lunedì 12 settembre 2016

Velocità 1


Da piccola abitavo ancora nella casa vecchia di Firenze. La casa vecchia stava alla sinistra di quella che formalmente è casa mia a Firenze, abitata da quelli che formalmente sono i miei genitori.

La casa vecchia aveva due bagni: uno più grande con la vasca e uno più piccolo con la doccia e basta. Non me lo ricordo altrettanto bene, ma sono sicura di averci imparato a fare pipì e di averci usato – per la prima e l’ultima volta nella mia vita, in quel desiderio di aderire alla normalità che mi porto dietro da sempre – il dentifricio Paperino’s alla fragola con cui si lavavano i denti tutti i bambini della mia età. Una merda totale. Davanti al gusto del Paperino’s non c’era desiderio di normalità che tenesse.
Nel water del bagno piccolo c’era finita la mia scimmietta preferita, piccola e grigia, più a forma di pera che di scimmia e con le mani chiuse a pugno con l’alluce in su da infilare in bocca. Non credo che quella scimmietta  fosse frutto di un approfondito studio, sembrava più che altro una persona grassa e minuscola ricoperta di moquette grigia, ma qualsiasi cosa fosse mi piaceva un sacco e chissà come abbiamo fatto ad asciugarla, imbottita com’era.

Era nel bagno grande che si svolgeva la rituale asciugatura dei capelli, quello che sarebbe diventato il più bel ricordo della mia infanzia. Tutte le volte che accendo il phon torno lì, nel bagno grande della casa vecchia di Firenze con mia madre che mi asciuga i capelli e io che me ne sto seduta su uno sgabellino azzurro a tre gambe con una fetta di pane in una mano e una di parmigiano nell’altra. Così tutte le volte, per anni. Quei momenti per me erano come il mare calmo di chi naviga, l’unico posto che oltre al cane potrei chiamare casa.

Nella casa vecchia avevo questo accappatoio di spugna marrone, con un ricamino d’oro – che all’epoca mi sembrava la V di Visitors – sul petto. Avevamo tutti lo stesso accappatoio, ma il mio era l’unico senza cappuccio, come se la mia testa fosse destinata a essere asciugata solo con il phon.
Mia madre forse voleva sbrigarsi con il phon perché c’era da andare a tavola, e invece di pettinarmi mi scompigliava i capelli veloci con una mano perché si asciugassero prima e mi sparava il phon addosso a velocità 2. Quando era troppo vicina e mi faceva troppo caldo dicevo “brucia” e per un attimo metteva velocità 1 e mi allontanava il phon dalla testa. Ho sempre trovato che – al di là della reale necessità di asciugarsi i capelli – fosse più riposante ascoltare il phon in velocità 1.

Il bagno piccolo aveva le mattonelle sul bianco e marrone, niente di esotico, mentre il bagno grande era piastrellato chiaro bianco e azzurro e sulle mattonelle c’erano disegnati quelli che a me sembravano gabbiani come li fanno i bambini e – ora che ci penso – assomigliavano pericolosamente alla V di Visitors del mio accappatoio senza cappuccio.
Quando facevo il bagno nella vasca che mia madre non riempiva mai del tutto – forse per motivi di sicurezza perché a casa mia tutti hanno paura di tutto – mi piaceva andare con la testa sotto, ma visto che l’acqua non era mai sufficiente da rendere agevole la manovra, dovevo appiattirmi tutta sul fondo e prima di andare già gridacchiavo “guarda mamma, dimmi per quanto non respiro!”. L’avrei fatto per molti anni.

Al mare, il tristissimo accappatoio di spugna marrone senza cappuccio ma con il ricamino, lasciava spazio all’accappatoio di spugna verde che aveva sì il cappuccio, ma anche quasi dieci anni – quelli di differenza tra me e mia sorella. Complici l’usura e l’aria di mare che rovina tutto quello su cui si appoggia, l’accappatoio anche da pulito era rigidino e mi pareva di essere in frac. A me piaceva lo stesso.

Chissà perché ai bambini si infila l’asciugamano una volta usciti dall’acqua come fossero dal sarto a farsi prendere le misure. Braccio destro, braccio sinistro, alza, abbassa, fermo. Immagino facessero così anche con me, infilandomi l’accappatoio verde da ferma, come se una volta uscita dall’acqua dove nuoticchiavo fino a un minuto prima non fossi più capace di muovermi. Chiusa nel mio accappatoio-frac andavo a stendermi sotto il sole, aspettando che la spugna mi si asciugasse addosso e tenesse tutto il sale che dava all’accappatoio quel suo tipo odore di mare che nessun accappatoio fiorentino avrebbe mai avuto.
Quando sono cresciuta l’accappatoio non si usava più tanto, c’era il telo da mare che ovviava alla questione del cappuccio. L’accappatoio verde finì per diventare del cane, che almeno era della taglia giusta.

Non torno più a Firenze da due anni. Di me, oltre i libri in camera e i CD messi via insieme alle scarpe e ai quaderni dell’università, è rimasto l’ultimo accappatoio, quello che avrebbe dovuto segnare il mio passaggio all’età adulta. È di una taglia più grande e sembra più una vestaglia, a testimonianza di come, in quel passaggio, qualcosa sia andato storto.

Me lo regalarono un Natale in cui ancora qualcuno si preoccupava di cercare qualcosa che potesse piacerti, prima di passare alla busta con i soldi o a dimenticarsi direttamente il tuo compleanno. L’accappatoio è rosso scuro chiazzato di bianco, come se fosse nato bianco ma tu ci avessi ammazzato così tante persone da tingersi di rosso. Mi ha sempre dato l’impressione di avere un cadavere addosso, pesante com’è sembrava di averci qualcuno aggrappato alle spalle che ti chiede aiuto mentre sta affogando in una situazione che o te o lui.

Sono via di casa da 15 anni. Non ho una foto dei miei genitori, di mia sorella o dei miei nipoti. Le uniche foto appese sono quelle dei cani che abbiamo avuto. Tutti i Natali a sentirmi dire ma fa freddo dove vivi tu? Il fidanzato ce l’hai? E fuori le foto tristissime di vent’anni fa dove nemmeno da piccola sorridevi.
In casa mia le cose si sono sempre fatte per sentito dire: so che si deve mangiare insieme durante le feste, so di volerti bene perché i genitori devono farlo, ti do dei soldi per dimostrarti che ci tengo a te. Mio padre si era persino scritto sull’agenda il mio compleanno. Se non fosse lo stesso, i miei si sarebbero dimenticati anche il mio cognome.

Nonostante tutte queste storture, il mio attuale accappatoio mi è stato regalato dalla zia che parla solo di malattie e di ricoveri ospedalieri e mi chiede se fa freddo dove vivo. È giallo, colore che dovrebbe stare solo sui pulcini e sui limoni, ma visto che è di microfibra e pesa poco me lo sono portato dietro. Non asciuga bene come un accappatoio di spugna ma almeno ha il cappuccio e quando lo lavi si asciuga in fretta.

Dopo il bagno mia madre mi asciugava i capelli sempre nello stesso posto. Sullo sgabellino azzurro nel bagno grande della casa vecchia a Firenze e sul mobiletto di compensato rivestito bianco nel bagno al mare. Mi metteva seduta sul mobiletto ancora in accappatoio per arrivare all’altezza giusta con il phon. Le sarò arrivata allo sterno. Non ricordo di averla mai abbracciata con affetto. Ricordo il disgusto che ho provato una delle ultime volte che l’ho vista, per come si era ridotta e per come non potessi fare a meno di soffrirne. 

Qualche mese fa ho sognato che la prendevo a schiaffi, le urlavo contro che mi aveva rotto il cazzo, che non potevo perdere il lavoro per stare dietro al suo sentirsi perennemente malata. Avevo persino una macchina e me ne andavo pensando “s’ammazzasse pure”. Poi mi sono svegliata e ho accesso il phon nel bagno più lontano possibile da casa. Velocità 1.

testo: Costanza Masi
immagine: Sara Flori


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