Tutto considerato il salmastro sulla
pelle le era piaciuto e anche il sole e anche il vento e anche il
rumore dell’acqua sotto lo scafo e anche il lieve movimento della
barca in rada e anche la catenaria che scodinzolando a prua produceva
un lieve rumore e anche il fatto che per due settimane non avevano
più pensato a nulla di brutto: il lavoro, i soldi che mancano, il
suo terribile vizio a bere un po’ troppo la sera e quindi anche a
fumare un po’ troppo la mattina e quindi anche a sciogliere grossi
pezzi di amarezza nell’acqua il fine settimana e non avevano
pensato neanche a tutte le delusioni che gli amici, volenti o
nolenti, ci danno giorno dopo giorno nel loro violentissimo tentativo
di prevalere su di noi sempre e comunque in nome dell’amicizia, coi
loro giudizi veri e al contempo campati in aria. Ecco sì, era stato
uno stacco totale, liberi lì sulla superficie salmastra dell’oblio,
la notte le stelle, dove e quando sorgerà questa volta la luna?, i
delfini che si grattano la schiena sulla chiglia mentre la
navigazione procede instancabile a sette miglia nautiche all’ora,
sull’orlo dell’oblio, abbracciati in cabina, sorreggendosi l’uno
all’altra mentre galleggiavano nell’alta marea, il costume
slacciato, il sole che brucia le spalle e il naso e le lentiggini che
neanche troppo lentamente vengono fuori e si illuminano di baci e
dire che ti amo è fin troppo poco, giorno dopo giorno, ci sono
problemi che svaniscono, il mare cancella, la barca non lascia dietro
di sé nessuna traccia, era stato come riposare a lungo dopo un lungo
viaggio che non porta in nessun luogo e in nessun tempo, se non tra
le sue braccia impaurite e poi il tempo era finito e lei, solo lei
doveva tornare a casa, avrebbe preso un aereo e lui l’avrebbe
raggiunta una settimana, dico una sola settimana dopo.
Il traghetto che avrebbe condotto Sara
dalla piccola isola dove avevano attraccato alla grande isola dove
l’operosità umana aveva edificato un aeroporto sarebbe salpato due
ore più tardi. Lui la aiutò a fare i bagagli, stavano in silenzio
mentre piegavano le magliette. Lei tutto sommato avrebbe preferito
rimanere a prendere il sole per il resto della sua vita (intendo
della vita di lui). Se solo avessi vinto il Superenalotto, allora
crederei in Dio, ma così, così no. Aveva ripiegato anche il costume
in silenzio, guardandola appena, in silenzio, ma che avevano per non
parlarsi? Mentre lei cercava le proprie amate forbicine da unghie,
lui era andato a comprare il biglietto del traghetto che dalla
piccola isola dove avevano attraccato l’avrebbe condotta alla
grande isola dove l’operosità dell’uomo aveva edificato un
aeroporto e invece di comprarne uno, ne prese tre, che ripose nel
proprio portafogli. Osservò le barche in porto fumandosi una
sigaretta. I pescherecci, i motoscafi, i dragamine, le piccole dolci
barche a vela, i catamarani, i gommoni, le boe su cui i cormorani
digerivano sonnacchiosi, e i traghetti, i traghetti che partono, che
arrivano in nessun tempo e in nessun luogo.
Poi era tornato da lei, l’aveva
abbracciata, le aveva sbarcato le valige, l’aveva accompagnata al
molo, le aveva detto che l’avrebbe accompagnata almeno fino
all’isola più grande e poi sarebbe tornato indietro e lei aveva
sorriso e gli aveva chiesto se fosse impazzito. Ma no dura solo
un’ora il viaggio, non ho niente da fare oggi se non accompagnarti
almeno fino all’isola più grande, là dove l’autobus ti porterà
via, in quel posto dove ti raggiungerò tra solo una settimana, una
sola settimana. Lei era contenta quando si misero a sedere sulla
poltroncina, ma cominciò a preoccuparsi quando vide che lui stava
piangendo.
Ma perché piangi? Niente, volevo solo
dirti che, niente mi dispiace che vai via.
Una volta sbarcati non riuscivano a
fare un passo che non fosse sincrono. Lui fumava, certo fumava, ma
almeno era da due settimane che non toccava una goccia di alcol e che
non scioglieva l’amaro nell’acqua durante i fine settimana, per
cui lei era contenta e sorpresa e le veniva da piangere anche a lei e
stava pensando al fatto che questa era forse la dichiarazione d’amore
più incredibile che avesse mai ricevuto, voglio dire, insomma, si
sarebbero rivisti dopo solo una settimana, per cui che motivo c’era
per commuoversi?
Non lo so, rispose lui, mi dispiace
solo che te ne vai. Ma ci vediamo tra una settimana. Lo so, lo so, e
allora? Poi era arrivato l’autobus. Lei era salita per ultima. Lui
aveva fatto il duro cercando di chiedere informazioni all’autista
sui pullman del futuro. Poi le porte si erano chiuse. Lei aveva
scosso la testa e i capelli e la mano di flanella ed era
semplicemente scomparsa.
E adesso era solo. Non riusciva a
smettere di piangere. Solo ora si era accorto che quel porto era il
luogo ideale per scuotere il proprio ciao ciao dietro ad un autobus
che se ne va: grosse ciminiere di una centrale idroelettrica, carghi
e container multicolore e il vento carico di zolfo e i turisti
contenti che arrivavano pronti a salire sul traghetto successivo,
solari e gioiosi come pietre abbandonate alla deriva, i loro vestiti
estivi e i loro sorrisi festivi e la loro felicità agostana e
nessuna traccia di smog dietro a loro, mentre lui stringeva la
bottiglietta d’acqua, solo mezzo litro d’acqua naturale a
temperatura ambiente, tra un singhiozzo e l’altro, tra una
settimana, dietro la capitaneria di porto, la rivedrei tra una
settimana, le lacrime e il muco e il pacchetto di sigarette che stava
finendo e l’amaro che si scioglie in un solo sorso fra pochi minuti
spensierato e speriamo che nessuno si accorga di me, speriamo solo
che nessuno si accorga di me.
testo: Ferruccio Mazzanti
immagine: Celina Elmi

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