giovedì 27 marzo 2014

la settimana di maltempo



 
Chiara raccoglie il fiato tra i singhiozzi, guarda Benedetta dritto negli occhi e dice “Tu non lo sai che significa”, mentre le sopracciglia di quella si distendono e una risata prolungata con un po’ di sforzo riempie la cucina buia.

Benedetta si discosta dal lavandino pieno di cucchiaini sporchi di yogurt appoggiata al quale ha ascoltato Chiara difendersi con la storia più assurda che le abbiano mai raccontato; accende la luce, dice “Mi sa che non lo sai nemmeno tu” e torna in camera chiudendosi due porte alle spalle.
Chiara fissa il poster del modello con indosso solo un paio di guanti da forno che Cristiana ha appiccicato sulla porta di quella cucina che forse non ha mai ricevuto la luce naturale e inizia a chiedersi se spiegare la sua versione dei fatti a tutte le ragazze una per una non sia stata la mossa più sbagliata (“una stronzata”). È che il plotone d’esecuzione, l’Inquisizione spagnola, “i giudici di X Factor” – proprio non lo avrebbe potuto sopportare.
Nicole comunque l’aveva già sputtanata, e Cristiana stava a lezione, non avrebbe potuto attendere il suo ritorno per parlare con Benedetta, farla pure ridere, quella “faccia di cazzo”. Probabilmente aveva iniziato a cercare allo specchio la perfetta combinazione di sguardo disgustato e sorriso sardonico il minuto dopo che Nicole era corsa a riferirle quella cosa che lei le aveva confidato, che Benedetta quando lei non c’era entrava nella sua stanza e si provava i suoi vestiti, si metteva il suo profumo, lo sentiva.
 

Benedetta aveva detto “No ma ti rendi conto come sta questa?” a nessuno in particolare, perché l’attenzione di Nicole era tutta rivolta al profilo di Chiara su adottaunragazzo.it. “Io le ho detto ‘Chiara, scusami tanto, perché Benedetta dovrebbe mettersi i tuoi vestiti?’ Cioè, che prove hai per sostenere una cosa del genere?” aveva aggiunto Nicole, mentre Benedetta indicava il commento imbarazzante di un ragazzo a una delle foto profilo. 
“Chiara m’ha detto, reggiti forte, m’ha detto ‘Sento il mio profumo quando rientro’.”
Nicole alla fine risolveva tutto con “È la tua parola contro la sua”, e quando Benedetta le aveva chiesto perché non avesse cacciato Chiara dall’appartamento quel giorno, quel minuto stesso, Chiara era certa che le avesse risposto come aveva risposto a lei quella sera in cui le aveva chiesto perché non cacciasse Benedetta, quando sapeva che era proprio lei “la falsa” che aveva fatto sparire cento euro dal barattolo coi soldi dell’affitto.
Cristiana aveva tenuto gli occhi addosso a Chiara tutto il tempo, in attesa di cogliere il tremolio del labbro, i battiti troppo frequenti delle ciglia, la goccia di sudore in fondo alla tempia che l’avrebbero tradita, ma lei ascoltava Nicole con l’apprensione di una madre modello all’incontro genitori-insegnanti mentre quella diceva che aveva scoperto che mancavano dei soldi, che non le risultava di averli persi o spesi ma non aveva alcuna prova per ritenere che li avesse presi di nascosto una di loro, che cento euro non erano la fine del  mondo, ce li avrebbe messi “la sottoscritta”, ma non sarebbe dovuto succedere mai più, perché nonostante l’affitto lo pagassero a lei erano prima di tutto coinquiline, e prima ancora amiche, e doveva necessariamente avere fiducia delle persone con cui viveva, per viverci.

Chiara aveva annuito e alzandosi dal tavolo attorno al quale erano riunite si era accorta che Nicole e Benedetta, invece di fissare, per pudore, un punto nel vuoto, guardavano lei. Lasciare la riunione per prima era stata la mossa sbagliata (“una stronzata”), la piega soddisfatta che andava prendendo la bocca di Cristiana glielo aveva confermato. Ma adesso sarebbe rimasta in quella stessa cucina finché non le avessero chiesto di sloggiare, e anche in quel caso non se ne sarebbe stata zitta.
Nicole dopotutto le doveva delle spiegazioni. Che cazzo di bisogno c’era di prendere la macchina e andare da Michele?

Vestirsi, uscire di casa, camminare fino al garage, guidare fino a piazza Irnerio, trovare parcheggio, citofonargli, aspettare che scendesse, magari portarlo pure a prendere un caffè, per dirgli cosa? “Lorenzo mi ha detto che tu e Chiara state ancora insieme”? Bastava un messaggio, al limite una telefonata. Farsi i cazzi propri era un’altra opzione valida. Nicole e questa pippa della fiducia. Se proprio alla fiducia ci teneva tanto, poteva innanzitutto chiedere a lei, non c’era bisogno di scavalcarla a quel modo, andare dal suo ragazzo, che non c’entrava niente, chissà cosa le avrà detto, che avrà capito.
Cristiana è apparsa all’improvviso al posto del modello coi guanti da forno e Chiara sobbalzando e arrossendo ha sentito una lacrima scivolarle da sotto il mento dentro la scollatura. Le dice “Ciao” con la voce più flebile di cui è capace mentre quella si illumina della luce del frigo aperto e inizia a riempire il ripiano a lei riservato con quello che tira fuori dalla borsa della Coop che ha poggiato su una sedia.
Chiara sussurra “Ti volevo parlare” e Cristiana si volta e la squadra: sembra che sappia precisamente quello che le vuole dire. Posa la bustina di parmigiano grattugiato, dice “Ti ascolto”, togliendosi l’altra borsa, tutta bagnata, coi libri di chimica che poi dovrà asciugare col phon, e le si avvicina. In piedi davanti alla finestra, dalle fessure delle tapparelle cerca di capire se ha smesso di piovere.
“Nicole non so se ti ha già detto qualcosa.”
Cristiana scuote la testa in un modo che non significa niente. “Comunque è il caso di darvi delle spiegazioni.” Lei respira profondamente, l’altra si siede. “La storia che mi ero lasciata con Michele, ti avranno detto che non era vera, che sono uscita con Lorenzo perché sono una troia o che ne so, perché non ci sto con la testa.” La voce che le manca alla pronuncia di “troia” non impedisce a Cristiana di rimanere impassibile. “Sì, con Michele stiamo ancora insieme, e ti dico la verità, non lo so perché ho fatto quello che ho fatto. Però quando vi ho detto – ti ricordi? – che tra me e Michele era finita, eravamo in camera mia, io piangevo come una matta – ecco, non è che piangevo senza motivo. Non sono mica Meryl Streep. È che avevo appena scoperto che mia sorella è anoressica, e non sapevo come dirlo, in qualche modo mi dovevo sfogare.”

“Chiara, metti tua sorella in mezzo? Cosa c’entra con chi ti sei scopata? L’ho vista una settimana fa che era in piena salute, tra l’altro.” I singhiozzi accelerano e si placano nel giro di un minuto e quando dice, un’ottava sotto, “Caterina sta male”, Chiara scatta in piedi, beve un sorso d’acqua dal lavandino e torna al tavolo con lo sguardo arrossato ma fermo. “Poi, dico, potevi dirlo subito che era per tua sorella, non saremmo arrivati a questo.”
“Ma non ci pensi a Nicole? Come facevo a dirle che piangevo per mia sorella, quando praticamente venivamo dal funerale della madre?”


Sulla home campeggia l’avviso Tatuati e piercingati. Scoprite la nostra selezione di ribelli, che la sta mettendo in difficoltà. Qualcosa sul polpaccio o su un polso è un conto, un tribale che prende tutto l’avambraccio un altro. Da quando ha aperto l’account su adottaunragazzo.it in ogni caso è riuscita a mettere nel carrello solo un tipo che avrebbe dovuto far parte della selezione di quelli che si radono il petto, se l’avessero pubblicizzata in un banner.
Gli aveva dato appuntamento al Verano il pomeriggio in cui  avrebbe accompagnato Nicole all’obitorio, quando lui si sarebbe preso una pausa tra le lezioni di diritto privato e di storia. Perché avesse chiesto proprio a lei di accompagnarla non le era chiaro, pensava che fosse perché si conoscevano da prima di andare a vivere insieme, lei si fidava di Chiara, le aveva detto che preferiva affittare le stanze del suo appartamento a perfetti sconosciuti, era più facile costruire un rapporto su una base concreta come le due mensilità di anticipo invece che sul tempo trascorso a scarabocchiare nomi di ragazzi sui banchi del liceo, però per lei faceva volentieri un’eccezione, dopotutto si erano perse di vista subito dopo la maturità, non le avrebbe fatto sconti e non sapeva, non avrebbe potuto sapere, che dopo l’obitorio avrebbe lasciato le sue mani percorse da tremiti incontrollabili per stringere quelle di Lorenzo di adottaunragazzo.it.

Sapeva di Michele, lo conosceva praticamente da quando lo conosceva lei, più o meno il secondo ginnasio, quella primavera in cui loro due si mandavano i messaggi della buonanotte e il giorno dopo in classe glieli faceva leggere per cercare di capire dalla sua faccia se quello che le scriveva era convincente o no, per sentirsi dire che le venivano le carie ai denti, lui non l’avrebbe mollata un attimo, si sarebbe buttato da un ponte piuttosto che lasciarsela scappare – come in effetti, con parole non così diverse, le avrebbe detto a Ostia quel giorno che prendevano l’ultimo sole prima della settimana di maltempo, quando lei pensava di ripetergli il programma che doveva portare all’esonero ma non ne aveva trovata la voglia, né allora né a casa di lui, dove l’aveva raggiunta la telefonata di Nicole, che non si capiva niente. 

Lei si era rifiutata di tornare a casa da suo padre, non avrebbe sopportato di vederlo nello stato che era la versione sublimata di quello in cui versava e che già sosteneva a fatica riflesso nel volto di Benedetta e Cristiana e nel suo, le poche volte che aveva il coraggio di uscire dalla camera, passare dalla cucina per prenderle qualcosa da mangiare ed entrare nella sua stanza illuminata dal display del telefono dicendo il meno possibile, perché niente si sarebbe potuto dimenticare, nemmeno l’invito a bere una tazza di tè, o la vibrazione che veniva dalla sua tasca a ricordarle che Michele aveva prenotato al giapponese.
A gambe incrociate sul letto ormai sfatto, mentre aspettava che suo fratello finisse di caricare le valigie in macchina – lo specchio e il materasso avrebbero noleggiato un furgone per portarli via –, non aveva potuto eliminare il suo account prima di tornare su quello di Lorenzo e al modo in cui le era apparso svegliandola da un sonno breve e pesantissimo la sera che doveva andare a mangiare il sushi ma aveva deciso di giocare col sito per appuntamenti al quale Nicole scherzando suggeriva di iscriversi anche lei; al modo in cui, all’edicola sotto l’edificio di Medicina legale, lui le aveva chiesto se tremava perché pensava che stavano facendo qualcosa di sbagliato e aveva abbassato gli occhi rendendosi conto che era una frase da fiction.
 

Nella sua stanza sulla Tiburtina, le sparatorie di GTA IV dall’altra parte del muro la richiamavano a sé più dell’odore di lenzuola tra cui non era mai stata. Aveva fissato il panorama notturno di New York su tela usato come testiera finché un punto rosa sulla cima di un grattacielo che non era l’Empire State Building non se l’era ritrovato negli occhi, accecante e minaccioso. Mentre gli restituiva i vestiti che avevano lasciati per terra dal lato del letto su cui era sdraiata a pancia in sotto, gli diceva che era fidanzata da quasi sette anni e non andava male. Lorenzo si era ravviato i capelli appiccicati sulle tempie dalla maglietta che gli entrava a fatica e aveva fatto la faccia di uno a cui non si potevano raccontare storie. Non si era accorta che il coinquilino aveva smesso di giocare e i rumori della strada entravano da infissi logori che non opponevano alcuna resistenza, rumori che la riportavano all’edicola dove avrebbe dovuto prendere il biglietto del tram e a La Figlia, I Cugini, Le Sorelle scritti sulle corone appoggiate lì accanto. Aveva detto “Non va male significa che in realtà è una merda”, e aveva cominciato a rivestirsi.

Nicole dopo uno spritz era impossibile che fosse ubriaca, ma aveva bisogno di una scusa e lui le aveva detto “Vaffanculo” già due volte, la prima quando le aveva spiegato che era al corrente del fatto che Chiara fosse uscita con uno conosciuto su internet, ma di andare in giro a dire che era tornata single, e dirlo in particolare a lei, alla quale lui credeva stesse tutto il giorno a tenere la mano, davvero non ne vedeva la necessità; la seconda, sottovoce, quando la barista del Caffè Irnerio gli aveva portato un latte macchiato, per sottolineare che se c’era uno che aveva bisogno di alcol a quell’ora del giorno era lui.
Michele con l’espressione delusa di lei non capiva che fare. Le aveva detto quello che sapeva, che anche Nicole già sapeva, e non aveva fatto scenate, come forse sperava. Voleva tenere per sé quello che aveva giurato di non rivelare ad anima viva, ma stava iniziando a dubitare della nobiltà della sua reticenza, ora che ce l’aveva davanti. In fin dei conti confrontare due sciagure non era necessariamente uno scandalo se una delle due sciagurate aveva appena rotto il patto di fedeltà che dopo anni era scontato, per quanto lo riguardava, che si rinnovasse da solo; e l’altra aveva perso un pezzo di vita.

Nicole sentiva sulla sua la mano di lui. Le diceva “M’ha fatto promettere di non dirtelo, e con me veramente ha parlato solo stamattina, era tutta la settimana che le chiedevo ‘Che hai?’, lo vedevo che non stava bene”. “Come faceva a guardarti in faccia, vorrei sapere.” “No ma chiamami Cornuto, a dirti la verità di quello non me ne frega niente, dopo che mi ha spiegato il motivo non ti voglio dire che la capisco ma ecco, la perdono.” Lei fissava il ghiaccio che si scioglieva nel bicchiere, la fetta di arancia ormai aveva toccato il fondo.
“Caterina te la ricordi, no? La sorella più piccola. Dice che è anoressica. E lo sai con Chiara quanto sono attaccate. Questa cosa la sta veramente massacrando, anche non potersi confidare con te, in questo periodo, coi tuoi guai. A me non lo diceva apposta, perché lo sa che non so tenere niente per me. Però non sarebbe stato giusto. Non ti dico che adesso lo è, ma almeno sai da che storia viene”.
Nicole era andata alla cassa e aveva pagato lo spritz e il latte macchiato con tutti gli spiccioli che aveva in tasca. Il ragazzo che aveva preso i soldi non le aveva fatto lo scontrino. Gli aveva dato del “Ladro” appena si era girata.

Vedeva Caterina al funerale, seconda fila a destra dell’altare. Portava un paio di leggings e gli occhiali da vista con la montatura viola – non si ricordava se aveva pianto. Era venuta a farle le condoglianze e aveva tirato su col naso vicino al suo orecchio. Profumava di pizza e vaniglia.



ILLUSTRAZIONI & OGGETTI & COLORE sottovuoto
PERSONAGGI & DESIGN Marta Sorte
TESTO Giacomo Buratti



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