martedì 9 febbraio 2016

i giorni della muscengola


È finita la stagione delle piogge. Cassandra urla, sfuria, sbatte le penne e indossa un kimono a strisce saldato al collo da un papillon, s’è vestita così per salutare Eta-31, nuda e kimono e papillon, le vesti linde della cattiva sorte. Io le dico di tacere, ché m’infastidiscono le lagne movimentate, accarezzo la carcassa di Eta-31 sul ciglio di questo muro di rovi sfilacciati da una falena albina, le liscio la testa sotto il canto imbarazzato di uno di quei barbagianni guerci che di solito vivacchiano tra i buchi spiritisti dei campanili e che, per necessità o per vezzo, quest’oggi s’è posato su una fronda di felce del signor Lì. Non c’è più vento. Da giorni il dottor Ciavosky prova a spiegare a Gamma-47 e Omega-82 come mangia un maschio adulto. Gli ha fatto una specie di disegno a fumetti, così capiscono ha detto, due schizzi di biro per il mezzo busto d’una muscengola che coglie un frutto rosso e se lo sbatte in bocca, i denti strapazzano il frutto e il macinato pastoso, intimidito dalla brutalità dei canini lunghi, spessi e torti, va dritto in fondo, giù, si perde in una vignetta nera, e poi il suono del mille-long, tutti che ballano un mille-long postprandiale: il culo alto, le mani sulla nuca e i piedi impigriti dalla sabbia che s’alza e forma minuscole dune, gote d’imbarazzo un po’ fuori misura, gialle. E poi le bestiole gridano mi mi, quella danza è il loro lento paso doble della gioia, sono strette in cerchio attorno al meteorite, saltano, urlano, il masso sputa arie ancestrali e tutto sembra d’autunno, fresco. Che dici, funzionerà? Ciavosky è fiducioso che le bestiole associno la gaiezza del ballo all’ingestione, così che almeno possano nutrirsi quando sentono di ballare, ché lo sentono spesso, quello stimolo, come quello d’accoppiarsi alla maniera dei mammiferi. Quei due però figurati, Gamma-47 e Omega-82 non hanno capito un bel niente, due minuti dopo stavano già pisciando dalla torre di guardia, un eterno fiume di piscio dall’odore di plastica bollita concimava la roccia, e giù fino alla piana delle catinelle, lì dove si abbeverano i barbagianni guerci all’ora media d’ogni domenica di settembre, ché forse per questo son guerci, per il piscio delle muscengole, e per l’ora media a cui non son certo avvezzi.



Ogni rimedio sembra inutile, siamo investiti da un senso d’impotenza, oggi, fin troppo manifesto. Che dici funzionerà? Dice sempre così, Ciavosky, e io non ho di che rispondere. Quattro giorni fa ha provato a infilare il fallo di Omega-82 in una luccicante vagina elettronica, lui si è eccitato subito, figurati, e il dispositivo gli ha contato ben otto pernacchie di sperma stimando un paio di cuccioli per pernacchia e evidenziando movimenti regolari nelle code degli spermatozoi. Ma queste sono solo un mucchio di vecchie teorie, superate. Ormai lo hanno capito tutti che l’assenza di fame non è regolata da alcun battito di coda aritmico di uno spermatozoo, e io proprio non capisco perché Ciavosky si ostini a tentare accoppiamenti con quella dannata vagina, ché fa pure tanto rumore durante l’amplesso e puzza di lubrificante sfatto. Eppure Ciavosky, testardo com’è, dice che la verità è lì vicino, a due balzi d’intelletto, s’è proprio fissato con i movimenti di coda. Dice che gli scienziati hanno accantonato la teoria della coda aritmica troppo presto, che curerà l’obesità, che gli daranno il Nobel, eccetera eccetera. Le sta provando proprio tutte, sant’uomo di un Ciavosky. Ah, eccolo che si avvicina sventolando due carte, gobbo e industrioso, pare che abbia trovato qualcosa in uno spermatozoo di Omega-82, una scriminatura sulla coda, urla. Una scriminatura? Sì, sì, una scriminatura, giustappunto a mezza coda. Bella, guarda qui, fa la coda come una testa pettinata. Ciavosky non l’ha mai avuta, la testa pettinata, credo proietti i suoi mezzi desideri sull’inerme cavillo di sperma.  È ostinato, mi sbatte in faccia l’immagine presa dalla circuiteria della vagina, io non posso non guardarla, lui insiste troppo, però vedo il solito filo di coda che mi ha mostrato duecento volte, lui mi guarda e cerca conferme, e quando fa così, non so come dire, ha lo sguardo di un Belzebù redento. Vedi che questo spermatozoo ha due teste? Qui, la vedi la riga? E l’altra la vedi? Su in cima, la vecchia testa dico, vedi com’è bella liscia? Due teste! Ho trovato il doppio! O Dio, fra poco s’arrovellerà con qualche liaison tra testa numero due e assenza di fame, ne sono certo, è meglio che lo fermi adesso, lo devo fermare, qui è davvero finita e lui non capisce. Il doppio, certo, non riusciamo che a vivere di pretesti, ormai. Che dici, funzionerà? Cosa Ciavosky, la doppia testa? Io non vedo che uno strappo di coda qui, e pure più magra delle altre, e no, non vedo nessun’altra testa, nessuna, e anche se la vedessi, se ci fossero due teste brute con gli occhi traversi, due grandi teste quanto due bocce, cosa accadrebbe? Nulla. Sono po’ duro, lo so, Ciavosky butta la mano in alto e si gira, torna in laboratorio ed è un po’ offeso, gli capita spesso, zoppica con il piede storto, maledette goccioline di nitrato d’ammonio di giovani esperimenti d’adolescenza nerd. Gli saltò l’alluce qualche decade fa e non gli è più tornato, gli sta così bene il piede senz’alluce, l’asimmetria sporca gli dona proprio. Ha ormai l’età delle bazzecole, il dottore, della cataratta, e forsanche dei pannetti sporchi. Oh… e del Nobel, certo.  
Cassandra s’è calmata, ha le penne più morbide adesso, veglia la carcassa di Eta-31 con qualche nota di gratitudine nell’espressione del muso, sarà contenta che accarezzo questo feticcio di corpo moscio, sarà tanto contenta, il kimono le va stretto, è ingrassata un po’ da quando ci alimentiamo con eccellente grasso di porco, è nutriente e le muscengole ne vanno matte quando glielo infiliamo per l’esofago con la pinzetta a U del dottor Ciavosky.
Eta-31 s’è persa due giorni fa nella piana delle catinelle, io l’ho trovata stamane, esanime sotto un pesco, per salvarsi le sarebbe bastato alzare la zampa e prendere un frutto, uno soltanto, infilarselo in bocca così come narravano le vignette del dottor Ciavosky; ma quella lì se n’è stata a giocare per tutto il tempo a qual è il filo d’erba più lungo, stupida bestia, e difatti di fianco alla carcassa ho trovato dodici fili di lunghezza superiore ai quaranta, i migliori candidati, suppongo. Ho preso il più lungo è l’ho legato al naso, così come faceva lei quando vinceva la gara con Cassandra, la gara dei fili. Era un gelido vessillo di trionfo animale, quello. Ho pure pianto.


Cassandra ci avvisa sempre quando una muscengola va fuori schema, quando scappa per il lato Sud della torre di guardia o si perde ai confini del lago d’acqua sorgiva e piscio, nella piana delle catinelle, e fa un verso che è meglio di una sirena, e noi accorriamo e riportiamo la bestiola a casa, senza guinzaglio, basta chiamarla, quella torna con le gambe intrecciate e il muso sporco di pigmenti d’erba mai masticata. Questi animali tornano sempre al richiamo, e se non le richiamassimo, io e quel sant’uomo di Ciavosky, dopo pochi giorni farebbero come Eta-31 e cioè, mancando d’appetiti e non abbisognando, nella loro mente, di alcun alimento, s’accuccerebbero sotto un pesco a giocare al filo più lungo o alla pietra più grossa, e poi lascerebbero che un’inedia felice ne prendesse corpo e spirito, sensi addormentati e addio, povere bestie. Ciavosky è da anni che prova a insegnare alle bestiole l’arte dell’istinto, del necessario, del desiderio, ma quali miserrimi risultati, povero dottore! Sono nate così, con la sazietà in corpo, proprio non lo sanno quando la fine è vicina, non soffrono, niente cali d’energia, eppure il sonno arriva, mesto e sincero, poco stanco, d’abitudine, arriva d’impatto e disinnesca la vita senza avvertimenti, non una campanella, non un fischio, non un segnale di corpo, e di spirito neppure a parlarne, nulla, o il nulla. Il nulla. La fame che non c’è mai stata, che non c’è mai, l’inappetenza senza sintomi. Lì fuori un guerriero dà di lame e schiamazzi, un neonato stride al capezzolo acché gli venga riempito il vuoto, quattro iene s’accavallano sulla carcassa di un’antilope bugiarda e ridono, e ridono al pasto, un passamontagna s’arrocca, s’arrischia, muove due chiavi e passa; tutti fanno rumore, e poi son tutti sazi, così, con l’animo placato, pacato, parco. E silenzio di notti e luna che accondiscende. Qui no. Queste bestiole son piene da principio, alla schiusa e alla chiusa, è tutto già preso, tutto già narrato. Oh… che il Signore raccolga i decibel che il mondo dice per fame, e ne porti qui un gruppetto di valorosi, che sappiano far baldoria e insegnar lo schiamazzo affamato a queste tenere bestiole, e noi, dalle panche della torre di guardia, osserveremo un pascolo di muscengole lì da basso eseguire un martellante concerto di slap di boccacce, ingurgitare fili d’erba con cui, adesso, sanno solo giocare, però allora mangeranno, perché sapranno come aver fame, e quando, e quanto, e saranno pieni d’incontenibile bassezza primordiale.


Eccolo lì, Ciavosky, porta Omega-82 a braccetto perché io possa aprirgli le fauci, è l’ora del grasso di porco, del pasto, con la pinzetta a U afferra il cubetto e lo infila giù nell’esofago pigro e un po’ matto. Omega-82 è contento, si passa una zampa sul muso come a pulirsi dai resti che non esistono, perché questo è riuscito a insegnarglielo, il dottor Ciavosky, solo questo, a spazzarsi il muso da ciò che non c’è, e sarà che l’hanno imparato perché con il non necessario ci vanno proprio a nozze, queste bestiole; è ciò di cui abbisognano che proprio non sanno, né sanno chiedere, né sanno arrangiarsi a sperare.
Ho la carcassa di Eta-31 di fianco, Ciavosky e Omega-82 di fronte, e Cassandra, la piccolina, che guarda dal basso il pezzetto di grasso di porco, ne ha voglia pure lei, e lei sa come chiederlo, con quel versaccio che sa di sirena, lei lo sa. Al volo, prendi Cassandra, gnac, gnac. Lo vedi, Omega-82, come si fa? Certo che vede, ma non capisce. Ecco, sento il rombo del pick-up del signor Lì, è finita, Ciavosky, è finita, vedrà la carcassa e ci manderà tutti a casa, ce ne sono rimaste solo due adesso, delle centouno due, Omega-82 e Gamma-47, e non la vedo da stamane, Gamma-47, Cassandra era impegnata nella veglia oggi, e chissà dov’è, Gamma-47, sotto un pesco della piana delle catinelle a giocare al filo più lungo, forse, chissà dov’è, non l’hai proprio chiamata oggi, Ciavosky? No, certo che no, tra vignette e code di sperma stai proprio perdendo il senno, mio caro dottore. Ecco, lo vedi che il signor Lì sta arrivando? Vieni qui, Ciavosky, mettiti di fianco a me, non possiamo fare altro adesso, nient’altro che attenderlo. Prendo le carte? Ma no, che vuoi prendere, Ciavosky, credi che al signor Lì importi della coda aritmica o del fumetto? Povero vecchio scienziato. Sta’ qui, resta, non possiamo fare niente, Ciavosky, abbiamo fallito di metter fame in questi corpi, e adesso basta, basta con i pretesti, abbiamo fallito nel compito di mettergli l’istinto per farle buone bestie. Aggiustati i capelli, quei pochi che ti restano, datti un contegno, io non lo voglio vedere il dolore in un corpo vecchio; dai, sta’ su, sta’ qui, diritto per favore, ché il signor Lì non abbia a vedere che t’accasci, sta’ su, ti prego, su. Devo… Devi cosa, Ciavosky? D… devo finire con Omega-82, io… devo finire. Ciavosky prende la pinzetta a U e infila un altro cubetto in quell’esofago addomesticato all’accatto, ne bastano tre, solo tre cubetti per un pasto completo. Omega-82 digrigna i denti. E trema. Gli tremano piedi, gambe, ventre, braccia, mani, e collo, molto collo, tanto da espellere due cubetti con la violenza di un atto di forza. Ciavosky gli passa uno straccio sulla fronte. Suda. Per la prima volta mi sembra tutto volontario, umano, corruttibile. Ciavosky prova con l’ultimo pezzo di porco, Omega-82 vomita ancora, e vomita, strano a dirsi, con il volto rilassato, quasi incapace, un lascito di muscoli che si muove giù per gli zigomi in un fischio, è il suo verso, quello, un fischio mogio al cui cenno Cassandra, con un frullo d’ali, gli salta tra i peli lunghi della groppa. Io e Ciavosky dovremmo cantare qualcosa, così ci pare, eppure l’unico rumore che ci viene è di tener ferme le corde, è la prima volta da quando son qui che provo vergogna, l’avevo lasciata a casa, quest’onta, e adesso ricompare dinanzi alla criniera morbida di una giovane muscengola. Omega-82 ci dà il culo e galoppa, galoppa o come diavolo si chiama quel suo modo sgraziato di prender corsa, imbocca la via della piana delle catinelle tenendo il passo. Saliamo alla torre, io e Ciavosky, respiriamo a gradini alterni, Ciavosky ha l’affanno, il respiro si fa strano e sa di mezzo, ma ormai siamo in cima, non c’è tempo per mozzarlo adesso; se è finita, che la si veda, la fine. Quant’è bello l’orizzonte della piana da qui, il tratto lontano, la luna che l’accende di asciutte tenerezze, la sabbia che sottrae rumore alle crespe del lago e a qualche saltello d’animale d’acqua dolce e piscio, e tanti, tanti alberi di pesco, un firmamento di frutta che dà simmetria ai corpi celesti. Laggiù, coperto dall’arbusto più a Nord, Omega-82 gioca con Cassandra al filo più lungo, o alla pietra più grossa, si lanciano scarti di roccia, s’abbracciano, si tengono stretti; un frutto grasso prende la via della terra, fa l’impronta e si affossa. Omega-82 s’accuccia sull’avvallamento, guarda un ramo e si siede con la testa alta. Guarda, mio caro Ciavosky, guarda lì, lo vedi cosa sta facendo? Cosa, non vedo… Lì, sotto l’albero, Omega-82 sta covando, lo vedi? Sta covando un ovetto di pesco. La bestiola fa un riso sottile, sembra ci stia guardando, si toglie l’invisibile dal muso con la zampa, come gli ha insegnato Ciavosky, chiude gli occhi e sbatte le labbra come un infante che vuole latte.

testo: Francesco Fumarola
immagini: Marta Sorte




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