martedì 12 marzo 2013

PHLEAM

  li CIDDI' INVISIBILI presenta


ARTISTA: Phleam
DISCO: Death Rave
ETICHETTA: Hole-K-Hole
ANNO: 2013
GENERE: Silent Rave, Mute Disco, Slow Rave, Drill Core
VOTO: 8,5

Se siete soliti bazzicare i weekend londinesi, non avrete potuto fare a meno di notare una drastica ed evidente diminuzione di teste nei locali storicamente considerati come “i più cool della City”. Siete stati al Fabric e vi siete sentiti come a una festa delle medie? Il Ministry of Sound era popolato soltanto da italiani con le sopracciglia rifatte? Al Koko eravate voi e il dj? Plastic People deserto? Adesso vi spiego.
Erano gli anni ’90 quando “Giochi senza frontiere” chiudeva definitivamente i battenti, i Backstreet Boys cantavano “Non puoi lasciarmi così” con accento vagamente polacco, e i giovani britannici si disfacevano di droghe potentissime al ritmo di drum‘n bass, trance e breakbeat in vecchi capannoni abbandonati. Ecco, questa cosa qui della droga e della musica bella spedita la chiamavano “Rave”, e li si poteva trovare un po’ dappertutto, anche in Italia.
Poi i nostri giovani più valorosi hanno cominciato a cadere come mosche, i centri sociali hanno iniziato a organizzare serate trash (non nel senso di trash metal, nel senso di Heather Parisi) e la cosa si è un po’ ridimensionata, quanto meno ha perso molta di quella spinta che l’aveva resa una vera e propria sottocultura giovanile (tanto per dirne una, il musicologo e giornalista Simon Reynolds c’ha scritto un libro ndr).
A sancire definitivamente la morte (e la rinascita) del rave c’ha pensato nel 2006 un certo Burial, che con il suo album eponimo ci spiegava a chiare lettere che la festa era finita o, quantomeno, lo era per noi, dato che questa continuava a svolgersi dietro porte pulsanti di bassi che non ci era concesso di varcare, o dietro muri oltre cui potevamo soltanto intuire parole smozzicate e ritmiche garage spigolose. Il motivo reale per il quale Burial ha rappresentato un precedente – e viene nominato in questa recensione – è proprio per aver portato i confini del rave fuori dalla fabbrica dismessa e dentro la nostra testa. Direttamente. Dentro il soundsystem spaziale, la gente che si fa spettinare dalla cassa, i cani, gli energumeni con la t-shirt di un giocatore di basket qualsiasi. Tutto dentro, filtrato e ovattato, non particolarmente ballabile.
L’importanza di questo “Death Rave”, firmato da quel misterioso producer di Lewisham che si fa chiamare Phleam, sta proprio nel travasare a sua volta la dimensione psichica del trip post-burialiano in un contesto nuovamente fisico, che si rifà proprio al contesto suburbano di fine ‘90, pur mantenendo i connotati cerebrali e sfuggenti delle tendenze odierne.
Riecco gli scantinati, dunque, i depositi dispersi nella nebbia londinese, le cantine di Peckham, i magazzini occupati dalle parti di East London.
Di nuovo c’è che sparisce completamente il soundsystem, rimpiazzato da sofisticatissime cuffione wi-fi che ti sparano dritto nelle orecchie i bassi preponderanti e le raffiche breaks di questa nuova onda ribattezzata, appunto, “silent rave”.  
Uno spettacolo tutto da gustare, queste pletore di smascelloni incuffiati, che ballano in modo scoordinato, primitivo, sinteticamente istintivo. Il tutto nel più religioso silenzio. E il silenzio del rave mortuario viene celebrato proprio da Phleam, l’alfiere senza volto dell’isolazionismo, del party monodose.
Recuperando un suono di chiara discendenza Warp, il nostro producer mette a punto un album per lunghi tratti perfetto, senza sbavature, che spazia con gran disinvoltura fra amarcord autecheriani (la pavimentazione Idm di “Spectacles”) e suggestioni del nuovo millennio (i campioni vocali che assumono una valenza strumentale, il future garage del singolone “Oblivion”).
E’ un album che ci mette un po’ a carburare. Come annuncia la cover del disco, “Death Rave” è un pachiderma che potremmo definire di slow core elettronico, per poi crescere a dismisura nella seconda parte, dove la cassa spinge all’inverosimile e i bassi non danno tregua nemmeno per un secondo.
I tagli chirurgici di “Basement” e il rimpasto di scorie grime in “Overground” conducono in fretta e furia al conclusivo capolavoro “Hackney”, vecchia maestranza drill n’ bass che espleta al meglio il ruolo di congiuntura fra un passato ruggente e ketaminico, e un futuro fragile, solipsistico, scuro come le scale di uno degli scantinati dove settimanalmente si consumano i rituali pagani del rave silenzioso londinese.

Recensione: Martin Hofer
Cover: Bernardo Anichini

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