lunedì 24 ottobre 2016

Oh Eurydice


Era sceso nel fuoco per lei. Passo dopo passo. Era scivolato nella lava, era inciampato nei corpi dei dannati. Si era guardato attorno come un forsennato, voltandosi a destra e a sinistra, scostando putridi teli di seta dai volti sconvolti dal dolore. Si era perso in un labirinto di sofferenza senza fine. Lei doveva essere lì. L’aveva persa in inverno. La nebbia si era posata sulla primavera di un tempo, il freddo si era insinuato dentro al suo corpo. Era partito dalla punta delle dita congelate; era arrivato fino al petto. L’aveva aspettata allo stesso posto, sul bordo di un precipizio di pietra, con le gambe penzoloni nel vuoto sotto di lui. L’aveva aspettata e si era sentito smarrito e confuso. Una folata di vento freddo aveva portato alle sue orecchie rumori conosciuti e odori di altri luoghi distanti da lì. Erano i rumori della città, ormai così distante da lui, ormai così lontana e insignificante. C’erano cose che avrebbe voluto dirle, ma che erano rimaste dentro e non erano mai uscite. Aveva taciuto davanti alle sue mille parole, per orgoglio e per paura. Aveva riposto le buste in una scatola nascosta in soffitta, seppellita sotto a un cumulo di cose inutili. Ma c’erano state notti in cui la tentazione di riaprirla era stata troppo forte. Era l’angolo maledetto della casa, quello che avrebbe voluto cancellare per sempre, quello che avrebbe voluto dimenticare. Una notte dopo l’altra si era seduto sul marmo freddo e aveva acceso una candela. La cera era colata sulla punta delle sue dita tremanti, lui aveva letto a bassa voce parole non sue. Si era nutrito di quei sogni scritti con l’inchiostro nero, nell’elegante calligrafia di uno spirito lontano. E quel giorno era tornato. Era tornato con un pacchetto in una sacca di tela e l’aveva aspettata. Restare per sempre, aveva pensato.
Lei si era fatta largo tra le erbacce, strattonando con le mani tremanti il bordo dell’abito bianco per liberarlo dai rami delle piante. Aveva sbagliato strada, ancora una volta. Voleva raggiungerlo, ma nella sua mente erano tornate parole che credeva di aver dimenticato. Si era confusa in quei posti che conosceva così bene. Avrebbe potuto camminare a occhi chiusi. Ma ora gli alberi le sembravano tutti uguali e i fiumiciattoli scorrevano tutti nella stessa direzione, e lei si era persa. Ogni cosa aveva incominciato a girare vorticosamente intorno a lei. Le immagini si erano sovrapposte davanti ai suoi occhi, la sua mente aveva creato stagioni nella memoria, combinazioni di condizioni atmosferiche legate a sensazioni che non aveva mai dimenticato. Aveva sollevato gli occhi e il cielo era già nero e pieno di stelle. Erano le stesse stelle che aveva guardato un giorno in piedi su una strada sconnessa rabbrividendo di freddo. Anche loro l’avevano guardata dall’alto, posando la loro luce bianca sul suo volto triste. La sua stella polare era scomparsa; era abbandonata a se stessa. Ogni passo era un errore. Aveva sentito un dolore lancinante alla caviglia destra. Era caduta tra i rovi, i suoi lunghi capelli si erano attorcigliati ai rami, la pelle bianca si era sporcata di terra e fango. Aveva iniziato a piovere e lei aveva allungato una mano verso la caviglia. Le sue dita avevano sfiorato qualcosa di viscido. Era lui, l’incarnazione dell’errore, con i lunghi denti affilati e la lingua sibilante. L’aveva afferrato per la testa, aveva stretto con tutte le sue forze, la carne si era piegata sotto la sua presa disperata. Aveva lottato nell’acqua, le spine le avevano graffiato le gambe e le guance. La testa si era voltata con uno scatto e l’aveva morsicata un’altra volta. Il serpente era morto all’istante, era rimasto appeso privo di forze al suo polso con i denti affondati nelle sottili vene azzurre. Lei si era accasciata al suolo. Un fuoco infernale si era propagato in tutto il suo corpo. Aveva perso conoscenza e la notte l’aveva celata agli occhi di tutti, un’Euridice perduta nel cuore della foresta. Qualcuno avrebbe pensato a portarla via. La terra l’avrebbe risucchiata. Il bianco sarebbe scomparso e in quella pozza di sangue e fango sarebbe rimasto solo l’incavo lasciato dal suo corpo inesistente. 
In sogno gli aveva parlato. L’aveva guardata stagliarsi davanti al fuoco, sagoma priva di fattezze, contorno di un corpo assorbito dalle viscere della terra. “Era un sentiero lungo e difficile. Tornare dopo così tanto tempo. Dopo così tanto silenzio. Non ce l’ho fatta, non ci sono riuscita. Torna, se puoi. Torna a prendermi”. Lui aveva raggiunto a piedi il centro del deserto, aveva scavato con le nude mani nella sabbia rovente, aveva versato lacrime e gocce di sangue e si era strappato i capelli dal dolore e aveva sollevato le mani al cielo. Aveva cantato le più belle canzoni, aveva sussurrato le melodie più dolci e malinconiche. Era sceso all’inferno senza pensarci due volte, e l’aveva cercata, tra le fiamme e i rovi, tra le lacrime di chi implorava perdono e le braccia tese verso di lui in uno spasmo di sofferenza. L’uomo e la donna lo avevano osservato da lontano seduti sul loro trono, re e regina dell’oltretomba. Lui era scivolato ai loro piedi con le mani giunte, il volto rigato di lacrime e sporco di cenere, la fronte appoggiata a terra. Si era aggrappato allo strascico della bella regina e aveva sussurrato parole tra i singhiozzi. Che tornasse, che la ritrovasse, non chiedeva altro. Aveva capito, aveva imparato la lezione, non avrebbe più sbagliato. “Ebbene, l’avrai” aveva detto il re. “Lei ti seguirà. Ma finché non sarete usciti da qua, non potrai voltarti indietro. Se lo farai la perderai per sempre” aveva aggiunto la regina abbassando lo sguardo su di lui. Aveva posato i piedi sui carboni ardenti, le ginocchia avevano ceduto, ma si era rialzato. Aveva percepito la presenza di lei alle sue spalle, il calore era tornato nel suo corpo paralizzato. Aveva sentito ancora una volta quella presenza rassicurante, la consapevolezza che lei c’era, era lì, a pochi passi da lui. Anche se non parlava, anche se non poteva vederla. Era sempre stato quello, il loro amore fatto di distanza e silenzi interminabili. Ma i pensieri erano sempre stati uniti, non importava dove fossero. Ora lo sentiva di nuovo. Aveva camminato inciampando, il terrore lo aveva assalito. E se lei si fosse smarrita? E se lo avesse perso di vista e non avesse più potuto seguirlo? Impossibile, si sarebbero ritrovati anche nella foresta più fitta, nella notte più buia. Aveva visto la luce del giorno filtrare attraverso la sabbia. Stava tornando nel mondo dei vivi insieme a lei, e avrebbe dimenticato per sempre quel viaggio terribile, quella catastrofica discesa nel mondo dei morti. Aveva sentito il cuore esplodergli di gioia. Davanti ai suoi occhi, il bel viso di lei, sotto le sue mani la pelle sottile delle guance. 

E l’errore fatale, il secondo, arrivò prima che potesse rendersene conto. Si voltò, guardò da sopra la sua spalla: lei non c’era più. Svanita in una nebbia fitta e dolorosa, in un eco di urla infernali provenienti dalle viscere della terra. L’aveva persa, di nuovo, in un giorno d’inverno. L’aveva persa perché aveva guardato indietro sopraffatto dall’emozione e dall’amore. Orfeo pazzo e disperato, dove sarebbe andato a morire? In un giorno d’inverno dove poteva andare, folle di dolore? Aveva ripensato alle parole che non le aveva mai detto. Aveva allungato un braccio e aveva spezzato la nuvola di fumo che era rimasta alle sue spalle, un gesto gentile e delicato di due anime che si perdono per sempre. L’inverno era arrivato.

testo:Elena Ramella
immagine: Marta Sorte

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