Quando nacqui ero come
tutti, poi sentii dolore perché mi assestarono qualche colpo e mi
incazzai e urlai. Fu il primo segno. Si aspettavano piangessi e
invece no, avrei restituito volentieri colpo su colpo.
Quando per la prima volta
mi alzai e camminai mia madre e mio padre sorridevano e tenevano le
braccia larghe ma io mi girai e corsi nella direzione opposta. Fu il
secondo segno. Non una fuga, altro.
Quando iniziai scuola, la
prima elementare, non riuscivo a parlare con nessuno per il mio
fluente italiano standard appreso in sei anni di telegiornali
pomeridiani e serali di Striscia la notizia di serie TV con
poliziotti ispettori e preti. In più usavo termini desueti anche per
le maestre. Fu il terzo segno. Marcai nettamente la differenza
rispetto ai miei coetanei, e sempre, a scuola, avrei saputo troppo
rispetto a tutti, insegnanti inclusi. Però mia madre aveva le sue
convinzioni pedagogiche, niente scuole speciali, si impuntò affinché
seguissi il corso regolare pur essendo palesemente irregolare.
Finito il liceo
scientifico, decisi di non frequentare l’università. Mi ero
torturato troppo a studiare cose con facilità, ad avere poco da
imparare, a convivere con chi ne sapeva meno di me. Questo non fu un
segno, o forse sì, non lo so. Mia madre accettò la decisione solo
perché in base alle sue convinzioni pedagogiche io dovevo essere
libero di decidere ciò che volevo. Mio padre non c’era più,
faceva l’avvocato, aveva trovato un’altra donna e io lo cancellai
dalla lista di persone che dovevo frequentare.
In questa lista erano
rimasti mia madre, un mio cugino farmacista che ogni tanto mi
regalava medicinali, la vecchietta del secondo piano – noi
abitavamo al quarto – che mi aveva sempre cucito i vestiti,
Margherita. Poi mi rifiutavo di vedere alcuno. Capitava, mio
malgrado, di incrociare vicini e parenti: la mia strategia era il
silenzio. Mia madre non interferiva su queste decisioni. Io e lei
guardavamo insieme le serie TV con poliziotti ispettori e preti e
anche se io dicevo sempre come sarebbe finita lei era felice.
Una volta le feci una
domanda.
«Mamma, cosa ti aspetti
da me?»
Avevo diciassette anni,
una t-shirt stiracchiata e una barba di settimane, ero rimasto chiuso
in camera trentasette giorni nutrendomi di patatine in busta che mi
piacevano tanto, di una scorta di biscotti e di scatolette di tonno
che pure mi piacevano tanto; uscii solo quando finii tutto. Lei dopo
quei trentasette giorni in cui non aveva mai osato nemmeno bussare
alla porta mi fissò come se non fosse accaduto nulla. Stette zitta,
mi passò uno straccio sulle labbra sporche di patatine, mi strizzò
due brufoli. Io lasciai fare perché sapevo che avrebbe detto
qualcosa. Lei era così, aveva altre priorità. Infine parlò.
«Aurelio, figlio mio. Mi
dissero che non potevo avere figli e invece sei nato tu.»
Poi ammutolì. Era
felice.
«E quindi?»
Lei fece
quell’espressione stuporosa sua con gli occhi semichiusi e le
labbra serrate e il capo pronto a scuotersi per dire “ma come?
proprio tu non capisci?”.
Io ci pensai. Dopo capii.
Mi aveva voluto dire che come non si aspettava che nascessi così non
poteva aspettarsi nient’altro. Quando ci arrivai le sorrisi e lei
sorrise a sua volta distendendo i lineamenti della faccia come a dire
“menomale”. Mia madre era l’unica a non avermi mai deluso. Il
resto del mondo era decisamente insostenibile.
Poi c’era Margherita.
Poi c’era Margherita.
Margherita viveva al
primo piano e aveva una famiglia normale, ossia un padre e una madre.
Aveva la mia stessa età. Era magra come le modelle che vedevo al tg2
costume e società, cioè era più magra della media tanto che in
certi periodi si era sottoposta a cure perché il suo era un caso
sempre ai limiti dell’anoressia con venature bulimiche. Ma sapeva
recuperare subito. Si piaceva magra, Margherita, e col tempo aveva
imparato a gestire il corpo senza bisogno di interventi esterni. Io
durante l’adolescenza la lasciavo vomitare liberamente perché
avevo imparato da mia madre che le persone devono decidere da sole,
anche quando sbagliano, e infatti a un certo punto lei non vomitò
più.
Margherita mi parlava
sempre e solo di sé. A me andava bene così. Eravamo amici.
Quando iniziò
l’università, Margherita pretese che la accompagnassi ai corsi. Io
non avevo altro da fare. Mi ritrovai ad apprendere il greco e altre
lingue antiche: non era divertente. Però c’era lei. Quando si
avvicinava qualche ragazzo mi presentava come Will Hunting. Era un
codice, voleva dire che dovevo fare come l’attore biondo nel film e
cioè interrogare il ragazzo citando diversi libri che non erano in
programma ma che lei mi aveva preventivamente obbligato a leggere
solo per queste occasioni. I ragazzi ne uscivano malconci, Margherita
rideva e così ridevo anche io. Un giorno mi obbligò a sostenere
l’esame di Letteratura Italiana dopo di lei solo perché il
professore le aveva guardato le tette tutto il tempo e poi le aveva
dato un voto basso. «Stronzo pezzo di merda» mi disse, «le mie
tette gli facevano schifo… ora vai, tocca a te». Gli citai testi
su Dante a lui ignoti che io e Margherita durante i corsi avevamo
scelto a caso nella sterminata bibliografia dedicata al poeta sempre
per il solito gioco, e quei testi fecero sudare e arrossire il
professore davanti ad almeno una ventina di studenti in attesa; alla
fine gli dissi che avevo dimenticato il libretto e lui alzò la voce
e mi insultò alleviando così i suoi dolori. Margherita fuori l’aula
rideva, rumorosamente, rideva per farsi sentire e quelle risate non
erano belle.
Margherita mi diceva
sempre cosa dovevo fare, era l’unica, e io lo facevo. Non mi
lasciava libero e questo mi piaceva. Quando festeggiò i suoi
diciotto anni mi ricordo che bevve tanta vodka poi mi portò in bagno
mi obbligò a spogliarmi e a sdraiarmi sul pavimento sotto di lei,
poi mi pisciò sulla faccia e mi obbligò a bere. Io lo feci. La pipì
era calda e bianca e aveva un sapore che non saprei dire sgradevole
ma non troppo. Ebbi un’erezione tale che appena mi sfiorò,
involontariamente, con la sua mano piccola, eiaculai. Il giorno dopo
lei non ricordava nulla, io invece sì.
Margherita aveva capelli
lunghi e lisci che spesso legava a coda di cavallo, occhi azzurri,
espressione che sembrava schernire il mondo intero. A dodici anni
capii una cosa di lei. Mangiavamo un gelato. Una macchina parcheggiò,
scese una signora grassottella con un bastardino di taglia piccola al
guinzaglio, varcò la soglia del bar, le intimarono di non estrare
col cane perché il proprietario era allergico, così lei uscì,
chiese a Margherita di tenerlo pochi minuti e lei lo tenne, varcò di
nuovo la soglia del bar, Margherita sorrise, guardò il cane,
sorrise, davanti a noi c’era la strada, vide una macchina che si
avvicinava in estrema velocità, lanciò il gelato, lasciò il
guinzaglio e il resto già lo avete immaginato. Io ero dispiaciuto,
la signora era più che dispiaciuta, Margherita no. Era crudele.
Margherita a diciassette
anni ebbe il suo primo ragazzo. Un pomeriggio mi disse di scendere di
casa alle 23.45 per farmelo vedere. La sera scesi, trovai la
macchina, una utilitaria di poche pretese, ero a qualche metro quando
vidi che lei teneva il membro turgido di lui tra le mani e lo
leccava. Lui aveva gli occhi chiusi e lasciava fare, in stato di
abbandono. Lei mi vide e mi sorrise. Io mi girai e andai via. Una
volta a casa mi masturbai.
Margherita a ventitré
anni prese la laurea breve. Mi disse che dovevo festeggiare con lei e
così mi diede un indirizzo ignoto. Erano le 22.30, bussai, un tizio
vestito da pagliaccio mi fece entrare. Io ho sempre diffidato dei
pagliacci e avevo ragione. Vidi Margherita con in pugno una pistola
che rideva sguaiata e sorseggiava vodka, a pochi metri da lei un suo
professore legato e imbavagliato con una mela in testa. Sparò, la
mela esplose, il professore urlava per quello che poteva e piangeva,
un pezzo di mela raggiunse la mia faccia. Fece sistemare un’altra
mela sulla testa di lui.
« Aurelio, tieni, tocca
a te.»
Io sapevo che era tutto
sbagliato, ma presi la pistola e puntai. Non avevo mai sparato.
Sparai. La mela esplose e Margherita rise. Fece sistemare dal
pagliaccio un’altra mela e mi disse di sparare. La mela esplose di
nuovo.
Il tempo passava e
Margherita continuava con quei suoi giochi crudeli. Io la lasciavo
fare, non potevo intervenire, non sarebbe stato giusto.
Un giorno mi fece
denudare mi legò tutto e mi tenne appeso manovrandomi con le corde e
le carrucole. Eravamo in un macello abbandonato. Non immaginavo che
quel corpo gracile avesse tanta forza. Io la guardavo annullato,
avevo preso una adeguata dose di calmanti; comunque mi piaceva
guardarla dall’alto verso il basso. Lei dopo si spogliò. Io
intanto mi eccitai ma non potevo fare nulla.
«Aurelio, cosa ti
aspetti da me?» mi chiese.
Margherita non sorrideva
e non aveva la sua solita espressione. Mi aspetto che questi tuoi
giochi li faccia solo con me, così nessuno capisce come sei. Volevo
dire questo ma quando cercai di parlare non riuscivo ad articolare le
parole. Dovevano essere i calmanti. Dovevano essere le corde.
Margherita si rivestì e
mi lasciò lì. Dopo diverse ore venni recuperato. Il macello era in
una zona isolata, era stata di certo lei a salvarmi. Avevamo
ventisette anni.
Non la vidi più, era
sparita.
E io sono solo.
Voi sapete cos’è la
solitudine del genio?
È quando capisci di non
poter avere nessun nemico. Nemico non come lo intendete voi, ma come
lo può intendere uno come me.
testo: Antonio Russo De Vivo
illustrazioni: Enrica Berselli
illustrazioni: Enrica Berselli


Una supposta nel culo. Minuscola, fastidiosa, seriale, insipida, eppure con lei che lentamente scivola sciogliendosi, impari che anche quello è tutto il tuo universo corpo. Eccetera eccetera.Piaciuto molto!(non la supposta, il testo) s.
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