lunedì 19 giugno 2017

Chi sono i padroni? La dieta

Chi sono i padroni? 
Episodio 3
La dieta
(dove si indaga, senza dare risposte, sul perché qualcuno vorrebbe diventare il padrone)
 
Che questa volta sarà diverso: che questa nuovissima dieta che Sonia sta per iniziare segnerà un prima e un dopo. Sonia per la strada che la conduce dal guru pensa a qualcosa del genere. Professore Forgione, le hanno detto che si chiama, conferendogli un titolo che, più che aggiungere qualcosa all'idea che si è fatta del luminare, dice qualcosa di chi quell'appellativo l'ha scelto: una collega di lavoro poliartritica che viene da una terra meridionale, fatta ancora di cariche e di titoli. Professor Forgione a vederlo così non si direbbe proprio un dietologo. Perché è enorme. Una palla di grasso. Sembra che Professor Forgione abbia mangiato un altro Forgione.
Sonia entra timorata nello studio del Vate, come fosse in chiesa. La stanza è sciatta, tutto quanto lo è, e sembra rispondere a una domanda:. il tempo ci ha resi grassi? O è davvero una questione di metabolismo?
Il tempo non si è depositato in quella stanza, solo un tavolino, solo una sedia e un computer. La stanza poi ha una finestra dietro cui sembra esserci un muro, ma è soltanto un’impressione suggerita dai  vetri che in altre circostanze avresti potuto benissimo ritrovare in un bagno.
Sonia nel momento esatto in cui entra nella stanza ha un dubbio: sono stata mai bella?
Certo – pensa Sonia – tu gli uomini li hai fatti impazzire.
Ne ha alcuni che le portano doni a lavoro, le medicine che le occorrono, che le fanno le commissioni: uno solo in verità. Un uomo brutto e fragile che è l'opposto del marito. A lei piace quel tipo? Le piaceva piacergli. È brutto, ma dolce. L'esatto contrario di Sonia, che è bella (forse) e cattiva. Possibile esser cattivi? Le piace parlar male degli altri quando non ci sono. A volte è stato un problema, perché magari quelle persone che non ci sono più, non sono del tutto fuori dal campo uditivo, quindi i commenti di Sonia vengono sentiti. Lei si imbarazza? È mortificata? In fondo tutti lo sanno che lei è fatta così, quindi di che vi stupite?
Per questo Sonia è sola.
Non ha nessun amico, solo lo spasimante brutto che le porta le medicine a lavoro, e un marito che forse segretamente la odia, che forse un giorno l'ammazzerà. Per questo è importante andare da Forgione, perché lui non si risolva mai (il marito a ammazzarla). Perché la malia continui.
«Allora, dice l'uomo» (guadando su un foglio prestampato compilato dalla segretaria molto anziana quasi decrepita, all'ingresso) «...Sonia. Come va? Come va?»
Fa eco una voce dentro l'enorme massa seduta con gambe divaricate per ragioni strutturali e sudore sopra una fronte unta.
«Va bene dottore. Passano i giorni»
«È vero, passano sempre Sonia» ripete lui. «E poi cos'altro?»
«C'è che non riesco a buttare giù i chili. La mia pancia»
«Cos'ha?»
«Fa schifo. Mi viene da piangere se ripenso agli sforzi che ho fatto, e a come siano stati inutili»
«Sbagliava qualcosa. Non è normale stare male»
«Piango a ripensare alle lunghe notti passate coi morsi della fame»
«Troviamo la dieta adatta per lei»
E comincia a segnare qualcosa che solo dopo Sonia capirà essere un foglietto di carta senza fattura fiscale dove c'è buffamente abbozzato una lista di numeri: centosessanta euro, la prima seduta è già terminata.
«Non mi guardi perplessa - dice l'uomo adagiato nel fondo del corpo - Ci vuole soprattutto fiducia. Ora le spiego la dieta che ho in mente per lei. Si chiama dieta di Esse»
«Effe?»
«No, Esse. Ma non creda che la s stia per Sonia. Si fidi»

Mesi dopo Sonia infila con un movimento unico gli strettissimi jeans e il top con il ventre piattissimo scoperto e tonico. Arriva a lavoro non con la consueta ghigna malefica sul volto, ma con un sorriso da persona riappacificata. La dieta di Esse, pensa, è stata la sua salvezza.
Sonia ha perfino smesso con tutti quei discorsi alle spalle, ha smesso di circondarsi degli elementi più deboli del gruppo, per poi soggiogarli. Adesso fa le sue cose. Si ricorda perfino di avere una vita. Sua. Individuale. Qualcosa che riguardava lei e non i bambini, non il marito, ma la sua esistenza specifica, unica, irripetibile.
La dieta di Esse ha cambiato tutto. La ditta di caldaisti dove Sonia lavora ha in un certo senso sviluppato una sua economia sotterranea, intorno a quella dieta. La dieta del resto è molto semplice: quando Sonia è davanti alla macchinetta dei dolci e delle schifezze, anziché sbavare per quelle cose che non deve mangiare, prende un tale e si fa riempire uno shottino di sperma. Ecco qua. All'inizio titubante, pudica, poco convinta di quello che stava facendo (si faceva preparare dei bicchierini dal marito, povero uomo, perché un conto è il piacere, altro il dovere. Poi però lui aveva accettato notando la metamorfosi. Con quei bicchierini Sonia ci andava a lavoro e se li beveva tre volte lungo l'arco delle otto ore: merenda, pranzo e seconda merenda).
Dopo era stata costretta ad allargare la cerchia di donatori, perché non le bastava. Perché gli effetti erano tali da correre un rischio. I tecnici delle caldaie che lavoravano nella ditta di Sonia si erano subito mostrati favorevoli alla nuova occupazione, una sosta veloce nei bagni sotterranei e la faccenda veniva sistemata. Sonia, aveva preso un cuscinetto per i primi tempi, dove si metteva a praticare il massaggio.
Poi, da quando è diventata magrissima, ha smesso quasi del tutto di farlo. Lo trova un po' degradante, o qualcosa del genere, come le ha spiegato una nuova amica a cui ha confessato il suo segreto. Allora fa solo vedere le tette o una porzione e i caldaisti si masturbano per lei, dentro un bicchiere. Sonia a volte beve, altre volte mette in un frigo, per bere più tardi la sera o per qualcun altro che vuole iniziare la dieta. Colleghe di quello e degli uffici vicini. E pagano bei soldi. L'attività di revisione delle caldaie ne risente, sono svogliati e eseguono meno visite e riparazioni, ma c'è l'attività sotterranea, che comunque porta profitti. Sonia, a volte scherzando, nelle lunghe ore in cui trascura il suo lavoro di segretaria per dedicarsi alla ben più redditizia professione secondaria, pensa che un giorno rileverà tutta l'azienda maggiore. Che un giorno la ditta sarà sua, che diventerà la padrona. Lo dice ridendo, tanto per dire. Non è quello che le importa davvero.
Passano giorni così. Le colleghe prima incredule dei miglioramenti nella dieta di Sonia hanno voluto sapere cosa fosse la Esse. Sonia, ha risposto che è una cosa prima di tutto mentale. Che Forgione l'ha salvata, che se non fosse stata per quella “Esse” lì sarebbe stata certamente ammazzata di botte dal marito. E invece. C'è un odore forte, nei sotterranei della Caldaie Sicure & co.
Sonia impila i bicchierini da shot pieni di sperma, e già si avvicina l'estate. Allunga i piedini, prima sformati e gonfi esplosi di vene e capillari, oggi perfetti. Li distende sul tavolo enorme che si è fatta portare per lei dal suo titolare in persona, e pensa che già arriva l'estate. Farà dei ghiaccioli allo sperma.
Poi, un pensiero ulteriore la coglie, in quel sottosuolo: perché avere successo? Cos'è che vuole davvero?  
testo Simone Lisi
illustrazione Elisa Lipari

 

lunedì 12 giugno 2017

Chi sono i padroni? Le ragazze dell'albergo

Chi sono i padroni? 
Episodio 2 


Le ragazze dell'albergo 
(dove si indaga cosa succede quando il potere va in vacanza) 


Una settimana l’anno, una settimana soltanto, non i bassa, ma in bassissima stagione, il Signor Franco decide di tornare dalla sua famiglia, quella famiglia che a causa del lavoro non riesce mai a vedere quanto vorrebbe, quella famiglia che, nonostante tutto, lo ama e lo venera come fosse un dio. 
E come non venerare e amare un uomo del genere? Uno che si è fatto da solo, uno a cui tutti vogliono bene, come testimoniano le foto che riempiono le pareti della sala ristorante: Franco che sorride con uomini importanti e con personalità transitate dal suo albergo, Franco che non ha soggezione di nessuno, che sorride in quelle foto come se avesse un nipote seduto sulle ginocchia e non fosse al fianco di qualche Croce di Malta o di un Commendatore del Lavoro. 

Franco, uomo di una purezza cristallina, che ha fatto del bene in senso assoluto, al paese in cui ha aperto l'albergo portando lavoro, alla giustizia religiosa con la sua condotta, ai suoi lavoratori dipendenti portati su un palmo di mano. Franco che viene da chiedersi: dov'è il lato d'ombra? Dev'esserci. Chi lo conosce davvero scuote la testa. Non c'è, non c'è lato d'ombra. Ma in quella settimana in cui Franco lascia il suo albergo a Civita di Bagnoregio, le sue dipendenti prendono finalmente possesso di tutto e finalmente sono libere di essere loro, le padrone. 

La prima cosa che fanno è alzare il riscaldamento al massimo. Talmente è attento il signor Franco, che le sue collaboratrici soffrono il freddo sei mesi l'anno. Franco è sempre attaccato al termostato, è la sua preoccupazione costante, verso le bollette, ma anche verso l'ambiente circostante, verso il surriscaldamento globale. Così che, appena lui se ne va, loro prendono e alzano al massimo tutti i riscaldamenti della casa, tanto che il calore si diffonde dai pavimenti, tanto che appoggiando una mano sul muro esterno del palazzo è possibile sentire il calore che emana lo stabile. Prima cosa. 




In secondo luogo alzano i prezzi del ristorante, del duecento per cento, così da intascarsi tutti i soldi del ristorante. Poi dichiareranno a Franco che non è venuto nessuno, a pranzo. E la roba da mangiare surgelata che manca?, domanderà Franco, indagatore. I lupi sono scesi dai monti e ci hanno attaccato; la neve isolava il paese, qualcosa abbiamo dovuto inventare. Bene, benissimo, risponde lui subito comprensivo. Poi le ragazze rumene staccano l'acqua dell'albergo. Staccano tutto, dopo che si sono fatte dei bagni di ore e ore. Se lo preparano bello caldo, poi una volta che la vasca è piena, aprono al massimo il rubinetto e lo scarico, in modo da fare il loro bagno con acqua che ricircola, sempre nuova acqua caldissima, sempre nuova, che si scarica incessantemente e incessantemente torna a riempire la vasca. Poi, finito di fare i loro bagni, uscite da là completamente lesse, staccano del tutto l'acqua dell'albergo, avendo quasi esaurito la scorta mensile. Quando arrivano ospiti per una notte (io e Diana, nello specifico) dicono: mah, strano ci deve essere un problema, ma è andata via l'acqua. Volete una bottiglia di naturale per lavarvi i denti? Volendo anche due bottiglie, che ne dite? Mi sembra ottimo, siamo davvero gentili, non vi pare? Questo ci dicono le ragazze dell'albergo. E questa temperatura asfissiante?, chiediamo noi. Bello caldo, eh? 
Una settimana l'anno costa al signor Franco carissima. In termini di recensioni negative su Trip Advisor, di bollette del riscaldamento e dell'acqua, ma non può fare altrimenti, almeno una settimana l’anno, dovrà pur tornare dalla sua famiglia. 

testo Simone Lisi
illustrazione Elisa Lipari

lunedì 5 giugno 2017

Chi sono i padroni? Il cornetto

Chi sono i padroni? 
Episodio 1
Il cornetto
(dove si indaga cosa fa di un padrone il suo essere  “padrone”)


C'è questa donna dentro al bar della mattina che occupa tutto lo spazio disponibile.
La borsa sulla sedia.
Il giornale comunitario aperto sul tavolo di cui si è appropriata. Di tanto in tanto lo sfoglia.
Uno sgabello vicino al banco, è il suo.
E per quanto riguarda lei in persona se ne sta ancora più in là, occupando coi gomiti metà del bancone. Poi di colpo si stacca e attraversa tutto lo spazio come se non ci fosse nessuno. Ma ci sono io. Che mi faccio da parte, mentre lei continua a parlare con la vecchia barista dal naso camuso.
Stavano già parlando di qualcosa quando io sono entrato e hanno continuato a farlo. Non capisco di cosa si tratti, e neanche mi interessa. Sono là solo per fare colazione e poi andarmene.
Quella donna, adesso ricordo, l'ho già incontrata alcune settimane fa, davanti a quello stesso bar. Era con un uomo dai tratti asiatici, filippino, o forse indiano, adesso io non lo saprei dire con esattezza, malgrado la distanza che separa quei paesi.
Ricordo per certo che c'era lei, la donna, che chiamava l'asiatico per nome. Ripeteva a voce alta quel suo nome esotico che adesso non ricordo e lo trattava con rispetto, cioè con il rispetto che si riserverebbe a uno schiavo. Lo chiamava sempre per nome e gli dava degli ordini. Forse le sue frasi avevano il tono di domanda, ma non erano delle vere domande. Lei se ne stava là davanti al bar con questo suo servitore asiatico e ricordo anche di aver pensato che era bello non aver nulla a che fare con lei.
Adesso la donna è di nuovo vicino a me, che parla con la barista e occupa quasi tutto lo spazio disponibile. Ho chiesto il mio caffè macchiato come ogni mattina e preso un croissant dal vassoio. La barista dal naso camuso mi ha rivolto la sua attenzione, maggiore rispetto al solito, sotto lo sguardo della padrona. Io sono il cliente, e dopo che ho fatto la mia richiesta le due donne hanno ripreso a parlare di qualcosa che non mi interessa e sono stato solo un po' infastidito dal fatto che lei occupasse quasi tutto lo spazio disponibile e parlasse con un tono di voce inutilmente alto, ma mi è indifferente la sua vita, i suoi vestiti cari, i suoi orecchini d'oro e la sua borsa di Prada. Oggetti che servono a occupare lo spazio che lei non può occupare personalmente.




Poi la donna ha chiesto alla barista dove si trovasse Agata, o Agnese, o un altro nome femminile con la A. Ma questo la barista non lo sa. Come potrebbe sapere dov'è A.? La barista è dietro al bancone che ha da fare le sue cose. Deve preparare i caffè e la colazione per me, dare il resto ai clienti, non può sapere dove sia A., ma la padrona lo chiede lo stesso. Lo chiede anche se sa bene che la barista non ne ha la più pallida idea. Poi, sempre con quello spirito là, chiede alla sua dipendente il permesso di passare dietro al banco, nella stanzina sul retro.
Alla barista non importa.
È una barista vecchia, con una faccia da africana, pur essendo bianca, e anche se non è buona sa farsi volere bene dai clienti. Non è nemmeno una brava barista, ma nessuno la manderà mai via. Certo che la signora può passare dietro, risponde, ma non pensa che A. si trovi là, anzi, sembra esserne certa. La signora continuando a parlare va dietro, nel magazzino e per un momento il bar della mattina torna a essere il solito bar della mattina: vuoto, con spazio e silenzio. Ma è un attimo.
La donna riemerge dal retro e chiede alla barista se il croissant che sta là sia stato messo da parte per qualcuno o se invece è perché quello di ieri.
Esatto, risponde la barista che non la teme, lasciandoci incerti se sia per la prima o la seconda opzione. Di ieri, aggiunge dopo un po'. Allora la donna dice che ne prenderà un pezzetto, del vecchio croissant, e sarà la sua colazione. Che inzupperà in un caffè macchiato tazza grande con poca schiuma (quante richieste per un caffè, penso, un cosa in fin dei conti semplice) e non farà caso alle parole della barista anziana con il naso camuso, ma bianca, che le dirà: ma prenda una di quelle di oggi; o meglio ci farà caso, dal momento che giustificherà la sua scelta con: no, tanto ne prendo giusto un pezzetto. Però il suo è chiaramente un discorso fasullo: lei il cornetto lo mangerà tutto, inzuppandolo per renderlo più morbido.
Io lì per lì guarderò la scena senza pensare a niente, mentre i suoi orecchini d'oro oscillano vicino al mio viso. Una parte di me ignorerà deliberatamente quella scena e continuerà il complicato processo di risveglio. Solo una parte della mia mente registrerà quel dato come decisivo e mi porterà a scrivere, ore dopo: non sono gli orecchini d'oro, o lo schiavo cingalese, è quella pasta vecchia da buttare che fa di lei la padrona.


testo: Simone Lisi 
illustrazione: Elisa Lipari