lunedì 5 gennaio 2015

un atteggiamento borghese


Bianca è fuori a giocare nel piccolo giardino della trattoria di Salò, ricoperto da uno strato di neve che nessuno ha ancora calpestato. “Copriti però, a papà”, le ha sussurrato Paolo in un bagno d’ansia. “E stai poco poco.” Ha aperto la porta con fatica ed è sgusciata fuori lasciando impronte da passerotto. L’abbiamo guardata a lungo correre, impacciata dal peso del giubbotto grande e scomodo: la finestra senza tende è un acquario e lei un pesce rosso. 
Oggi è il mio compleanno, e anche oggi - come da quando ho memoria - nevica. Quando eravamo piccoli come Bianca ci piaceva, la neve, tra i nostri occhi e le cose reali come una carta da regalo a impacchettare un mondo di una bellezza selvaggia e pericolosa: durante una bufera io e Paolo siamo stati investiti da un vecchietto che guidava sbandando come un ubriaco, ma a passo d’uomo. Non posso dire che ci abbia davvero investito, ci ha semplicemente spinto, con una delicatezza sorprendente, contro un cumulo di neve raccolta al bordo della strada. Prima immobili per lo spavento, abbiamo lentamente alzato la testa e ci siamo guardati a lungo sorridendo scossi dall’eccitazione. Eravamo sopravvissuti. Ci sentivamo, anzi, più vivi di prima. Il fatto di non essere arrivati nemmeno vicini alla possibilità di restare feriti dall’incidente (perché così lo chiamammo), sarebbe rimasta poi una cosa solo nostra. A tutti parlammo di miracolo, e di fatto non smentiamo ancora. 
Oggi, per noi, la neve è un castigo, la carta da regalo che non siamo riusciti a strappare. 
In certi momenti capita che brusche folate di vento spostino per un tempo brevissimo la cappa di nuvole che copre la città, ed è come se non nevicasse più. Il giorno del mio compleanno di un anno fa per esempio sembrava fosse primavera. Seduti a questo tavolo eravamo di più, e meno sgualciti.
Accanto a Paolo e Bianca era seduta Maria Diletta, distratta e irritabile. E c’era Nina, soprattutto: mangiava poco, mi diceva sorridendo di avere un po’ di nausea. Di tanto in tanto Salò usciva dalla sua cucina e veniva a sedersi con noi: provava un gusto particolare nel provocare Paolo, e di fatto non perdeva occasione. “Vedi di non fare il brillante, giovane, che essere juventino e comunista è veramente un destino infame. Tu sei figlio della peggio razza possibile.”


E poi c’ero io, in attesa della domanda che Salò non mi risparmia nemmeno oggi. “E tu, Giuse’?” 
La mia risposta non cambia. “Io non tifo.” 
“Ah, già”, poggia compassionevole le mani sulla pancia, “che tristezza”, borbotta tornando in cucina. Per darci un tono, io e Paolo finiamo a parlare di lavoro e come ogni volta ci fingiamo interessati, coinvolti. Paolo mi racconta della signora Perlini, fuggita in lacrime dal suo lettino non appena lui le ha chiesto di aprire la bocca “ché la pulizia dei denti è una cosa fastidiosa ma necessaria”.
“Secondo me non sei buono. Che questa scappi via ogni volta, normale non è.”
“Non è che ce lo doveva venire a dire la Perlini che non sono bravo con le donne, eh. Scusa, lo so. La smetto. È che ci penso, non posso farci niente.”
“Paolo, e su. Io capisco tutto, però davvero: Maria Diletta? E dai. Hai schivato una pallottola. Tardi, ma comunque.”
“Lo so, lo so. Ma che ti devo dire, a me MD manca.” 
“Che poi, in amicizia, Paoletto, però il fatto che la chiamino come un discount fa un po’ pensare.”
“Senti, a me fare lo scapolone non piace, non ci posso fare niente. Non è stata una scelta mia, nel mio caso.”
Nel mio caso. Ne parliamo serenamente, ormai, quasi con distrazione, come lanciando sassolini sullo specchio di un lago. Ma “nel mio caso” rovina tutto: si fa inghiottire dal lago e trascina giù anche me. 

Salò esce dalla cucina sudato e stanco, viene al tavolo a indignarsi per le macchie sulla tovaglia. 
“Uagliù, ma che avete combinato col vino? Manco i bambini.”
“E scusaci. Quando c’era lui queste cose mica succedevano”, lo stuzzica Paolo, “ve’, Salò?”
Nel suo locale Salò conserva icone del Duce come santini della Madonna. “E certo che no.” Si reca ogni anno in pellegrinaggio a Predappio pieno di gratitudine e malinconia. Ma è un pezzo di pane e cucina da Dio. Si chiama Michele, non se ne ricorda nemmeno più lui. “Uagliù, poche mosse, le cose o funzionano o non funzionano. Mo’, mi dovete dire: vi pare a voi che ci sta qualche cosa che va dritta?”
“E le mezze stagioni? Ci stanno ancora le mezze stagioni?”
“Tu mo’ mi devi rispondere e non devi iniziare a fare il comunista come ti piace a te. Ti pare che mo’ le cose funzionano?”
“Ma che so’ le cose, Salò, ma di che stiamo parlando?”
“Le cose, tutto, la vita, i soldi, Paole’, i soldi! Lo so che a te non te ne frega niente, tu ti fai dare cent’euro per guardare i denti alla gente e fai pure il comunista. Quest’altro, entra e esce dall’ufficio quando gli pare, tanto paga lo Stato, eh? E chi lo paga lo Stato? La povera gente che lavora. Io pago, e tu magn’. Brav’ bra’.”
“Ma poi, io vorrei sapere, qual è il nesso tra tutto questo e il vino rovesciato sulla tovaglia?”
“È che siete degli irresponsabili, siete, e non ve lo dovete scordare manco per un momento. Ma un dolcetto ve lo porto?”
“E portacélla una cosa, ya.”
“Tengo la torta di mandorle che vi piace tanto, così state nu poc’ zitt’.”

La torta di mandorle non piace né a me né a Paolo. Era Nina ad adorarla: si era fatta dare la ricetta da Salò: era l’unica a conoscere il gran segreto, ma anche quella che ne avrebbe fatto il peggior uso. Non ha mai imparato a cucinare, nonostante lo desiderasse alla follia. Si dimenava sui fornelli, si sporcava, si bruciava, correva da me perché le mettessi un cerottino sul dito ferito. Rideva tantissimo. 
“È tornata a prendere le sue cose?” mi chiede Paolo e mi salva dalle mandorle.
“Non credo tornerà. Ho riempito degli scatoloni, sono nel soggiorno. Quando vorrà magari mi darà il suo nuovo indirizzo e le invierò tutto. Ma non credo tornerà.”
“Tu sei un signore, e fai bene. Ma non appena vorrai liberartene: via, senza troppi scrupoli. Magari chiamami che vengo a darti una mano. Oh, niente scrupoli. Tu hai fatto quello che potevi. Hai preso la decisione giusta.”
“Sì. Lo so, lo so.” La decisione giusta.
“D’altronde, lo sai meglio di me. Stavi andando giù. Io mi ricordo com’era, quand’è arrivata. Una botta di vita. Era la vita. Ero felice per te, ti giuro, ma poi oh: uno deve avere il coraggio di darci un taglio.” 

La prima volta che ho visto Nina era in spiaggia e aveva un cappello di paglia molto grande. Stava con i gomiti appoggiati al bancone di un baretto, e si guardava intorno curiosa come un topo. Mi è parsa irresistibile, mi sono avvicinato a grandi passi mosso da non so cosa e una volta troppo vicino ho aperto la bocca, e non ne è venuto fuori niente. Nemmeno un rantolo. Lei mi ha studiato prima sorpresa, poi divertita, “Beh?”, e io niente, finché non è arrivato il suo ragazzo, uno che praticava l’arroganza con un certo agonismo, e mi ha insultato, spintonato, e come se non mi avesse convinto abbastanza, lanciato una lattina di Sprite aperta. 
Sono tornato all’ombrellone maledicendo il sole il mare e la vita tutta. Dopo mezz’ora però è comparsa lei, un sorriso gigantesco – gigantesco – sbucare sotto un enorme cappello di paglia. “Oh, Charlie Chaplin” mi ha detto, “offrimi qualcosa ché m’hai fatta stancare.” Aveva appena finito di riempire di schiaffi quello che allora era il suo ragazzo. Era orgogliosa, fortissima. Sebbene poi giocasse a farsi piccola, infantile, non ha mai avuto bisogno della mia protezione. 

“Scusami, esco un attimo a controllare Bianca. È troppo tempo che non la sento strillare, mi sto preoccupando. Dovesse andarsene pure lei così? Scherzo, giuro.”
Paolo è ossessionato da questa storia dell’abbandono. A volte di sera mi chiama, quando non tocca a lui tenere le bambine, e finisce che restiamo in silenzio per delle ore lunghissime mentre guardiamo lo stesso film. Paolo non riesce a scendere a patti con il fatto di poter decidere quando deve esserci silenzio e quando no: quando spegne la televisione non c’è nessun urletto di bimba, nessun phon acceso. C’è silenzio, e fosse per Paolo non ci sarebbe mai. Rientra tenendo per mano Bianca, che ha gli occhi del pianto e i capelli bagnati: è stata a rotolarsi nella neve “senza nemmeno mettere il cappellino”, mi dice, “quell’incosciente. Ti va se andiamo? Se resta così zuppa ancora un po’ le viene una febbre feroce. Non mi va poi di affrontare la questione con Diletta.” Chiedo il conto a Salò, che mi fa pagare una miseria come sempre. “Uagliù” mi guarda serio, “eh. Mi raccomando.” Io non so mai cosa replicare alle raccomandazioni, quindi annuisco e gli sorrido. 
Metto il giubbotto, lo chiudo fino sotto al naso, infilo cappello e guanti come se mi vedesse mia madre. Quando esco, la neve ghiacciata croccante sotto i piedi, vedo Paolo appoggiato alla sua Fiesta con le mani tra i capelli. Bianca è già in macchina al caldo, penso stia solo aspettando che si spanni il parabrezza, invece quando alza la testa e mi guarda ha gli occhi lucidi. “Il phon” mi fa, “il phon. A casa mia non ce l’ho.” E gli viene da piangere, a quel cretino, che non sa come asciugare i capelli bagnati di Bianca. E dietro a lui viene da piangere anche a me, che da oggi ho quarant’anni e la sensazione orribile che mi sia sfuggito qualcosa. “Ti dispiace se passiamo da mio padre? Lui ne ha uno di sicuro. Ti va di venire? Che compleanno di merda.” Mi viene in mente di proporgli di usare il mio phon, ma mi terrorizza il pensiero del rumore delle mie chiavi sul mobile all’ingresso. “Tranquillo”, gli dico, “ci vediamo lì.”


Entro in macchina, faccio qualche smorfia per riattivare i muscoli irrigiditi dal freddo. In casi come questo mi viene naturale immaginare la risata scomposta di Nina, che a volte mi infastidiva un po’, quando io da ridere non ci trovavo proprio nulla e avrei solo voluto chiederle “che cazzo ridi?”. Mi limitavo a non unirmi alla risata: la mortificazione per lei era la stessa. Ho ucciso l’allegria così tante volte che non credo di meritarne più per almeno altre sette vite.
Metto in moto, seguo Paolo. Procediamo lenti, finché non parcheggiamo vicini e ci incamminiamo per le scale ripide del centro storico: siamo una minuscola processione silenziosa, solo la neve crack crack sotto i piedi. Dai lampioni e dalle grondaie delle case di pietra scendono stiletti di ghiaccio. Li chiamavamo “pisciuotti”, Nina dalle risate si piegava in due. 

Nel portone del palazzo del padre di Paolo sbattiamo i piedi a terra per scrollare la neve dalle scarpe, tutti e tre insieme. Il signor Carmine è un ferroviere in pensione, un’espressione di marmo che si scioglie  in enormi morbidi sorrisi non appena vede Bianca. Ci fa entrare, non se l’aspettava, è irritato e al tempo elettrizzato. Ci chiudiamo la porta alle spalle ma già per lui non esistiamo più. 
“Bianca, amore di nonno, le vuoi le cioccolate? Guarda nonno che ti dà, guarda. Meh, sedetevi, voi, che fate in piedi?”
“Papà prendo un attimo il phon, ché la bambina è zuppa.”
Carmine si irrigidisce, come punto da un’accusa di omissione di soccorso. “E ma sei un cretino, sei. Sbrigati, che si raffredda. E tu me lo volevi dire, a nonno, che ti dovevi asciugare? Birbante… Vai da papà, vai”, e di nuovo un’istantanea dolcezza. Io faccio per sedermi al tavolo di formica, come mille altre volte in vita mia. Mi tolgo cappello, guanti e sciarpa, tiro giù la zip del piumino e sbottono il maglione, quando mi cade un bottone. Io e Carmine lo guardiamo a terra, quel traditore, sospiriamo.
“Dammi”, mi fa, “provo a rimetterlo.”
“Ma no, ti ringrazio, faccio poi con calma, mo’ che bisogno c’è…”
“E dammi qua, due minuti ci metto.” Prende un cestino di vimini pieno di rocchetti di cotone e si risiede, affidandosi alla luce della tv accesa e del camino, il naso vicinissimo a bottone, ago e filo. “Mannaggia la morte, mannaggia.”
“Non fa niente” dico, “lascia stare.”
“E no, no. Fammi provare un altro po’, devo solo riprenderci la mano. Ero diventato piuttosto bravo.”
“Forse sarebbe meglio con gli occhiali?”
“Forse.” Inforca le lenti opache e si rimette al lavoro. 

Paolo e Bianca tornano in cucina e si siedono attorno al tavolo, la bambina inizia a scartare uno dopo l’altro i cioccolatini avanzati dalla calza che il nonno le aveva preparato per la befana. È più attratta dall’involucro che dal cioccolato in sé: stende con le mani piccole i quadrati di carta colorata, li arrotola, li spezzetta. Ai suoi occhi sono degli omini che chiacchierano tra di loro. 
Noi invece restiamo ipnotizzati da Peppone e Don Camillo che come sempre litigano tantissimo. “Il sentimentalismo”, grida Peppone, “è un atteggiamento borghese indegno dello spirito proletario.” Carmine alza gli occhi dal bottone e annuisce con convinzione. Mi si bagnano gli occhi all’improvviso, mi imbarazzo, poi sento Paolo ingoiare con forza un magone. Gli omini di Bianca sono gli unici a riuscire a guardarsi in faccia.
“Penserai anche a me”, Don Camillo raggiunge l’onorevole Peppone alla stazione, “che non sarò più lì a darti un cazzotto in testa quando te lo meriti”, gli dice, “vale a dire almeno una volta al giorno!”, mentre fuori intanto è buio, è arrivato il momento di alzarsi e tornare a casa, mi dico, ma ripenso al rumore delle mie chiavi sul mobile all’ingresso, poi alla risata forte di Nina e al suo naso curioso: non riesco a muovere un passo.  
È stato un anno orribile. A tutti ho detto che sono stato io a lasciare Nina, a dirle di andarsene. Ma è come se l’avessi invitata a ballare e abbassato d’improvviso il volume: l’ho annoiata, mortificata, frenata, spenta, in questi anni, e ancora più quando ha provato ad aggrapparsi all’idea di una piccola Nina in arrivo. Se lo sentiva, un anno fa, ma era un falso allarme. Quanto mi prodigai, io, però, a farle capire che sarebbe stato un errore, una mostruosità. “Una mostruosità”, dissi, “con tutta questa neve”. 
L’ultima volta che ho visto Nina aveva un cappello di lana verde, la faccia sconfitta e un borsone della Nike. Non mi ha nemmeno salutato prima di lasciare le chiavi sul mobile all’ingresso e uscire di casa, ma a tutti ho detto che sono stato io a lasciare Nina, a dirle di andarsene. È stato un anno orribile.

Il treno parte, ma a sorpresa Peppone è sceso. Torna a casa in bicicletta, con Don Camillo, “e assieme continueranno il loro viaggio. Che Dio li accompagni.”
“Tieni, Giuse’. L’ho cucito, pare. Meh, mi sa che è tardi.”
“Già. Che facciamo?”, mi fa Paolo. Guardo fuori. Folate di vento scuotono i panni stesi sul balcone dei vicini. “Tra poco smetterà di nevicare.” 
Quante volte, e con quanto trasporto, avevo parlato a Nina del sollievo donato da quei brevi momenti di tregua, quasi fossero stati per me gli unici, sparuti attimi per i quali valesse la pena. “Tra poco, ce ne andiamo, tra poco.” Avrei dovuto, al contrario, raccontarle l’euforia di quando mi pensavo capace, di quando amavo la neve, tra i miei occhi e le cose reali come una carta da regalo a impacchettare un mondo di una bellezza selvaggia e pericolosa. “Ma dimmi, Carmine”, quasi urlo, quasi entusiasta, “ti abbiamo mai raccontato dell’incidente?” 

Paolo sorride. Io non aspetto risposta, e inizio a raccontare del giorno in cui, come per miracolo, siamo sopravvissuti.

testo di Fabrizia Conti

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