domenica 22 dicembre 2013

Lagna di NATALE

li FILMI INVEDIBILI presenta



Titolo: Lagna di Natale
Regista: …dai creatori di Jack Frost…
Durata: ‘121
Genere: Mediaset il 25 di dicembre
Produzione: Stati Uniti
Cast: il sosia ufficiale di Micheal Keaton, i due bambini che fanno tutti i film di Natale, un nano qualsiasi
Casa di produzione: St. Klaus Production

Sinossi e nota critica: Dai creatori di Jack Frost (per chi se lo fosse perso: il film in cui Micheal Keaton muore male e si reincarna in un pupazzo di neve fatto al computer) ecco l’ennesima –perdibilissima- pellicola di Natale.
Un padre di due gemellini biondi scivola sul ghiaccio e batte la testa sulla soglia di casa, aprendosi fatalmente il cranio. A porre rimedio alla tragedia familiare ci pensa Babbo Natale, che trasforma il protagonista nel vischio appeso sopra la porta di casa.
Una volta rivelato il segreto ai figli, cominciano le smancerie, i sentimenti da quattro soldi e un buonismo tipicamente natalizio che ti fa venire voglia di imbracciare un mitra e fare fuoco sul primo cretino vestito da Babbo Natale che incontri per strada.
Poi i bambini acquisiscono fiducia in loro stessi, elaborano il lutto, Natale finisce, e il padre-vischio può appassire in pace, tornando ad arrostire in qualche anticamera dell’inferno fino alle prossime festività. Insomma, nulla di nuovo, nulla di interessante.
Stavolta, però, niente Micheal Keaton. Non che gli sceneggiatori non ci abbiano provato, è solo che si sono sentiti rispondere: “Jack Frost? Un sequel? Ma lo sapete chi sono io? IO SONO BATMAAAN”

Voto: 3

testo: Martin Hofer
cover: frattozerø

lunedì 16 dicembre 2013

Quasi Smeraldo


“…e poi prendi questo dal cassetto e filtri la spremuta. Alberto beve l’aranciata solo se non ci sono i pezzi dentro”.
La Signora Renga mimò il gesto di versare una spremuta immaginaria dentro un imbuto sopra cui era poggiato il colino dei Puffi.
A Caterina vennero in mente quei film di fantascienza dove scienziati spettinati versano strane pozioni dentro ampolle e alambicchi, e per un attimo si immaginò che dal bicchiere uscisse un fumo denso e rosato.

“Ti dirà sicuramente che a lui la frutta non piace e che noi gli permettiamo di non mangiarla, ma tu non dargli retta. Se fa storie lo puoi minacciare: o beve l’aranciata, oppure niente dolce. Versa al massimo un cucchiaio di zucchero, non di più. Adesso ti faccio vedere dove teniamo il dolce…”
Caterina continuava a fare sissi meccanicamente, sforzandosi di dare un’aria espressiva ai suoi grandi occhi smeraldo. In realtà non era sicura di avere grandi occhi, e certamente non erano smeraldo. Qualche giorno prima era stata al cinema con le sue amiche, per vedere un film d’amore dove due adolescenti americani passavano gran parte del loro tempo a guardarsi e a descriversi vicendevolmente.
Nella scena clou - quella in cui il ragazzo e la ragazza si ritrovavano di notte nella palestra della scuola e, per la prima e ultima volta in tutto il film, si baciavano - il protagonista maschile aveva detto: “Ti amo Gwen. Non faccio altro che pensare a te,  istante dopo istante. E so che per te è lo stesso. Me lo sussurrano questi grandi occhi smeraldo, ogni volta che mi guardano.”
Così, appena Caterina era tornata a casa, era corsa in bagno e si era piantata di fronte allo specchio per mezz’ora buona, in cerca dei suoi grandi occhi smeraldo. Servendosi delle dita aveva allargato le palpebre. Aveva stabilito che, se proprio non si poteva parlare di grandi occhi, poco ci mancava.
Era indubbiamente più problematico definire smeraldo le sue iridi castane, ma Caterina aveva liquidato la questione autocertificandole come “marroni-verdi-quasi-smeraldo”.

“Terzo ripiano, dietro le verdure. Mi raccomando, quando hai finito rimettilo dove lo hai trovato, altrimenti Alberto si arrampica e lo finisce”.
Caterina annuì.
“Ecco. Ti faccio un segno. La fetta deve essere di questa grandezza. Mi raccomando, altrimenti Alberto si ingozza e si sente male”.
La Signora Renga uscì dalla stanza senza dire niente. Caterina esitò un istante e poi la seguì nel corridoio. Sulle pareti erano appesi quadri molto grandi –perlopiù paesaggi di campagna- e delle pagine incorniciate, scritte troppo fitte per capirci qualcosa.
“Sono riproduzioni di stampe del ‘500_ disse la Signora Renga, una volta accortasi dell’attenzione della ragazzina_ le ho prese…”
Si interruppe, come se si fosse resa conto di parlare da sola.
Salirono le scale in silenzio. La Signora Renga spalancò la porta del bagno di sopra e fece affacciare Caterina per illustrarle dov’erano spazzolini, asciugamani e carta igienica di riserva. Dedicò molto tempo alla spiegazione di come pulire Alberto, nell’eventualità che gli fosse scappata la cacca. Caterina annuì stancamente, poi le due proseguirono oltre.
La stanza di Alberto era grande pressappoco il doppio della stanza dove dormivano Caterina e sua sorella.
Non si era mai immaginata che un bambino di sette anni potesse dormire in un letto matrimoniale. Mentre la Signora Renga estraeva dai cassetti il pigiama e tutto l’occorrente per la notte, Caterina ispezionò le cataste di giocattoli sparpagliate per la stanza: un elicottero, un camion dei pompieri, la caserma dei pompieri, soldatini privi di arti, robot, una casa dei fantasmi, due fucili ad aria compressa.
“Alberto deve essere a letto entro le dieci. Mi raccomando, altrimenti domani mattina non si sveglia e fa le bizze tutto il giorno”.
“Ha-ha, non si preoccupi”_ rispose Caterina.
La Signora Renga scrutò accigliata il quadrante dell’orologio.
“Santo cielo, è tardissimo. Il mio compagno starà già aspettando fuori”.
Caterina aveva sentito utilizzare quella parola per la prima volta circa un anno prima, quando sua mamma si era messa con Fausto, che poi era lo stesso che le aveva procurato quel lavoretto come baby sitter..
Sulle prime non aveva inteso la differenza fra “compagno” e “fidanzato”. Poi aveva realizzato che un “compagno” è colui che sta con tua mamma, ma a Natale non è tenuto a farti i regali.
Caterina accompagnò la Signora Renga per il corridoio, assecondandone il passo svelto.
“Il mio numero ce l’hai, per qualsiasi cosa…”_ disse la Signora Renga da dietro le spalle.
“Si, signora”
“Se hai fame puoi farti un panino”
La Signora aprì la porta d’ingresso. Oltre il cancello un’auto sportiva attendeva con i fari accesi.
“Mi raccomando”_ ripetè la Signora Renga con tono vagamente esasperato.
“Non si preoccupi signora. L’ho fatto un milione di volte con mia sorella”
Caterina rimase sulla soglia a osservare la Signora Renga che zompettava sui tacchi fino al cancello, poi richiuse la porta. Si voltò e fece un piccolo sobbalzo alla vista di Alberto, ritto dietro di lei con le braccia stese lungo i fianchi.
Lo aveva intravisto di sfuggita appena entrata in casa. Il bambino teneva per mano la mamma e studiava la sua nuova babysitter dal sotto in su. Aveva continuato a squadrarla per qualche minuto, poi aveva fatto una strana smorfia e si era dileguato.
Caterina si spostò in salotto e accese il televisore trentadue pollici. L’apparecchio emetteva un sibilo acuto, senza decidersi a far altro. Premette alcuni tasti a caso.
“Ma che faiii! Non si fa così!”_ commentò Alberto.
“Ah si? Spiegamelo tu, allora, che sei tanto bravo”
Alberto le si avvicinò, prese il telecomando e premendo un tasto restituì audio e immagini al televisore.
“Mh. Grazie”
Caterina si stese sul divano, stando ben attenta a occuparne tutta la lunghezza. Appoggiò i piedi sulla poltrona alla sua destra. Non tolse le scarpe.
In tivvù davano una serie comica, di quelle con le risate finte in sottofondo. Caterina aveva già visto quell’episodio.
“Che facciamo?”_ chiese da dietro Alberto.
“Guardiamo la tivvù”
“Mmm…non mi va”_ rispose distratto il bambino, percorrendo col dito la superficie della parete.
“Allora gioca”_ sbadigliò Caterina
“Sei la mia babysitter. Devi giocare con me. Sei pagata”
Caterina sbuffò forte. Si tirò su a sedere, lanciando il telecomando da una parte. Voltò la testa e fissò il ragazzino con lo sguardo più truce che riuscì a sfoderare.
“Ok Sapientino. A cosa vorresti giocare?”
“Non so. Mica mi pagano”_ rispose lui, guardando da un’altra parte. Adesso sembrava quasi seccato dalla prospettiva di avere a che fare con la babysitter.
Caterina si avvicinò al bambino. Era uno di quei mocciosi paffutelli dall’aria graziosa e infida, che da adolescenti buttano giù la ciccia (divenuta a quel punto non più tanto carina) per rimpiazzarla con un fisico ben strutturato, probabilmente dovuto alla scoperta di qualche sport minore (scherma, hockey su prato, canottaggio) nel quale si scoprono eccellenti.
 “Magari…ti andrebbe di giocare…a nascondino…”


Alberto non reagì. Almeno apparentemente, si limitò a scuotere leggermente le spalle. Ma Caterina riuscì lo stesso a registrare un minuscolo fremito nel corpo del bambino. Conosceva quella reazione: l’aveva testata più e più volte su sua sorella.
“Nessuno mi ha mai battuta a nascondino…”
“Seeee”_ sbottò Alberto.
“Ok, scommettiamo? Inizio io a contare”.
Udite quelle parole, il bambino si precipitò scomposto verso il corridoio, lasciandosi scappare un gridolino di terrore divertito.
“Uno…due…”_ Caterina si risistemò sul divano.
Seguì per un po’ la sitcom. Le risate erano sparpagliate a casaccio. Cambiò ossessivamente canale, fino a quando non si trovò a ricominciare il giro da capo.
Si tirò su, tolse le scarpe e fece qualche passo sul folto tappeto del salotto. I piedi affondavano lentamente e scavavano un’impronta sulla superficie morbida.
Quando uscì dal perimetro del tappeto, pareva un orto fangoso calpestato da un branco di cinghiali.
Caterina si avvicinò alla credenza e prese una foto di Alberto, ma la rimise subito a posto senza nemmeno dedicarle uno sguardo. Per diversi minuti continuò a compiere dei giri concentrici per la stanza, ora sbirciando fuori dalla finestra, ora tornando sopra al tappeto.
Decise di uscire dalla stanza. In corridoio si potevano ancora udire le risate finte della sitcom che proseguivano impassibili, come se qualcuno fosse obbligato a farlo.
In corridoio accennò due passi di danza che ricordava di aver visto nel film, ma non uscirono fuori molto bene.
Entrò in bagno e vi si chiuse a chiave. Le piacevano molto le piastrelle rosa salmone, davano alla stanza un aspetto accogliente. Aprì lo sportello dell’armadietto dei medicinali e si mise a razzolare come aveva visto fare in certi polizieschi. Le scatolette e le boccette avevano tutte nomi difficili da pronunciare e forme e dimensioni parecchio differenti fra loro. Estrasse un blister da una scatola e si ficcò una compressa in bocca. Cercò di intuire con la lingua la funzione di quel medicinale, ma la compressa non sapeva di nulla. A un certo punto ebbe il timore di aver ingoiato qualcosa di letale e la sputò nel gabinetto. Si sciacquò la bocca con l’acqua del lavandino e meditò perfino di provare a vomitare, ma poi rinunciò.
Nel mobiletto accanto allo specchio trovò i trucchi della Signora Renga. Prese una confezione di terra e iniziò a stenderla sul viso con il pennello, cercando di scolpire gli zigomi come le aveva insegnato una compagna di classe più smaliziata.
Poi adoperò l’ombretto, passò la matita sugli occhi, eyeliner e mascara. Indietreggiò e si guardò allo specchio. Si rese immediatamente conto di essere stata troppo grossolana con la matita. Quella ragazzina volgare che la fissava oltre lo specchio facendo una smorfia non assomigliava nemmeno lontanamente alle sue compagne di classe.
Caterina tolse la maglietta e si specchiò. Il seno non accennava a fare progressi. Controllava la situazione quasi tutti i giorni, ma nulla sembrava essere cambiato dal giorno della sua nascita.
“Calma piatta”
come diceva sempre sua madre quando la sorprendeva
davanti allo specchio a studiarsi.
Sfilò anche i jeans e si spostò di fronte a uno specchio che arrivava a toccare terra.
Di recente aveva registrato con orrore la presenza di alcune smagliature sui fianchi. Nel corso della primavera era dimagrita diversi chili in un sol colpo e quella era la ricompensa dei tanti sforzi. Tentò di tirare la pelle con le dita, ma le striature bianche rimanevano al loro posto, solo più tese. Girò su se stessa un paio di volte, per esaminarsi da diverse angolazioni. “Potrei essere grassa come Licia”_ considerò.
Ogni volta che si specchiava pensava “Potrei essere grassa come Licia”- la sua compagna di classe obesa- ma quel dato di fatto non la faceva mai sentire meglio.
Per Caterina sentirsi brutta era una sensazione simile a quando ti svegli la mattina di cattivo umore perché sai che dovrai fare qualcosa di spiacevole, ma non ricordi cosa. Allo stesso modo, lei trascorreva gran parte della sua esistenza sopraffatta da un’ineffabile sentore di sgradevolezza che riusciva a comprendere soltanto nel momento in cui guardava la propria immagine riflessa. Allora sì che lo stomaco schiudeva il suo bolo d’angoscia in una dimensione di realtà e autocommiserazione.
Alcuni colpi contro la porta la misero in allarme. Raccolse in fretta i vestiti e aprì. 
“Non stai giocando”_ disse Alberto con disprezzo
“Ti ho cercato ovunque. Hai vinto”
“Cosa ti sei messa in faccia?”_ le sue parole avevano una vibrazione feroce
“Nulla. E’ solo del trucco. Lo avevo anche prima”
“Non è vero! Sei una bugiarda!”_ il bambino stava per mettersi a piangere.
“E’ ora di cena. Non hai fame?”
“Sei una bugiarda”_ ripetè, stavolta più piano.
“Tua madre si arrabbierebbe molto se scoprisse che hai fatto storie, non è vero? Che cosa farebbe secondo te? Ti toglierebbe i giocattoli?”
Alberto non rispose, si limitò ad abbassare il capo e a stringere i pugni, infine seguì Caterina lungo le scale.
 
 
Mangiarono del pollo scaldato, in silenzio. Uno dei due accese il televisore accanto al micro onde, così adesso i clangori di un cartone animato si confondevano con la voce strozzata e scandita di un annunciatore del notiziario, che proveniva dalla televisione del salotto.
Il ragazzino mangiò lentamente, interrompendosi di continuo per giocare con una mollica di pane o un ossicino di pollo.
Quando ebbero terminato Caterina spremette un’arancia e mise il bicchiere sotto il naso di Alberto.
“Non mi va”_ con un gesto della mano allontanò il bicchiere.
“Avanti, non fare storie”
“La mamma non mi da mai la frutta”
“Non è vero. Bevi forza”
“No”
“Ho detto bevi. Non fare storie”
“Ha i pezzi! Io non la voglio coi pezzi”
Caterina alzò la voce, stando ben attenta a non tradire esasperazione.
“Che devo fare? Devo chiamare la mamma? Eh?”
Si alzò e fece per dirigersi verso il telefono.
“No!”_ protestò Alberto
“O bevi o chiamo”_ disse Caterina, mettendo una mano sulla cornetta.
Il bambino afferrò il bicchiere e lo mandò giù tutto d’un colpo, strizzando gli occhi. Grosse lacrime scendevano taciturne lungo le guance.
Caterina iniziò a bruciare di un fuoco strano, dentro di sé.
Per la prima volta nella sua esistenza,  sperimentava con pudore l’insano piacere del dominio, e non riusciva a sottrarsi alla possibilità di godere di ogni singolo istante di quel momento. Se avesse avuto altre cento arance, avrebbe continuato a fargliele trangugiare fino a che il suo piccolo stomaco non fosse scoppiato. Si immaginò l’espressione di Fausto, una volta giunto a conoscenza della notizia: un bambino di sette anni ucciso dalla figlia della sua compagna. Era stato lui a proporle di trovarsi un lavoretto per l’estate, a darsi da fare per mettere via qualche risparmio.
“Chissà che faccia”_ sussurrò

A un certo punto si vergognò di ciò che stava facendo. Inoltre temette che il ragazzino potesse spifferare tutto alla mamma, così tagliò una fetta di dolce ben oltre il limite concesso dalla Signora Renga.
Alberto mangiava remissivo, la faccia triste e sporca di cioccolato affondata nel piatto.
“Potremmo giocare a nascondino”_ propose Caterina con un sorriso.
Alberto non rispose.
“Dico davvero. Stavolta faccio sul serio”
“Non vorrai mica andare a letto alle nove? I bambini piccoli vanno a letto alle nove. Tu sei un bambino piccolo?”
“No!”_ si affrettò a ribattere Alberto
“E allora giochiamo”
“E va bene. Però stavolta conto io, così se fai finta me ne accorgo”
“Andata”
Caterina non attese nemmeno che Alberto si alzasse dalla sedia e si precipitò fuori dalla stanza. Fece le scale di corsa a due a due. Intanto sentiva Alberto contare a voce alta dal piano di sotto.
“Uno, due, tre…”
Aprì la porta del bagno, ma decise di non entrare.
“…quattro, cinque…”
Continuò per il corridoio, avanzando a tastoni. Adesso era diventato tutto buio. Caterina iniziava a sentirsi a disagio in quella casa gigantesca e spigolosa.
Si infilò in camera di Alberto. Dopo essersi guardata un po’ attorno, considerò che lo spazio fra il muro e l’armadio si sarebbe potuto rivelare un buon nascondiglio, se fosse riuscita a trascinare di qualche passo lo scatolone con i giochi di Alberto.
“…sei, sette, otto…”
Effettivamente poteva andare. Caterina non era molto alta, ed era dotata di una certa flessibilità. Si accucciò e infilò la testa fra le ginocchia, fin quasi a toccare il pavimento.
“…nov.. DIECI!”
Caterina realizzò di aver preso troppo seriamente la sua missione. Se ne vergognò. Dopotutto non aveva più sette anni. Eppure non riuscì a staccarsi dalla sua posizione ridicola. Le mani che abbracciavano le ginocchia, la testa ficcata fra le cosce, come uno stupido struzzo.
“Arrivo”
Avrebbe trascorso volentieri un bel po’ di tempo laggiù. Era come se il buio nel quale era sprofondata la casa dopo il tramonto l’avesse accolta per sottrarla al resto del mondo.
In una placida liquidità di spazio e ricordi, Caterina sentiva defluire tutto ciò che non andava della sua vita: il divorzio dei genitori, le smagliature, Fausto, le compagne di classe, una stanza troppo piccola da dividere con una sorella non abbastanza grande, “la calma piatta” che troneggiava sul suo petto.
Si trovava adesso in un film di fantascienza, criogenizzata dentro una capsula di salvataggio in fuga da una civiltà in disfacimento e diretta verso la forma di vita più vicina.
Non le sarebbe dispiaciuto risvegliarsi fra qualche anno, adulta e indifferente ai turbamenti della sua età. Iniziò a cullarsi leggera, come smossa da un vento inoffensivo.
Stava quasi per assopirsi. I passettini di Alberto che frugava nelle altre stanze erano un sottofondo rassicurante.
“Una volta tornata a casa, chiederò scusa alla mamma”_ meditò mezza intontita. Per cosa, non lo sapeva neppure lei.
 
Rinvenne tutta d’un colpo, non appena avvertito il tonfo secco. Stunff.
Si alzò in piedi, indecisa sul da farsi. Non se la sentiva di darla vinta ad Alberto. Alla fine decise di andare a controllare cosa diavolo avesse combinato quel moccioso.   
Percorse a ritroso il corridoio, procedendo con cautela nella semi oscurità. Qualcuno aveva acceso la luce del bagno. Una schiera di ritratti la fissava severa mentre lei sfilava davanti. Chiamò un paio di volte il ragazzino, senza ottenere risposta. Si mise a correre. Una volta giunta in prossimità della stanza sbandò, effettuando una frenata da cartone animato per non cascare.
La prima cosa che vide fu la striscia di sangue che percorreva lo spigolo della vasca e disegnava una linea sottile e piuttosto precisa  fino al pavimento. Era più densa e scura di come si sarebbe potuta immaginare il colore del sangue. Per qualche secondo rimase imbambolata a valutare come, al riscontro pratico, quel colore risultasse terribilmente posticcio, da film horror di serie B.
Solo in seguito decise di accettare la presenza di Alberto, sdraiato per terra, circondato attorno al capo da un’aureola tinta di sangue.
“Il mio angioletto, oh il mio angioletto!”_ era la Signora Renga a chiocciare nella sua testa, riparata dentro il riquadro da breaking news di un telegiornale.
“Bambino ucciso dalla babysitter”, diceva la striscia sotto la Signora Renga, che continuava a lamentarsi. “Il mio angioletto, il mio angioletto!”
Mentre l’annunciatore dalla voce impostata tentava di tranquillizzare la Signora, Caterina si avvicinò al corpo del bambino.
Già non assomigliava più tanto a una cosa viva ma, con un piccolo sforzo di immaginazione, si poteva interpretare la sua espressione come leggermente assorta, o contrariata.
Lo sguardo no. Lo sguardo ero stolto, tipo quello delle bambole di porcellana con cui giocava Caterina da piccola. Uno sguardo di nulla e buio, che non pretende e non si illude. Due occhi inchiodati, immobili. Due occhi verdi. Quasi smeraldo.

 
  testo Martin Hofer
illustrazioni frattozerø

mercoledì 11 dicembre 2013

Tradizioni di famiglia

 
 Siedo sulla poltrona di mio nonno, le mani sui braccioli rivestiti di lana scura, lo sguardo fisso sulla finestra rigata dalla pioggia. Le gocce d’acqua martellano il vetro ed emettono uno scoppiettio gradevole, che a tratti si fa più forte e copre il tamburellare dell’acqua sul tetto. Poi si smorza, l’acqua scorre giù lungo la finestra e riesco di nuovo a vedere il cielo nuvoloso e a sentire il rumore del fiume che lambisce la facciata, lava via l’imbiancatura, scrosta l’intonaco dal muro e s’insinua fra i mattoni. Il cielo rimane coperto di un grigio denso, senza nessuna sfumatura di luce.
Sento la mia pancia gonfia come una palla, tesa, sul punto di esplodere, ma decido di ignorarla. Invece ascolto le travi del tetto scricchiolare mentre l’acqua filtra fra le tegole e gocciola lentamente sul tappeto, sui pochi mobili rimasti, sulle mie ginocchia e sulla mia testa.  
Non si può morire in questa casa.
Il bisnonno voleva morirci, piuttosto che abbandonarla sotto le bombe. Quando l’allarme cessò, sua moglie corse subito da lui, ma proprio mentre stava per entrare si staccò un pezzo di muro dalla casa dei vicini. Al bisnonno non successe nulla, ma lei stava passando là davanti e ci rimase secca.

Anche mio fratello voleva morire qua dentro. Aveva progettato tutto con entusiasmo, aveva scelto un giorno in cui nessuno sarebbe rientrato prima di sera e aveva studiato nei dettagli come sigillare le finestre e le porte, poi aveva aperto il gas in cucina e si era steso sul letto con due bottiglie di vodka. Solo che a metà della prima bottiglia in qualche modo gli era passata la voglia e arrivato ai due terzi aveva deciso spontaneamente di uscire di casa e andare a smaltire la sbornia in riva al fiume.
Lo stesso fiume che adesso ha rotto gli argini e si sta mangiando la facciata.
Mia madre di tutta questa cosa del morire e della vodka non sapeva niente, ma spinta da un vago presentimento rientrò un po’ prima e, nella sua immensa perspicacia, quando sentì il puzzo del gas, la prima cosa che fece fu accendere la luce. La deflagrazione fu piuttosto violenta, dicono i vicini, ma la casa è solida e venne giù solo il soffitto della cucina. Cioè quello che era sopra la testa di mia madre.
Quindi tecnicamente in questa casa si può morire, ma solo se non lo si vuole, a quanto pare. 


Improvvisamente il pavimento sotto i miei piedi ha uno spasmo, emette un rumore strano, come uno scoppio, che si propaga verso la finestra battuta dalla pioggia. La parete davanti a me comincia a rigarsi di crepe. Poi la vedo sparire, veloce come un lampo, inghiottita dai flutti del fiume che scorre qua sotto. Lascia un ampio squarcio asimmetrico sul cielo grigio, sulla pioggia e sul fiume gonfio di acqua sporca che sfreccia come un ubriaco fra gli alberi e le case. È una bella vista.
Il fiume ha inghiottito anche la strada all’ingresso del paese e si sta portando via il grosso castagno che è sempre stato là al bivio per casa nostra.
Il castagno ne sa qualcosa della gente che vuole morire in questa casa.
Era venuta anche a mia nonna l’idea. Decise di tornare a vivere qua da sola, dopo il primo infarto, e aspettare con calma la morte. Non voleva morire in ospedale.
Poi però, quando sentì di nuovo il petto stingersi e l’aria mancare, le prese paura, allungò il braccio e schiacciò quei due tasti sul cellulare, come le aveva mostrato mio padre.
Mio padre stava mangiando sushi con dei colleghi da qualche parte a un’ottantina di chilometri da qui. Più che mangiare, stava bevendo, perché l’offerta della serata prevedeva sakè gratis senza limiti per chi sceglieva il menù fisso. Mio padre decise di rispettare le volontà della nonna, gettò via le bacchette e saltò in macchina per rivederla prima che morisse. Fece ottanta chilometri a centosessanta all’ora e appena entrato in paese andrò a schiantarsi dritto contro il vecchio castagno. Mia nonna, dopo l’infarto, visse altri due anni in una casa di riposo.

Voglio vedere cosa s’inventerà per me la vecchia casa. Anche se non dovesse portarsela via il fiume, dubito che ne uscirò vivo. In ogni caso non avrei la forza per tornare in clinica, non ho nemmeno la forza per alzarmi dalla poltrona.
Stavolta non c’è nessuno che possa venire a crepare al posto mio; nessuno sa dove sono e a nessuno importa.
O forse no, forse al primario importa. Non dev’essere una gran bella cosa quando ti scappa il paziente così da un giorno all’altro, anche se è un paziente che sta per crepare. Il primario è un bravo medico e mi è sembrato sinceramente mortificato quando dopo l’operazione ha dovuto ammettere che poteva andare meglio.
Lo sa anche la mia pancia, che ha appena svuotato i suoi contenuti sulla poltrona, che poteva andare meglio. Dovrebbe essere vuota, invece la sento tesa, sul punto di scoppiare, e piena di dolore. Una palla di dolore che raschia le pareti del mio addome e scalcia e si contrae e cancella ogni altra sensazione.

Il problema è che sta passando l’effetto della morfina, era una cosa che non avevo considerato. Per prendere la codeina avrei bisogno di acqua. Di un bicchiere. E di qualcuno che mi apra la fottuta bustina di alluminio blu attorno alla compressa. E probabilmente non mi farebbe più nessun effetto.
Guardo lo squarcio nel muro, il vento gelido porta dentro folate di pioggia, ma lo sento appena.
Poi vedo in lontananza, sul cielo grigio, una piccola macchia scura che galleggia fra le nuvole. Si muove lentamente, qua e là sopra il fiume. Si avvicina e sento il rumore delle eliche. È un elicottero.
Lo guardo incantato.
Adesso che è più vicino riesco a distinguerne chiaramente i dettagli, i vetri della cabina, la portiera aperta sul fianco. Dalla portiera si sporge una figura che urla qualcosa in un megafono. Non capisco cosa.
Il tizio continua a urlare nel megafono cercando di coprire il frastuono delle eliche, della pioggia e del fiume in piena e io non sento nulla di quello che dice. Gli faccio cenno di no con la mano, di andarsene.
Ma ovviamente non può andarsene, ora che mi hanno visto devono tirarmi fuori in qualche modo.

L’elicottero si avvicina ancora di più, è sospeso proprio sopra la casa e il suo rumore è assordante, ma il tempo scorre lento come in sogno. Un uomo si cala giù appeso a una fune, oscilla per un po’ davanti alla parete aperta, imprigionato nell’imbracatura che stringe la sua tuta sgargiante da soccorritore, poi riesce a mettere un piede nel mio salotto. Riprende l’equilibrio, si volta e viene verso di me. È un bell’uomo biondo e ha sul volto un sorriso radioso, che si gela all’istante quando vede il mucchio di ossa, lividi e sangue avvolto nel pigiama dell’ospedale rannicchiato sulla poltrona davanti a lui.
Potevi anche risparmiarti la fatica, vorrei dire, ma la verità è che sono felice. La sopravvivenza è una strana sensazione e sono felice quando mi solleva dalla poltrona, mi chiude nell’imbracatura e mi spiega come tenermi aggrappato a lui mentre la fune ci riporta sull’elicottero.
E poi, mentre siamo appesi così a mezz’aria, in mezzo alla pioggia e al vento e vediamo quel che resta del muro di casa mia scorrerci accanto, la casa ha di nuovo un sussulto, un altro pezzo di parete si stacca e ci cade addosso in una pioggia fitta di calcinacci. Un ammasso di mattoni mi manca per una decina di centimetri e centra in pieno la testa del tipo biondo davanti a me.

L’elicottero continua a tirarci su per la fune, me e un cadavere biondo grondante sangue e briciole d’intonaco.



lunedì 9 dicembre 2013

SPECCHIO

Lo poteva guardare per ore quando era solo un bambino. Quel canarino, rosso sangue e con artigli più grandi della norma, era un essere particolare e lui provava ammirazione nei suoi confronti, più di quella magica che poteva suscitare in un ragazzino il primo animaletto domestico.
Il tempo che passava ad osservarlo lo portava infatti ad uno stato di trance, durante il quale poteva perdersi nelle traiettorie vermiglie del pennuto. Fino a che il volatile si posava, ovvio, ma anche questo momento non mancava di interesse agli occhi del fanciullo: il canarino andava finalmente fiero ad abbeverarsi, appagato dalla bellezza che aveva prodotto con il suo volo, e, prima di bagnare il becco nell’acqua, si fermava come incantato a scrutare la sua immagine nel riflesso del liquido.
Era come se, al termine di uno spettacolo, il pennuto si inchinasse di fronte al sé stesso riflesso, parte di un audience fatta della stessa realtà ma speculare, alla rovescia, forse più grande laddove quella stessa gabbia era troppo piccola.
Capitò che un giorno il canarino non era più nella sua gabbia. Volato via? Rubato? I suoi genitori non avevano spiegazioni, del resto, troppo indaffarati a uscire di casa per attività estranee ad un egoistica e narcisistica considerazione di sé, non capivano quanto fosse importante quell’ammasso di piume, ne avrebbero comprato un altro. Sicuro che la sparizione dovesse essere legata alla volontà di quel volatile che nei suoi voli sicuri sembrava sempre avere chiari piani per il suo destino, al giovane l’unica soluzione possibile sembrò che fosse passato dall’altra parte di quello specchio d’acqua.
Il ragazzo crebbe con una vocazione artistica, pensava a lungo e stava chiuso in casa proprio come quell’uccello che, ne era convinto, era stato un segno per lui.
Cercava quindi anch’egli il modo di volare e, conscio ma non convintissimo dei suoi limiti fisici, cominciò a cibarsi della soddisfazione catartica che gli dava produrre della musica, dei colori su una tela, fino ad unire le due cose: suoni colorati e colori sonori. Questo accostamento dei sensi della vista e dell’udito, quando gli riusciva di produrlo, nella collisione all’interno della sua mente creava un cortocircuito che lo gettava in un forte torpore fisico e mentale: sentiva di essere fatto di materia più leggera, posta ad almeno qualche millimetro da terra.
Aveva, in quei momenti, solo la capacità di fare due passi verso il grosso specchio che stava in camera sua, sulla parete opposta a quella dove sul muro si collocava una finestra, rigorosamente aperta verso il cielo. L’elemento del panorama al di fuori della finestra, che scrutava sempre attraverso l’immagine riflessa che contemplava ogni qual volta stesse riuscendo a “volare”, gli permetteva di assaporare maggiormente quella profondità e, attraversando con lo sguardo lo specchio, di percorrerla, per poi ritornare dall’altro lato.
Man mano che le sue produzioni artistiche si raffinavano e cresceva il loro effetto di sinestesia, il suo torpore, l’ascesi estetica e quindi il volo si facevano più intensi come, di conseguenza, gli attimi, ormai ore, passate davanti allo specchio sognando di appartenere all’altro lato, così incomprensibile ed esclusivo che era possibile percorrerlo in una parvenza di fisicità solo a tentoni e gradualmente.
Ma finalmente un giorno, mentre si trovava dall’altra parte della superficie riflettente, riuscì ad affacciarsi alla finestra. Non era mai capitato che si sentisse, così distante dal punto di partenza, ancora dentro quella che non sapeva se interpretare solo come un’illusione e che ora non lo sembrava più.
Vide allora, a pochi metri dalla sua testa, il pennuto rosso che con i suoi occhi neri gli dava finalmente il benvenuto in quella realtà che li aveva separati per anni.

Il ragazzo aveva tante cose da raccontargli e, conscio che adesso anche lui era in grado di volare, non ci pensò un attimo a balzare fuori dalla stanza per raggiungere il suo vecchio amico.


testo Andrea De Fazio
illustrazione frattozerø

giovedì 5 dicembre 2013

i consigli dello Zio l'Ontano

tre annunci immobiliari ai quali non converrebbe rispondere


Lo spam

Da: Selinda Stalker
Oggetto: ALLARGA IL TUO PENE ORA!

Ciao,
Ho avuto il tuo contatto da mio fratello,
che sta morendo di una funny forma di gengivite.
Mio brother a detto che tu sei un persona molto affidabile e vuole proporti un business che ti farà guadagnare un sacco di soldi. Unfortunatamente dobbiamo vendere la nostra villa per pagare la sua operazione che gli salva la vita e lui vuole venderla a te a un prezzo stracciato.
E’ una villa a tre piani con piscina, vasca idromassaggio, giardino enormous.
Lavandino per lavarsi, letto per dormire, scale per scalare. In cucina si può fare cibo, ma anche mangiarlo.
In questo momento non ho delle foto da mostrarti ma-dammi retta-ne vale proprio la pena!
E’ pretty incredibile rendersi conto di quanti memorie mi legano a quel posto, ma la vita a volte ti riserva delle carine brutte sorprese e in questi casi è meglio mettere tutto da parte e guardare avanti.
Sono confidente che tu valuterai la proposta che ti ho fatto.

P.S. Ah, dimenticavo: se entro tre minuti non diffondi questa mail ad altri dieci contatti una bambina si materializzerà sotto il tuo letto e ti ucciderà. Io ho provato, non è la solita catena, credimi. Funziona davvero!

Selinda
 
 
L’annuncio da palo 
 
Annuncio a Bologna per stanza in Via Zamboni

Affittiamo ampia stanza piccola a 500€ (no gas/acqua/luce) senza finestre (stile Berlino underground), canale di aerazione non sempre funzionante (a risparmio energetico), senza porta (effetto openspace) a studentessa del nord, che si sappia adattare ad ambienti non sempre puliti, che si dia da fare quando serva, che non rompa i coglioni (siamo gente zen).
Apprezzabile se di bell’aspetto, in casa siamo quattro maschi, suddivisi in due ampie camere doppie. Gli spazi comuni sono il salotto (attenzione ai numerosi fili per terra da non toccare quello della Tv: fa scintille, ma rende luminosa la sera), la cucina (i buchi nel muro che danno sulla stanza di Fiz e Gian aiutano a cambiare l’aria) che però il giovedì sera è inagibile (affittata a ballerine di un locale della stazione) e il giorno dopo chi lava lo si decide a braccio di ferro, e il bagno, senza acqua calda (per fare docce corte). Caparra di cinque mesi. No perditempo per favore.
La villetta ristrutturata
 
Annuncio villetta a Milano

Vendesi villetta in zona industriale a Milano, ristrutturata (parzialmente) ma già abitabile. Casa su tre piani, la veranda al piano terra attualmente ospita animali strani, eventualmente adottabili, il WWF vi adorerà. Il primo piano ha il salotto e la cucina in un unico spazio, ampia vetrata che si affaccia sull’inceneritore (probabilmente inattivo) della città, un quadro quotidiano dalle tinte scure ma affascinanti. Già ammobiliata con arredamenti del 19° secolo, retrò finto-fatiscente. Il piano superiore ha la stanza da letto e il bagno, anche questi in open space, a voler render ancora più intima l’esperienza igienica. Il lato sull’inceneritore è stato murato dai vecchi proprietari, internamente sono possibili decorazioni di varia natura ad impreziosire l’esperienza visiva. Il giardino fuori è spoglio, l’erba non cresce, quasi un invito per i nuovi proprietari a lanciarsi in un’appagante esperienza di giardinaggio. In zona attualmente manca l’ADSL, questione di qualche settimana e verranno fatti gli allacci per la fibra ottica. Il prezzo è vantaggioso, 450000 euro per una casa di 90m2. Volture da attivare. L’inquinamento acustico è ridotto al minimo. La piccola autostrada che avvolge l’area è separata da eco-vetrate alte circa 30 metri, con sopra immagini riprese dalla Foresta Amazzonica. L’America non sembrerà poi così lontana.
 testi Martin Hofer
Alessandro Rabitti
illustrazioni Alect Piccini

martedì 3 dicembre 2013

Camere Comunicanti

nascita, crescita, subaffitto

La vicina-levatrice

Si, si, è nato proprio qui a fianco, dentro quella stanza. Lo ricordo come fosse ieri. Un sacco di complicazioni, il bambino che non aveva alcuna intenzione di uscire dal corpo di quella poveretta. Stava tutto attorcigliato al cordone, manca poco ci si strangolava. Lei che strillava e contraeva e strillava e contraeva ormai da ore.
Imprecava, piangeva e poi pregava, pregava. Pregava fin quando il dolore non la raggiungeva dappertutto e allora ricominciava a imprecare. Il bambino si era messo di testa e non voleva proprio saperne di collaborare. Così, in preda all’esasperazione, ho afferrato una ventosa per sturare i lavandini e dalla testa ce l’ho cacciato fuori tutto quanto, quel diavoletto. Il cranio gli si è allungato a tal punto che ho temuto di averglielo staccato dal collo. Alla fine però è andata.

Giuro che in tutta la mia vita non ho mai sentito un neonato strillare così tanto. Sembrava che, invece di aver visto la luce, il cielo, la sua bella cameretta tinteggiata d’azzurro,  avesse guardato dritto in faccia Il Demonio, come prima cosa.
Era un urlo terrificante, quello. Un urlo che tentava di mettere in guardia il mondo intero, che preannunciava una qualche sciagurata profezia.
Pulii il bambino e mi voltai per avvertire la madre. Lei già non respirava più.
Quella è stata la prima e ultima notte che il bambino ha trascorso nella sua cameretta tinteggiata d’azzurro.


Il compagno di giuochi dei Casermoni  

Sono cresciuto nel complesso di case popolari meglio note come I Casermoni. Io e miei genitori abbiamo vissuto qua per sedici anni. Quando mio padre ha perso il lavoro alla fabbrica siamo stati costretti a trasferirci da mia nonna.
Io e lui eravamo amici, per così dire. Giocavamo in cortile assieme agli altri ragazzini dei Casermoni. Diceva di vivere anche lui laggiù, ma non gli ho mai dato retta. Innanzitutto cambiava versione una volta sì e l’altra pure. Diceva di abitare nell’A, ma nessuno dei ragazzi dell’A sapeva quale fosse il suo appartamento. Allora diceva che s’era sbagliato, diceva che in realtà aveva fatto confusione con le lettere, perché lui abitava nel C. Inutile precisare che quelli del C non ne sapessero niente, e allora lui faceva “No! Non ho detto C, ho detto D. La Ci e la Di si confondono facilmente come suono…” Una volta giunti alla F ricominciava col gioco delle tre carte.  
Inoltre nessuno sapeva chi fossero i suoi genitori. Lui non li ha mai nominati. Mai. 

Tutto quello che sapevo è che quando scendevo in cortile, verso le tre del pomeriggio, lui stava già lì da un pezzo. Voleva sempre fare giochi strani. Erano perlopiù prove di resistenza. Per esempio si metteva contro il muro, e noi dovevamo calciare il pallone il più vicino possibile senza colpirlo. Se si muoveva, restava un altro giro, se lo colpivamo, prendevamo il suo posto. Oppure ci mettevamo in ginocchio contro lo spigolo di uno scalino, e l’ultimo che si alzava vinceva.
Tornavo a casa pieno di lividi, tagli, buchi nei vestiti. Mia madre si era convinta che mi picchiassero.
Un pomeriggio si è inventato questa prova di resistenza del tutto assurda. I Casermoni erano circondati da una distesa di cespugli ed erbacce che ci arrivavano fino al petto (il cortile dell’edificio era sopraelevato di circa mezzo metro rispetto al terreno). La chiamavamo la Savana. Il gioco consisteva nel tuffarsi dentro uno di questi cespugli. L’ultimo che ne aveva abbastanza avrebbe vinto.
A seguito dei primi due lanci ero già una Pietà di graffi. Mi ritirai.
Lui invece proseguì imperterrito. A un certo punto si lanciò a capofitto nella Savana e ne riemerse grattandosi furiosamente un braccio. Era finito dentro un cespuglio di bacche velenose, o roba del genere. Continuava a grattarsi il braccio come un cane pulcioso, finchè d’un tratto non ha iniziato a diventare bluastro e a rivoltarsi tutto quanto.
“Chiamiamo un’ambulanza”_ proponemmo, ma lui non volle saperne.
Si allontanò bestemmiando. In lontananza potevi scorgere ancora un puntino blu che si grattava il braccio mezzo scorticato e che inveiva contro il sole. Non l’ho più rivisto.
  
 
L’amico discolo dei Casermoni

Sono stato io il primo a farlo fumare. Ha provato ad aspirare e si è messo a tossire come una femminuccia. Da quel momento in poi l’ho sempre visto con una sigaretta fra le labbra.
 

La benefattrice

L’ho raccolto dalla strada come si fa coi gattini abbandonati. Vagava per la strade, giorno dopo giorno. Non sapeva nemmeno lui dove fosse diretto. Così l’ho ospitato, gli ho dato un tetto sotto cui dormire, un pasto caldo. Quella creaturina sventurata mi faceva una gran pena. Non l’ho mai obbligato a chiamarmi “mamma”, a ringraziarmi per quello che stavo facendo per lui. Non gli ho mai chiesto di dare una mano in casa, di sbrigare qualche commissione, di lavorare per ripagare la mia ospitalità.
L’unica cosa che gli avrei chiesto – se soltanto avessi intuito che razza di tipo era- sarebbe stata quella di non sgraffignarmi tutti i gioielli dal cassettone, prima di filarsela dalla finestra. È pretendere molto?

 


Il barbone facilmente suggestionabile

“L’hai visto anche tu? L’hai visto anche tu?”_ continuavo a chiedere agli altri. Ma no, no, mica se ne accorgevano quelli. Mi guardavano con tanto d’occhi.
Com’era possibile? Sono diventato pazzo, mi sono detto. Arrivava tutte le sere con i suoi stracci, uno zaino e una coperta lercia. La stendeva per terra e si metteva a dormire. Quando mi risvegliavo lui era sparito.


Lo studente fuori sede
 
Ci serviva un quarto coinquilino per ammorbidire l’affitto. All’annuncio avranno risposto in cinquanta, forse sessanta persone. Fare colloqui era diventata la nostra seconda professione. Ricordo che avevamo stilato alcuni parametri per giudicare i visitatori: “giovane” (1 punto), “apparentemente pulito” (2 punti), “affidabile” (3 punti), “col fumo” (4 punti), “non del sud” (5 punti), “pezzo di fica” (6 punti), “pezzo di fica single” (7 punti). L’accordo era di dare la stanza a quello col punteggio più alto.
Per quanto non fosse né giovane, né pulito, né –tantomeno- ispirasse fiducia, la camera andò a lui. Forse non era del sud, ma non ha mai parlato abbastanza per farlo intendere. E aveva tutta l’aria di essere un fattone, certo, ma il fumo ce l’ha sempre scroccato.
A questo punto sarebbe lecito da parte vostra domandare come diavolo abbia fatto quello sciroccato a stabilirsi in casa nostra per quattro mesi abbondanti.
Semplicemente, ha poggiato lo zaino per terra e ha cacciato fuori i soldi dell’affitto. Poi ha chiesto dove fosse la camera e ci si è chiuso dentro. Come accidenti fai a spiegare tutta la storia dei parametri a uno così, eh?
Potessi tornare indietro rinvierei giù per le scale il suo zaino da quattro soldi e lo butterei fuori a suon di pedate nel culo. Non farei altro che il nostro bene, dato che poi è scomparso senza versare due mensilità, non ha mai alzato un dito per pulire e ne ha combinate di tutti i colori. A proposito, se lo vedete, chiedetegli se ne sa qualcosa di quel mezz’etto di burbuka che è sparito dal mio cassettone della biancheria… 

 

Il casiere

Il mio nome non è importante. Ho tre figli maschi. Il primo l’ho mandato all’università ed è andata bene. Biologia. Il secondo ha voluto fare lettere ma siccome non compicciava un bel niente l’ho sistemato da mio fratello, che ha una ditta di condizionatori. Il terzo sta facendo l’alberghiero e quando avrà finito farò in modo che trovi un lavoro come si deve. Sono presidente del comitato anti-autovelox e nel tempo libero colleziono zippo. Li compro, li sistemo, li rivendo. In un certo modo mi rilassa. Di lavoro faccio il casiere. A maggio sono trent’anni. La palazzina appartiene a una famiglia di dentisti. Tutti dentisti. Dal bisnonno al figlio minore. Generalmente si fanno gli affari loro e la paga non è male. Il problema sono più che altro gli inquilini.
La verità è che l’edificio crolla a pezzi, e pur di non cacciare fuori un quattrino i dentisti affittano gli appartamenti a prezzi modesti e senza effettuare la benché minima selezione. Se hai i soldi della caparra sei dentro, e festa finita. A loro sta bene così, tanto chi deve andare a menar le mani, a sfondare porte, a minacciare sfratti, ad appostarsi per giornate intere davanti ai pianerottoli di attaccabrighe e mezzi avanzi di galera-beh- quello sono proprio io.

Perciò nessuno può biasimarmi per aver permesso a quello lì di stabilirsi nella palazzina. Si è presentato con un pacco di soldi in mano, uno zaino e una cicca consumata fra le dita ingiallite. Non ha spiccicato parola, è vero, ma ho pensato fosse straniero. E’ una cosa piuttosto comune, ospitare gente a cui non affideresti nemmeno il carrello della spesa e che si esprime soltanto a mugugni e gesti mozzi.
Era azzurrognolo, e allora? Qui dentro strabordiamo di negri e musi gialli, non sarà certo un tossico da strapazzo a turbare la quiete del pollaio.
Il problema arriva quando non trovo l’affitto dentro la buca delle lettere, il cinque del mese. O quando busso e non ricevo risposta. O quando mi accorgo che una persona esce a notte fonda col preciso intento di evitarmi. Questi sì che sono problemi.

Perciò ho iniziato a fargli la posta a quello lì. La sera metto una sedia davanti alla porta del mio appartamento e appena sento un rumore butto un occhio nello spioncino. Ormai sono cinque notti che va avanti così e ancora non sono riuscito a inchiodarlo. Eppure io lo so che quel verme mette la testa fuori dal suo buco. E’ come se lo sentissi strisciare fino in strada e sospirare il mio nome dentro il buco della serratura. Sì, proprio il mio nome, che non è un nome importante. Ciò che importa è che l’ho appena sentito salire le scale e se stavolta non apre la porta io vado in magazzino, prendo una chiave inglese lunga quanto un avambraccio e faccio irruzione nel suo lurido buco, così vediamo se non sputa fuori i soldi dell’affitto. Voi rimanete qui. Controllare che non se la squagli.


L’ombra sotto la porta si allunga sgusciata e sembra quasi riuscire ad acchiapparlo. Lunghe dita nere appiattite sotto lo stipite, pronte a frugargli nelle tasche, a scassinare i cassetti della stanza, ad unghiarlo nelle parti molli. Non muovere un muscolo no.
Suda silenzio fino a quando l’ombra non si ritrae. Ma non è un segno di resa.
L’Inquieto sa bene che torneranno a prenderlo eserciti di unghie cupe, se non si decide a darsi una mossa. Adesso.
Un giro di valzer alla porta, l’inchino al corridoio. Via libera.
Saltabecca le scale misurando i rumori e si fionda dall’ingresso nella strada.
Sprofonda nella notte come in una gola viscida. Lo inghiotte in un sol boccone, scivolato senza masticare. Fuori è tutto maledettamente tranquillo.
Sfila una sigaretta dal pacchetto per ficcarla in bocca. Prima di accenderla pesca il fuoco dal borsone. Sceglie uno zippo con l’effigie di Marlboro Man.
Infiamma la boscaglia di tabacco e lascia che Marlboro vada a farsi una cavalcata nel campo sotto la statale.
Cammina svelto, come se avesse una destinazione verso la quale dirigersi.
Un’altra rinascita è in vista. Stavolta avverrà in anticipo rispetto al solito, ma questo non lo spaventa più di tanto.
L’Inquieto sa bene che il mondo è pieno di posti da abitare. Sono le occasioni per fuggire che scarseggiano.
 
 L’Inquieto

venerdì 29 novembre 2013

dalle stalle alle stalle

Caverna?? Figli miei, siete impazziti? Vi sono forse cresciuti corazza o artigli? Là sotto i Predatori vi aspettano! Il nostro Posto è sull’Albero, fra il Cielo e la Terra...  Cader giù nel sonno? A me non è mai successo, e sono il più vecchio di tutti: basta scegliere bene il Ramo. No, lasciatemi in pace, non verrò mai nel vostro stupido buco!
Lì, su quella parete, ci sono i graffiti del bisnonno, propiziatori di caccia abbondante. Hanno sempre funzionato. Come farai a portarli nella tua ‘capanna’, sentiamo?... Coltivare la terra invece di cacciare?! Ma che razza di maschio è, quello che non va a caccia? Confessa: è quella smorfiosetta col pelo chiaro che ti mette in testa queste idee sballate!... Un posto per stare insieme, voi due soli?... In questa caverna siamo in troppi?? Ma che ragionamenti sono??? Che cosa diventerebbe la foresta, se ogni coppia si costruisse una capanna?

*
 
Ce l’abbiamo fatta: ultima rata del mutuo, pagata! Questa casa è nostra, dalla cantina al solaio. Eh, se penso alla vitaccia che hanno fatto i nostri avi, per secoli, fino ai nostri genitori... Mezzadri, operai, sempre con l’ansia di non riuscire a pagare la pigione... Spesso in dieci o dodici in una stanzetta, con il gabinetto in comune con altre famiglie, e una tinozza per lavarsi... Ora, nel giro di pochi decenni, è cambiato tutto: chi sgobba come me e non perde tempo in scioperi e altre storie, i frutti del proprio lavoro li vede! Lo faccio per te. Per noi. Per il futuro dei nostri figli...
 
*
 
No, Marco non abita più con noi... Eh, “comprato casa”: magari! Senza un lavoro stabile... Si arrangia, come tutti i giovani. Le cose non sono più come qualche anno fa. I diritti dei lavoratori, si sa, finiti nel cesso: tutta colpa dei sindacati. Del resto, non si può pretendere che il mondo resti sempre uguale. Comunque, con il bambino in arrivo, Marco non ha voluto saperne di rimanere qui. Anche se il posto, volendo, ci sarebbe stato. Suo fratello e la moglie si sono sistemati in solaio, noi e mio cognato stiamo  nel seminterrato e i nonni al pianterreno, così non devono fare le scale. Gli zii, dopo lo sfratto, hanno costruito un soppalco nell’autorimessa, e d’inverno dormono lì. D’estate, invece, montano una tenda in cortile. Per Marco c’era la veranda, ma la sua ragazza non era d’accordo... Dove stanno? Qui sopra il paese, in una caverna. L’hanno imbiancata e arredata con mobili di recupero... La ragazza dice che, quando sarà nato il bambino, se non trovano di meglio, costruiranno una casetta su un albero. Eh, anch’io, quando ero incinta, preferivo i luoghi un po’ sopraelevati... Mi facevano sentire più al sicuro...
 

 testo Elena Alissa Sargiotto
illustrazione Giulio Zeloni

lunedì 25 novembre 2013

i cereali


Sarà stata una settimana che non mettevo piede fuori da casa. Ogni sera, prima di infilarmi a letto, riflettevo su cosa avrei potuto fare il giorno seguente per fronteggiare la mia condizione di prigioniero. Andare dal barbiere, fare qualche commissione, distribuire dei curriculum per negozi, fosse stata la volta buona…
Invece niente. Mi alzavo sempre troppo tardi, e dopo pranzo venivo sorpreso da una sonnolenza robusta, che mi paralizzava ben oltre il tramonto. Sembrava quasi che tutto cospirasse contro di me, per farmi morire anzitempo in quel buco di monolocale.
Quel pomeriggio avevo in programma di andare al cinema vicino casa, spettacolo delle 16,30.
Credo proprio che ci sarei riuscito, se non mi fossi azzardato a studiare la programmazione. Sfortunatamente davano un film su un nano e una bambina, e nell’altra sala una roba che aveva a che fare con un pappagallo parlante. Si da il caso che io detesti i film coi nani, e anche quelli coi pappagalli. Se poi c’è una cosa che non posso proprio soffrire, sono i film che hanno come protagonisti un nano e una bambina.
Perciò ero quasi rassegnato a schiacciare un pisolino, quando improvvisamente fui colto da un’inspiegabile voglia di cereali. Latte e cereali. Non chiedevo altro.
Probabilmente erano anni che non mangiavo cereali- del resto non ne ero mai andato pazzo- eppure il desiderio che provavo in quel momento rappresentava una sensazione talmente nuova ed erotica che decisi lo stesso di assecondarlo.
Mi vestii in fretta, afferrai il portafoglio e uscii di casa. Una volta fuori, mi meravigliai della semplicità con la quale si poteva effettivamente uscire da un appartamento. Era una giornata soleggiata e ventosa.
Passai davanti alla mia ex scuola elementare e mi accorsi che era stata demolita. A giudicare dall’ampiezza del cratere nel quale era stata risucchiata l’intera struttura, i lavori non erano iniziati da poco. Eppure non me ne ero mai accorto. Un brivido di malinconia mi percorse tutto quanto, poi realizzai che io odiavo quella scuola e ogni singolo bambino che l’aveva frequentata, perciò la piantai subito coi ricordi nostalgici.
L’ingresso nel supermercato mi creò un piccolo shock da ritrovata socialità. Ero sovrastato dai colori della frutta e da orde di anziani trascinati dai loro carrelli, senza contare che il bip delle casse perforava le orecchie come uno spillo. Vagai per un po’ fra gli scaffali, privo di meta. Di tanto in tanto mi scostavo il ciuffo dalla faccia. Continuavo ad avvertire delle ragnatele sul viso, ma era solo uno scherzo del mio cervello malandato. La scala mobile mi calmò.
Infilai la giusta corsia e giunsi al reparto cereali. Ci impiegai un po’ per passare in rassegna i vari tipi. Alla fine optai per gli anellini al miele. Percepivo con grande chiarezza che gli anellini rappresentavano la scelta giusta, in quel momento.

Era primo pomeriggio, e il supermercato aveva soltanto due casse in funzione. Valutai quale delle due dava l’impressione di essere meno affollata e mi misi in coda. Quando notai che la tizia davanti a me aveva svaligiato metà negozio era ormai troppo tardi per cambiare rotta. A un certo punto si voltò e ci fissò, a me e alla mia scatola di cereali. Evidentemente non ritenne che il mio unico articolo costituisse una corsia preferenziale per guadagnare l’uscita in anticipo, e tornò a farsi gli affari suoi.
Era una donna di mezza età che portava con fierezza i suoi anni, una di quelle che potrebbe tranquillamente aver partorito due gemelline bionde, in un passato non troppo lontano.
La fila avanzava lentamente, ognuno attendeva che il proprio fardello di vita venisse battuto guardando nel vuoto o fissando un punto innocuo. Con una mano reggevo la confezione di cereali, con l’altra cercavo ancora di scacciare le ragnatele dalla faccia.
Arrivò il turno della signora. Prodotti di ogni genere sfilavano rapidissimi fra le mani della cassiera e si accatastavano in fondo alla cassa.
Alle mie spalle cominciarono ad arrivare i primi sbuffi e i primi commenti sibilati a mezza voce.
“Forza, non abbiamo mica tutta la giornata”_ sospirò la vecchia che stava dietro.
La osservai con attenzione. A prima vista, dava l’impressione di essere una pensionata qualsiasi, di quelle che convogliano le fatiche quotidiane nel sacro rituale della spesa, autentica cisterna di aneddoti e incredulità abitudinarie.
Ma forse sbagliavo: a guardarla bene, infatti, aveva tutta l’aria di essere un animale notturno. Selvaggio, istintuale, sfrontato.
Sul suo viso rintracciai rughe e ombreggiature diaboliche che in un primo momento non ero riuscito a cogliere, sfoghi cutanei di lorde perversioni.
Nella frazione di secondo che intercorreva fra un bip e l’altro, ricostruii un quadro più fedele a proposito della sua travagliata esistenza, sordida e avventurosa. Convenni che si trattava di un’esistenza effettivamente troppo notevole per essere sacrificata sul nastro trasportatore di un supermercato e mi offrii di farla passare.
“Se quella non si da una mossa, è inutile che mi faccia passare…”_ ribattè la vecchia.
Fece schioccare sonoramente le labbra e, scuotendo la testa, ispezionò il quadrante dell’orologio.
“Non posso mica fare notte qui. Ho messo su il minestrone…”
Intanto i prodotti della signora davanti a me giacevano tutti ammonticchiati sul fondo della cassa, come trascinati dalla marea, o da una calamità esotica.
La seconda tragedia si consumò all’incirca in quel momento. Brutta storia, la carta di credito rifiutata. E pure il contante insufficiente non fu da meno. La donna che frugava dentro la borsetta all’insensata ricerca di un centone dimenticato (non fosse mai…), la cassiera che spostava articoli a casaccio, e la fila che iniziava a subbugliare rancore, e a scuotersi e agitarsi da una parte e dall’altra come un vascello urticante.
Incastrato fra i rottami dei corpi, le lamiere delle casse, la carrozzeria dei carrelli della spesa, avvertii la violenza dello scontro causato dal tremendo frontale fra me e tutti questi elementi.
Slittai sulla superficie liscia del pavimento. Il battito polmonare accelerò, il respiro cardiaco si fece più ingrossato.
Sentivo lo stomaco rivoltarsi come un avanzo umido e malmasticato.
La signora tentava di giustificare il suo comportamento insolvente: “Non riesco a capire. Provi con questa carta…”
Ma nessuna carta l’avrebbe salvata. E nessuna carta avrebbe salvato me.
Rimpiansi i pisolini pomeridiani e il momento in cui avevo deciso di fuoriuscire dal mio guscio.
Ci volle una buona dose di autocontrollo per impedirmi di lanciare in aria la scatola di cereali e fuggire dritto verso casa.
Per fortuna la situazione venne abilmente sbloccata dall’apertura di una nuova cassa, che mi permise di pagare in tutta fretta i cereali e imboccare la porta scorrevole appena prima di stramazzare al suolo.
Le ragnatele imperterrite continuavano a graffiarmi il volto e io tentavo di liberare la visuale senza smettere di camminare nella direzione salvifica.   
Proprio mentre stentavo verso le strisce pedonali la terza tragedia mi colpì in pieno stomaco con la più malefica delle sue armi: la parlantina.
Non penso che al giorno d’oggi esistano figure più diaboliche di un dialogatore del WWF armato di pettorina azzurrognola e tecniche di persuasione da quattro soldi, imparate peraltro in fretta e furia durante un corso di formazione della durata compresa fra le quattro e le sedici ore e che solitamente viene denominato “Strategie di fundraising diretto: imparare a dialogare con gli altri”.
“Ciaaaooo”_ con la bocca, spalancata, sembrava volermi inghiottire intero.
“Avresti un minuto per il WWF?”
“No, io non… no, io…”_ mi giustificai.
“Suvvia, è per una buona causa!”
Avrei voluto spiegargli che la gente ha preso in antipatia le buona cause proprio grazie ai dialogatori. C’è chi appiccherebbe incendi devastanti in Amazzonia, chi si ciberebbe esclusivamente di hamburger McDonald’s, chi sterminerebbe specie rarissime, e questo soltanto per liberarsi dallo stress accumulato durante un incontro con un azzurrissimo dialogatore, anch’egli disaffezionato alle cause sociali per colpa del suo lavoro.
Avrei voluto spiegargli tutto quanto, ma il desiderio di tornare a casa mi strattonava verso di sé come un cordone ombelicale mutante.
Riuscii soltanto a blaterare qualche parola sconnessa e assai poco ambientalista.
“Il detersivo… ho scordato il detersivo…”
Mi voltai e iniziai a camminare a passo svelto. Mi accorsi di aver stretto la scatola dei cereali nel pugno, e di averla accartocciata all’altezza dell’apertura.  Ma non mi importava.
Entrai nel supermercato e uscii dalla porta scorrevole che dava sul lato opposto dell’edificio, poi iniziai a correre.
Mi lasciai alle spalle squarci di quartiere appesantiti da sacchi dell’immondizia abbandonati e da nuvole rapprese,  ancora con quella ragnatela ad ovattarmi la vista, a separare l’aria in due mondi distinti. Infine arrivai. Una leggera esitazione nell’infilare le chiavi nella toppa, nel chiudermi alla spalle la porta. Ammaccata la scatola di cereali, ma in salvo nell’appartamento.
Una tazza, un cucchiaio. Il tintinnare di ogni singolo anellino che formava uno scroscio rilassante, quasi marino. La partizione dell’angoscia in tante piccole porzioni inoffensive, indistinguibili, insignificanti al cospetto dell’appagamento fanciullesco offerto da una bella tazza di latte e cereali.
L’anta del frigo spalancata, e la mano tesa ad afferrare il cartone del latte. Che non c’era.
Ebbene, può capitare. Quando non metti il naso fuori da casa per una settimana, i beni di prima necessità si possono estinguere senza autorigenerarsi.
Sfinito, mi abbandonai su una sedia. Fuori il sole trapassava le nuvole di raggi. Una luce aliena filtrava fra i banchi, come se un parassita volante le avesse tutte smangiucchiate.
Afferrai la scatola e da essa comincia a trarre grosse manciate di cereali, che riponevo direttamente in gola.
Il cibo si sbriciolava sotto i miei denti e impastava con la saliva un magma di bolo informe. Era solamente la prima di una lunga serie di operazioni che mi avrebbero condotto alla digestione. Ma non me ne preoccupavo granchè.
Masticavo piano, senza avvertire né fretta né sapore.
Avevo tutto il tempo del mondo.
 
 testo Martin Hofer
illustrazione Ilaria Meli

venerdì 22 novembre 2013

incidenti domestici

 

Sento il mio destino avvicinarsi inesorabile e infrangersi in mille pezzi. Da qualche giorno ho questo presentimento. C’è tensione nell’aria. La si potrebbe tagliare con la mannaia adagiata accanto a me nello scolapiatti. Loro ormai gridano, imprecano e si arrabbiano continuamente, anche quando sono soli. Negli ultimi tempi, ho visto cadere vittime illustri: il vaso di ceramica ricevuto in dono lo scorso Natale, il cabaret di vetro per il pesce o quello spiedino che, ancora conficcato nella porta della dispensa, penzola come una banderuola ed è utilizzato per applicarvi messaggi alla stregua di un fermacarte. Non hanno avuto pietà neppure per i cristalli di Boemia, quindi escludo che possano mostrarne nei confronti di un banale piatto da portata della mia specie, omaggio del minimarket di fiducia in seguito ad una spesa di valore superiore ai 10 euro. Tra le posate si dice che in salotto vi sia stata una carneficina di soprammobili e che la camera da letto sia diventata simile ad un rottamaio: qui in cucina la contesa sembrava invece essersi placata, ma proprio questa quiete potrebbe preannunciare un’improvvisa bufera e non fa che accrescere la mia ansia. Proprio ieri, un bicchiere ha sorvolato il mio spazio aereo, precipitando sullo schermo del televisore con conseguenze irreparabili per entrambi. Molti amici sono già periti sul campo nell’espletamento della loro nobile funzione, dunque non resta che attendere.
Prima o poi giungerà il mio turno e non sono certo se preferisca frantumarmi a terra, sulle lucide piastrelle del pavimento della cucina, oppure essere sfracellato in volo contro la parete. Quale sarà il mio destino? Glorioso o mediocre? Questo è il solo dubbio che mi tormenta.
Adesso stanno parlando davanti a noi. Ho paura. Sudo gelide gocce di risciacquo che percorrono la superficie della mia finta porcellana e cadono dal bordo inferiore, tristi lacrime di addio. Quasi per cercare un insperato sostegno morale, guardo gli altri piatti intorno a me tintinnare terrorizzati. Il tono della conversazione, intanto, pare salire ad ogni scambio di battute. Lei accusa e Lui ribatte, poi la discussione si capovolge con Lui che rinfaccia e Lei che si giustifica. Credo che la situazione possa precipitare da un momento all’altro. Non qui, non qui vi prego.
Non ho neppure il tempo di celebrare gli scongiuri di rito che mi sento afferrare dalla mano leggiadra di Lei. Mi punta verso il volto di Lui intimandogli il silenzio. Mentre Lui temporeggia, allontanandosi in direzione del salotto, io mi lascio sfuggire uno spontaneo sospiro di sollievo, ma Lei lo segue imperterrita e mi porta con sé. Non vedo l’ora che il supplizio abbia fine. Cosa aspetti a gettarmi?
Lui ora cerca di negoziare ma Lei sferra improvvisamente il colpo. Esplode un acuto grido d’isteria e mi scaglia con tutta la forza che ha in corpo.
Sto roteando in aria e vedo scorrere davanti a me una misera esistenza votata al servizio alimentare. I miei primi ricordi risalgono al supermercato e all’ultimo periodo trascorso lì, prima di essere stivato in un carrello in vista di un lungo viaggio. Quando venni estratto dal cellophane, come se fosse la mia placenta, non avevo ancora capito quale fosse il mio posto al mondo. Lo scolapiatti, con tutte le confidenze e i dissapori che possono esistere in un ambiente così ristretto. Lì mi procurai la mia prima sbeccatura. Mi ci sono affezionato come ognuno fa con le vecchie cicatrici, ricordandosi il male perché serva di lezione. Così ricordo anche alcune pietanze servite in tavola senza farle raffreddare, quel bruciore doloroso e piacevole al tempo stesso. Quante emozioni, quante sensazioni…
Mentre sono in volo, diretto a tutta velocità contro la fronte di Lui, cerco di immaginare quale sarà la prossima sensazione, quella subito dopo lo schianto. Lui, però, si sposta con un movimento felino e io atterro morbidamente tra i cuscini del sofà, con immenso disappunto della focosa discobola. Nonostante lo scampato pericolo, non riesco a sentirmi rassicurato e, forse, avrei preferito che fosse già tutto finito, che le mie paure si fossero dissolte in uno schianto. Invece, il fato ha voluto concedermi la grazia. Sono salvo, per adesso. Il futuro però cosa mi riserverà?
Intanto, si torna in cucina. Lui mi sciacqua velocemente prima di rimettermi a posto e, solo in questo momento, si accorge che mi sono ferito. Ho una sbeccatura sul bordo, molto più vistosa di quella di gioventù. Probabilmente ho urtato qualche mio compagno mentre Lei mi tirava fuori dallo scolapiatti. Lui osserva la lesione, ci passa sopra il dito, la ricontrolla da vicino. Potrebbe pensare che io non sia più abile al lavoro e decidere di relegarmi nella piattaia. Per me sarebbe davvero un sollievo.
Niente da fare. Non sono abbastanza fortunato. Lui mi asciuga e mi rimette nello scolapiatti. Torno tra i miei compagni. Gli altri piatti si stringono intorno a me con un abbraccio collettivo. Tutti mi guardano come se fossi un miracolato.  Neppure la loro solidarietà, però, riesce a tranquillizzarmi. La nostra vita qui sarà sempre in bilico. Questo non è l’ambiente in cui far crescere dei piattini.
E, infatti, loro due hanno già ricominciato a discutere. Proprio a causa mia, questa volta. A Lei non sembra il caso di tenermi in mezzo ai piatti ancora illesi. Mi agita davanti agli occhi dell’altro mostrandogli le mie sbeccature. Che figura farebbero se, per sbaglio, finissi in tavola quando ci sono ospiti. Lui replica che di ospiti, in questa casa, non se ne vedono da parecchio tempo. Continuano a litigare. Lei non vuole sentire ragioni e Lui… no, non dirle così, stolto. Fa appena in tempo ad abbassarsi quando Lei mi lancia contro di Lui per la seconda volta. Mi vedo già proiettato verso la vetrinetta alle sue spalle e penso che oggi dev’essere proprio il mio giorno. In questo momento, vorrei essere leggero come un piatto di carta e volare all’infinito, volare via lontano, lontano da questa casa.

testo Fabrizio Di Fiore
illustrazione Margareta Nemo

martedì 19 novembre 2013

Cose nelle orecchie



Ancora oggi accendo il televisore e mi aspetto di ritrovarci dentro i Fenucci, in uno di quegli scintillanti spot Barilla che ritraggono famiglie spaventosamente lisce e perfette.
Ve li sarete ciucciati circa un milione di volte: lui che torna da lavoro stanco e pulitissimo - la giacca sottobraccio, cravatta per niente allentata. Come prima cosa prende in collo il figlio, per fargli compiere un paio di capriole aeree, con estremo sollazzo del pargolo.
Dopo aver esercitato la tradizionale e sempre appagante routine acrobatica, l’uomo si accorge della presenza della moglie ai fornelli. Ne ammira l’eleganza - casalinga eppur scrupolosa - la voluttuosità delle forme, la freschezza della pelle, e quella perfetta intersezione dei fianchi che cade a pennello fra maternità e condiscendenza carnale, che lo porterebbe a possederla sui fornelli roventi sotto gli occhi mai così attenti del figlioletto, se soltanto si trattasse di qualcosa di più spinto della reclame di un piatto di pasta.
Ma stiamo pur sempre parlando di una pubblicità da prima serata - santo Iddio -  non aspettatevi niente di più eccitante di una spaghettata a tre, consumata in allegria sopra uno scomodissimo tavolino basso in finto stile giapponese. 
Nessuno si sporcherà i vestiti, non ci saranno litigi o pietanze assaporate in silenzio, e non rimarrà incastrato fra i denti alcun tipo di fastidiosa particella alimentare o schifezza affine.

L’ho capito subito che i Fenucci erano una famiglia Barilla. Giovani, sodi, borghesi, successuosi per discendenza.
Li incontri per la prima volta e già non vedi l’ora di riparargli lo sciacquone del cesso, o di prenderti cura dei pesci rossi, mentre loro se la stanno spassando alle Maldive.
La Trinità del benessere che non lesina mai un sorriso, una piacevole chiacchierata da pianerottolo o ascensore. Marito, moglie, figlio di sette anni. Tutti e tre visibilmente sani, scandalosamente belli, puliti, gentili, disponibili… potrei andare avanti così per ore.
Quando ho a che fare con certi individui mi viene sempre da immaginare Dio in coda dal parrucchiere, immerso nella lettura di una rivista patinata di lifestyle, in attesa che arrivi il suo turno.
Nella visione, Dio rimane immensamente affascinato dalla foto di una particolare linea di abbigliamento per tutta la famiglia. Per questo motivo, decide di ritagliare la foto e di trasformare i modelli in posa in persone “umane”, di quelle che fanno la spesa all’ipermercato, vanno al cinema la sera di Natale e tutto il resto.
Vi sembrerà sciocco, lo so, ma forse avreste pensato la stessa cosa anche voi, se vi foste imbattuti nei Fenucci, quella vigilia di Pasqua 2009.

Ero uscito per buttare la spazzatura in tuta e ciabatte. Di solito non mi faccio vedere in giro in queste condizioni, ma l’appartamento di fianco al mio era sfitto da un paio di mesi, ormai, e a quell’ora le vecchie dei piani inferiori si tappavano in casa per scampare ai ladri, o ai licantropi, chi lo sa.
L’ascensore era occupato. Così ho atteso come un fesso sul pianerottolo, in tuta e ciabatte, per circa una mezza eternità.
Quando stavo per averne abbastanza, la porta si è spalancata d’improvviso, irraggiando il pianerottolo di una luce generosa. Ok, forse sto un po’ esagerando, lo ammetto, ma nel mio ricordo quella luce esiste davvero, e forse c’è anche un sottile sottofondo di archi.
Per primo ho visto uscire un bambino. Biondo, secco, piglio disinvolto. Una promessa di conquista negli occhi di un blu paralizzante.
Portava in braccio due scatoloni piuttosto ingombranti per il suo figurino, eppure non tradiva alcun segno di fatica o sforzo, se non nel lieve barcollare con le braccia e il torace.
“Ehilà”_ mi salutò, con il tono che potrebbe avere un tuo superiore in ufficio. Uno di quelli che appena ti incontra dice: “Diamoci pure del tu”.
“Sono Stefano _ aggiunse tendendomi la mano _ io e i miei genitori abitiamo qua adesso”.
Frastornato, strinsi la sua piccola mano ossuta, e non trovai di meglio da dire che un “benvenuto” tutto smangiucchiato.
“Scusa se abbiamo occupato l’ascensore per tutto questo tempo. Sai, i traslochi…”
“Eh. Già…”
“Meglio che mi sbrighi con questa roba”_ e, spinti i due scatoloni con un piede, si rituffò dentro.
“Posso…aiutare?”_ chiesi affacciandomi dentro la cabina dell’ascensore affollata di scatole, scatoloni e altri oggetti impacchettati.
“Magari! Cielo, ci è capitato proprio un vicino squisito. Tu abiti qui accanto, no?”
La domanda non mi permise di valutare la natura più o meno sarcastica della considerazione precedente sul vicino squisito. Iniziai subito a liberare la cabina. Anche Stefano ci dava dentro, forse più di me.
“Dove sono i tuoi?”
“Oh, Mamma è di sotto, aspetta che finisca qua per salire con il secondo carico, mentre Papà sta cercando parcheggio. Cielo! Da queste parti posteggiare è un’agonia! Lo sai che dove abitavamo prima avevamo un giardino in cui entravano trenta macchine tutte in una volta?”
“No, non lo sapevo. Dove abitavate, in un golf club?”
“Qualcosa del genere…”_  rispose lui con un tono per niente ironico. Attesi spiegazioni, ma non aggiunse altro.
Finimmo di scaricare la roba. Stefano chiuse la porta e rimanemmo in attesa. Mano a mano che l’ascensore risaliva il palazzo iniziai ad avvertire un’inspiegabile vampata d’impazienza.
Ci ripenso oggi e li sento bene, non solo gli archi, ma anche i tromboni e un’orchestra intera. Quando la porta si è aperta era un tripudio assordante, c’è mancato poco che non mi tappassi le orecchie e mi mettessi a urlare.
Quella donna era semplicemente…non saprei…una donna eccessivamente bella per essere guardata come si fa con le persone normali, ecco. Dovevi metterti una mano davanti agli occhi e poi, con discrezione, aprire delle fessure fra le dita e sbirciarla con il doveroso riguardo. Alta, bruna, occhi azzurrissimi che ti tagliavano in due, non appena il ciuffo li scopriva.
Anche a corpo era messa bene, ma non ho mai osato studiarlo approfonditamente. Mi sarei sentito uno squallido peccatore.
All’inizio la donna sbuffò, osservando sconsolata i cumuli di cose stipate attorno a sè. Il sospiro le scostò il ciuffo dagli occhi, rivelandola in tutta la sua bellezza, discreta ma pur sempre granitica, impossibile da scalfire.
Quando si accorse della mia presenza, però, distese il volto per aprirsi in un sorriso regale.
Mi salutò con l’allegria che si riserva a un vecchio amico e, dopo aver chiacchierato del più e del meno, la aiutai a sbarazzarsi del secondo carico.
Nel mentre era salito per le scale anche il marito, un uomo forte, abbronzato e dai capelli biondicci.
Mi salutò anche lui con un “Ehilà” e dopo essersi presentato (“Piacere, Fenucci”), mi appioppò una pacca energica sulla spalla. 
Non ho mai capito che lavoro facesse. Si trattava di qualcosa che lo metteva nella posizione di definirsi “un creativo”.
Quando parlavi con lui ti studiava con uno sguardo che avrà impiegato anni e anni ad architettare: fisso negli occhi, non perdeva il contatto visivo finchè non avevi smesso di parlare, mentre di tanto in tanto increspava impercettibilmente le labbra, per manifestare una sincera partecipazione.
Il guaio è che lo faceva sempre, che tu gli parlassi di una genocidio in Africa come del tempo.
Gli raccontavi del vicino che non raccoglieva le cacche del cane, e lui era lì, col suo sguardo da creativo interessato, a dimostrarti il suo infinito coinvolgimento per la questione.
Ma tutto sommato era un bravo cristiano, il Fenucci. Sorridente, profumava sempre di acqua di colonia di prima qualità e abbassava la serranda del garage con la giusta accortezza.
Quella sera andai a letto sereno. I miei ex vicini erano una coppia di alcolizzati che litigava in continuazione e ascoltava i varietà del sabato sera a un volume disumano.
Per quanto mi riguarda il mondo si divide in due macrocategorie: quelli che lasciano la porta dell’ascensore aperta quando escono - costringendoti a salire le scale con otto sacchi della spesa - e quelli che si assicurano sempre di averla chiusa alle loro spalle.
Mi sentivo protetto, con i Fenucci. Avevo riconosciuto immediatamente la categoria alla quale appartenevano e questo mi lasciava tranquillo. Non a caso dormii di sasso.
 


La mattina seguente era Pasqua. Non ho fatto granchè. Per la maggior parte del tempo ho scrutato fuori dalla finestra bevendo innumerevoli caffè, poi nel pomeriggio mi sono occupato delle pulizie domestiche. Prima di pranzo ho anche chiamato mia sorella, ma come al solito non si sentiva un accidente, se non una serie di voci alticce tutte attorcigliate insieme, così ho urlato nella cornetta “AUGURI GRAZIA!” più forte che potessi e ho riattaccato. 
I Fenucci erano usciti di mattina presto. Li avevo sentiti attorno alle otto, otto e trenta, nel momento in cui ero alle prese col mio primo caffè.  Non rincasarono prima delle undici di sera, quando li udii armeggiare con le chiavi.
“Cielo che giornata! Sono esausto”_ disse Stefano prima di entrare.
La madre lo invitò a parlare piano, e la porta si richiuse.
Finii di guardare un film - la storia di un adolescente interpretato da un tizio che avrà avuto almeno trent’anni - e mi preparai per andare a letto.

Probabilmente ero addormentato da diversi minuti quando feci caso ai colpi.
Uno Stonc stonc stonc distribuito a intervalli regolari piuttosto ravvicinati, accompagnati da un lieve cigolare. Dapprima attribuii la responsabilità alle tubature, o ai termosifoni. Il condominio è piuttosto vecchio e non capita di rado di sentirlo scricchiolare sotto il peso dell’età.
Era tutto quell’ansimare che venne dopo a non lasciar spazio a ulteriori fraintendimenti.
Stonc stonc “uhhh ahhh” ihc ihc “oooh oooh” stonc stonc.
Riflettendoci su, considerai che effettivamente la camera dei coniugi era esattamente dalla parte opposta della parete, e il letto era stato probabilmente piazzato in modo speculare al mio.
Avvertii un certo imbarazzo per loro. Voglio dire, non era proprio una gran figura per essere arrivati da così poco.
Cercai di coprire i suoni tirando le lenzuola fin sopra le orecchie. Dopotutto quanto sarebbe potuto andare avanti ancora? E poi con il bambino in casa sarebbe stato facile per loro accorgersi di essersi lasciati trasportare un po’ troppo.
Il problema fu quando gemiti e sospiri iniziarono ad articolarsi in parole e frasi.
Potevano passare i “Sssiii” e i “Non smettere”, ma quando lei gli chiese di fare i versi degli animali fu davvero mortificante. Il problema è che  lui si mise diligentemente a riprodurre prima un cane, poi un asino, concludendo la rappresentazione con un grugnito davvero ben fatto.
Le nostre stanze ripiombarono in un poco rigenerante silenzio post-coitum, tant’è che non riuscii a riprendere sonno, se non verso le prime luci del mattino.
 
 
Quando la signora Fenucci suonò il campanello nel primo pomeriggio di Pasquetta, mi parve tutto un brutto sogno, uno scherzo della fantasia.
Aveva in mano un vassoietto di coccio con sopra una scenografica fetta di torta cioccolato e pere.
Il suo sorriso cancellò ogni scoria della nottata precedente, almeno in un primo momento.
“Ho pensato che le avrebbe fatto piacere assaggiare un pezzo della torta che ho preparato per stasera. Sa, i miei cognati passano a visitare l’appartamento…”
Il fatto che una donna del genere potesse ricordarsi soltanto per un attimo che a pochi passi da casa sua esisteva un poveraccio come me, mi commosse.
Il fatto che avesse perfino rinunciato a un pezzo della sua meravigliosa torta, per fare contento lo stesso poveraccio, mi devastò una volta per tutte.
Stavo per inginocchiarmi e baciarle i piedi, ma poi la considerai una reazione eccessiva. Fatto sta che avrei preso a picconate l’intera stanza da bagno dei Fenucci, solo per provare il gusto di aiutarli a riparare le cose danneggiate. Oppure avrei sporcato tutti i muri della casa, e li avrei ridipinti nel modo più pazzesco e sorprendente, senza risparmiarmi di affrescare i soffitti e decorare i battiscopa.
Mi informai sullo stato del trasloco. La signora mi disse che erano a buon punto. Il grosso del mobilio era stato portato la settimana precedente (in effetti avevo visto la ditta di traslochi alle prese con letti e divani) e con i primi carichi della vigilia di Pasqua sarebbero potuti sopravvivere per i primi tempi, in attesa di completare le operazioni quando il lavoro lo avrebbe permesso.
Ogni tanto mentre raccontava, i suoi gemiti di piacere risalivano la china dei ricordi come dei flash violentissimi, ma fortunatamente riuscivo a ricacciarli indietro nell’oblio della memoria con una certa facilità.
“E lei? Non fa nulla per Pasquetta?”
Mentii: “No. Ho da lavorare”
“Infatti ho sentito che era in casa e mi sono permessa di disturbarla”
“Si, effettivamente i muri sono piuttosto sottili in questo palazzo. E’ molto facile rendersi conto della presenza degli altri inquilini. Ha avuto un pensiero veramente gentile, signora”
Mi compiacqui della risposta: un avvertimento velato, non aggressivo, che suonava più come un consiglio paterno che come una lamentela da vicino becero.
Ci congedammo nella massima cordialità.
Riuscii a malapena ad aspettare che bollisse l’acqua per il thè, poi mi fiondai sulla torta. Era deliziosa. La assaporai lentamente, con la dedizione che riserva un amante alle prime armi alla sua musa. Cercavo di non straziare le pere, di staccare con la forchetta pezzi integri e decorosi.
E’ che forse ci impiegai troppo. Dopo due o tre bocconi mi tornarono in mente le peripezie notturne e iniziai ad avvertire uno strano sapore in bocca, come di corruzione e umidità.
Osservai le pere mosce, bagnate di liquore. Ne rimasi stomacato. In testa mi percuotevano immagini lascive, disgustose, cigolii viziosi, sentori di fluidi corporei,  olezzi viscerali.
Scostai il piatto con una mano e mi alzai in piedi. Percorrere il perimetro della stanza un paio di volte mi aiutò a trovare il coraggio per afferrare la fetta con due dita e gettarla nella spazzatura. La torta madida e sugosa che i suoceri della signora Fenucci avrebbero candidamente assaporato la sera stessa.

Verso mezzanotte, quando “mamma” e “papà” avevano abbandonato il palazzo da una buona mezz’ora, e la signora Fenucci aveva lavato cumuli di piatti sporchi, e il signor Fenucci aveva messo a letto il figlioletto raccontandogli una favola con fate e orchi buoni, e la signora Fenucci si era accuratamente tolta il trucco e messaggiata la faccia con una crema detergente costosissima “ma tanto efficace”, e il signor Fenucci aveva indossato il pigiama di flanella che la suocera gli aveva regalato per Natale, dopo questa successione scrupolosa e metodica di operazioni, iniziai a rimpiangere l’imitazione così verosimile del maiale.
Gli animali della fattoria vennero rimpiazzati da una gragnola di insulti e parolacce, che aumentarono progressivamente d’intensità con l’avvicinarsi dell’orgasmo di lui. Preferirei non soffermarmi su ciò che ho udito. Mi limiterò soltanto a specificare che, mentre lui si manteneva sul classico, lei fece sfoggio di un’inventiva sino a quel momento sconosciuta alle mie orecchie.

Trascorsero altre due notti di contorsionismi assortiti. Come contromisura provai un paio di auricolari e Mozart, ma non resistetti a lungo. Avvertivo la necessità di tenere la situazione sotto controllo. La consapevolezza che il loro amplesso avvenisse alle mie spalle mi urtava. Del resto se avevano la faccia tosta di fare i loro comodi senza il minimo pudore, perché mai avrei dovuto vigilare sulla privacy al posto loro? Avevo o non avevo il sacrosanto diritto di stare in casa mia senza tapparmi le orecchie?
Nonostante ciò, continuavo a non trovare il coraggio per riportare il vassoietto ai Fenucci. Lasciai passare tre-quattro giorni. Quando l’attesa stava per trasformarsi in furto decisi di farmi vivo.
Un pomeriggio mi gettai in corridoio senza riflettere, con il vassoio accuratamente lavato. Bussai.
“Chi è?”_ Riconobbi la voce di Stefano al di là della porta blindata.
“Ciao, sono… il vicino” (mi domandai se il ragazzino si ricordasse o meno il mio nome) dovrei restituire un vassoietto”. Sulle prime non ricevetti risposta.
“Oh_ temporeggiò Stefano _ c’è anche tua moglie?”
“Moglie? Di cosa parli?”
Una serie di lucchetti e catene vennero smosse e oltre la porta socchiusa apparve il musetto di Stefano.
“Ehilà _ salutò _ scusa sai. I miei non sono in casa e non vogliono che apra a nessuno. Era uno stratagemma per capire se eri solo o se dei ladri ti avessero costretto a suonare.”
“Mh… capisco. Quindi i tuoi non ci sono?”
Stefano scosse la testa meccanicamente.
“Ok. Allora lo lascio a te. Posso?”_ sollevai il vassoio.
“Certo. Vuoi entrare a bere qualcosa? Non so un bicchiere di latte, un caffè. I miei hanno anche un mobiletto con degli alcolici”
“No, non preoccuparti. Ci vediamo”
Feci per dirigermi verso il mio appartamento, quando il bambino mi chiamò. Allora ricordava il mio nome.
“Senti… per questa cosa che ti ho aperto…potremmo concordare una versione, ecco”
“Oh, naturalmente. Potresti aver chiesto ‘chi è’ e io ti potrei aver lasciato il vassoio sulla soglia”
“Buona idea”_ non aggiunse altro e chiuse la porta.

La notte stessa - stavo dormendo - venni svegliato da un terremoto. O almeno, mi sarebbe piaciuto se si fosse trattato di un vero e proprio terremoto.
Era piuttosto una scossa carnale, una manifestazione naturale di depravazione sismica su scale sconosciute perfino a Mercalli. Il Fenucci vibrava colpi secchi dentro sua moglie che, presumibilmente appoggiata alla testiera, scuoteva il letto contro la sottile striscia di parete che ci separava. Temetti di ritrovarmeli in camera, in un certo frangente dell’atto ondulatorio. A me non rimase altro da fare che tirarmi a sedere sul letto e spingere con la schiena sul muro, per evitare lo sfondamento. Immaginai il vassoietto posato sul comodino accanto a loro che, colpo dopo colpo, si avvicinava al bordo del mobile, per cadere a terra e andare una buona volta in frantumi.

Seguirono altre notti, nuove evoluzioni. Ci fu una serata dedicata alla sanità - la Signora Fenucci trattava il marito come un paziente di un ospedale (“Come si sente oggi il mio paziente preferito?” “Vediamo vediamo… cosa possiamo somministrare a questo povero malato
per farlo sentire un pochino meglio?”) e finiva immancabilmente per curare i suoi mali con la medicina più antica del mondo - un’altra agli ammanettamenti reciproci  (a un certo punto mi parve che entrambi fossero legati e non capivo come potessero copulare l’un con l’altro e, successivamente, liberarsi) e la più classica serata botte, dove sganassoni, graffi e morsi la fecero da padroni (il giorno seguente incontrai Fenucci per le scale, in compagnia delle sue tumefazioni).
Accadeva quasi tutte le sere, e nulla sembrava turbarli. Vicini, figlio, stanchezza, calo del desiderio. Erano parole incomprensibili alla loro orecchie, tanto quanto un vhs danneggiato o il lamento di una trota.
Nel frattempo ero costretto a incontrarli di frequente, e a fare buon viso a cattivo gioco, si capisce. La Signora Fenucci sembrava provare un certo piacere a mettermi in difficoltà. Mi fermava sempre sul pianerottolo per informarsi su come stavo e mi lanciava delle frasi che rimanevano incastrate lì, come una lisca di pesce in gola.
Spesso si lamentava perché il caldo non le permetteva di dormire bene. Oppure diceva che Stefano faceva un sacco di incubi. E poi aveva sempre da ridire a proposito della porta del piano terra. Che cigolava…
Senza contare i continui inviti a cena che mi rivolgeva. “Ci farebbe piacere averla a cena con noi” - “Quando possiamo invitarla a cena?” - “Mio marito sarebbe lieto di mostrarle la casa”…
Non avevo dubbi che Fenucci mi volesse mostrare la sua tana… ci siamo capiti no? Considerate le loro abitudini, chissà quali intenzioni avessero con me. Io declinavo gentilmente, accampando scuse solide e ben strutturate, lasciatemelo riconoscere. Non che avessi nulla contro di loro, per carità. Erano pur sempre una famiglia Barilla e il sole li irraggiava di una bellezza divina. Soltanto che mi sentivo in imbarazzo.
In compenso la mia vita aveva preso una piega singolare. Era come se mattinate e pomeriggi mi colassero dal naso come muco liquido e incolore, un raffreddore di stagione che scompariva con la stessa rapidità con la quale era sopraggiunto.
Allo stesso modo,  il sole sorgeva e si inabissava dietro i palazzi alla velocità di uno sbattere di ciglia. All’ora di cena avevo già scordato cosa avevo fatto durante la giornata, forse perchè non avevo combinato assolutamente niente.
Certo, il problema all’anca che mi costringeva temporaneamente a casa mi discolpava, ma solo a titolo parziale. Il problema principale era rappresentato dal senso di impazienza che mi coglieva nel momento di andare a letto, una sorta di ansia pre-vacanziera che mi impediva perfino di chiudere gli occhi e tentare - quantomeno - di dormire.
Me ne stavo disteso con gli occhi piantati sul soffitto, l’orecchio ben teso e pronto ad azzannare i suoni. Non mi sentivo così dalle notti precedenti alle partenze per il mare con i miei genitori. Accadeva pressappoco un milione di anni fa.
Ogni rumore impercettibile, ogni lieve scricchiolio o spostamento proveniente dall’altra parte del muro, mi provocava un tuffo al cuore.
Si trattava più che altro di una delle tipiche fitte di malessere che ti colgono quando stai aspettando una cosa da troppo tempo e, una volta che quella determinata cosa dà segno di volersi manifestare, tu sei troppo lavorato dentro da poterla accogliere con serenità.
Da piccolo mi capitava tutte le vigilie di Natale. Passavo l’intera notte insonne, divorato dalle aspettative e dal nervosismo. Talmente divorato da alzarmi la mattina di Natale con un diavolo per capello e la speranza che la giornata trascorresse il più in fretta possibile.
Questo riprovare sentimenti di cui mi ero disfatto anni addietro - l’attesa per la partenza, l’impazienza per l’annunciazione dei Fenucci nella loro camera da letto - non mi lasciava per niente tranquillo.
Perché poi i Fenucci arrivavano davvero, e dopo poco cominciavano a darci dentro con le loro consuetudini da parental control.
Ora, capisco cosa starete pensando. Probabilmente vi sarete fatti quest’idea fin dal principio. Ma, credetemi, non è così! Non sono quel genere di persona. Non ho perversioni  particolari o strani bollori repressi. Non sono una specie di guardone (o come diavolo si dice per coloro che, invece di guardare, si eccitano ad ascoltare).  
Forse questa storia - per come è stata raccontata fino a questo momento - può avervi portato a fare un certo tipo di considerazioni sulla mia personalità che sono estremamente distanti dalla realtà.
Io non avevo alcun interesse a farmi gli affari dei Fenucci, e penso di avervelo ampiamente dimostrato facendovi partecipi del mio disappunto nei confronti di quegli atti volgari e del tutto inaspettati che si manifestavano - è proprio il caso di dirlo - alle mie spalle.
La questione è molto più complessa del fuggevole piacere che si prova a dare una sbirciatina all’intimità degli altri. Si trattava di scegliere, per così dire, se farsi partecipe o se venir estromesso da un momento dell’esistenza che, nella vita di molte persone (e, ne sono certo, i Fenucci appartenevano a quella cerchia lì) risulta assolutamente centrale.
Era come se i coniugi, utilizzando il loro campionario di sospiri e urla goderecce,  tentassero di dirmi: “Ascolta. Puoi essere testimone del nostro piacere, dell’estasi congiunta, di un orgasmo che potrebbe, da un momento all’altro, dare un fratellino al nostro unico figlio. Credi di essere all’altezza, o intendi tirarti indietro?”.
No, non intendevo tirarmi indietro. O meglio, non riuscivo a farlo. Tapparmi le orecchie, dormire sul divano, ascoltare la musica. Erano tutte soluzioni che, almeno una volta, avevo tentato. Ma ero sempre stato costretto a tornare sui miei passi.
Infatti non potevo accettare l’idea di riposare proprio mentre si consumava un atto così importante per la vita di un altro essere umano. Mi sembrava quasi un’offesa, uno spreco. Ma, soprattutto, faceva sentire la mia esistenza più piccola, più insignificante.
Ascoltare il suono dei loro attorcigliamenti mi faceva sentire parte di qualcosa, di un qualcosa di vitale e immenso.
Voltare la testa da un’altra parte significava voltare la testa alla vita, certificare una volta per tutte il mio status di indifferenza e mediocrità.
Perciò piano piano diventò una consuetudine sempre meno celata, quella di poggiare l’orecchio contro la parete, e prestare ascolto al fluire di sensatezza che eruttava ogni sera sul materasso matrimoniale dei Fenucci. Finalmente avevo risposto alla chiamata, senza aver più timore di riconoscere a me stesso l’importanza della mia missione: la testimonianza.
Incontrare i Fenucci durante la giornata iniziò a non crearmi problemi. Mi piaceva, anzi, essere custode dei loro segreti senza che loro ne fossero a conoscenza. 
 
La situazione precipitò una sera di ottobre. Ormai ero rientrato a lavoro da quasi un mese. Il tempo trascorreva con maggior rapidità.
Avevo finito di sfogliare una rivista arrivata per posta (e a cui non ricordavo di essere abbonato) e poi, con molta tranquillità, mi ero infilato il pigiama.
In televisione c’era un torneo di golf. Avevo tolto l’audio e mi ero messo in attesa, dentro il letto.
Il golf è uno sport inutile e noioso fino a quando non azzeri le sue vaghe possibilità di attrattiva. Provate a togliere l’audio, a non conoscere le regole, a non seguire l’andamento della gara, ed ecco che ci si ritrova di fronte a una pura distesa di verde rassicurante. Non c’è niente di meglio per rilassarsi - datemi retta - di una pura distesa di verde rassicurante, meglio ancora se calpestata da alcuni individui con in testa una visiera da contabile.
Fatto sta che a un certo punto sento dei rumori provenire dall’altro appartamento. Faccio per spegnere il televisore ma poi decido che una pura distesa di verde rassicurante non guasta mai.
Ricordo di aver fatto un progetto assurdo che consisteva nel chiamarli al telefono per suggerirgli di sintonizzarsi anche loro su quel canale.
Sentii sbattere la porta, e poi dei cassetti. Incrociai le braccia dietro la nuca e attesi. Parole spezzate fluttuavano verso di me senza riuscire ad assumere un senso.
“…un fallito …prenderti le tue fottute responsabilità …su una strada”_ diceva la Signora Fenucci.
“…il santo giorno col fiato sul collo …sempre a giudicare”_ rispondeva il marito, come se stessero giocando a un qualche strano gioco di società basato sull’associazione d’idee.
Il tono della contesa era tutt’altro che ludico, però. La Signora Fenucci aveva una voce aspra, una cadenza canzonatoria e risentita che non le avevo mai sentito. Proseguirono ancora per qualche minuto, poi i nostri appartamenti sprofondarono entrambi in una quiete bellicosa che non prometteva nulla di buono.
Infatti il giorno seguente, se non avessi sentito russare il Fenucci, non mi sarei nemmeno accorto della presenza dei due in camera da letto.

Sebbene a fatica, i coniugi ripresero le loro esplorazioni, ma con una cadenza sempre meno frequente ed entusiasta. In compenso i litigi si moltiplicarono a dismisura. La notte - seguiti da un riposo risentito - e non solo.
Una volta era uscito per buttare la spazzatura e avevo trovato Stefano nel pianerottolo, accucciato accanto alla porta di casa.
Pensavo si fosse chiuso fuori, così mi sono avvicinato per domandargli se avesse bisogno di telefonare ai suoi, o roba del genere.
“No, grazie _ aveva risposto lui in tono serio _ i miei sono in casa” 
“E allora cosa ci fai qui?”_ avevo domandato.
Il ragazzino indicò l’appartamento con un cenno del capo.
“Litigano”_ disse
“Oh”
Sapevo che a quel punto sarei dovuto andare a buttare il mio bel sacco di immondizia, ma non riuscii a schiodarmi da lì. In qualche modo sentivo che erano pure affari miei.
“Sembra che Papà non sia più in grado di tenersi un lavoro”
Lo disse come se stesse parlando da solo.
“Prima che ci trasferissimo qui Papà occupava una posizione di spicco, ma poi ha combinato un guaio e adesso sembra proprio che non sia più in grado di tenersi un lavoro. Mamma è molto in collera. Dovremo cambiare casa un’altra volta”
Quello sì che era il momento opportuno per dare a Stefano una parola di conforto, per dirgli “Vedrai, si sistemerà tutto”, oppure “E’ solo una fase, mamma e papà si vogliono bene”. Invece tirai dritto verso l’ascensore senza salutarlo.
Ero sconvolto. Scagliai il sacco dentro il cassonetto con tutta la forza che avevo in corpo e poi mi accasciai sul bordo del marciapiede, nella stessa posizione in cui avevo trovato Stefano.
Rimasi impassibile, lo sguardo solido sul manifesto di un circo, per niente intimidito dall’idea di farmi sorprendere in quello stato comatoso da uno dei vicini.
Pur non riuscendo a raccogliere i pensieri in file ordinate, sentivo ridefinirsi i contorni della mia vita in una forma vagamente angolare e spigolosa.

Capita spesso di sentirsi ripetere che ognuno è artefice del proprio destino. Tutte frottole, ben inteso. Ma, ponendo per assurdo che ognuno di noi sia effettivamente capace di cambiare il corso della propria esistenza, cosa accade quando il tuo destino è appeso alla sorte di altre persone?
Cosa avrei potuto fare per cambiare la mia situazione? Se mi avessero permesso di riappiccicare la storia dei Fenucci laddove essa si era scollata, mi sarei armato di mastice e in un battibaleno avrei sistemato tutti i nostri guai. Impossibile, certo.
E allora cos’altro avrei potuto fare, se non quello che ho fatto? Certo, ammetto di essere stato brusco nei toni e assai poco delicato nell’approccio, ma il mio è stato l’ultimo, disperato tentativo di mettere in salvo le nostre vite, così come eravamo abituati a riconoscerle. Un modo per dire “Ehi, riavvolgiamo un attimo il nastro. Un secondo fa voi eravate questi, non scordatelo. Torniamo a quando tutto filava liscio e i problemi non sembravano affatto dei problemi”.
E - sì - ho fallito. In fin dei conti, non sono altro che un testimone, io. E i testimoni non sono altro che osservatori. Assistono. Documentano. Nulla più.
Ho sopravvalutato il mio ruolo, quel pomeriggio di dicembre, quando mi imbattei nei Fenucci davanti alla porta dell’ascensore. Non avrei dovuto, non avrei dovuto. Purtroppo è andata così, ormai.
Stavo per richiudere la porta dell’ascensore alle mie spalle ed eccoli entrare, moglie e marito. “Fra moglie e marito non mettere il dito”_ cantilenava spesso mia madre.
Io ci ho messo un avambraccio. E ho spartito con loro l’ascensore da me chiamato. Una cabina grande un decimo della camera da letto dei Fenucci, probabilmente. Io, mamma e papà.
La signora Fenucci era accigliata come mai mi era capitato di incontrarla. Quando li attesi con la porta socchiusa sorrise appena. Biascicò un saluto smorzato. Fenucci non disse niente. Si limitò a schiacciare il bottone del nostro piano.
Lui guardava nell’angolo in alto a destra, fischiettando chissà quale stupido jingle creativo, lei se ne stava con gli occhi piantati per terra, sempre bellissima, ma gelida, distante come una modella che ti sorride dalle vette di un cartellone pubblicitario.
Niente cordialità, niente chiacchiere. Adesso ero diventato il vicino con il quale condividere silenzi imbarazzati per cinque piani di altezza.
Riuscii a trattenermi per due piani, poi sbottai:
“Andiamo! Tutto ciò è assurdo, non vi pare?”
Sottratti ai loro musi lunghi, i due si scossero improvvisamente.
“Mi scusi?”_ chiese lei.
“E’ ridicolo, assurdo…proviamo quantomeno a discuterne con serenità”_ proposi.
Moglie e marito si guardarono di traverso, cercando di non farsi notare.
“Temo di non capire…”_ intervenne Fenucci.
“Ok, ci sono dei problemi. Capita. In un matrimonio capita. Pensavate davvero di continuare a tubare come due piccioncini fino alla fine dei vostri giorni? Fatemi il favore, avete guardato troppi film voialtri. Anche questa storia del trasferimento... _ afferrai un braccio della donna, che sussultò (il marito non sapeva proprio che fare) _ vedrà che suo marito metterà a posto le cose. E’ un tipo in gamba, saprà come provvedere alla sua famiglia, non è vero?”
La signora Fenucci tirò via il braccio con violenza.
“Cerchiamo di venirne a capo con calma, senza isterismi_ continuai_ sono qui per questo, è per questo che mi avete scelto, no? Possiamo anche mettere da parte i convenevoli e parlarne con la massima sincerità”.
La luce del quinto piano si accese. Le porte scattarono e i Fenucci con queste. Si precipitarono verso la porta senza neanche voltarsi o dire “buonasera”.
Fermo dentro l’ascensore riuscii ancora a ripetere: “È ridicolo, ridicolo. Tornate qua. Non fate altro che scappare”_ e la porta del loro appartamento si chiuse con un tonfo.
Infilai la chiave nella toppa e non ricordo molto altro, se non che qualche ora più tardi mi sono sorpreso tristemente adagiato sul divano, alla disperata ricerca di uno spot della Barilla in tv.

I Fenucci, quelli veri, non li ho più incontrati. Hanno traslocato circa due settimane dopo i fatti occorsi nell’ascensore.
Ricordo una domenica mattina freddissima. Ero affacciato alla finestra per vedere la neve, quando i tre Fenucci hanno fatto capolino in strada pieni di scatoloni. Caricavano con movimenti sbrigativi, inciampando nei cumuli di neve e imprecando fra i denti. L’eleganza con la quale si erano appropriati del territorio, diversi mesi prima, era svanita. Pensavano soltanto a completare quella scocciatura di trasloco senza inciampare e rompersi l’osso del collo sul bordo del marciapiede.
Per tutto quel tempo non alzarono mai lo sguardo verso l’alto. Non che mi aspettassi qualcosa di differente.
Montarono in macchina e sparirono dietro l’angolo, alla ricerca di un nuovo lavoro per Fenucci e di un appartamento ancora più piccolo, e poi, chissà, di un bilocale, e dopo ancora di una stanza in subaffitto. Una matrioska di case sempre più modeste e dequalificanti.
“Devi smetterla di pensare a queste sciocchezze”_ ho detto a voce alta.
E così ho fatto. Lì per lì mi sono dedicato alla pulizia del bagno, e nei giorni successivi ho iniziato a collezionare francobolli esteri. Ha funzionato.
Giuro di non aver mai origliato le conversazioni dei nuovi vicini, anche se - devo ammetterlo - i nuovi vicini sono prossimi all’età pensionabile e conducono una vita assai poco eccitante.
Certe volte guardo la televisione e mi tornano in mente, tutto qui. Poi mi sintonizzo sul canale satellitare che trasmette golf ventiquattro ore su ventiquattro e lascio che una pura distesa di verde rassicurante mi avvolga e mi conduca per mano in un placido mondo popolato da quieti esserini con la visiera, un mondo dove le uniche preoccupazioni sono rappresentate dai tipi di mazza, dalla fantasia dei gilet a scacchi, dai par e da tutte le altre, infinite sciocchezze su cui solo uno sport come il golf si  può basare.

 testo Martin Hofer
illustrazioni Sara Flori