li INVISIBILI


ARTISTA: Phleam
DISCO: “Death Rave”
ETICHETTA: Hole-K-Hole
ANNO: 2013
GENERE: Silent Rave, Mute Disco, Slow Rave, Drill Core
VOTO: 8,5

Se siete soliti bazzicare i weekend londinesi, non avrete potuto fare a meno di notare una drastica ed evidente diminuzione di teste nei locali storicamente considerati come “i più cool della City”. Siete stati al Fabric e vi siete sentiti come a una festa delle medie? Il Ministry of Sound era popolato soltanto da italiani con le sopracciglia rifatte? Al Koko eravate voi e il dj? Plastic People deserto? Adesso vi spiego.
Erano gli anni ’90 quando “Giochi senza frontiere” chiudeva definitivamente i battenti, i Backstreet Boys cantavano “Non puoi lasciarmi così” con accento vagamente polacco, e i giovani britannici si disfacevano di droghe potentissime al ritmo di drum‘n bass, trance e breakbeat in vecchi capannoni abbandonati. Ecco, questa cosa qui della droga e della musica bella spedita la chiamavano “Rave”, e li si potevano trovare un po’ dappertutto, anche in Italia.
Poi i nostri giovani più valorosi hanno cominciato a cadere come mosche, i centri sociali hanno iniziato a organizzare serate trash (non nel senso di trash metal, nel senso di Heather Parisi) e la cosa si è un po’ ridimensionata, quanto meno ha perso molta di quella spinta che l’aveva resa una vera e propria sottocultura giovanile (tanto per dirne una, il musicologo e giornalista Simon Reynolds c’ha scritto un libro ndr).
A sancire definitivamente la morte (e la rinascita) del rave c’ha pensato nel 2006 un certo Burial, che con il suo album eponimo ci spiegava a chiare lettere che la festa era finita o, quantomeno, lo era per noi, dato che questa continuava a svolgersi dietro porte pulsanti di bassi che non ci era concesso di varcare, o dietro muri oltre cui potevamo soltanto intuire parole smozzicate e ritmiche garage spigolose. Il motivo reale per il quale Burial ha rappresentato un precedente – e viene nominato in questa recensione – è proprio per aver portato i confini del rave fuori dalla fabbrica dismessa e dentro la nostra testa. Direttamente. Dentro il soundsystem spaziale, la gente che si fa spettinare dalla cassa, i cani, gli energumeni con la t-shirt di un giocatore di basket qualsiasi. Tutto dentro, filtrato e ovattato, non particolarmente ballabile.
L’importanza di questo “Death Rave”, firmato da quel misterioso producer di Lewisham che si fa chiamare Phleam, sta proprio nel travasare a sua volta la dimensione psichica del trip post-burialiano in un contesto nuovamente fisico, che si rifà proprio al contesto suburbano di fine ‘90, pur mantenendo i connotati cerebrali e sfuggenti delle tendenze odierne.
Riecco gli scantinati, dunque, i depositi dispersi nella nebbia londinese, le cantine di Peckham, i magazzini occupati dalle parti di East London.
Di nuovo c’è che sparisce completamente il soundsystem, rimpiazzato da sofisticatissime cuffione wi-fi che ti sparano dritto nelle orecchie i bassi preponderanti e le raffiche breaks di questa nuova onda ribattezzata, appunto, “silent rave”.  
Uno spettacolo tutto da gustare, queste pletore di smascelloni incuffiati, che ballano in modo scoordinato, primitivo, sinteticamente istintivo. Il tutto nel più religioso silenzio. E il silenzio del rave mortuario viene celebrato proprio da Phleam, l’alfiere senza volto dell’isolazionismo, del party monodose.
Recuperando un suono di chiara discendenza Warp, il nostro producer mette a punto un album per lunghi tratti perfetto, senza sbavature, che spazia con gran disinvoltura fra amarcord autecheriani (la pavimentazione Idm di “Spectacles”) e suggestioni del nuovo millennio (i campioni vocali che assumono una valenza strumentale, il future garage del singolone “Oblivion”).
E’ un album che ci mette un po’ a carburare. Come annuncia la cover del disco, “Death Rave” è un pachiderma che potremmo definire di slow core elettronico, per poi crescere a dismisura nella seconda parte, dove la cassa spinge all’inverosimile e i bassi non danno tregua nemmeno per un secondo.
I tagli chirurgici di “Basement” e il rimpasto di scorie grime in “Overground” conducono in fretta e furia al conclusivo capolavoro “Hackney”, vecchia maestranza drill n’ bass che espleta al meglio il ruolo di congiuntura fra un passato ruggente e ketaminico, e un futuro fragile, solipsistico, scuro come le scale di uno degli scantinati dove settimanalmente si consumano i rituali pagani del rave silenzioso londinese.

Recensione: Martin Hofer
 Cover: frattozerø

 


Artista: Ci Voleva
Album: Ponte Levatoio
Etichetta: Panini Records
Anno: 2013
Genere: Industrial
Voto: 6,5

Nati nemmeno un anno fa, una sera d'estate nei pressi della pianura padana più afosa, quella delle zanzare di Comacchio, arrivano i Ci Voleva, una band che dal niente è esplosa nel panorama italiano, direttamente con il loro album d’esordio.
“Ponte Levatoio” e i suoi tredici brani rappresentano una sorta di viaggio per il trio emiliano, un passaggio dalla vita semplice ed agreste di un tempo alla frenesia cittadina odierna. L'intro “Siamo O Non Siamo Esseri (In)Umani?” con una base schizofrenica di pianoforte è l'unica traccia che si distacca dal loro genere, una sorta di classicismo alla Rachmaninoff miscelato al brio di synth degni di una certa tradizione gabber, Dopodichè si passa alla prima parte dell'album in cui c'è una tematica sonora puramente industrial, i Ci Voleva hanno usato secondo una chiara ispirazione neubauteniana attrezzi da fabbrica, veli di ghisa sui quali hanno schiantato sedie, seghe e mattoni veri e propri, tant'è che la registrazione di questa parte è avvenuta in una fabbrica abbandonata sul lungo Po. I capisaldi di questa prima parte sono “Il Sapore Della Terra Bagnata”, inno alla vita bucolica dove una vera pioggia metallica accompagna la chitarra acustica suonata con una moneta da 0,50 € per creare un effetto ancora più distorto; “Occhi Da Coniglio”, che rivela l’amore della band per i riverberi schitarrosi, mentre tubi di raffreddamento vengono picchiati con manici di scopa. La seconda parte si avvicina maggiormente a sonorità noise, l'industrial è quasi abbandonato, ma l'effetto non è dei migliori, e il disco sul finale perde molto. L'uso della voce distorta, a creare una sorta di vento metallico, rende alle volte i testi incomprensibili, come succede in “Lepri Di Catrame”, e l'assenza di testi nel booklet non consente la diffusione di un messaggio da un punto di vista lirico.
Rimane comunque un valido disco d'esordio, sarà interessante capire come vorranno esportare certe sonorità nella loro versione live. Intanto saturiamoci le orecchie di rumore.
Recensione: Alessandro Rabitti
 Cover: frattozerø




Artista: Cemetery Drug
Disco: From me. From home
Etichetta: Bunches
Anno: 2013
Genere: sNo-wave, elettroacustica, shoegaze
Voto: 7

La sentiamo spesso, quella del ragazzino sfigato proveniente dal Minnesota, che dopo anni di vessazioni scolastiche decide di rinchiudersi dentro la sua stanzetta con la sola compagnia di chitarra, synth e laptop, per registrare un demo figlio del maldivivere ager e dei ceffoni ricevuti dal capitano della squadra di football. Il demo viene spedito senza troppe pretese a una nota etichetta indipendente e, contro ogni previsione, diventa ben presto feticcio per gli hipster di tutto il mondo, autentico nettare da hit parade.
Per quanto continuino a raccontarcela, questa bella favoletta – beh- non dimenticate che resta pur un sempre una favoletta. Vero è che l’immagine di un Justin Turner brufoloso e in pigiama, intento a smanettare sui suoi strumenti mentre di sotto i genitori lo aspettano per consumare la cena davanti al televisore 32 pollici, affascina molto più di una presentazione Power Point nella quale alcuni produttori smaliziati gettano le fondamenta per questa riuscitissima operazione commerciale.
A scanso di equivoci: il talento c’è, su questo non ci piove. Sono il primo a pensare che la più grande trovata pubblicitaria architettata dalla Bunches per fare di Cemetery Drug un fenomeno smisurato, sia proprio l’aver dato fiducia a quel timido musicofago di Justin, diciottenne originario di Grand Forks (Minnesota of course), autodidatta da cameretta con uno spiccato senso della melodia da luccicone.
Basterebbe questo. Eppure è innegabile che il contorno non possa essere scisso dal suo epicentro: le foto incappucciato (tanto per cambiare), l’immaginario velatamente lynchiano dei videoclip, le dichiarazioni artificiosamente spiazzanti (“Non credo di voler fare concerti. Ai concerti la gente va per divertirsi, non per angosciarsi. Ma la mia musica non lo vuole essere, divertente. La mia musica è raccolta, disadorna, scura. La mia musica E’ l’angoscia”). Tutto ciò contribuisce a sviluppare una cortina densa e irresistibile attorno a questo “From me. From home”, misterioso a partire già dal titolo. Questi otto brani scarni, generalmente piuttosto brevi, sono un esercizio di hauntologia all’ennesima potenza, un revival posticcio di qualcosa che non è mai esistito e che risulta difficile da ancorare nel tempo. Fine anni ’80? Inizio ’90? Shoegaze? Twin Peaks? I Cure? Tutte cose che c’entrano. Fino a un certo punto…
La forza di Cemetery Drug è proprio quella di creare qualcosa di originale, spacciandolo per una combinazione di fattori pre-esistenti. Non è un caso se per il suo disco si è iniziato a parlare di sNo-wave, gioco di parole che cerca di includere alcune delle componenti principali dell’album: No wave, atmosfere glaciali e dilatate di chiara derivazione Sigur Ros, una passione sfegatata per i filtri vocali.
Gli episodi di elettroacustica più gentile (“Holy lake”,  “Sinless”), dove la chitarra in delay viene accompagnata esclusivamente da una base programmata, si alternano a pezzi decisamente più spettrali, dove la matrice ambientale assume i contorni scuri e impenetrabili di una foschia invernale. Tanto per tornare a Lynch, il campionamento di vento che sorregge “Appalachian Mountains” non può non riportare alla mente l’angosciante sottofondo di “Eraserhead”. Anche i rimandi ai Sigur Ros e, in un certo qual modo, a Birds of Passage, sono minacciosamente deformati e spinti verso nenie che sembrano perfette per la colonna sonora di un film horror (“Taken”, il perfido coro di bambini che si ode in coda alla conclusiva “Melodies”).
Se ne esce vagamente turbati, con gli occhi pieni di immagini lontane, ricordi che non ci appartengono, deja vu allucinati. Un sapore di terra bagnata sulla punta della lingua.
Appena trentadue minuti di ascolto, è vero. Ma sono trentadue minuti in cui Turner riesce a trasferire tutto il suo smarrimento, il suo disincanto nei confronti del classico stereotipo provinciale americano. L’American dream fatto a pezzi dal delay di un diciottenne. E questo, datemi retta, è tutt’altro che una favoletta.
 
Recensione: Martin Hofer
 Cover: frattozerø




Artista: Cinzio Cosmico
Disco: La nostalgie dans le vent
Etichetta: Autoproduzione
Anno: 2013
Genere: Folk, Psycho-folk, Acoustic
Voto: 8

Marsiglia, lungo mare, strade sporcate dal mercato di fine agosto, salsedine e zuppa di pesce. Questo è ciò che sprigiona “La Nostalgie Dans Le Vent”: emozioni che diventano quasi fisiche, odori che riescono a toccare dentro, spingendosi oltre la fantasia. Cinzio Cosmico è un ragazzo ligure, originario di Savona, ma fin da piccolo ha vissuto in Francia, proprio in quella Marsiglia che ha deciso di raccontare accompagnato dal suo banjo.
Una serie di ballate su note riversate sempre nell'accordo minore, attraversate da una malinconia che percorre tutto il disco. Sorrisi strappati, carezze rubate, percosse ricevute. Ci sono brani dove Cinzio si esibisce solamente con il banjo, e la voce forte, potente ed avvolgente, che quasi mette in secondo piano lo strumento, dal quale comunque egli sembra non poter prescindere; basti sentire la forza di “La Vierge Flétrie”, o la magia triste di “Fleurs Sous La Route”. Deludente, invece, la versione semplicistica e banale di “La Vie En Rose”.
Il resto dei brani porta indubbiamente uno studio maggiore, oltre che un arricchimento della strumentazione: batteria elettronica e theremin, usato da Cinzio con degna maestria. Il trittico “Les Eaux De Cette Mer Du Mal”, “Janine” e “Souffle Ici” raggiunge livelli davvero grandiosi. Le melodie del banjo iniettate di sibili morbidi e la voce quasi erotica di Cinzio fanno capire quanta passione, quanta teatralità ci sia dietro queste canzoni. L'uso sapiente del theremin è davvero un valore aggiunto, non si accosta ad idee sperimentalistiche, anche perchè il suo uso è più vicino all’assolo sinuoso di una chitarra elettrica. Durante tutto lo scorrere dell'album si possono percepire rumori sporchi e fischi, una specie di sottofondo indefinito, ma onnipresente.
L'album infatti è stato registrato all'aperto su una terrazza di Marsiglia, a nemmeno un chilometro del mare. Questa scelta rivela il desiderio dell'autore di voler “macchiare” la sua opera di un’aria ancor più francese.
Cinzio Cosmico esordisce così, di cuore e di mente. Ha scritto nero su bianco quanto la musica senza passione rischi di essere fine a se stessa e non valere nulla, e difatti i fili delle sue trame saturano di emozioni ed armonie sensibili. Ed ora, come se foste in mare, lasciatevi trasportare da “La Nostalgie Dans Le Vent”.
 
                Recensione: Alessandro Rabitti
 Cover: frattozerø




Artista: Ray Zamudo
Disco: Ulysse de Joie
Etichetta: Mundo Louco
Anno: 2013
Genere: Etnic-fauna, cultural-ambient, animal, pedagogic
Voto: 9

Sono passati mesi ormai dall’uscita di “Flamingo Love”, il singolo con cui Ray Zamudo ha stupito la scena musicale internazionale. Sinceramente, nell’ambiente si pensava che non sarebbe mai stato seguito da un vero e proprio album, forse anche a causa dell’inquietante utilizzo del brano nella pubblicità di detergenti intimi che lo ha trasformato nel tormentone della scorsa estate. E, invece, ecco finalmente “Ulysse de Joie”.
Basta il primo ascolto per capire che il lavoro dell’eclettico brasiliano non si presta ad essere sfruttato per fini commerciali, come accaduto col singolo. Se, infatti, in “Flamingo Love”, ciò aveva sminuito l’originale idea di accompagnare la melodiosa voce brasiliana di Ray con il canto dei fenicotteri in amore, sarà più difficile che accada con il resto dell’album. Si tratta di un’opera estrema, capace di combinare le ricerche sperimentali dell’artista carioca con le più variegate influenze etniche mondiali. Già il titolo, riferendosi all’eroe greco appassionato di viaggi, lascia intuire il desiderio di spaziare tra i generi musicali più disparati.
Ray Zamudo è riuscito a modulare perfettamente i suoni della natura con le musiche tipiche degli uomini che vivono al suo interno in una grandiosa polifonia ambientale. Come, ad esempio, nel brano di chiusura, “Ice Valley”, in cui il sibilo quasi sospirato dalla bocca sdentata dell’eschimese Got viene accompagnato da un coro di pinguini squillanti e distorti dal campionatore tanto da suonare come trombe, col ruolo di trombone eseguito dal leone marino. Difficile togliersi dalla testa quel grido allucinato che fa da sottofondo per tutta la durata del brano.
Di certo, il lavoro di gioventù come veterinario nello zoo di Sao Cristòvao, oltre ad essergli costato il nomignolo di “ex veterinario di Rio” con cui è stato ribattezzato da Jimmy Guest nell’articolo “Musiche animali”, ha arricchito moltissimo la conoscenza di Ray in materia di fonetica animale e ha influito sul suo studio di questa particolare musica faunistica. Certamente, uno dei risultati migliori è stato raggiunto proprio con la registrazione in presa diretta del canto dei fenicotteri durante la stagione degli amori, che gli ha permesso di elaborare l’orecchiabile motivetto di “Flamingo Love”. In “Ulysse de Joie”, però, non c’è solo sperimentazione di suoli mistici o alienanti. Lo dimostra la ritmica focosa di “A Quatre Amis”. Per la creazione di questo pezzo travolgente è ben valsa la settimana di lavoro di Ray Zamudo insieme a un vivace ensemble di scimmiette senegalesi. “Non è stato molto difficile insegnargli a suonare le percussioni in modo sincronizzato -, ha spiegato l’artista, -…quanto convincerle a restituire gli strumenti una volta terminata la registrazione”.
Degna di nota anche la collaborazione tra Ray e l’antropologo Ruben Narvaez, che gli ha consentito di approfondire le tradizioni musicali di vari popoli e di lavorare a stretto contatto con artisti e band di tutto il pianeta. Non è solo il caso dell’eschimese Got, ma anche di Tonio du Vivier, pingue e sanguigno santone creolo di New Orleans. Il legame sorto tra i due ha dato vita a ben due tracce dell’album. Colpisce subito le nostre orecchie il boato rauco di “After de Carnival”, una veemente esplosione vocale che pare fuoriuscire direttamente dai pentoloni di acqua bollente che gorgogliano tutto intorno al santone. Il brontolio delle lumache unito a quello del gambero rosso della Louisiana produce uno strano effetto ipnotico. Il secondo pezzo inciso a New Orleans è il gospel-jazz “Please, Jesus Save Me from Dengue Fever”, in cui la componente animale si limita al continuo abbaiare di un cane in lontananza, “che, comunque, è una ficata”, come ha commentato amichevolmente il critico Porfirio Salomar.
Per quanto riguarda il profilo tecnico, è molto interessante l’utilizzo di strumenti messi a punto dall’artista stesso, come il Rugiada Synth grazie al quale Ray è riuscito a catturare l’umido riverbero mattutino dell’erba, un ticchettio cristallino che si può apprezzare in “Ouro de Irlanda”, una specie di elegia celtica sulla base del fruscio di muschio.
A completare l’orizzonte caleidoscopico di quest’album, forse unico al mondo, meritano di essere menzionati “Kamchatka – The War Cry of the Siberian Bears”, pezzo strumentale simile a un vento ascetico-psichedelico, “A Ultima Noite de Atahualpa”, contraddistinto dal particolare suono delle maracas fatte con uova di struzzo, e infine la title track “Ulysse de Joie”, ovvero il canto della stiva di una nave salpata da Atene per riportare in Africa un gruppo di animali ospiti del giardino zoologico della capitale greca.
In conclusione, ritengo che “Ulysse de Joie” sia un album da non farsi scappare, consiglio rivolto ai collezionisti ma anche ai semplici curiosi.
 
  Recensione: Fabrizio Di Fiore 
 Cover: frattozerø




Artista: F.O.G.
Disco: Oh Lord!
Etichetta: Zoo Recordings
Anno: 2013
Genere: Geez House
Voto: 6

Raddrizzate quella croce. Un paio d’anni di sbornia witch house e cosa ne è rimasto? Cosa tramanderemo ai nostri figli di questo movimento bastardo, generato a tavolino da critici e discografici? Una manciata di bei dischi (uno su tutti, “King Night” dei Salem), una studiata iconografia pseudo horror-esoterica e una sfilza di gruppi e gruppetti dai nomi impronunciabili (**”§§, XXX, (((Z]]] e via dicendo). Stop.
Raddrizzate quella croce _ sembrano voler gridare i F.O.G., acronimo che sta per Friends of God, della serie “un nome un programma”.
Quello che non capirò mai è il motivo per il quale tre musicisti di Newark decidano di professare il loro amore per Gesù attraverso uno dei generi musicali più attivi, in questi ultimi tempi, nel diffondere all’interno del mercato discografico rimandi esoterici e, in certi casi, suggestioni vagamente sataniste.
A spiegarcelo ci prova Father Jones, leader della band: “L’avvento witch house ci ha semplicemente folgorato, da musicisti e da ascoltatori. Quel suono sporco, disperato, era semplicemente… wow! Purtroppo però era in qualità di persone e di credenti che non potevamo accettare questa forma di espressione. Rigettavamo l’insistenza  con cui le band andavano a ricercare un’estetica pagana, aggressiva, al limite del diabolico. Ci rifiutavamo di prestare ascolto a testi che dicevano cose tipo: ‘It's all blurred out aye bitch I can't see ya / Turnin shit around, maybe I should leave ya’ (“Trapdoor”, Salem n.d.r.). Così ci siamo confrontati e siamo giunti alla conclusione di portare Gesù dentro la musica che amiamo, proprio come noi lo portiamo nel nostro cuore”.
E allora ecco “Oh Lord!”, disco d’esordio per questo trio (batteria, synth, chitarra) già ampiamente scafato sotto il profilo delle esperienze discografiche (Father Jones come leader della band Christian-rock Trinity, il tastierista Father Kirby in qualità di producer del progetto dark-ambient Solomon).
Preparatevi a preghiere distorte (“God is one”) e a intermezzi di musica sacra rivisitata in chiave moderna (“Requiem”), a sermoni rappati (“Hey you! Listen to Jesus”) e a bordate di synth pesanti a fare da accompagnamento a messaggi d’amore e di solidarietà (“You’re not alone”, “Wash your sins in holy water”).
“Dio è in me… e nel mio synth”_ sostiene Father Jones senza tradire alcuna nota di ironia nella voce. 
Ci mancava pure il geez-house…

  testo: Martin Hofer
 cover: frattozerø



Artista: And Then You Die
Disco: I Dreamt About You And Then You Die
Etichetta: Insane Mask Rec
Anno: 2013
Genere: Hardcore, metalcore, die-core
Voto: 8

Che ce l'avessero in testa, il pallino della morte, è stato chiaro sin da subito.
Gli And Then You Die si sono sempre presentati vestiti di nero, con maschere, o meglio, coprivolto neri, e poche interviste rilasciate incentrate sul tema del nulla, della fine, dell'anti. Ermetici.
Anche a microfoni spenti, i due sono sempre dietro a litigare, sempre incazzati tra loro. Fingono bene i ragazzi.
Non a caso il loro omonimo disco d'esordio ha fatto breccia tra i personaggi più oscuri di una fan-base sia hardcore che metal.
Buoni consensi prima, ancora di più adesso, con la loro seconda opera "I Dreamt About You And Then You Die". Come nel primo disco, anche nel secondo non dimenticano il nome del loro gruppo, che continua ad essere presente in tutti i titoli e testi delle canzoni dell'album.
Un metalcore infiammato, una batteria che pulsa quanto un cuore adrenalinico, e la chitarra spinta su distorti, quasi acidi, riff, pensati, studiati e realizzati con l'acceleratore pigiato. La registrazione con la nuova Insane Mask Rec si fa sentire, la qualità del suono è diventata molto più curata, nessun effetto cantina, ma una sostanziale purezza sonora. Le canzoni sono brevi, e numerose -ben ventuno per questo secondo lavoro- in un totale di trenta minuti abbondanti. Il genere si mischia a tonalità nettamente hardcore, il più delle volte la batteria si innesta su ritmiche t-r-r-r-u-pa-t-r-r-r-r-u-pa, ma ci sono brani anche più tecnici, dove il batterista si improvvisa su controtempi, in porzioni non troppo simmetriche delle canzoni. Prendete ad esempio la sezione ritmica di "Your Mather Is Now A Father And Then You Die" che sbarella qualsiasi concezione di sincronia, oppure la ultra veloce del disco "I Cannot Be Bored By You Cunts And Then You Die", ottima soluzione impararla per un desiderio di veloce dieta, che alterna strofe a quattro quarti e cinque quarti. 
La voce è sempre screamata alta, e tiene bene le altezze, un po' meno dal vivo, a parte quando gioca su momenti striduli, l'apice dello scandalo canoro lo si raggiunge in "The Devil Writes Poetry About The Cats Of Your Sons And Then You Die" oppure in "The Poisoned Coffe And Then You Die".
Tutto questo casino in due. Anche dal vivo. Grazie ad amplificatori e distorsori.
Il monotema dei loro testi alle volte li rende un po' banali, bene o male si intuisce sempre dove andranno a parare, ma forse è un po' il loro marchio di fabbrica, far culminare tutti i brani con "and then you die".
Di certo la loro funebre simpatia fa scappare qualche sorriso un po’ macabro -anche grazie al fatto che nei loro booklet ci sono i testi- ma le battute devono anche essere cattive.
A ridosso dell'estate cominceranno la loro attività live. Inizialmente sporadiche, le apparizioni si intensificheranno con l'arrivo del fresco, tra centri sociali e lugubri localacci. Siete pronti a morire?
 
testo: Alessandro Rabitti
cover: frattozerø



Artista: Savonarola
Disco: “Rogo”
Etichetta: La banca del seme
Anno: 2013
Genere: Blues, folk post-rinascimentale
Voto: 7

Piazza Savonarola è una pozza di cemento circondata da siepi e fermate dell’autobus, uffici anonimi e file di parcheggi a lisca di pesce. Un posto come se ne vedono tanti, a Firenze come da qualsiasi altra parte.
Ancora non sono ben chiari i motivi per i quali, d’estate, questa piccola oasi di afa incandescente diventi uno dei principali punti di ritrovo per sbarbatelli in vacanza. Cocktail in mano e diahane d’ordinanza, i giovani fiorentini fumano una sigaretta dopo l’altra svaccati su una panchina, o ai piedi della statua che campeggia al centro della piazza. La statua di Girolamo Savonarola, per l’appunto.
No, questo non è uno di quei servizi che Gigi Sironi intitolerebbe “Gioventù da sballo”. Questa vuole essere soltanto una recensione.
Ma se almeno una volta nella vita siete capitati in zona, non avrete potuto fare a meno di notare quella figura barbuta che, stretta fra due ragazzini alticci e sudati,  giace ai piedi del frate eretico con una chitarra mezza scordata fra le braccia.
Lo strano soggetto in questione- una sorta di incrocio mal riuscito fra Tom Waits e il Grande Lebowski- risponde al nome di Dario Bettini, ma se lo chiamate così è assai improbabile che costui vi risponda.
Per tutti i frequentatori delle serate fiorentine, Bettini è semplicemente Savonarola. Tutt’al più, ora che il suo album ha riscosso il plauso di riviste e blog musicali indipendenti, potrebbe essere diventato “Savonarola, quello che ha fatto il disco”.
La storia di Bettini è a dir poco cinematografica. Un’epopea all’italiana che, manco a a farlo apposta, si incrocia a più riprese con la vicenda del “vero” Savonarola (quello 100% original).
Nato nel febbraio 1969 a Ferrara- la stessa città natale del frate- Dario si iscrive al Dams di Bologna dove, fra corsi di musicologia (pochi) e cylum nel cortile della Facoltà (molti), inizia a sperimentare il vagabondaggio e la vita da giovane ribelle. E’ proprio in Piazza Verdi che Savonarola comincerà a destreggiarsi con la chitarra, nelle sue prime performance da musicante di strada, ma il periodo accademico non durerà a lungo. Solo qualche mese e una manciata di esami sostenuti, ed ecco che il non-ancora-Savonarola molla Dams e burattini per intraprendere uno cieco vagare chitarra in spalla per la provincia italiana.
Parma, Piacenza, Genova, spingendosi fin verso Livorno, Foligno, Terni, Ostia e Grosseto. Dario sopravvive con quel che capita- perlopiù con lavoretti da manovale, scaricatore di porto e ortolano- e la sera si siede su uno scalino di qualche piazza per dar voce alla propria musica. Il blues delle origini come riferimento primario (W.C. Handy, Ma Rainey, Sam Chatman), ma anche gli anni ’60 e ’70 con i vari Bob Dylan, Joni Mitchell e Sixto Rodriguez. Il cantautore inizia a costruirsi un nome, seppur in spazi limitati, sia a livello geografico che di scena. Il pensiero di incidere un demo e di inviarlo a qualche casa discografica è del tutto alieno alla mentalità del cantautore, che non pretende altro che uno scalino dove sedere e un paio di ubriachi a fare da spettatori.
La svolta giunge un paio di anni fa, quando da Grosseto Bettini prende un treno con destinazione Genova. Basta Toscana, basta centro Italia. Si torna verso il nord. E invece no. Perché in attesa della coincidenza per Genova, Dario decide di farsi due passi per il centro di Firenze, e ne rimane impressionato.
Potrebbe trattarsi di una questione di giorni, forse di settimane. Poi arriva l’impiego come lavapiatti in una pizzeria di -indovinate dove?- Piazza Savonarola. E il cerchio si chiude, finalmente.
Bettini si spacca la schiena tutto il giorno e a fine turno corre in piazza a strimpellare la sua chitarra.  Per i bevitori del sabato sera diventa quasi un’istituzione.
Fino a quando, una notte come tante, non lo adocchia Guido Pancagli, co-fondatore de La Banca del Seme, etichetta di Prato particolarmente attenta ai subbugli dell’underground locale.
A 44 anni è dunque il tempo di “Rogo”, prima fatica di Dario “Savonarola” Bettini.
Questo lavoro di dodici pezzi è un concept che traccia con grande precisione un parallelo fra la Firenze quattrocentesca e la situazione attuale del nostro paese.
Lorenzo il Magnifico come precursore del “Berlusconismo” (“Bunga Bunga a Palazzo Medici”), la famiglia pallesca come simbolo del potere occulto e della lobby ebraica (“Padroni del benestare”, “Cupidigia”, “Muri del pianto”) e, ovviamente, Savonarola come raffigurazione della volontà di rinnovamento e ribellione al papato (“Tutto brucia”, “L’uomo di paglia”).
Da un punto di vista squisitamente storico-politico non sempre il paragone regge, ma l’operazione, che in un certo senso ricalca lo stratagemma manzoniano, è originale e funziona di brutto.
Se a questo aggiungiamo il puro godimento derivante dal fingerpicking molesto, dai traccianti stonati di chitarra, e dalla voce roca e altrettanto stonata –ma profonda, significante- di Savonarola, il risultato non può essere che un discone. 
Ancora non ci è dato sapere se Savonarola porterà la sua opera in concerto. Dario infatti continua a lavorare in pizzeria come niente fosse, per niente turbato dal clamore e dal baccano che si è creato attorno a lui. Se volete assistere a un suo concerto, siamo convinti che vi basterà capitare dalle parti di Piazza Savonarola, e sedervi sotto la statua del frate eretico. Il concerto avrà inizio, prima o poi.
 
 testo: Martin Hofer
cover: frattozerø 



   
Artista: Nackenspoiler
Disco: “Scheiße Herz”
Etichetta: Indie-Ruhr
Anno: 2013
Genere: Deutsch-grunge, schrank rock, post-hardköln
Voto: 6

Preceduto da una grossa campagna pubblicitaria in Germania, esce in questi giorni il nuovo disco dei Nackenspoiler, giovane band di Oberhausen, fin troppo acclamata dalla critica musicale tedesca ma ancora poco conosciuta dal pubblico italiano.
In realtà, dopo il successo del primo disco, “Mein Armer Generation”, in cui il grunge di questi giovanotti teutonici ci ha dato una rappresentazione perfetta del loro senso di decadenza e abbandono, ci si aspettava qualcosa di più da “Scheiße Herz”.
Già. Perché negli ultimi mesi si è parlato davvero tanto dei Nackenspoiler ma non della loro musica, viste le lunghe polemiche che hanno seguito l’ultimo tour in Gran Bretagna (il concerto all’Urban Decay è stato sospeso quando, al termine del pezzo Any Excuse Will Do to Be A Bitch, il cantante Lothar Gruntz ha preso in giro le sue fan londinesi dicendo che sono tutte grasse e butterate, “fats and skin-pitted”). Sembra che, in segno di protesta, molti fan locali abbiano smesso di imitare il loro look (la riscoperta del mullet è stata fin dall’inizio il cavallo di battaglia dei Nackenspoiler, ma probabilmente si addice poco al loro abbigliamento rinnovato, molto hipster).
Il nuovo album, comunque, parte subito forte grazie all’intensità delle tre chitarre elettriche sovrapposte nel brano di apertura, Ein Leben Mit den Stiefeln (“Una vita con gli stivali”). Poi, però, sembra perdersi per strada, senza seguire un’idea musicale organica. Si passa in modo del tutto casuale da una piacevole cover di Der Kommissar all’infinito assolo di batteria di Klapperschlange Pacemaker. A meno che non lo si ascolti distrattamente, non si può che restare interdetti da certi sbalzi stilistici. Si ha l’impressione che sia venuta meno quella spontaneità, a tratti anche grossolana, che era stata il punto di forza del primo album. Inoltre, delude un po’ la presenza quasi forzata di un “lento”, Toxic Lolita, neppure troppo lagnoso ma che comunque non ci si aspetterebbe da una band del genere.
Molto bella, invece, Poseidon, brano in cui le loro schitarrate schizofreniche assumono delle tonalità acide che ricordano quelle dei Goblin. E infatti, anche per i Nackenspoiler è arrivato il momento di prestare la loro musica a una colonna sonora. Si tratta di Hartstoffhoden, settima traccia del nuovo album utilizzata nel film indipendente “Prinz von Johannesburg”, storia di un latitante  tedesco che diventa un capobanda di Soweto. Il rovente giro di basso che fa da ritornello a questo pezzo è un vero e proprio tormentone, difficile toglierselo dalle orecchie. Proprio certe soluzioni sonore presenti in “Scheiße Herz” potrebbero segnare la strada che permetterà ai Nackenspoiler d’innovare il loro stile o, comunque, di ritoccarlo quel che basti per riconquistare la curiosità del pubblico. Con qualche accorgimento, il prossimo album potrebbe dire qualcosa in più rispetto a quello appena uscito, che, comunque, è stato probabilmente criticato fin da subito più di quanto meritasse e, in qualche caso, anche in modo abbastanza ingiustificato. Ad esempio: l’evidente stonatura nel coro di Kinder von Bergleuten (“Figli di Minatori”) è voluta, non è un errore di Lothar Gruntz.


testo: Fabrizio Di Fiore
cover: frattozerø
 


  
Titolo: Scusa ma… mi si sono ristretti i ragazzi
Regista: Fefè Moccio
Durata: ‘78
Genere: teen-movie risparmiabile
Produzione: Italia / Stati Uniti
Cast: Cocca Quattrocchi, Bono Braccioni, Cicci Cambusi, Bubi Bottarga
Casa di Produzione: Babi Productions

Sinossi e nota critica: Dopo aver documentato con fastidiosa dovizia di particolari i pruriti sessuali dei pariolini versione 2.0, Fefè Moccio decide finalmente di compiere il grande salto confrontandosi con un celebre classico del cinema hollywoodiano, quel Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi che tanto ha influenzato il David Lynch di Mulholland Drive, nel momento in cui si è trattato di riporre terrificanti barboni in scatolette davvero piccolissime.
In questo nuovo episodio, Poppi -un’insopportabile matricola universitaria alle prese con una laurea in chimica da conseguire con il minor sforzo possibile- tenta di sedurre chiunque capiti nelle sue vicinanze. La protagonista (interpretata da una commovente Cocca Quattrocchi) è infatti ancora illibata e, per questo motivo, vittima di ripetuti atti di bullismo promossi dalle sue migliori amiche: Sissi (altolocata battona con una prevedibile erre moscia) e Totti (borgatara, donna del popolo dalla battuta sempre pronta ma, non per questo, meno zoccola dell’altra).
Le avance condotte da Poppi riflettono tutta l’incertezza di una diciottenne interpretata da un’attrice che di anni ne avrà almeno trentadue e portano, inesorabilmente, alla stessa -patetica- conclusione: l’improvvisa perdita di propulsione erettile da parte dei poveri bersagli scelti dalla ragazza.
Ma quando Poppi incontrerà Raul, il vero amore, riusciranno i buoni sentimenti a prevalere sulla totale mancanza di rizzacazzismo della giovane? Forse sì, grazie all’aiuto di uno scienziato pasticcione…
Uno spaccato fin troppo fedele dell’Italia dei nostri giorni raccontato attraverso dialoghi di rara vacuità e irresistibili gag “di formazione” (se Holden Caufield avesse barattato il suo senso dell’umorismo per una Smart, il capolavoro di Salinger suonerebbe più o meno così).
Moccio, cantore dei nostri tempi. La domanda fondamentale è: c’era bisogno di questo film per prendere coscienza del fatto che siamo diventati mentecatti?

Voto: 4

testo: Martin Hofer
illustrazione: frattozerø




Artista: Nirvalium
Disco: Flashy Lights In The Eyes
Etichetta: Alice's pills
Anno: 2013
Genere: Psichedelia, Acidume
Voto: 7

Non sembra vero, ma alla fine i Nirvalium sono riusciti a pubblicare il loro disco di esordio. Dopo anni spesi a fare cover dei Nirvana, si sono distaccati quasi interamente dal loro sound derivato per dedicarsi completamente alla psichedelia, mantenendo però il loro nome di cover band. Vengono dall'appennino tosco emiliano, ma il cantante Jack Corradini, italiano di madre inglese, è riuscito a sdoganare la band da una qualsivoglia etichetta di "italianità". La sua pronuncia madrelingua è un plus che potrà aiutarli anche nella promozione del loro suono anche al di fuori dei confini italiani.
"Flashy Ligths In The Eyes" è il loro primo disco, e come abbiamo detto, sa di quella psichedelia discendente da band culto quale i Jefferson Airplane. Quel rock anni '70 offuscato dalle droghe al profumo di marijuana, ammaliato dai colori, dai fiori e dalle collanine color lapislazzuli. Dal sapore inconfondibilmente acido per certi versi, il loro suono riesce ad avere un doppio effetto: anestetico da un lato, con melodie al contempo progressive e regressive (ad esempio le chitarre dilatate di "I Remember My Name Only If I Sleep", o l'uso onirico duplice di voce e cori nel ritornello di "Driving Car With Flashy Lights In The Eyes") ma d'altro canto accende la miccia quando le chitarre diventano più stridule, con l'aiuto di un basso alle volte usato con distorsori per chitarra, al fine di rendere un effetto sonoro ancor più stravagante (basti pensare alle velocità sdrucciolevoli di "Many Feelings In A Moment", ma anche alla fragilità vocale di "Crazy/Lazy/Easy/Peasy"). Qualche momento non ispirato è presente sul disco, un paio di pezzi avrebbero potuto tranquillamente evitarli, mancando di qualità, ma i Nirvalium hanno un background totalmente
diverso, e questa sorta di esperimento, tutto sommato è un bel salto nel vuoto che ha funzionato discretamente bene.
Una caratteristica di questo disco dei Nirvalium sta anche nella presentazione dei brani. Dieci in tutto. Quelli lenti e più quieti si alternano rispettivamente ai più acidi ed illumina(n)ti. Questa peculiarità fa si che anche l'ascoltatore rimanga leggermente sconvolto durante l'ascolto, in una sorta di agitazione che ne modifica sistematicamente i diversi stati d'animo canzone dopo canzone. Ci si spinge in un vortice emotivo, non facile da cogliere. Ma se vi sentirete scombussolati alla fine di "Flashy Lights In The Eyes", allora i Nirvalium avranno colto nel segno. Da verificarne gli sviluppi sulla distanza. 
 
testo: Alessandro Rabitti
illustrazione: frattozerø

 

Titolo: L’Albero degli Zotici
Regista: Lino Manermo
Durata: ‘137
Genere: neorealismo dialettale
Produzione: Bergamo
Cast: attori non professionisti
Casa di produzione: Bergamo & Dintorni

Sinossi e nota critica: Se molti di noi pensavano che il neorealismo italiano fosse morto e sepolto da tempo, l’esordiente Lino Manermo ci ha smentiti in modo eclatante. Dopo essere stato premiato e applaudito al Cinefestival di Calvisano, il suo L’Albero degli Zotici verrà proiettato ora nelle sale cinematografiche di tutta Italia. Riuscirà un film del genere a superare i suoi limiti regionali (ad eccezione della voce narrante, tutti i dialoghi sono in slang bergamasco) e ad essere apprezzato dal grande pubblico? Ce lo auguriamo. Perché questa pellicola, non solo racconta in modo crudo e schietto la realtà delle nostre province agresti-industrializzate, ma riesce a farlo toccando l’emotività dello spettatore, senza per questo scadere mai nel buonismo o, ancor peggio, in un certo tipo di profondità sentimentale scritta a tavolino.
Bottanuco. Protagonista della storia è Ivan Zandonai (nella parte di se stesso), figlio di una delle tipiche famiglie operaie che, ai nostri giorni, hanno preso il posto di quelle contadine di una volta. Operaio lui, come i genitori, la sorella e, soprattutto, gli amici. Sono loro gli “zotici” del titolo, un gruppo di uomini di età variante tra i cinquanta e i venti. Tutte le sere, si ritrovano sotto un albero in aperta campagna per ubriacarsi e chiacchierare del più e del meno: ma chiacchierano solo in dialetto bergamasco. La lingua italiana, infatti, è rigorosamente bandita dal loro background culturale. Finché, un giorno, Ivan decide di iscriversi alla scuola serale. Questa scelta verrà vista dagli amici come una specie di tradimento e per Ivan inizierà un periodo di angherie, soprusi e vessazioni varie. Finirà male, ma forse la piccola comunità scoprirà in lui un nuovo martire.
Con uno stile a metà strada tra Ken Loach e Pasolini, Manermo descrive il mondo in cui è cresciuto affidandosi a uno sguardo oggettivo e distaccato, senza pregiudizi né compassione. Si passa dalla violenza visiva dell’incendio alla biblioteca comunale alla commovente scena in cui Ivan viene allontanato a sassate da una sagra patronale. Niente male per un regista che aveva iniziato la carriera con i documentari sportivi (Le Ultime Trenta Azioni di Christian, dedicato alla parentesi atalantina di Vieri, Doni di Natale, ma anche i più internazionali Corri, Bolt. Un ragazzo di Giamaica e A Qualcuno piace Tyson).

Voto: 8

testo: Fabrizio Di Fiore
illustrazione:frattozerø




Artista: Joaq and the Land
Disco: Seven and 7
Etichetta: Soiled
Anno: 2013
Genere: Alt math rock, Elemental post-rock
Voto: 8

Da diversi anni le gesta dei Joaq and the Land riecheggiano tra i blog di mezza europa.

La caratteristica che fa strappare i capelli dei loro fan è l'utilizzo di tre palchi durante i loro rari live set.
Il pubblico nel mezzo dei tre palchi si ritrova protagonista di una esperienza sensoriale multidimensionale e avvolgente.
Il palco centrale, quello -teoricamente- di maggiore richiamo, vede tre percussionisti defilati ai lati -e armati non solo di batterie ma anche di marimba, cajon, tabla, caisa e oggetti d'uso comune come tubi di scolo e bidoncini della spazzatura modificati- avvicendarsi  agli strumenti e stendere basi ritmiche ovattate ed esoteriche. Nell'area di mezzo si esibiscono danzatori moderni e alcuni cantanti che talvolta si alternano in litanie incomprensibili di stampo chiaramente islandese.
Sui rimanenti due palchi che avviluppano gli spettatori completando l'enneafonìa (3 canali per 3 palchi) si avvicendano gli altri 6 strumentisti, tra chitarre, basso, archi e tastiere a profusione. Dietro di loro fenomenali proiezioni di frattali e di natura, sincronizzate alle ritmiche algebriche e inquietanti.

Se i Tool facevano uso di sequenze numeriche nelle loro metriche testuali e compositive, anche Joaq and the Land sono permeati di numericità.
Affascinati da Descartes e Fibonacci, cultori di Riemann e Turing il triplo trio (!!!) danese trova linfa dalle cifre come naturale codifica della vita.
L'apertura del nuovo disco è assegnata a "Homotetic", tratto d'unione tra questo Seven and 7 e il precedente e fortunato "Arythmic Pulse", dove il collettivo preferisce non dispiegare subito tutti i mezzi a disposizione, ma partire lento per lasciare piatti ben più succulenti al resto del disco.

La seconda "The Land Of The Three" è una perla di scuola Sigur Ros che dopo un cadenzato quanto interminabile saliscendi emotivo esplode in ruggiti chitarristici di epica magniloquenza.
In "Spring '13", dedicata ai tragici disordini in Spagna e Francia, si avverte appieno la discesa nell'oscurità che Joaq and the Land vogliono trasmetterci. Alcune campane tibetane rintoccano un ritmo dispari per un piano lugubre e per la voce splendida si Kristine Ligier, quanto basta a riempire di vuoto il cuore e a far versare una lacrima.
Ancora diversa è invece "Collapse and Rebirth", un baccanale in cui tutti i membri del gruppo, suonano uno strumento ad arco in tempi diversi fino a ricongiungersi nell'ultimo giro del pezzo, il tutto accompagnato dai gorgheggi asimmetrici della Ligier e di una Vivien Foster in grande spolvero.
Lo strumentale "Rain Will Fall On Us" chiude i 58 minuti di Seven and 7, a testimonianza della grande padronanza dello spettro emozionale facilmente adattabile a situazioni cinematografiche in possesso dei danesi.

Iconografia scarna, fenomeno lontano da hipsterismi ma cresciuto esclusivamente sulla rete, Joaq and the Land si inseriscono tra la tradizione post rock, certo dark e il math rock.
Non spazzeranno -per ora- l'ombra gettata dalla monumentale presenza dei Sigur Ros, ma ne rivedono buona parte degli schemi.
Forse non li vedremo mai dal vivo in Italia ma chi ha voglia di una rivelazione forse ha trovato un piccolo grande tesoro.
     
testo: Marco Scaltriti
illustrazione: frattozerø
 

Titolo: Saghe mentali_ Episode I
Regista: Lucas Hurt
Durata: ‘212 e passa
Genere: pesante
Produzione: Francia / Stati Uniti
Cast: Francois Debordant
Casa di produzione: Onan Productions

Sinossi e nota critica: Un uomo si interroga sul significato della vita in sei film dalla durata spropositata. Una sedia. Una telecamera fissa. Oltre 2400 minuti di silenzio. Una produzione che si è rivelata insopportabile perfino per Terrence Malick, contattato inizialmente dalla Onan per dare vita all’ambizioso progetto.
A raccogliere la sfida ecco dunque il cineasta olandese Lucas Hurt, già autore delle incontinenti pellicole Kolossal e La storia del mondo: dai primi vagiti a un futuro lontanissimo.
E, niente, non c’è molto da dire su questo primo capitolo della saga.
La bravura di Francois Debordant aiuta a sopravvivere ai primi 30-40 minuti di elucubrazioni, pause, ipotesi, citazioni, metafore, incisi, riflessioni, paralleli, teoremi, dimostrazioni ed excursus, ma poi il film inizia ad accusare i primi cedimenti.
Fra uno sbadiglio e l’altro giungiamo a stento all’ultima scena: dopo 20 minuti di silenzio nei quali Debordant guarda dritto in camera con aria assorta, l’uomo beve un sorso d’acqua e poi esclama: “Il significato della vita? E che diavolo ne so io!”.
Un finale se non altro irritante che i critici hanno generosamente definito “misterioso, provocatorio, una premonizione post-moderna su quello che saranno i prossimi capitoli della saga”. E su questo, sfortunatamente, non possiamo che essere d’accordo…
Voto: 5
testo: Martin Hofer
cover: frattozerø


Titolo: Lagna di Natale
Regista: …dai creatori di Jack Frost…
Durata: ‘121
Genere: Mediaset il 25 di dicembre
Produzione: Stati Uniti
Cast: il sosia ufficiale di Micheal Keaton, i due bambini che fanno tutti i film di Natale, un nano qualsiasi
Casa di produzione: St. Klaus Production

Sinossi e nota critica: Dai creatori di Jack Frost (per chi se lo fosse perso: il film in cui Micheal Keaton muore male e si reincarna in un pupazzo di neve fatto al computer) ecco l’ennesima –perdibilissima- pellicola di Natale.
Un padre di due gemellini biondi scivola sul ghiaccio e batte la testa sulla soglia di casa, aprendosi fatalmente il cranio. A porre rimedio alla tragedia familiare ci pensa Babbo Natale, che trasforma il protagonista nel vischio appeso sopra la porta di casa.
Una volta rivelato il segreto ai figli, cominciano le smancerie, i sentimenti da quattro soldi e un buonismo tipicamente natalizio che ti fa venire voglia di imbracciare un mitra e fare fuoco sul primo cretino vestito da Babbo Natale che incontri per strada.
Poi i bambini acquisiscono fiducia in loro stessi, elaborano il lutto, Natale finisce, e il padre-vischio può appassire in pace, tornando ad arrostire in qualche anticamera dell’inferno fino alle prossime festività. Insomma, nulla di nuovo, nulla di interessante.
Stavolta, però, niente Micheal Keaton. Non che gli sceneggiatori non ci abbiano provato, è solo che si sono sentiti rispondere: “Jack Frost? Un sequel? Ma lo sapete chi sono io? IO SONO BATMAAAN”

Voto: 3

testo: Martin Hofer
cover: frattozerø

 
Artista: Aa.vv.
Disco: Discopanettone
Etichetta: Zoo Recordings
Anno: 2013
Genere: natalizio
Voto: 6,5

Se vi siete stufati delle solite compilation natalizie con Wham e Mariah Carey, quest’anno avete la possibilità di fare un regalo insolito al prete che vi verrà a benedire casa e a reclamare moneta.
La Zoo Recordings, etichetta svizzera che da anni accoglie i suoni più strani provenienti da ogni angolo del globo, propone una raccolta in doppio cd dove il tema natalizio viene riletto da un campionario eterogeneo di artisti della scena indipendente mondiale. 

CD 1
Dieci pezzi per tutti i gusti. Si va dal gospel angelico dei Capellas (tre fratelli gemelli che a più riprese hanno affermato di volersi mantenere casti almeno fino al momento della morte) al folk antagonista di Savonarola che, con la sua Natale del cazzo,  scaglia un grido di contestazione contro il consumismo di fine anno.
Ritroviamo anche i F.O.G. (Friends of God), band statunitense di Geez house che per l’occasione ci regala una cover tutta synth e voci effettate di White Christmas.
Interessante anche la trovata dell’artista sperimentale nippo-australiano Mel Atiro, che nella sua Bells ha campionato il suono di sessanta campane sparse tra Italia, Francia, Spagna e Portogallo durante alcune messe della vigilia.
Piuttosto insulsa la parentesi dance del napoletano Giggi d’Alexia con la sua Ullalà dindondan, che avrebbe pretese di tormentone ma che -ne siamo certi- finirà presto nello sciacquone delle pseudo-hit mancate.
Troviamo inoltre un po’ fuori luogo la presenza della band death metal Hoygyarteer, i cui trascorsi satanisti non potevano che lasciar presagire un pezzo quantomeno “poco ortodosso”. E infatti il brano proposto è infarcito di ripetuti inneggiamenti a Satana, nonché di volgari blasfemie, come del resto suggerisce il titolo (Kraar nudest aynen ridorst), piuttosto eloquente anche per chi di norvegese mastica poco o niente.
La prima parte dell’opera si conclude con una toccante ballad firmata dal cantautore genovese Gian Mai, la cui particolarissima voce squarcia il velo di archi e arpeggi acustici che adornano la melanconia dell’ottima Bistefani da due lire.

testo: Martin Hofer

CD 2
Il secondo cd non si discosta molto dal primo. Certe tipiche banalità natalizie, abbastanza zuccherose da uccidere un diabetico o noiose da aiutare il riposino digestivo sul divano dopo il pranzo del 25, sono intervallate da brani insoliti e piuttosto interessanti. Questa commistione però sembra spesso insensata o per nulla omogenea. Basti pensare all’accostamento assurdo, se non fosse per il titolo, tra il suono minimale di Shèng dàn jié Xiòng mao (Panda Natale) dello xilofonista cinese Ghel Bel Jing e il duro punk rock di Weihnachten Baer (Orso Natale) dei tedeschi Nackenspoiler.
Si passa così da L’Odeur de musc est bon, aulica sonata per ghironda del francese Joseph Le Boeuf, all’elettronica Santa Claus is in da house di Jiggle Gigas, pseudonimo dietro cui si cela un gruppo di giovani dj newyorchesi. La loro non è l’unica traccia del cd a sembrare più adatta a un veglione in discoteca che al tradizionale “Natale con i tuoi”.  C’è anche Phosphorescent Fir di Doctor Rastazar, artista giamaicano che ci parla di un abete dalle proprietà allucinogene che causano visioni mistico-religiose. Tanto per saltare di palo in frasca, questo simpatico pezzo raggamuffin non poteva che essere seguito da una morna, Torta de Cometa della cantante portoghese Magda Regina.
In un simile intruglio, va menzionato il brano di Napuli, neomelodico partenopeo che diverte con l’autoironica cover Tuppe Tuppe San Gennà, un duetto tra il santo e Babbo Natale: accusato di avergli scippato il sacco dei doni, San Gennaro si difende con la scusa “…l’agg fatt ppè t’aiutà”.
Nota stonata, il canto natalizio che chiude il secondo cd: agli autori di Save the Reindeer (esecuzione affidata alle voci angeliche dell’Ecologist World Chorus) andrebbe ricordato che non solo il giubbino scamosciato di renna non è un indumento invernale, ma è anche fuori moda…

testo: Fabrizio di Fiore
cover: frattozerø


Titolo: Figli di un Do Minore
Regista: Rutger Mancusi
Durata: ‘74
Genere: Commedia social-caritatevole
Produzione: Germania-Italia 0-2
Cast: Gegio Kraufmar, Sabbrina De Sudo, Furio Minarelli, Philip Bunderstrasse
Casa di produzione: Gutengut


Sinossi e nota critica: Il dottore cinico e razionale che, grazie all’amore per una paziente, ritrova la passione per il proprio lavoro e il piacere di aiutare il prossimo, è un’idea abbastanza banale. Il gruppo di sordomuti che cerca una via di riscatto attraverso la musica sinfonica, nonostante difficoltà varie e incidenti di percorso, forse è ancora più banale. A condire questa trama, i soliti personaggi di contorno: la ragazzina miope e maldestra, il simpaticone sovrappeso, il vecchio burbero e l’immancabile mormone generoso. Comunque sia, i protagonisti sono peggio di loro. Il dr. Marco è Gegio Kraufmar, idolo delle teenager tedesche per la fortunata serie televisiva Vampiri matematici e per aver dato la voce a uno dei due pupazzetti automobilisti nel film d’animazione Fast & Furby. La violinista Samantah è invece la nostrana Sabbrina De Sudo, conduttrice del programma di cucina per bambini “Mangia tutto, ammamma” su Disney Channel. La recitazione dei due innamorati è pietosa. Hanno una sola espressione del viso e, a volte, dimenticano di usarla. Ma tanto, basta che piangano e si bacino alla fine del concerto con cui si chiude il film e tutto va bene. Musiche scontate, fotografia da sit-com e montaggio probabilmente affidato a uno dei bambini scartati dal programma della De Sudo. Note positive? Soltanto la breve durata e l’aver rispolverato il lato comico di Furio Minarelli (molto esilarante la scena in cui mima agli altri sordomuti il “senso del trombone”, con un abnorme peto che ricorda quel suo genuino umorismo già apprezzato dal pubblico italiano in pellicole come Indovina chi viene a Cecina? o Bulli, Poppe e Fantasia). Simpatiche anche le varie scenette in cui si evolve la relazione tra un attivista impegnato politicamente (Bunderstrasse) ma del tutto privo di istinti sessuali e la timida sordomuta che crede di poter sentire solo la voce di Helmut Kohl (la figura che appare nelle sue visioni per darle consigli è un sosia dell’ex-cancelliere).

Voto: 4



testo: Fabrizio Di Fiore

cover: frattozerø



Artista: Nick Name & The Bad Signs

Disco: “Raining Sadness”

Etichetta: Gloomy Records

Anno: 2013

Genere: Depressing, Sorrowful, Dull-Cloudy,

Voto: 4



Vi piace sentirvi tristi? Se volete davvero sprofondare nelle grigie giornate autunnali, ciò che vi serve è un sottofondo musicale adatto. Questa, almeno, sembrerebbe essere la risposta del web: solo così ci si può spiegare il successo che “Raining Sadness”, album d’esordio degli inglesi Nick Name & The Bad Signs, ha riscosso nell’ultima settimana tra blog vari e siti di settore. Se il record di ascolti su Trainspottify (la playlist per l’umore di chi guarda i treni passare) ha fatto subito parlare di “incredibile fenomeno mediatico” o di “comunità della rete che soppianta la grande distribuzione”, radio e televisione sembrano invece snobbare la band inglese, forse ritenuta non adeguata al loro pubblico. Che gli utenti di internet siano più propensi a intristirsi? Probabilmente sì. Basta “sfogliare” un qualsiasi social network per accorgersi di quante persone vogliano condividere le lagne malinconiche e piagnucolose di Nick Name e compagni, quei Bad Signs che già dal nome danno un’idea di malaugurio.

Si dice che i quattro ragazzi, cinque con Nick, si siano conosciuti agli incontri del Mood Disorder’s Centre di Londra, ma potrebbe trattarsi di un’idea della casa discografica per consolidare la loro posizione nel genere musicale depressing. In realtà, pare che fino ad ora nessuno sappia neppure che faccia abbiano. L’unica apparizione live della band, pubblicizzata come sempre tramite internet, ha visto accorrere migliaia di persone che si sono trovate davanti a una “silent performance” (musica mimata) da cui non si è potuto comprendere se quegli anonimi giovanotti sul palco fossero davvero Nick Name & The Bad Signs o se si trattasse dell’ennesima trovata mediatica della Gloomy Records. La sola cosa certa è che, fino a un mese fa, nessuno aveva mai sentito parlare di questa band e, sinceramente, non se ne sentiva la mancanza.

Tre chitarre acustiche e un violino, niente fiati né percussioni che rischierebbero di dare alle canzoni un ritmo troppo allegro. Di sicuro, non si adatterebbero al tono di voce di Nick Name, al suo rauco mugugnare, quel bisbigliare sospirato che fa impazzire folle di depressi autolesionisti. Tutti i fans di questa band emergente sostengono di essere affascinati dai loro testi. “Bellissimi e poetici”, ho sentito dire a qualcuno. Basta quindi scrivere strofe tristi per essere definiti poetici? Qualche esempio: il ritornello di Grey Snow è “la neve grigia che mi raffredda il cuore”, oppure “ho salutato il tuo sorriso, quando lo rivedrò?” recita quello di Bye Bye Smile.

Qualcun altro ha detto che la loro musica trasmette una sensazione di pace: lo credo anche io, la pace eterna. A dire il vero, il valore artistico di Nick Name & The Bad Signs è pari a quello poetico dei testi, vale a dire che tra musica e parole non saprei quali definire più deprimenti. Fin dal primo ascolto, le canzoni si assomigliano tutte, dalla title track Raining Sadness all’ultima traccia, Born Bored, tutte insulse come Tired To Be Myself, che può essere ormai definito il tormentone di ottobre. Dead River è appunto un fiume senza capo né coda di frasi disperate che inneggiano al suicidio di massa. Gothic Dance suona come una danza macabra, da ballare restando immobili. Denotano, invece, un certo livello culturale i riferimenti alla poesia italiana, come nei brani Montale is My Friend e Pain of Living.

Dunque, torno al mio commento iniziale: se in questo periodo dell’anno la gente ha bisogno d’intristirsi, ben venga ogni aiuto in tal senso, ma non spacciatemi gruppi del genere come “avanguardia che sfugge alle leggi del mercato musicale.”



testo: Fabrizio Di Fiore

cover: sottovuotø


Titolo: The Seven Heaven Massacre

Regista: Miguel Angel Buonistas

Durata: 71’

Genere: horror-comedy perbenista

Produzione: Spagna / Stati Uniti

Cast: Jessica Biella, Amanda Urlante, un tizio famosissimo che sbuca dopo 56’ minuti ma di cui non vi possiamo svelare il nome

Casa di Produzione: The Good One



Sinossi e nota critica: Dopo il grande successo della serie televisiva, ecco tornare protagonisti sul grande schermo i sette membri della famiglia Camden (alzi la mano chi non l’ha chiamata Campbell, almeno una volta) in una più che mai bigotta horror-comedy all’americana. Ad aggiungere il brividino che non guasta mai, ci pensa il maestro del nuovo cinema horror spagnolo, quel Miguel Angel Buonistas che già si era fatto apprezzare per lo spaventoso cult movie Me gustarìa.

Fra ripetuti attacchi di ottimismo a stelle e strisce e sottotrame moraliste, i Camden rapiscono, torturano e uccidono una serie di sfortunati viandanti che bussano alla porta della loro bella casettina bianco verginità. Ognuno dei malcapitati si farà portatore, agli occhi della famiglia, di uno dei sette peccati capitali e sarà costretto a subire terribili supplizi in nome della purificazione. Avarizia (Suor Patty), Lussuria (la tizia sordomuta che esce con Matt, interpretata da una sontuosa Amanda Urlante), Gola (Ted il Ciccione), Accidia (un poveraccio che non c’entra niente, solo perché i Camden non conoscono e l'esatto significato di questo termine), Abbaio (lo storico cane Happy) Superbia (la compagna di basket più brava di Jessica Biella) e Ambiguità (il doloroso sacrificio del figlioletto Simon, quello coi capelli a caschetto biondo cenere che viene doppiato da una donna). Non mancheranno i colpi di scena (una misteriosa testa recapitata per posta), i buoni sentimenti e scene di irresistibile tenerezza (quando la piccola Ruthie strappa le unghie di Suor Patty). The Seven Heaven Massacre è uno straordinario ricettacolo di patriottismo e fanatismo religioso che, attraverso piccole chicche di horror bacchettone, ci regala un prezioso insegnamento: la droga è cattiva.



Voto: 7

testo: Martin Hofer

cover: frattozerø

Titolo: Spoiler_ corsa contro il tempo

Regista: Frances Preview

Durata: 81’

Genere: action-thiller privo di suspance

Produzione: Stati Uniti

Cast: Sean Teaser,  Maya Promo

Casa di produzione: Ruin Party

Sinossi e nota critica: “Salve, sono Frances Preview. Questo film tratta di un uomo che, uscito dal cinema, viene centrato in pieno da un fulmine. Lo sfortunato evento doterà il protagonista di un singolare super potere: conoscere tutti i finali dei film girati sull’emisfero terrestre. Colto da una sindrome di onnipotenza, l’uomo inizierà a torturare  gli spettatori delle sale cinematografiche, rovinando loro i finali più intriganti, anticipando le battute, svelando l’identità di assassini e via dicendo. Fra parentesi, alla fine il protagonista muore. Buona visione”

Con un preludio a metà strada fra Hitchcock e il Von Trier di The Kingdom, il regista Frances Preview sputtana in quattro e quattr’otto trama, evoluzioni e finale di un action-thriller potenzialmente interessante. Sean Teaser perfetto nel ruolo del maniaco guasta-film, e Maya Promo brava a vestire i panni della cinefila perseguitata, per un intreccio debitore dello Spielberg duelliano.

Le credenziali per un bel film ci sono tutte. Peccato che l’intervento del regista svuoti completamente di suspance la pellicola. Immaginate se alla prima puntata di Lost JJ Abrams vi avesse detto: “Ehi, alla fine si scopre che sono tutti morti, e per un sacco di altra roba non ci siamo nemmeno presi la briga di trovare una giustificazione”.

Ve le sareste sorbite sei serie? Forse no.

Se avrete l’accortezza di entrare in sala con cinque minuti di ritardo, troverete Spoiler un buon film, in particolare per la scena in cui Teaser entra di soppiatto nel cinema in cui proiettano Il sesto senso e, piazzatosi silenziosamente dietro la poltrona di Maya Promo, grida a pieni polmoni: “Quello non è un vero psicologo! Non è altro che un fantasma che parla con un bambino squinternato!”

Ops…



Voto: 6

testo: Martin Hofer
cover: sottovuoto


Ispirato al bestseller vincitore di... quei soliti premi lì
la solitudine dei numeri primi 
Come si gioca:
 
. lancia i due dadi da dodici.

. se esce un numero composto pari, ti rompi una gamba sciando (salti un turno) e soffri di anoressia nervosa (-2 punti su ogni lancio di dado successivo).

. se esce un numero composto dispari, abbandoni tua sorella gemella al parco (pesca una carta "punizione") e per questo tendi a essere un musone inavvicinabile (carta "imprevisto").

. se esce un numero primo, vinci un dottorato cazzutissimo in Danimarca o in qualche altro paese gelido e dalla densità ridicola, accentuando il tuo lato antisociale e autolesionistico (raddoppia lancio dadi).

. vince chi, arrivando in fondo, colleziona più dottorati.
  
testo: Martin Hofer

disegni: sottovuoto 

 
presenta
 


li FILMI INVEDIBILI presenta
 
 
Titolo: Pollution _ La Polluzione
Regista: Amir Shamamalamamalamama…
Durata: ‘96
Genere: Action catastrofico
Produzione: Stati Uniti
Cast: Vincent Faglia, Sonia Selfie, Junior Ginori, il dottor Rossi di Loveline
Casa di produzione: Calamity James

Sinossi e nota critica: I cari, vecchi film catastrofici – quelli dove gli alieni facevano saltare imprecisati paesi musulmani insegnandoci che, gira e rigira, gli americani sono sempre i più ganzi della ballotta e che nostro Signore vuole più a bene a loro che a qualsiasi altri branco di infedeli col turbante – la loro stagione d’oro se la sono già ampiamente vissuta.
Per la precisione, erano gli anni ’90. Indipendence Day sbancava i botteghini, Armageddon oscurava fior fior di attori con il solo mento di Ben Affleck, Deep Impact… vabbe’ era Deep Impact, Marisa Laurito veniva scritturata come protagonista per Tremors 2: Aftershocks.
Eppure, se nel 2014 – nonostante l’11 settembre, la crisi, Fukushima e Justin Bieber  – avvertiamo ancora l’esigenza di sbattere sul grande schermo fantasiose calamità provenienti dall’iperspazio per parlare metaforicamente delle nostre paure, forse un motivo ci sarà.
A distinguere Pollution dalla solita menata allarmista c’è la scelta di affidare la direzione della pellicola a un nome piuttosto stimato del panorama cinematografico internazionale, quel Amir Shamamalamamalamama… che già si era segnalato per il thriller erotico Il sesso sento.
Stavolta il regista indiano si ritrova alle prese con una storia meno originale, e per questo più difficile da gestire: un virus sprigionato dalle piante scatena una sempre più incontrollabile ondata di polluzioni notturne. Ben presto il mondo cade in ginocchio per via del fenomeno, senza dubbio sgradevole e imbarazzante.
Tonnellate di pigiami da lavare causano un pericolosissimo aumento del consumo di detersivi tossici e di energia impiegata per far funzionare le lavatrici, mettendo a repentaglio la sopravvivenza del genere umano. Aspetto non secondario: le macchie non vanno via.
Cosa sta accadendo al nostro povero pianeta? Quale orribile tornaconto spinge governi e multinazionali a ignorare l’allarme?
Le sorti della Terra sono nelle mani di tre persone: un guardiano forestale (interpretato da Vincent Faglia), unico “immune” alla spiacevole emissione seminale, un ragazzino non ancora sviluppato (Junior Giniori) e una strappona (l’avvenente Sonia Selfie) che dovrebbe passare per ricercatrice biochimica con otto dottorati ma che non dice nulla di più intelligente di “deve esserci un virus a giro”.
Fra mille pericoli – metropoli paralizzate, cavi dell’alta tensione che crollano, cestelli della lavatrice che schizzano impazziti, donatori di sperma che schizzano impazziti –i tre girovagano per l’America alla ricerca di un eremita, unico depositario dell’antidoto anti-polluzione. Quando finalmente lo trovano, scopriamo che l’eremita altri non è che il buon dottor Rossi di Loveline, che col suo imperturbabile accento romagnolo provvede a rassicurare la nazione: “Shtate tranquilli, è una cosa normaliscima. Parlatene con il voshtro partner e vedrete che il rapporto se ne zoverà”.
E vissero tutti felici e bagnati.
Voto: 6,5
testo: Martin Hofer
immagine: sottovuoto
 

INCLEMENTONI presenta


Il lamento di Portnoy
consola Philip Roth


prenditi cura del tuo scrittore preferito:

- costruisci il Nobel per la letteratura e consegnalo a Philip. 
Attento! Se lo separi dal premio inizierà a piangere!

- colleziona tutte le 50 shikse della serie e falle giocare con Philip.

  
 
 

Lavorata in canili scelti e garantiti, Rabbiola Odiella 
abbina la sapienza e la tradizione casearia a un sistema di 
 lavorazione all'avanguardia, dove il rispetto e la cura del 
migliore amico dell'uomo sono alla base di tutto il ciclo 
produttivo, per portare sulla tua tavola un prodotto 
gustoso e dall'ormai inconfodibile sapore randagio.
 
 
li FILMI INVEDIBILI presenta


Titolo: Essere Giammarco
Regista: Gianmarco Spade
Durata: ‘91
Genere: documentario
Produzione: Italia
Cast: Gianmarco Spade, Gianmarco Lai, Gianmarco Bovi, altri Gianmarco
Casa di produzione: Spike Joint

Sinossi e nota critica: Cosa accadrebbe se, chiamandoti Gianmarco, ti trasferissi in un piano dove tutti quanti gli inquilini si chiamano Gianmarco?
Gianmarco Spade (as himselfie) esplora il concetto di identità con una stramba pellicola a cavallo fra reportage e mockumentary.
Un giovane regista si trasferisce al settimo piano e mezzo di un condominio di periferia allo scopo di trarne un soggetto per il suo secondo film, ma ben presto il nuovo appartamento si trasformerà in un folle covo infestato da Giammarchi.
Ne consegue una valanga di equivoci tragicomici che spingeranno gli inquilini a voltarsi ogni qual volta viene pronunciato il nome “Gianmarco”.
“Gianmarco?”
“Oh”  
“Che c’è?’”
“Eh?”
“Dimmi”
“Che minchia vuoi?”
La gag è riuscita ma forse un po’ troppo insistita. Totalmente inaspettato il finale, con il drammatico suicidio di Gianmarco (Gianmarco Lai) causato dall’infelice uscita di un ragazza di cui è innamorato (“Come hai detto che ti chiami?”).
Un film spiazzante, dotato di una struttura e una poetica del tutto sui generis, che oltre a incuriosire indaga in modo non banale sul rapporto fra omologazione, omonimia e individualità.
Voto: 6,5

testo Martin Hofer
immagine Bernardo Anichini


Sfida i tuoi amici con questo nuovo avvincente gioco!


Solo il più sensibile di voi potrà trovare ed eliminare i dolori del giovane Werther. Datevi da fare per rimuovere ogni sofferenza dal suo corpo, ma siate delicati o gli farete ancora più male.


Come si gioca: steso il manichino del giovane Werther al centro del tavolo, ciascun giocatore usa delle pinzette per estrarre tutti i suoi dolori. In base al livello di difficoltà prescelto, ci possono essere mali cardiaci e sentimentali, oppure anche quelli socio-culturali. Ogni operazione è accompagnata da simpatici effetti sonori. Ma, se l’estrazione avviene in modo maldestro, allora il naso rosso di Werther s’illumina e il pupazzo grida “Lotte, Lotte, addio, addio!”
Obiettivo del gioco è rendere il manichino del tutto indifferente e insensibile.

Vince chi riesce a completare questa spassosa chirurgia emotiva 
senza che il povero Werther si spari un colpo alla tempia!

testo Fabrizio di Fiore
illustrazione Bernardo Anichini

li FILMI INVEDIBILI presenta

 
Titolo: Brie per Bistecca
Regista: Leo McMoihare
Durata: ‘99
Genere: reportage socio-politico
Produzione: Gran Bretagna
Cast: Leo McMoihare
Casa di produzione: Warning Brains


Sinossi e nota critica: Forse ultimamente il reportage semi-giornalistico su tematiche sociali ci ha un po' stufato. A me sì, per esempio. Potreste però rimanere piacevolmente sorpresi da Brie per Bistecca (Cheese for Beef), una piccola produzione scozzese che, dopo aver spopolato su Youtube, ha iniziato ora a trovare distribuzione anche nei cinema. Girato con pochi mezzi dal giovane McMoihare (scuola Danny Boyle, come gli spettatori più attenti potranno dedurre dalle tecniche di montaggio), la pellicola ripercorre una simpatica inchiesta sul movimento “Food for Food”.
McMoihare si è intrufolato, telecamera in mano, nei sobborghi industriali di Glasgow, dove ha preso piede una specie di mercato nero alimentare basato sul baratto. Insieme a lui, scopriamo come funziona questo sistema di scambio clandestino e come la polizia locale cerca di arginarlo. Osserveremo loschi personaggi stazionare agli angoli delle strade dopo aver nascosto sacchi di patate dietro ai cassonetti, capiremo come uova e salmoni passino di mano in mano sotto i tavoli dei pub e sorrideremo dei dissapori che spesso sorgono all’interno del movimento a causa della proverbiale taccagneria scozzese. Tutto ciò, alla ricerca di Gus Gordons, eminenza grigia di “Food for Food” e misterioso personaggio che si aggira per le vie di Glasgow col volto coperto da una maschera di Sean Connery. McMoihare riuscirà a parlare con lui e a fargli smentire in prima persona le voci che circolano a proposito del fantomatico progetto d’imbottire di dinamite i maggiori centri commerciali di Scozia?
Un reportage dal ritmo veloce e incalzante che potrebbe catturare l’interesse del pubblico italiano, andando a toccare argomenti di grande attualità come la crisi economica, il consumismo e il rincaro dei beni di prima necessità.


Voto: 6



testo: Fabrizio Di Fiore

immagine: Bernardo Anichini






J.G.BALLARD presenta


CRASH!
le macchinine più pazze del mondo


Avventure mozzafiato, scontri frontali, torbide perversioni tecno-erotiche. Dal capolavoro di J.G. Ballard.


. Scegli la tua macchinina

. Falla scontrare contro quella di un altro concorrente

. La vettura che riporta più danni ottiene il maggior numero di punti libido. Si gioca alla meglio dei dieci scontri


Affronta i tuoi amici in un'orgasmica sfida all'ultimo testacoda! 


testo Martin Hofer 
immagine Bernardo Anichini

Il maltempo si avvicinava
e la pantegana rischiava di annegare in Arno.
Così abbiamo preso il barcone del papi e l'abbiamo tratta in salvo,
imbenzianti fradici di amaro.

Sembrava impossibile... ma ce l'avevamo fatta!

AMARO LUNGARNO

SAPORE NERO


testo Martin Hofer
immagine Bernardo Anichini


Vincitore del Premio Pulitzer 2007

Cormac’s McCarthy’sss
THE ROAD

Il gioco da tavolo più pessimista dai tempi di Sapientino Più


Duemilaqualcosa. L’Apocalisse. Ma di quelle con la A maiuscola proprio. Gente bruciata, cannibalismo, fuggi fuggi generale, mucche estinte, malattie, sporcizia per terra, figli pedanti, allergie alle graminacee. Un padre e un figlio in fuga verso il mare, che c’è l’aria buona. Una sola certezza: nessuna speranza. 

SI GIOCA COSI'

. srotola il tabellone e disponi le due pedine padre-figlio sulla prima casella

. lancia i dadi

. a ogni casella corrisponde un imprevisto: 
pesca la carta e accertati di non essere morto di stenti
. potenzialmente il gioco potrebbe non finire mai, 
quindi continua a pescare finché non smarrisci la voglia di vivere.

. non ci sono vincitori, soltanto sconfitti!

testo: Martin Hofer
immagini: Bernardo Anichini

Titolo: Dilda e il Brigadiere: una biografia non autorizzata (PARTE UNO: pene)
Regista: Lars Von Trier
Durata: ‘212
Genere: dramma erotico/mockumentary/film d’autore con camera a mano
Produzione: Italia/Danimarca
Cast: Claudia Troll, Eros Bonucci, Mimmo Magliosi, Charlotte Gainsbourg, Willem Dafoe
Casa di produzione: Smegma 95

Sinossi e nota critica: L’imponente campagna promozionale messa in piedi lo scorso anno viene finalmente coronata dall’uscita nelle sale italiane del primo, attesissimo capitolo di Dilda e il Brigadiere: una biografia non autorizzata, ultima fatica del regista culto Lars Von Trier.
Un film che farà discutere, ma questo lo si sapeva fin dall’inizio. Il trailer che aveva anticipato lo sbarco della pellicola nei cinema era stato oggetto di pesanti critiche da parte di associazioni cattoliche, minacce di censura a opera della commissione di vigilanza e tonnellate di condivisioni sui social network.
Se a tutto questo si aggiunge che l’attrice da cui trae ispirazione il personaggio principale ha diffidato la produzione dall’utilizzare il suo vero nome, non si può che ottenere il caso cinematografico dell’anno.
Se l’è studiata davvero bene il vecchio Lars, ormai piuttosto esperto in materia di scandali e chiacchiericcio.
Un malloppazzo diviso in due atti (il primo adesso, il secondo previsto per marzo 2015) dove i confini fra thriller psicologico, biografia romanzata, mockumentary e film erotico diventano assai fluidi.
“Parte 1: pene” è il capitolo della sofferenza, della perdizione in un eros grigiastro consumato per soffocare l’ansia di una carriera da far decollare a tutti i costi.
Il sogno e la cruda realtà. La giovane e avvenente Claudia Troll, all’esordio assoluto davanti alla macchina da presa, interpreta un’attrice alle prime armi che si offre alle grinfie dello showbiz come una novella Naomi Watts in Mulholland Drive
Ma Roma si rivela ben peggiore di Hollywood: soggettive sul culo (con camera a mano), giarrettiere e impermeabili con le spalline diventano per la giovane attrice un incubo in technicolor dal quale sarà difficile fuggire.
Il film è scandito da tre movimenti – “Il Tinto”, “Il Nino” e “Sanpaolobrosio” – che fotografano la discesa agli inferi e la resurrezione di un’anima fragile, troppo spesso vittima di raggiri e false promesse.
Già in “Il Nino” – famoso attore avviato al viale del tramonto, interpretato da uno straordinario Willem Dafoe – si iniziano a rintracciare i primi segnali di riscatto, la redenzione intuibile che trova espressione compiuta in “Sanpaolobrosio”,  dove la Troll cede il testimone a una più matura e spirituale Charlotte Gainsbourg, nel ruolo dell’attrice da adulta.
I dettagli sul prossimo capitolo restano top secret, ma sembra che Von Trier abbia pensato per la seconda parte un seguito “immaginato” che si discosta da eventi realmente accaduti.
Quel che è certo, è che di questo mastodontico e forse sopravvalutato kolossal ricorderemo l’estetica poderosa, manierista, talmente compiaciuta da sfiorare il solipsismo; ma anche alcune scene di notevole spessore (fantastico il rallenty in cui Willem Dafoe scrive una multa sulle note di Lascia che io pianga di Handel).
Insomma, il solito Lars. Che vi piaccia o no.

Voto: 6

testo: Martin Hofer
immagine: RUPE

UNO, NESSUNO, CENTOMILA
indovina-ti?

- Ha la barba?
- Sì
- Ha gli occhiali?
- Sì
- è Tom?
- No, sei tu

- È un uomo?
- Sì
- Ha il naso storto?
- Sì
- Allora è Simon!
- No, sei sempre tu

testo: Martin Hofer 
immagine: RUPE


li FILMI INVEDIBILI presenta

Titolo: Indovina chi viene a Cecina
Regista: Dudi Cremini
Durata: 85’
Genere: commedia estiva
Produzione: Toscana-USA
Cast: Furio Minarelli, Katrin Happy, Dennis Rodman 
Casa di produzione: Maremmana Inc.
Sinossi e nota critica: Arriva l’estate e, come ogni anno, non possiamo farci mancare la vecchia buona commedia all’italiana. Dopo qualche stagione di assenza, le risate tornano in terra toscana con Indovina chi viene a Cecina, briosa opera prima del giovane Dudi Cremini. Seguace della scuola di registi che va da Pieraccioni ai fratelli Virzina, Cremini si affida agli schemi classici sia per quanto riguarda l’intreccio che per i personaggi. Burbero giornalista sportivo decide di passare le vacanze con la famiglia in Maremma, a Cecina per l’appunto. Durante una festa in discoteca, la giovane figlia (l’ex pornodiva Katrin Happy) s’innamora di un famoso giocatore di basket (Dennis Rodman, già visto in Nani a Canestro e Quel gomito alto). La loro love story entusiasma subito il padre, appassionato di basket e accanito tifoso della squadra locale. I guai cominciano quando il genitore scopre che il cestista americano è nero e, soprattutto, milita in una squadra rivale, noto club toscano di cui non viene mai fatto il nome per ragioni di scandali bancari. Immancabile lieto fine con il cestista che per amore decide di giocare nel Cecina. Tipica commedia degli equivoci, alcuni peraltro non voluti: a un certo punto Minarelli scambia chiaramente sua moglie per un’amica della figlia (le due attrici, in effetti, si somigliano molto). Il livello di umorismo, purtroppo, è davvero basso. Dispiace vedere un Minarelli costretto a smorfie da commedia sexy mentre, nei dialoghi tra Rodman e la Happy, si sprecano le battute a sfondo sessuale e i doppi sensi (pietosa la gag dell’erezione alla spiaggia nudista). Stonano un po’ con questo tenore comico certe divagazioni “impegnate” che Cremini si concede nel finale, forse volendo approfittare dell’argomento cestistico per citare Sistemo l’America e torno di Nanny Loy. Durante una discussione a tavola sui diritti civili, Rodman rivanga il passato da black panther di suo padre (interpretato da lui stesso in un flashback imbarazzante). È poco per cercare di discostarsi dal filone pecoreccio di un certo cinema nostrano.

Voto: 6

testo: Fabrizio Di Fiore
immagine: RUPE



BUDINO DERISO
Il dessert con il sorriso!

Stupite i vostri amici con un dessert facile e spassoso da preparare!

Con soli 400 gr di latte otterrai quasi istantaneamente un delizioso dolce alla crema di cioccolato.
Ma il divertimento è appena iniziato! Se fai ascoltare al budino "Conga" di Gloria Estefan e agiti il piatto ecco che lui si esibirà in una patetica danza pseudo latinoamericana.

Sfoga le tue frustrazioni su un dolce inerme e senza difese! E quando tu e i tuoi amici ne avrete abbastanza... si mangia! (Tanto il budino non vi porterà rancore)

testo: Martin Hofer 
immagine: RUPE

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