lunedì 7 novembre 2016

Prima della storta alla caviglia


Prima della storta alla caviglia, quando lavoravo all’Osteria del Rosso e mi sembrava che la coerenza fosse sublimata in quell’agire privato di pensiero, ovvero in quella famosa purezza dell’essere di cui tutti intorno a me andavano continuamente cianando, fu allora che persi il portafoglio. 
Dicono che lo smarrimento del portafoglio manifesti un’inconscia volontà di perdita dell’identità, ma, di preciso, non saprei attribuire questa teoria a una specifica scuola di pensiero psicanalatico. Di certo non si può trattare di una freudiana, che associa il portafoglio/portamonete alla vagina (in quanto luogo prezioso dove si ripongono le cose) e dice anche che si perdono le cose che non ci piacciono più. Eppure non sono così sicuro del fatto che avessi voluto perdere quel portafoglio di proposito, se non fu piuttosto un inciampo, una svista, frutto della mia distrazione o se fu volontà di rinnovamento o un autentico caso. 


Perso il portafogli girai due settimane privo di identità, né patente di guida, né assicurazione, sempre tasche vuote e i soldi sparsi, finché spinto dalle minacce dell’autorità genitoriale/superegotica mi recai a fare la denuncia ai carabinieri di Viale dei Mille, mentendo sulla data della scomparsa sapevo che mi avrebbero chiesto perché avessi fatto passare tanto tempo, quindi dissi che l’avevo perso da un giorno per non subire anche la loro mortificazione autoritaria). Questi luoghi del potere –lo dico di passaggio– mi lasciano sempre un po’ stupito: è come se la realtà si scontrasse con l’idea di macchina perfetta. Sono in verità dei luoghi caotici dove arrivano di continuo segnalazioni per lo più inutili e per farsi un’idea d’insieme basta considerare le sale d’aspetto, piene di anziani che raccontano le loro personali storie a chiunque, l’importante è che ci sia un pubblico, e il pubblico, in quel caso, ero io. Sono storie e quindi vite, le loro, che forse meriterebbero di essere scritte, ma non mi va. Lasciai la stazione dei Carabinieri con la mia rinnovata identità, confermata da un foglio di carta prestampato. 

Poi trascorse un mese, non saprei dire con esattezza, e arrivarono a casa due avvisi di raccomandate, perché ero fuori e non avevo potuto firmare, ero quasi sicuramente a lavorare all’Osteria, o forse sulla strada per andarci. La prima lettera conteneva presumibilmente la nuova patente, la seconda era invece dell’ufficio oggetti smarriti.
Lasciai i due avvisi di raccomandata sul tavolo per una settimana, poi il primo giorno libero mi recai alle poste di Via del Mezzetta per prendere la nuova patente e dopo andai all’ufficio oggetti smarriti in Via Circondaria per recuperare il portafoglio che fu, la mia passata identità.

Cosa fa di me quella stessa persona? Io sono un altro, desidero e sogno altre cose, sono condizionato da altri libri e vedo altra gente, e se ci sono punti di contatto dico che i punti di contatto a volerli vedere si vedono dappertutto, come i numeri doppi negli orologi digitali, o i numeri palindromi delle targhe mentre guido.

C’era un tipo all’ufficio oggetti smarriti che faceva finta di lavorare, e dopo aver visto il mio nuovo documento d’identità, mi chiamava per nome:
«Uee Simone»,
anche se non lo conoscevo affatto. Pensai che fosse meridionale, per l’accento, e che lì non facevano altro che far finta di lavorare, tutte le ore per tutti i giorni. Io gli dissi che avevo ricevuto quel giorno la nuova patente e che la carta d’identità ero andato a rifarla il giorno prima in Palazzo Vecchio in modo da superare la trafila dei due testimoni. Il burocrate dell’anagrafe mi aveva disprezzato perché leggevo Herman Hesse e avevo una camicia. Io ero rimasto impassibile.

Lui allora, quello dell’ufficio oggetti smarriti, sempre dandomi del tu e chiamandomi per nome mi disse in poche parole che facevo meglio a non ritirarlo proprio il vecchio portafoglio, perché ormai era inutile e anzi avrei dovuto, nel caso, dargli cinque/dieci euro per riavere una cosa che in fondo non mi serviva a nulla. Mi sembrò un ragionamento molto lucido il suo, e io mi sentivo come un esistenzialista francese. 

L’impiegato dell’ufficio oggetti smarriti allora mi mostrò quel mio vecchio portafogli di pelle nera e ne tirò fuori tutti i fogli e bigliettini che tenevo al suo interno. Senza il minimo rispetto per il valore sacrale/sagittariano che io avrei potuto tributare per tutti quei fogli e biglietti. E non me ne fregava niente, in effetti. Per quel che ne sapeva il mio cervello, era tutta roba già persa: come poteva rappresentare qualcosa per me o per il mio Essere? E infatti no. 
L’impiegato guardò la robaccia che tenevo nel portafogli e mi disse che quello che autorizzava la donazione dei miei organi, in caso di morte, potevo riaverlo lo stesso, anche se era contro il regolamento; questo lo sussurrò con un tono quasi confidenziale, come un carbonaio sudista etico. E quella era l’apertura di un varco.


Quello era il momento, era quello che autorizzava un mio proprio agire, come indovinare la domanda con una sconosciuta, 
«Sarai mica buddista?»
E così, per un fatto, casuale o meno, il passaggio in macchina, casuale o meno, di ritorno da una cena da mio padre si piegava in un momento denso, seppur inutile, dove mi sembrava di essere presente in maniera maggiore rispetto al solito grado di presenza, per un agire che si muoveva ormai autonomamente. Non era banale. Era un miracolo, e in sere senza aspettative dell’agosto passato/tristissimo avrei desiderato azzeccare la domanda con una pastaia di Campo d’Arrigo, alle tre di notte, e riuscire solo a chiederle:
«Che canzone cantavi prima?»
«Una di Baglioni»
«A che ore stacchi?»
«Alle tre».
«Faccio solo domande banali».
Un vero peccato.

Allora dopo la tessera degli organi chiesi di avere anche un’altra cosa, una soltanto, un altro foglietto, che non significava niente per l’umanità tutta, o per lo Stato, o per il regolamento, ma solo per me , e lui mi disse:
«Va bbuono».
Davanti a quell’impiegato, a quello sconosciuto, stavano dispiegati biglietti e tessere e roba accumulata in circa dieci anni. Alcune cosine erano autenticamente storiche, come il biglietto aereo per il Pakistan, altre senza nessuna memoria di locali in cui ero stato una sola volta e poi mai più tornato. Ce n’erano un paio di librerie del centro, che tanto mi dimenticavo regolarmente di avere, e altre cose senza nessun valore come la tessera ferroviaria di una sconosciuta/incantevole londinese, trovata da Valente e salvata da me, e perduta da me, e poi scontrini conservati per non si sa quale codice che vi avevo letto e poi disimparato.

Fu la scelta più facile e naturale del mondo. Lo sguardo passò in un secondo su tutte le cose menzionate, non le abbracciava nel loro insieme, ma nella loro singolarità. Io non pensai a cosa sarebbe stato perso e a cosa avrei pensato. La indicai, e guardai se l’impiegato volesse qualche spiegazione. Ma lui non disse niente. Io in tutto questo mi ero espresso con solo verbi impersonali, per evitare di dovergli dare del tu o qualsiasi altra persona. L’impiegato allora fece semplicemente strisciare la seconda tessera sotto il vetro che ci divideva, fino alle mie dita, fino al mio nuovo portafoglio, guscio di pelle nera in tutto e per tutto simile a quello dietro al vetro, finito.
Forse prima che me ne andassi l’impiegato trovò il tempo di farmi un’ultima raccomandazione, del tipo: non perdere mai più il tuo portafogli, oppure di passare di lì nel caso avessi perso qualcosa, qualsiasi cosa, quasi avesse piacere che ci rivedessimo, non so, forse me lo immagino.

Ma io ero già uscito per strada, seduto sul mio motorino modello scarabeo, ho assaporato la nicotina che ostruiva le arterie ed ero contento senza saper perché. Così mi sono auto-convinto che fosse per le due vecchie tessere che stavano nel mio nuovo portafogli a confermare chi ero. Quella degli organi che stanno morendo con me, e che io scelgo di far continuare ancora un po’ a vivere, e quest’altra tessera che adesso ti restituisco.

Questi fatti che racconto sono successi davvero, non invento niente. Non parlo di motivazioni, ma solo di gusci vuoti che si comportano, non parlo del perché io ho fatto questo.
Quando è accaduto poi non pensavo che ti avrei restituito la tua vecchia tessera scaduta dell’Ex-Mood, se sia contradditorio perfino darti questo testo che pure io scrivo per te, per il fatto che vorrei non essere intenzionale, non vorrei esserlo per niente, tu non lo sei, io credo, e questo di te mi piace moltissimo, mentre spesso odio di me questo essere intenzionale a livelli più o meno coscienti o subcoscienti. Si può essere non intenzionali? Riprendere quella tessera significa che ti vorrei riportare da me? Non so.
Quello che vorrei dirti è che quanto successo, come quando facciamo cose, si è svolto in circa due minuti e mezzo, così da lasciare le considerazioni all’agosto temporeggiatore, e conferendo a quell’atto assottigliato di considerazioni, qualcosa che si ricollega alla famosa purezza dell’essere, di cui si va cianando, io credo. Ciao, 
Simo

testo: Simone Lisi
immagini: Matilde Magagnoli


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