«Sognare un elefante, in genere, è buon segno»
(Antica smorfia napoletana)
Avevo sempre saputo che era sbagliato
dare consigli a mio padre. Però quando venne a dirmi che si sposava
di nuovo non seppi tenermela. Ero stato un ragazzo tiepido in
famiglia e adesso da uomo me la prendevo calda come un orfano appena
fatto.
“C’è un tempo per ogni cosa!”
gli dissi cercando appigli nella Bibbia.
E non mi era sembrato il caso
d’aggiungere che il suo non era più quello di vivere. In tutta
onestà non saprei dire se a bruciarmi fosse la notizia che mi dava o
la vaga richiesta di un aiuto in danari: stavolta voleva fare le cose
in grande, finanche il viaggio che a causa mia aveva mancato nel
matrimonio con mia madre. Era chiaro come una cartolina che la mia
imprudenza di allora dava corda agli obblighi di oggi, e non credo mi
andasse a genio.
Sono un uomo di seme antico, forse per
questo gli dissi no. Un no senza speranza, senza ripensamenti
possibili. Poco dopo seppi che aveva venduto casa, e che in
lavanderia si faceva aiutare da una donna coi capelli bianchi ma
ancora lunghi sulle spalle. Una di quelle signore che non sanno
crescere.
Io, della sua attività, non avevo
voluto sentirne: tutta la vita passata a ripulire sporcizie non
poteva essere il mio ideale. Se proprio da una parte dovevo
sistemarmi, sarebbe stato sul fianco di quelli che imbrattano, e
avevo cercato lavoro in una pasticceria. Lì di certo non attaccai i
manifesti riguardo i fuochi tardivi comparsi nella vita di mio padre.
Ma non ero stupido, e capivo che quando il discorso girava su di lui,
o qualcuno lo teneva ad esempio, in realtà c’era un senso
nascosto, come un doppio fondo di valigia. In tutto ciò mio padre
era rimasto uguale (a parte i capelli che gli erano rispuntati neri
sulla testa), e nonostante quella volta gliele avessi predicate a
colori, continuava a tenermi a giorno con certe telefonate lunghe e
penose che lasciavo soprattutto a mia moglie. Un giorno poi ci invitò
a cena, me e Laura.
“E tu che gli hai risposto?” le
domandai già temendo che avesse accettato.
“Che almeno il dolce lo portavamo
noi,” rispose calma legandomi le parole.
Io me ne andai in camera e accesi la
tv sul canale dei documentari. Buona parte della notte la passai in
chiaro, e il poco che dormii me lo presi di rabbia, di spalle a mia
moglie e girato sul cuore.
Solo che al mattino mi ci volle un po’
per ricordare perché mai dovessi stare in febbre con Laura. Non
posso farci niente: questionare con mia moglie mi ha sempre fatto
sentire come un cencio dilaniato in un gioco di cortile. Mi misi
d’impegno a cercare la cosa giusta da dirle, e mi sembrò d’averla
trovata guardando sul comodino, dove l’agenda di mia moglie se ne
stava al solito posto, una matita infilata tra le pagine. A quel
punto mi alzai quasi senza pensarci, entrai in cucina e con
quell’aria malriuscita che avevo addosso al mattino dissi:
“Ma guarda un po’ che vado a
sognare stanotte!”
Bisogna sapere che mia moglie crede più
ai sogni che al Vangelo: in quel periodo teneva un’agenda in cui
annotava tutto quello che di notte ci passava per la testa, e io
tremavo ogni volta di tradire qualche mia sfuggita di cuore. Chi lo
sa, forse per un po’ di tempo si è illusa di capirci qualcosa del
nostro avvenire, almeno finché abbiamo sperato di poterci dare dei
figli.
Comunque quella volta funzionò, perché
appena parlai Laura si voltò e mi chiese di raccontare.
Avrei dovuto giocarmela meglio, lo so.
Presi tempo a sedermi come per riflettere, poi siccome sentivo i
pensieri venirmi di schiena, misi a fuoco il documentario della sera
prima e le dissi che avevo sognato un elefante. Non potevo mirare a
una cosa più stupida di quella, ragionai dopo averla tirata fuori, e
invece no: Laura batté le mani come una bambina e per giorni non
parlò d’altro. Questo sogno arrivò a raccontarlo ai vicini.
Ricordo che ancora molti mesi dopo scrisse addirittura una lettera a
suo fratello in Australia, per dirgli che stavamo tutti in quel bene
che gli auguravano, ma poi non aveva saputo frenare in tempo e aveva
chiuso dicendo “Sai che Enrico ha sognato un elefante?”
Per lei quella faccenda doveva essere
una roba seria, mentre io cercavo solo di sfebbrare i discorsi. Poche
volte in vita mia mi sono sentito così ridicolo e in colpa: un po’
perché non m’andavano certe familiarità col vicinato e un po’
perché sapevo d’averle mentito. Solo una cosa le domandai la sera
che uscimmo per andare da mio padre, mentre chiudevo la porta:
“Per favore, lasciamo a casa
l’elefante.”
E non ci fu bisogno di perdersi in
promesse o giuramenti, ho sempre saputo che potevo fidarmi di Laura.
Finsi di non sapere: né dove si
trovasse la casa, né chi fosse la donna che viveva con mio padre.
Invece ero andato a spiarli una sera sul tardi, dopo che in
pasticceria avevo preparato i lieviti per il giorno dopo. Sapevo che
alla fine s’erano sposati solo in chiesa, per mettere le cose in
ordine davanti a Dio, e degli uomini se n’erano altamente fregati:
Viola non aveva perso la bussola per mio padre al punto da rischiare
la reversibilità del marito. Di lei sapevo che era una vegetariana
convinta. Pochi giorni prima della cena aveva chiamato Laura per
informarsi sui miei gusti e quando aveva sentito che sarebbe andato
bene qualcosa di leggero, qualsiasi cosa, magari carni bianche aveva
infilato un gridolino nell’apparecchio, come se le avessimo chiesto
di padellarci un cane. Questa cosa mi aveva insuolato ancora di più
i pensieri: in pasticceria presi una delle torte congelate dal
freezer e me la feci incartare a festa. Proprio non mi venne in mente
di chiamare Viola per sentire che gusto preferiva.
Quella volta, anche se avevo girato
lentamente nel quartiere, e avevo parcheggiato in un’ombra un po’
lontana dal palazzo, ci accorgemmo di essere in orario. Bussai piano
e dietro la porta sentimmo il trambusto delle case in disordine
quando arriva qualcuno. Venne ad aprirci la donna che avevo visto in
lavanderia: bassa, i capelli bianchi ma ancora folti, stretti in una
treccia di ragazza, e di fianco un uomo più giovane del padre che
avevo lasciato vedovo e solo nella mia casa di bambino. Erano sporchi
di pittura dappertutto e mio padre aveva in mano uno di quei pennelli
grossi con le setole di cinghiale.
“Stiamo ridipingendo le pareti,”
spiegò Viola togliendomi dalle braccia il dolce rimasto in freddo
come me, che nonostante le telefonate non riuscivo a sorriderle.
Di lì a poco io e Laura ci dividemmo:
lei con Viola in cucina, da cui dovevo ammettere proveniva un buon
odore, e io con mio padre che mi portò in giro per le camere a
mostrarmi le pareti fresche di pittura.
“Vieni,” mi disse a un certo punto
guidandomi in camera da letto. Lì avevano scelto un colore
riposante, un giallo pastello che allargava l’ambiente e dava luce.
“Vedi?” mi disse indicando una
parete, “vedi qui?”
Gli feci segno di sì e lui andò
avanti.
“Qui vorrei lo stesso disegno che ti
feci in camera da piccolo,” disse. “Te lo ricordi?”
Io non me lo ricordavo e stavolta non
era per puntiglio: veramente non me lo ricordavo. Sapevo del padre da
castigo, del padrone della casa e del televisore nella domenica delle
partite, sapevo la sua voce grossa nei fondi delle camere. Ricordavo
il nemico e faticavo parecchio a trovare il padre.
Rimasi fermo a fissare la parete
giallina come se sperassi di vederci apparire quello che ormai m’era
caduto di mente. Lui mi diede tempo, ma poi quando ci chiamarono
dalla cucina e si mosse per uscire lo fermai. Volevo sapere.
Mio padre s’avvicinò alla parete,
prese una matita grossa e cominciò a fare dei segni che all’inizio
non capivo. Prima un semicerchio, poi col pastello corse in avanti,
allungò il tratto e tornò indietro; tirò veloce verso il basso e
poi risalendo disegnò qualcosa che già assomigliava a una pancia.
Furono le orecchie, forse troppo grandi che mi fecero capire. Mi
accostai anch’io, presi una matita in una busta appesa a un
cavalletto e feci la mia parte. Quando mia moglie e Viola vennero a
vedere ci trovarono lì, in silenzio, che disegnavamo sulla parete
ancora fresca di pittura. E anche se la cena era pronta e forse in
tavola, noi andammo avanti. A un certo punto mi voltai e vidi Laura
che sorrideva con gli stessi occhi di quando le avevo raccontato il
sogno. Fu allora che abbassai le braccia e feci qualche passo
indietro per guardare meglio la parete, poi senza dire niente andai a
lavarmi le mani.
Prendete un uomo, ma che sia appena
cresciuto. Ecco, prendetelo e domandategli cosa ricorda di quando era
bambino: ogni volta – potete scommetterci la casa – vi svuoterà
una gerla di pensieri inutili. Io quell’elefante sulla parete di
contro al letto (disegnato da mio padre per tenermi buono durante
una malattia infantile), proprio quell’elefante non l’ho mai
ricordato. E però ho deciso di credere a mio padre, come Laura aveva
fatto con me: perché era uno uomo vecchio che cercava ancora di
vivere; perché aveva avuto la pazienza d’aspettare che mi
spuntasse la ragione; perché in fondo, su quella parete facemmo un
buon lavoro: un elefante che ha resistito a lungo, almeno finché la
casa non è passata ad altri dopo che anche mio padre e Viola se ne
sono andati. Certe volte mi viene il pensiero che siccome adesso sono
vecchio anch’io, potrei decidermi a dire a Laura la verità sul mio
elefante, ma poi mi chiedo a cosa serva: è sbagliato non avere
segreti e ridursi come un salvadanaio vuoto, che lo scuoti e non
manda rumore.
Quella sera rientrando mi tenni di
nuovo leggero sull’acceleratore. Pensai a mio padre e per la prima
volta gli augurai del bene, forse un bene che poteva stare in un
pugno: di trovare biancheria pulita ogni giorno, e un piatto caldo
per cena, che i colori alle pareti tenessero a lungo e perché no,
che ogni tanto gli riuscisse di fare l’amore.
Quando poi arrivammo lasciai i fari
accesi contro il portone e fu guardando quel bianco che dissi a Laura
che andava bene anche per me, avviare le pratiche per l’adozione.
Era arrivato il momento, tutto qui. E poi che diavolo: avevo quasi
quarant’anni, magari ero pronto a fare il padre, finalmente, e a
finirla con le mie menate da figlio.
Da quando è diventata madre Laura non
mi ha più domandato dei sogni, e l’agenda che tenevamo non so
nemmeno dov’è finita. L’ultima volta che mi è capitata fra le
mani l’ho aperta e ho riletto quello che aveva scritto sul mio
sogno, con quella grafia attenta e chiara di chi vuole essere
capito.
Forse non ci credeva nemmeno lei che
sarei rimasto e invece ce l’abbiamo fatta.
testo: Elisa Ruotolo
immagine: Patrizia Beretta


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