lunedì 4 gennaio 2016

la pesca della radiomedusa


Quando Gufo vide allontanarsi la cittadina di San Benedetto del Tronto – il porto di cemento, gli stabilimenti con gli ombrelloni davanti, la nuvola bianca dell’umidità – sentì improvviso un formicolio avvampargli in un sol tempo entrambe le braccia. Era salpato. Poi Achille ruttò forte accanto a lui e quella sensazione svanì di colpo dalla sua pelle. Achille aveva mangiato cipolla e, forse, formaggio fritto e non pensò di scusarsi, ma si accarezzò la pancia bruna e nuda, ancora senza peli ma per forma assai simile a quella di un uomo. Gufo rise coprendosi il volto con la mano. Si sentiva onorato di essere a bordo e, nella sua testa, aveva già preso forma l’idea che la sua vita, da quel giorno, sarebbe stata diversa.

Era il 20 luglio, un martedì, ed erano appena passate le nove: l’orario e la stagione erano insoliti per la pesca. Intanto Gufo enumerava le cose che avrebbe smesso di fare in quelle giornate estive occupate fino a quel momento da passatempi segreti. Avrebbe smesso di studiare le gallerie del formicaio con la sua macchina del fumo. Avrebbe smesso di dedicare una notte a settimana all’osservazione delle Pleiadi e avrebbe forse solo rimandato la stesura e l’impaginazione del diario di viaggio di Pepe, il formidabile ciclista esploratore delle Ande. Era martedì 20 luglio e Gufo sapeva che quel giorno iniziava ciò che da grande avrebbe chiamato la vita vera. Stava seguendo questi pensieri quando Achille, tirandolo per la maglia, lo portò verso il lato illuminato del piccolo motopeschereccio.

Intanto l’imbarcazione raggiungeva a gran velocità i Fangoni, un’area a fondale basso a venti miglia dalla costa dove un tempo si pescavano seppie, naselli, qualche totano e calamaretti. Lì spense i motori e attese in silenzio. La notte prima Gufo aveva sognato una barca più grande e scivolosa, poi si era svegliato, aveva controllato il cellulare e si era rigirato non riuscendo a scrollarsi del tutto di dosso il timore che Achille e il suo babbo partissero senza di lui. Ora si guardava intorno prendendo le reali misure dell’imbarcazione. Individuò il casotto di comando da cui proveniva fumo e odore di sigaretta, poi ne fuoriuscì un omone con le spalle muscolose e la pelle nera che si tolse la mezza sigaretta di bocca per parlare. Il babbo di Achille aveva modi sicuri che Gufo ammirava. Era uno di quelli venuti dal mare con la fame, quelli che ora continuavano a vivere come se quel morso allo stomaco non li avesse mai abbandonati, anche se poi spesso nel box avevano un SUV parcheggiato. “Benvenuto a bordo. Tieniti pronto, ragazzo,” pronunciò solenne facendo l’occhiolino in direzione di Gufo. Gufo era figlio del professore e queste cose erano tenute ancora in alta considerazione da quella gente. Inoltre, durante l’intero anno scolastico, il ragazzo aveva aiutato Achille con i suoi compiti e così il figlio (un fannullone, a detta di molti) non era stato bocciato. Gufo ringraziò evitando lo sguardo diretto dell’uomo, poi, affascinato, ne seguì il movimento verso il posto di comando. La barca tornò muta e Achille si spostò a prua, seduto a indiano. 

Passò almeno un’ora. Altri piccoli pescherecci erano arrivati e si erano disposti a una settantina di metri l’uno dall’altro, eseguendo brevi manovre con il motore al minimo prima di rimanere in silenzio anche loro. Quando Gufo tornò dal giro completo della barca (che compiva ogni quindici minuti) trovò Achille tutto affacciato oltre il bordo del peschereccio. Era intento a centrare l’animale con il suo sputo e, in media, ci riusciva una volta su tre. Gufo lo raggiunse e vide subito la loro immagine riflessa e deformata su quel corpo pallido che ora trasportava almeno due strisce bianche e sottili di saliva. Gufo non aveva mai visto una radiomedusa viva prima di allora. La parte superiore dell’animale non appariva convessa come in tutte le meduse, ma leggermente concava, quasi piatta. Per questo la radiomedusa galleggiava sul pelo dell’acqua e rifletteva il mondo di sopra come un gigante cucchiaino (alcune arrivavano infatti anche a raggiungere i due metri di diametro). Gufo sentì la propria immagine sfuggirli e finire risucchiata sul fondo di quella superficie che pulsava, a battiti regolari. Achille gli disse che avrebbe dovuto sporgersi per bene verso l’acqua e urlare qualcosa. Gufo si sporse per bene e, non sapendo cosa urlare, pronunciò un “ciao” allungando la vocale finale in un suono vago finché gli durò il fiato. “Non così, guarda!” Achille salì sul piolo più alto della balaustra e urlò svuotando i polmoni: “Bella ficaaaaaaaa”. L’animale tremò tutto e, stimolato dalla voce del ragazzino, rilasciò nell’aria in un sol colpo il suo carico di suoni. In mezzo a quel gracchiare di voci straniere la manata arrivò improvvisa e silenziosa, da dietro. 
“Testa di cazzo!”, Achille si girò appiattito, tenendosi la testa, e vide il babbo dietro di lui che soffiava ira dal grande naso camuso, “di là c’è da tirarne su a quintali. A lavoro!” Trattenne le lacrime e scappò via verso le reti senza guardare Gufo, il babbo lo seguì a grandi passi sicuri.

Gufo se n’era rimasto immobile mentre le sue braccia tornavano ad avvamparsi e in testa gli pulsava l’idea di dover fare qualcosa. Guardò le reti, guardò il bordo della nave. Guardò il pannello di controllo, guardò la cella frigorifera. I suoi piedi erano pesanti. Seguì con lo sguardo Achille e il babbo attendendo con timore un qualche ordine, finché non scomparvero dietro le reti ormai issate. Gufo tornò infine a guardare l’animale in acqua. Per qualche secondo cercò con la mente un modo per tirarlo a bordo, rimuginò anche sulle carte nautiche che aveva visto e fantasticò sul percorso delle meduse attraverso il Mediterraneo a favore di corrente. Sull’ombrello piatto dell’animale gli sembrò di rivedere la scena appena accaduta sul bordo del peschereccio. Poggiò i gomiti sulla balaustra e imma-ginò che nei tempi antichi gli uomini avrebbero sicuramente pensato di poter leggere il futuro sul corpo lucido di quell’animale, decifrandone i riflessi bizzarri e le voci. Sorrise a questa sua idea e si sentì sollevato.

testo: Giovanni Blandino
immagine: Francesca Titone



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