lunedì 26 settembre 2016

il fatto sta




Il fatto sta che c’era un carro di morto proprio sotto casa mia, proprio lì sotto, con le porte di dietro aperte, che io i carri di morto non li potevo digerire ché mi parevano, quelle porte, porte aperte verso il nulla, che quando questo nulla ti acchiappa non è che ti lascia ritornare indietro che tu magari ce lo puoi pure chiedere, tu ce lo puoi chiedere, Che scusa mi sono dimenticato una cosa posso tornare?, no che non ti fa ritornare, non ti fa ritornare manco per niente, insomma il fatto sta che c’era questo carro, quel giorno, il diciotto dicembre dico, che io ero nel gabinetto di casa mia, seduto nel gabinetto di casa mia, la finestra aperta e vedevo quella disgrazia ferma là sotto e rimanevo seduto senza motivo, seduto nel gabinetto dico, senza fare niente, come se ero in una panchina che mi guardavo il passeggio col gelato in mano e vaffanculo allora, che mi alzai da quello schifo di panchina, chiusi la finestra e mi guardai allo specchio, lento, come al solito, ché io allo specchio mi guardo sempre lento, ché quando mi guardo allo specchio mi sento sempre un poco preoccupato, ché uno quando si guarda allo specchio, prima di guardarsi allo specchio, se non si preoccupa fa male, ché un poco si deve preoccupare, ché non sa mai quello che ci può trovare, nello specchio intendo, che magari ti sei coricato che eri perfetto la sera prima con gli occhi al loro posto il naso e tutto il resto e poi quando ti svegli qualcosa non ti torna e ci resti scimunito, e allora come al solito mi guardai allo specchio lento lento e lì sputata nello specchio c’era una faccia stramba, una faccia scolorita, che uno magari, uno a caso, mi potrebbe dire, Non ti preoccupare il fatto sta che hai visto il carro di morto e ti sei impressionato, Non è vero, gli risponderei a questo, a questo che parla dico, perché io me lo sentivo e me lo sentivo che qualche cosa stava succedendo, Il tuo problema è la febbre, mi direbbe ancora lui, sempre quello di prima, La febbre che ti spunta di sera solo di sera trentasette trentasette e mezzo e sei nervoso, e allora gli direi Sì, è vero, ma com’è possibile buttanissima della miseria che magari sono disteso sul divano con la coperta il giornale col caffè, il caffè caldo bollente, col pigiama tutto bello rilassato e all’improvviso lei, la febbre dico, mi fa visita e mi rovina la serata, insomma io mi sentivo strano, quella mattina intendo, che sono uscito dal bagno e così di sfuggita mi guardai i piedi e proprio lì nei piedi, sopra i piedi, c’erano due cani che mi guardavano male, due cani cattivi e arrabbiati coi denti di fuori che pure quella notte avevano abbaiato, forte avevano abbaiato e poi all’improvviso avevano pure parlato, per la prima volta avevano parlato, prima un cane, Ti dobbiamo solleticare i piedi che te li dobbiamo solleticare fino a farti impazzire, poi l’altro, Vieni qua che te li dobbiamo solleticare, e io mi ero svegliato di soprassalto le mutande cacate il fiato corto un rimbombo nella testa che era stato un sogno impressionante e non mi ero addormentato più, perché là, nel sogno dico, io mi vedevo chiuso dentro quattro mura e questo fatto che ero chiuso e l’altro che i cani avevano parlato, prima uno poi l’altro, mi faceva un’impressione incredibile, ecco che quando ero uscito dal bagno me li ero guardati i piedi e loro, i due cani, avevano guardato me, fu un attimo, un attimo solo e poi si erano travestiti di nuovo da ciabatte a forma di cane con la faccia di cane che quando mia madre me le aveva regalate, queste ciabatte dico, io avevo fatto la faccia di quello che non aspettava altro che qualcuno gli regalasse le ciabatte a forma di cane, Mettile che quando fa freddo ti tengono caldi i piedi, e perciò li avevo buttate in un angolo e ora camminavo coi piedi nudi per casa tranquillo e sereno che finalmente mi sentivo meglio tatatatata un rumore incredibile tatatatata che mi parevano i cani che si erano incazzati, era la porta, che qualcuno da dietro stava bussando da farla tremare, da buttarla a terra, la porta dico, Chi è?, chiesi con la voce sincopata che mi stava venendo un colpo di sale una botta di sangue un infarto preciso, Signor de vita sono io, Io chi?, Cremonesi, Cremonesi chi?, L’ingegnere del terzo piano, apra la porta, Non posso aprire, Apra è urgente, e che poteva essere successo di tanto urgente da scassare le porte degli altri che io l’avevo visto sì e no tre volte, questo cremonesi dico, e l’avevo salutato pure meno, Signor de vita apra presto non c’è tempo da perdere, era anche lui in pigiama che quando aprii la porta mi fece una brutta impressione la barba in faccia i capelli arruffati, Che cosa è successo?, Venga dobbiamo scendere nell’androne presto presto, Sì, ma cosa, che quello già non c’era più che mi aveva lasciato davanti alla porta e allora cominciai a girare come una trottola senza sapere cosa fare la testa confusa andai nell’armadio cominciai fare i giochi di prestigio con giacca pantaloni cravatta e gilè li facevo volteggiare come quelli del circo senza sapere perché, Vai, una voce di dentro mi spinse fuori di casa che io stavo scendendo a piedi nudi di corsa rientrai m’infilai dentro a un paio di mocassini neri e così in pigiama e mocassini cominciai a correre per le scale, terzo secondo primo, c’era un bordello incredibile, nell’androne dico, un bordello da fare cadere per terra le orecchie, che io guardai, per terra dico, per vedere se mi erano cadute, le orecchie dico, un bordello di voci che si accavallavano e si scavallavano che diventavano brusio frastuono baccano, Lei mi deve ascoltare, Io non ascolto nessuno se prima, Signori calmatevi, Sua suocera!, Sì, mettiamola al voto, Non dica fesserie, era uno schiamazzo incredibile che mi parevano tanti leoni rinchiusi che si stavano sbranando, Buongiorno, niente, se ne erano fottuti, che io avevo salutato e manco un disgraziato che mi aveva risposto e allora mi misi a guardare camminavo in mezzo a loro e guardavo, Calma calma, Questi signori attendono una nostra decisione non mi sembra educato che, ma di che stavano parlando che non ci capivo niente, loro erano due, di lato nell’androne, a sinistra del portone, erano due, uno secco e alto talmente alto che pareva una prolunga di quelle che si usano per le prese e l’altro più basso e con la faccia di cartapecora e guardavano, verso i leoni guardavano e sorridevano e ammiccavano e di nuovo sorridevano, giacca nera camicia nera pantaloni neri scarpe nere, erano di lato e guardavano e nel mezzo proprio nel mezzo, dell’androne intendo, c’era tutto il palazzo, il cremonesi di prima, l’avvocato ciminna, de marchis, de lisi e sua moglie, pergolizzi, il dottor trocace, eusebio trocace, medico di famiglia, il portiere tito, monsignor macchi, la famiglia stanti, insomma non mancava nessuno proprio nessuno ora che c’ero pure io, Nell’ottanta lei non votò per l’istallazione del pozzo non crederà di averla vinta di nuovo, E allora dottore mi faccia capire perché deve essere lei a decidere, mi guardava, quello più basso dico, quello con la faccia di cartapecora, mi guardava e sorrideva e annuiva e poi all’improvviso mi strizzò l’occhio, quel cornuto mi strizzò l’occhio, che per caso avevamo fatto il militare assieme, che c’incontravamo dal barbiere, Buongiorno cartapecora come va?, in salumeria, Cartapecora compra il salame che è delizioso, al pranzo della domenica, Per cartapecora il posto a capotavola!, ma chi minchia lo conosceva a questo cartapecora, Signori, secondo me si sta perdendo il vero punto della situazione dovremmo decidere, Non c’è alcun dubbio l’unica è il voto, Scusate ma noi avremmo una certa fretta, aveva parlato, quello basso, il cartapecora, e aveva una voce pure di cartapecora, tutto di cartapecora era e mentre lo diceva, questo fatto che aveva fretta, faceva gomito con l’altro e quello, la prolunga dico, rispondeva all’ammiccamento e ridacchiava, Buongiorno signor de vita, di botto come se fossi arrivato in quel momento il dottor trocace mi salutò, Signori abbiamo il piacere di avere con noi anche il signor de vita su forza salutiamo, diamo il benvenuto al signor de vita, Benvenuto signor de vita, minchia minchione minchissima, all’unisono m’avevano salutato, tutti assieme, senza manco sgarrare n’anticchia, come se avessero provato e riprovato tutta la mattina per salutare a me, Buongiorno, risposi e mi uscì una voce stridula una voce spaventata e miserabile ché lei lo sa sono sicuro che lei lo sa, la voce intendo, lo sa quando c’è un pericolo, quando ti devi preoccupare, lo sa e te lo fa capire come a volerti avvertire, come a volerti dire che lui, il pericolo dico, in quel preciso attimo è in agguato e tu non te ne accorgi, Signor de vita come va?, Bene, Siamo contenti, non è vero che siamo contenti?, Sì, siamo contenti, ma allora ditelo chiaro che vi siete appattati, ditelo che è uno scherzo, questo fatto del coro dico, uno scherzo che vi siete appattati che ci facciamo una bella risata pacche sulle spalle abbracci e baci e ve ne andate a rompere la minchia da un’altra parte, Non è per caso vero, e di colpo a quello gli uscì un tono inquisitorio, al dottore dico, si cambiò lo sguardo e mi puntò il dito che pareva che avrebbe sparato da un momento all’altro, col dito intendo, Non è per caso vero che lei da qualche sera soltanto di sera soffre di una strana febbre?, Sì, e la voce mi uscì di nuovo stridula, buttanissima, che io ci pensai e ci pensai prima di dire sì, ci pensai e mi sforzai di buttare fuori la voce più roca che avevo ma niente mi uscì ammosciata, svaporata, Sì, risposi e di botto ci fu una festa peggio che per la santa patrona, ché manco avevo finito di dirlo che tutti parevano impazziti e si abbracciavano e si baciavano e un bordello incredibile di felicità che mi sbatteva sulla faccia, questa felicità dico, mi sfiorava il petto mi rotolava nei piedi e poi spariva così come era arrivata e pure quei due ridevano, il cartapecora e la prolunga intendo, ridevano da stare male ridevano come io non ho visto mai nessuno ridere in quella maniera era una risata assurda, che io posso capire che uno fa una battuta una freddura racconta una barzelletta, La conosci quella di coso che fece la cosa e ci venne una cosa, Ah ah, e uno ride e di cuore ride ché quello ha raccontato una barzelletta e tu devi ridere e allora lo posso capire ma loro, i due intendo, che minchia ci ridevano, che ora mi avevano proprio scassato i cosiddetti che avrei voluto strappare la cartapecora arrampicarmi sulla prolunga, su su su, arrivare fino a casa mia e rinchiudermi dentro, lui poi si avvicinò a me, il dottor trocace dico, mi guardò mi squadrò e poi, Lei ha una faccia stramba scolorita, Il fatto è dottore che io non mi cautelo perché dovrei, mentre io parlavo quello diede un’occhiata d’intesa a tutto il condominio e vidi tante teste che annuivano che io non lo capivo perché annuivano e allora continuavo a parlare senza senso, Basta!, mi fermò lui e lo fece con la mano che questa mano a me mi parse minacciosa perché partì tipo film dei cawboy velocissima e netta, Dunque si è deciso ai voti tredici sì e un astenuto, Ma cosa scusate, Vede quei due signori, e indicò il cartapecora e la prolunga, Sono qui perché qualcuno ha deciso così, Non capisco, Dicono, i signori, che oggi uno di noi deve seguirli, E dove?, chiesi io e lo chiesi ingenuamente come un bambino che parla con la mamma, Lei è così cagionevole, noi ci siamo confrontati e abbiamo deciso che lei è il prescelto, Ma il prescelto per cosa?, che io non avevo mai vinto niente, manco una tombola un sette e mezzo, niente, e a questa cosa, di essere prescelto dico, non c’ero abituato, Il prescelto per seguirli, Per seguirli?, Per seguirli al camposanto, svenni e mi furono subito addosso, mi alzarono di peso e, Presto prendete la bara, mi infilarono dentro a un catafalco marrone, È solo svenuto, Occorre soppri-merlo, Sì ma come, Veleno!, No troppa agonia, Lo strangoliamo?, Sì ma chi lo fa?, Estraiamo a sorte, Signori ascoltate, occorre trovare qualcosa che impegni l’intera collettività condominiale, E cosa? e si appartarono si misero di lato e iniziarono a bisbigliare che io non potevo sentire niente a un certo punto sentii soltanto, Ci vediamo qui tra cinque minuti, e poi nulla, un silenzio totale e qualche rumore sordo, come un salire e scendere di scale e poi di nuovo, Ci siamo tutti?, Sì, Sì, Eccomi, Sì, Arrivo, Ci sono, Bene facciamo la fila, adesso mi raccomando forte e deciso, Signori, non sporchiamo per favore, era il portiere tito, con in mano una cesoia, Zac, e arrivò la prima, mi colpì fra l’inguine e la coscia, Zac, un colpo netto che mi recise un tendine, Zac, mi fece un altro buco nel naso, Zac, l’occhio, Zac, una spalla, Zac, una mano, Zac, e poi l’altra, Zac, il collo, Zac, un orecchio, Zac, la pancia, Zac, la pancia, Zac, la pancia, coltelli stilografiche apri-bottiglie seghetti un’ascia tronchesine temperini apri-scatole rasoi punte di trapano limette forbici mezzelune, ognuno aveva portato qualcosa per spir-tusare a me, che è proprio vero che uno non deve buttare mai niente ché poi quando meno te l’aspetti, Mi serve qualcosa per ammazzare il tale, Zac, e trovi quello che ti serve, Fatemi benedire la salma domani tutti in chiesa per un rosario, Guarda un po’ cos’ha ai piedi, tito vada a prendergli qualcosa di più comodo, Secondo te questo è mogano, Macché, Possiamo squagliare lo zinco?, Un attimo mettiamogli queste, Che strane ciabatte, Su presto carichiamolo sul carro, Buona giornata a tutti, Io ho fatto davvero tardi, E già a quest’ora il traffico è infernale, Cara, senti, per pranzo scongela le sogliole, Signori non dimenticate di lasciare i sacchi di immondizia davanti la porta, Alla prossima, Ci vediamo, L’ultimo chiuda il portone, e insomma il fatto sta che io quel giorno dovevo morire, il diciotto dicembre dico, che quando uno deve morire non è che può cominciare a chiedersi il perché e il per come, deve morire e basta, dov’è che sono adesso non sto male, è un po’ stretto ma mi sono abituato, ho un poco di bruciore, alle ferite dico, solo un poco ma sopporto, l’unica cosa che mi fa impazzire sono questi cani, questi luridi cani che mi solleticano i piedi.

testo: Rosario Palazzolo
immagini: RUPE



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