martedì 12 marzo 2013

la casa in campagna

 "LETTURATORE" presenta
la casa in campagna

FOTOGRAFIE Giulia Mangione
TESTO Martin Hofer 
 

Sono andato a controllare in che stato è la casa. Fra due mesi arrivano i tedeschi e dovrà essere tutto in ordine.
I tedeschi. Pretendono le cose fatte a modino, quelli, deve essere tutto come dicono loro.
L’anno scorso quel crucco della malora non mi ha voluto pagare le spese extra perché non era stato avvisato in anticipo che la casa era sprovvista di televisore via cavo.
Perciò vengo qui, riapro la valvola dell’acqua, lascio scorrere i rubinetti, spazzo e spolvero, controllo se l’inverno ha guastato qualcosa.
 

Quando arriverà la bella stagione strapperò le ortiche, falcerò il prato, riempirò la vasca, ci butterò dentro qualche pesce variopinto, che con i tedeschi funziona sempre.
Di solito è difficile che arrivino a ottobre. I pesci sono buoni solo per essere guardati. Alcune famiglie se ne infischiano, altre danno loro troppo mangime e tirano le cuoia. In un modo o nell’altro crepano, entro la fine dell’estate.
Preferisco di gran lunga comprarne di nuovi ogni anno, piuttosto che salire tutti i giorni per dar loro da mangiare, mentre i tedeschi fanno grigliate col nostro barbecue, prendono il sole nel nostro giardino o scopano nel nostro letto.


 Sono entrato. Un odore familiare e pungente mi si è fatto incontro. Ho aperto tutte le finestre. Girellando un po’ per le stanze, mi sono accorto che dovrò sistemare una chiazza d’umido che si è formata nello sgabuzzino e sostituire la maniglia di una porta del salotto.
In cucina ho trovato delle merde di topo. Provvederò anche a questo, ma non è un dramma. Fa più rustico.
Quando ho girato le manopole, i rubinetti hanno sputato un liquido marroncino, poi l’acqua si è fatta fresca e limpidissima. Ho messo sui fornelli la teiera.
Questo posto me l’ha lasciato mia madre diversi anni fa. A te è piaciuto da subito. Da molto prima che esistessero i tedeschi.
Ci saremmo dovuti invecchiare, qui dentro. Il classico delirio bucolico che coglie le coppie di città a un certo punto della loro esistenza. Si stancano degli autobus stracolmi e pensano che la soluzione stia tutta nell’improvvisarsi contadini.
Ho perfino pensato di trasferirmi da solo, in seguito. Semplicemente, è mancato il coraggio.
Adesso cerco di starne alla larga, per quanto possibile, rimango giusto il tempo che serve.
Certe volte prima di addormentarmi penso alla casa. Immagino le stanze al buio, lo scricchiolare del mobilio, un’imposta che sbatte. La consapevolezza che sia qui, anche quando non la abita nessuno, mi mette i brividi.
I rubinetti di bagno, sgabuzzino e cucina hanno cominciato a sussurrare in coro i loro lamenti fradici. Anche la teiera ha emesso il suo fischio alto, severo.
Sono scattato in piedi e ho infilato la porta, senza curarmi di chiudere l’acqua, spegnere il fuoco, serrare le finestre.
Questa non è più la nostra casa, ormai, e men che meno lo sarà dei tedeschi. Questa casa non è più di nessuno. Se la mangi il vento.

2 commenti:

  1. Bello, non sapevo che facesse foto.
    M.Fasolini

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  2. Mi piace, e c'è pure un po' di Imprunenji.
    m

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