lunedì 8 maggio 2017

La versione del pugile

 LETTURATORE presenta
La versione del pugile

Alla fine della quinta elementare la maestra congedò mia madre dicendole: “per lavorare sull’empatia, imparate a credere che l’aggressività non sia il demonio” .
Tre mesi dopo al centro della mia stanza oscillava un sacco da box siglato Taurus. Le catene da cui pendeva erano di quelle a maglia larga e se nella notte un fotone riusciva a passare la censura della serranda, l’incontro tra il metallo delle catene e la luce vergognosetta dei lampioni, mi faceva venire in mente le lucciole.
Era mio nonno che ogni tanto sfiatava – “sono tornate le lucciole in città” – e a tutti sembrava come una buona promessa di futuro. Il futuro lo avevo sempre immaginato come una specie di terza guerra mondiale che avrebbe disfatto quello che un tempo era nato intatto. Tutte le volte che lo dicevo a mia madre, lei rispondeva che quel sacco avrei dovuto picchiarlo almeno un quarto d’ora al giorno.
Non l’ho mai capita la relazione tra i cazzotti a un cuscino duro e le mie proiezioni di morte, ma era evidente che mia madre tenesse in altissima considerazione l’opinione della maestra.

Mentre tutti i miei amici progettavano pic-nic sul lago e cercavano di sedurre le ragazzine con la fissa del costume intero, io perdevo tempo a contarmi i peli intorno all’ombelico. Pensavo che anche quelli sarebbero caduti, in futuro, e la cosa mi dispiaceva non poco. Puntualmente però capitava che chiunque si sentisse in diritto d’interrompermi nella pratica della contemplazione. Mia madre mi sedeva accanto dipingendomi il sacco da box come la panacea per tutte le cose incomprensibili della vita; guardavo alla sua concentrazione nella scelta degli aggettivi per farmici affezionare con una specie di pena.
Il suo sforzo m’impietosiva, il suo profumo frizzante, fruttato, la sua piega perfetta colorata di colpi di sole, i suoi tacchi e le caviglie slanciate, il suo sudore nel mentirmi su quanto tutto sarebbe stato gioioso m’impietosiva e finivo sempre per rassicurarla senza troppa convinzione.
Le ricorrenze in casa mia non avevano niente a che vedere con i festeggiamenti di compleanno, riguardavano piuttosto la parola – empatia – rimbalzata da un capo all’altro del telefono durante le chiacchierate con i conoscenti, sussurrata con preoccupazione nelle orecchie di mio padre in piena notte, discussa con i nonni e le zie la domenica pomeriggio.

“Non è empatico”, dicevano, e sull’argomento, due erano le cose su cui mi trovavo a riflettere.
Prima di tutto, l’abitudine a sentir parlare di me piuttosto che con me. Questo non mi aiutava, perché anche io mi stavo abituando a trattarmi con distanza, in terza persona. E poi, non capendo esattamente cosa s’intendesse con quella specifica parola, provavo a fare in modo di darle un senso personale. Quel senso lo trovavo nel sacco da box. E infatti quella parola, aveva assunto un colore: il rosso del rivestimento lucido del sacco. Tra l’altro, avevo sentito dire a mia madre che concentrarsi sulle tinte accese fosse un rimedio per il mal di testa, esperienza che prima di correggere l’ipermetropia con degli occhialini tondi, mi capitava spesso di subire. All’iscrizione in prima media seguì una domanda che mia madre mi rivolse emozionata, come nell’attesa di una risposta definitiva. “Devi scegliere uno sport”, mi disse. E poi aggiunse: “io credo che per l’empatia la cosa migliore sia uno sport di squadra, per la pallavolo sei un po’ goffo, per il basket sei poco concentrato, per la pallanuoto toccherebbe prima imparare a galleggiare: rimane il calcio che fa molto gruppo, spogliatoio, resistenza e comunicazione, vedrai che la tua cerchia di amici si allargherà e diventerai finalmente un ragazzo empatico”.
Risultato: in panchina riuscii ad affinare le mie doti di osservatore. Facevo gli allenamenti ma gli occhiali m’innervosivano, il fiato mi mancava, la motivazione a correre e saltellare pure, l’entusiasmo degli altri e il loro desiderio sfrenato di competere mi sembravano un affare insensato e la speranza di mia madre che il mister mi convocasse per una partita il sabato pomeriggio mi si imponeva in modo quasi doloroso.
Al quinto mese di panchina, mia madre cominciò a eliminare i tacchi prediligendo scarpe basse, spesso stivaletti a coprire le caviglie sottili di cui andava tanto orgogliosa.

Vestita in quel modo, scarpe basse e pantaloni color crema, mi portò in un appartamento situato in uno dei quartieri più in della città. L’ascensore ci introdusse direttamente all’interno dell’appartamento e ad attenderci una signorina dal sorriso misericordioso, quasi ne sapesse più di chiunque altro, ci fece accomodare in una sala d’aspetto dove campeggiavano due sedie di legno con l’imbottitura di stoffa rossa, separate da un tavolino e due quadri appesi al muro raffiguranti un lupo e un orso polare. Mi faceva fatica persino domandare a mia madre cosa stessimo aspettando ma provai a sperare che si trattasse di una seduta dal suo dermatologo per la cura dell’acne, che mi aveva raccontato fosse stato un suo problema in adolescenza. Tempo dieci minuti e dalla sala principale uscì un uomo basso ma distinto che con fare rassicurante allargò il braccio destro lateralmente come a dire: fatevi avanti.
“Non è empatico”, ma sulle già ben note parole l’omino portò ancora il braccio destro dritto davanti a sé, col palmo della mano ben aperto verso la faccia di mia madre e lei capì che quel gesto voleva dire che non fosse il caso di aprire bocca da quel momento in poi.
“L’orso polare o il lupo?”, mi chiese. “Il lupo. Perché la foresta è meno monotona dei ghiacci e perché quando penso agli animali che mi piacciono faccio sempre il test del letto.Il test del letto consiste nell’immaginare la consistenza di pelo, pelle, grado di calore e sensazione al tatto che gli animali rilascerebbero lungo tutto il mio corpo quando sono sotto le coperte.”
Quell’uomo consegnò a mia madre un bigliettino da visita invitandola ad andare da un signore simile a lui che però si occupava di adulti. Lui non mi volle più vedere.
Presto provai a imitare quel gesto che l’uomo fece quel giorno col braccio teso e il palmo della mano aperto nella direzione del volto della persona che mi capitava a tiro quando volevo che smettesse di parlare. Contro mia madre alzai il braccio molte volte con quella stessa intenzione.
Le scuole medie passarono senza sport, con voti molto alti in filosofia e molto bassi in matematica. Il sacco da box non lo utilizzai più per picchiare, non trovavo niente di rilassante nel sudore e nella dolenza delle nocche e un giorno presi il coltello più lungo dal cassetto della cucina, andai verso il sacco e lo tagliai al centro. Estrassi tutta la gomma piuma che lo riempiva e ne lasciati il giusto per sagomare la mia figura. Entrai nel sacco e cominciai a oscillare. Cominciai a sentire il beneficio di quella sospensione da terra e quella fu la mia pratica quotidiana fino a che non esplosi in centimetri di altezza.


Per festeggiare gli esami delle scuole medie chiesi a mio nonno di portarmi nel passato, il futuro era ancora un gran problema. Lui prese la sua vecchia auto e guidò fino a una specie di campo arato e molto ampio, riempito di macchine parcheggiate l’una accanto all’altra, tutte col muso nella direzione di un grandissimo schermo a cielo aperto.
Mentre la pellicola scorreva e i pop-corn finivano, chiesi a mio nonno cosa significasse quella cosa che sfiatava ogni tanto sulle lucciole – “sono tornate le lucciole in città”. Lui arrestò la masticazione, roteò gli occhi azzurri verso di me e mi spiegò il significato della parola “prostitute”.


testo: Maria Rita Di Bari
fotografie: Giulia Mangione