lunedì 9 dicembre 2013

SPECCHIO

Lo poteva guardare per ore quando era solo un bambino. Quel canarino, rosso sangue e con artigli più grandi della norma, era un essere particolare e lui provava ammirazione nei suoi confronti, più di quella magica che poteva suscitare in un ragazzino il primo animaletto domestico.
Il tempo che passava ad osservarlo lo portava infatti ad uno stato di trance, durante il quale poteva perdersi nelle traiettorie vermiglie del pennuto. Fino a che il volatile si posava, ovvio, ma anche questo momento non mancava di interesse agli occhi del fanciullo: il canarino andava finalmente fiero ad abbeverarsi, appagato dalla bellezza che aveva prodotto con il suo volo, e, prima di bagnare il becco nell’acqua, si fermava come incantato a scrutare la sua immagine nel riflesso del liquido.
Era come se, al termine di uno spettacolo, il pennuto si inchinasse di fronte al sé stesso riflesso, parte di un audience fatta della stessa realtà ma speculare, alla rovescia, forse più grande laddove quella stessa gabbia era troppo piccola.
Capitò che un giorno il canarino non era più nella sua gabbia. Volato via? Rubato? I suoi genitori non avevano spiegazioni, del resto, troppo indaffarati a uscire di casa per attività estranee ad un egoistica e narcisistica considerazione di sé, non capivano quanto fosse importante quell’ammasso di piume, ne avrebbero comprato un altro. Sicuro che la sparizione dovesse essere legata alla volontà di quel volatile che nei suoi voli sicuri sembrava sempre avere chiari piani per il suo destino, al giovane l’unica soluzione possibile sembrò che fosse passato dall’altra parte di quello specchio d’acqua.
Il ragazzo crebbe con una vocazione artistica, pensava a lungo e stava chiuso in casa proprio come quell’uccello che, ne era convinto, era stato un segno per lui.
Cercava quindi anch’egli il modo di volare e, conscio ma non convintissimo dei suoi limiti fisici, cominciò a cibarsi della soddisfazione catartica che gli dava produrre della musica, dei colori su una tela, fino ad unire le due cose: suoni colorati e colori sonori. Questo accostamento dei sensi della vista e dell’udito, quando gli riusciva di produrlo, nella collisione all’interno della sua mente creava un cortocircuito che lo gettava in un forte torpore fisico e mentale: sentiva di essere fatto di materia più leggera, posta ad almeno qualche millimetro da terra.
Aveva, in quei momenti, solo la capacità di fare due passi verso il grosso specchio che stava in camera sua, sulla parete opposta a quella dove sul muro si collocava una finestra, rigorosamente aperta verso il cielo. L’elemento del panorama al di fuori della finestra, che scrutava sempre attraverso l’immagine riflessa che contemplava ogni qual volta stesse riuscendo a “volare”, gli permetteva di assaporare maggiormente quella profondità e, attraversando con lo sguardo lo specchio, di percorrerla, per poi ritornare dall’altro lato.
Man mano che le sue produzioni artistiche si raffinavano e cresceva il loro effetto di sinestesia, il suo torpore, l’ascesi estetica e quindi il volo si facevano più intensi come, di conseguenza, gli attimi, ormai ore, passate davanti allo specchio sognando di appartenere all’altro lato, così incomprensibile ed esclusivo che era possibile percorrerlo in una parvenza di fisicità solo a tentoni e gradualmente.
Ma finalmente un giorno, mentre si trovava dall’altra parte della superficie riflettente, riuscì ad affacciarsi alla finestra. Non era mai capitato che si sentisse, così distante dal punto di partenza, ancora dentro quella che non sapeva se interpretare solo come un’illusione e che ora non lo sembrava più.
Vide allora, a pochi metri dalla sua testa, il pennuto rosso che con i suoi occhi neri gli dava finalmente il benvenuto in quella realtà che li aveva separati per anni.

Il ragazzo aveva tante cose da raccontargli e, conscio che adesso anche lui era in grado di volare, non ci pensò un attimo a balzare fuori dalla stanza per raggiungere il suo vecchio amico.


testo Andrea De Fazio
illustrazione frattozerø

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