lunedì 31 ottobre 2016

pokerino


Mi perdo sempre tutto, questo è vero.
Tipo: quando hanno abbattuto le torri gemelle a New York io ero in cucina a farmi i Sofficini.


Avevo passato la nottata a giocare a poker con gli amici. Il pokerino di inizio settimana. Ne facevamo almeno tre a settimana, di pokerini. Ci giocavamo le paghette e poco più. Perdevo sempre, mi divertivo molto. Cioè, al momento non mi divertivo tanto, ma oggi, col senno di poi, posso dire che mi divertivo, che passavo belle nottate, che erano bei tempi. Sono sempre bei tempi, dopo.
Sta di fatto che quel giorno mi svegliai tardissimo, giusto per mangiare. Ero a casa da solo, senza i miei che rompevano, che ripetevano di cercarmi un lavoro, che col diploma avrei trovato qualcosa.
Mi svegliai che avevo fame e non avevo voglia di cucinare e avevo sonno e avevo solo voglia di tornarmene a dormire. Così infornai quattro Sofficini, tutto il pacco, aspettai il trillo del fornetto vinto con i punti Barilla, li mangiai tutti e quattro scottandomi la lingua e tornai a letto.
Intanto Osama Bin Laden attaccava l’America e George W. Bush leggeva una storia di animali ai bambini di una scuola elementare in Florida e tutti stavano davanti alla tv a guardare la diretta della CNN e il mondo pareva sul punto di collassare. 
Comunque non fu colpa mia, se mi persi il crollo delle torri. Fu un caso. Come quando Lara mi lasciò perché non mi presentai alla sua laurea.
Quello fu il pretesto, niente a che vedere col fatto che alla proclamazione mancavo solo io. Mica era così importante, la mia presenza. Infatti lei si laureò lo stesso, mica mi avvertì, “guarda che mi sto per laureare, sbrigati a venire”, che le costava farmi uno squillo?
Invece niente, lasciò che passassi il pomeriggio al bar, a cercare di recuperare i centoventi euro che quel cazzo di videopoker mi aveva rubato, che se avevo qualche altro spicciolo mi rifacevo subito e invece dovetti restare e lasciargli i soldi e non farci giocare nessuno fino al giorno dopo che altrimenti mi si sballavano le probabilità.
Il fatto che Lara non abbia neanche voluto sentire le mie scuse non fa che dimostrare che a me non ci teneva veramente. Voleva farmi pesare il fatto che avevo perso la sua seduta di laurea, come se me la fossi cercata. Insomma, come se fosse colpa mia. Be’, come si dice, meglio perderle che trovarle, certe persone.


Oggi invece si è trattato di una fatalità.
Sapevo che era il mio primo giorno di lavoro e che dovevo fare attenzione. Ma stanotte non potevo lasciare. Avevo preso un impegno. Pokerino on-line con altri tre, uno di Asti, uno di Roma e uno di Catania. Mezza Italia, insomma. Non era possibile piantarli lì solo perché avevo il lavoro e dovevo alzarmi presto. E poi ero sotto di duecento e dovevo recuperare. E se gli occhi non avessero iniziato a lacrimarmi dopo tutte quelle ore davanti al monitor, mi sarei ripreso tutto, fino all’ultimo centesimo.
Stamattina mi sono presentato alla reception dell’azienda con qualche ora di ritardo, non ne farei tutta questa tragedia.
Siete stati voi a dirmi che non potevo più entrare. Vi sembra giusto? Al mio primo ritardo a lavoro? E siete stati voi a chiamare la sicurezza, quei due energumeni. Una reazione a dir poco esagerata.
Non è mica vero che ho dato di matto, ditelo ai vostri amici là dentro, ditelo che non vi ho offeso. Sono cose che possono scappare, quelle. 

Ditelo ai vostri capi che io sono bendisposto, che io voglio entrare. Diteglielo, perché non voglio perdere il lavoro per colpa vostra. E aprite questa cazzo di porta, stronzi.

testo: Flavio Ignelzi
immagini: Lisa Lazzaretti

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