"LETTURATORE" presenta
la casa in campagna
FOTOGRAFIE Giulia Mangione
TESTO Martin Hofer
Sono andato a controllare
in che stato è la casa. Fra due mesi arrivano i tedeschi e dovrà essere tutto
in ordine.
I tedeschi. Pretendono le
cose fatte a modino, quelli, deve essere tutto come dicono loro.
L’anno scorso quel crucco
della malora non mi ha voluto pagare le spese extra perché non era stato
avvisato in anticipo che la casa era sprovvista di televisore via cavo.
Perciò vengo qui, riapro la
valvola dell’acqua, lascio scorrere i rubinetti, spazzo e spolvero, controllo
se l’inverno ha guastato qualcosa.
Quando arriverà la bella stagione strapperò le
ortiche, falcerò il prato, riempirò la vasca, ci butterò dentro qualche pesce
variopinto, che con i tedeschi funziona sempre.
Di solito è difficile che
arrivino a ottobre. I pesci sono buoni solo per essere guardati. Alcune
famiglie se ne infischiano, altre danno loro troppo mangime e tirano le cuoia.
In un modo o nell’altro crepano, entro la fine dell’estate.
Preferisco di gran lunga
comprarne di nuovi ogni anno, piuttosto che salire tutti i giorni per dar loro
da mangiare, mentre i tedeschi fanno grigliate col nostro barbecue, prendono il
sole nel nostro giardino o scopano nel nostro letto.
Sono entrato. Un odore familiare e pungente mi si è fatto incontro. Ho aperto tutte le finestre. Girellando un po’ per le stanze, mi sono accorto che dovrò sistemare una chiazza d’umido che si è formata nello sgabuzzino e sostituire la maniglia di una porta del salotto.
Sono entrato. Un odore familiare e pungente mi si è fatto incontro. Ho aperto tutte le finestre. Girellando un po’ per le stanze, mi sono accorto che dovrò sistemare una chiazza d’umido che si è formata nello sgabuzzino e sostituire la maniglia di una porta del salotto.
In cucina ho trovato delle
merde di topo. Provvederò anche a questo, ma non è un dramma. Fa più rustico.
Quando ho girato le
manopole, i rubinetti hanno sputato un liquido marroncino, poi l’acqua si è
fatta fresca e limpidissima. Ho messo sui fornelli la teiera.
Questo posto me l’ha
lasciato mia madre diversi anni fa. A te è piaciuto da subito. Da molto prima
che esistessero i tedeschi.
Ci saremmo dovuti
invecchiare, qui dentro. Il classico delirio bucolico che coglie le coppie di
città a un certo punto della loro esistenza. Si stancano degli autobus
stracolmi e pensano che la soluzione stia tutta nell’improvvisarsi contadini.
Ho perfino pensato di trasferirmi
da solo, in seguito. Semplicemente, è mancato il coraggio.
Adesso cerco di starne alla
larga, per quanto possibile, rimango giusto il tempo che serve.
Certe volte prima di
addormentarmi penso alla casa. Immagino le stanze al buio, lo scricchiolare del
mobilio, un’imposta che sbatte. La consapevolezza che sia qui, anche quando non
la abita nessuno, mi mette i brividi.
I rubinetti di bagno,
sgabuzzino e cucina hanno cominciato a sussurrare in coro i loro lamenti
fradici. Anche la teiera ha emesso il suo fischio alto, severo.
Sono scattato in piedi e ho
infilato la porta, senza curarmi di chiudere l’acqua, spegnere il fuoco,
serrare le finestre.
Questa non è più la nostra
casa, ormai, e men che meno lo sarà dei tedeschi. Questa casa non è più di
nessuno. Se la mangi il vento.




Bello, non sapevo che facesse foto.
RispondiEliminaM.Fasolini
Mi piace, e c'è pure un po' di Imprunenji.
RispondiEliminam