembre e il freddo è terribile. Simone e la rumena mi hanno portato in una casa di campagna. Hanno organizzato una grande festa solo per noi. Il salotto è abitato da gatti impagliati, ognuno immobile nella sua propria funzione di gatto. Riconosco Martino, Emanuele, Paul, davanti al fuoco acceso, con il riflesso delle fiamme negli occhietti. Anna e Guglielmo sul grande tavolo di legno al centro della sala. Jean e Michele accoccolati sopra al frigorifero in cucina, a leccare per sempre uno il pelo dell’altro. Davide e Donatella all’ingresso salutano chi esce e chi entra. C’è l’Ashera, si chiama Hans, in mezzo al salotto: l’abbiamo detronizzato e gli abbiamo tagliato le orecchie e il naso, ma rimane sempre il nostro re. La rumena piange e beviamo a lungo. Sono molto agitato, per tutta la cena, ma preferisco non darlo a vedere.
Poi torno a casa.
– Ciao –, mi dice Clifford.

Mi salta sulla spalla e andiamo a farci un giro per la città. Non un miagolio, non un guizzare di code sotto le macchine. Che pace. Il fiume si è ingrossato e noi ci fermiamo sul ponte. È notte fonda, non c’è nessuno.


testo: Andrea Landes
immagine: Cristiano Baricelli