venerdì 12 luglio 2013

PAGURO


Era successo tanto tempo prima. Tutto, però, stava ritornando così com’era stato prima di allora. I testi, quelli antichi così come quelli più moderni, prodotti dalle civiltà che avevano solcato il suolo asciutto, non portavano con loro memorie o teorie che avrebbero potuto giustificare o far prevedere un così rapido adattamento ad una rivoluzione tanto grande dei contesti di vita. Quei testi, glassati, in ogni loro pagina, con speciali vernici trasparenti ed impermeabili, erano divenuti semplicemente materiale da esposizione museale o d’archivio, testimonianza dei tempi andati. In poco più di due secoli molte delle discipline afferenti alla biologia erano state costrette a riformularsi, mettendo in discussione molti capisaldi. Le strutture polmonari, ad esempio, erano andate incontro a repentine modificazioni che, di generazione in generazione, erano andate e andavano perfezionandosi sempre di più, tendendo verso una compiuta respirazione acquatica. Le mappature più dettagliate indicavano che ormai più della metà degli alveoli polmonari si erano totalmente riconvertiti in modo tale da operare scambi gassosi con l’acqua e non più con l’aria, mentre la rimanente parte si presentava in uno stato dormiente e privo di modificazioni. Gli scienziati erano dunque convinti che una respirazione polmonare tradizionale sarebbe ancora stata ipoteticamente possibile.
    Le modificazioni evolutive, così inaspettatamente rapide, non avevano però trasfigurato, se non nella forma, almeno nella loro essenza più profonda, costumi e tradizioni. I ragazzini, dopo la scuola, si ritrovavano nei cortili a giocare a pesce-palla. I sacerdoti, nelle funzioni domenicali, celebravano regolarmente la liturgia eucaristica facendosi iniettare il vino per via endovenosa, tramite siringhe dorate. Le anime romantiche, si radunavano a contemplare le stelle marine che sui fondali disegnavano sempre nuove costellazioni.
    La città in cui Ester viveva non era molto diversa dalle altre che popolavano gli abissi. Un’area centrale, ricca e scintillante grazie ad un capillare sistema di illuminazione costituito da milioni di ampolle in cui venivano compressi pesci lanterna di varie specie, e, tutt’intorno, un’immensa periferia punteggiata di villette che, nei margini più distanti, sconfinava su immense praterie di alghe avvolte dalle tenebre. Ester abitava in una di quelle villette, costruita, come tutte la altre, su due piani. La sua stanza, al primo piano, affacciava su un piccolo giardinetto  popolato di meduse da cortile.  Già da giorni i raggi di sole riuscivano a raggiungere i fondali e a penetrare dalla sua finestra, tanto ormai era avanzato l’abbassamento del livello dell’acqua.
    Le autorità cittadine, con l’assistenza degli scienziati, i quali per primi avevano registrato già da mesi il nuovo fenomeno che poi nel giro di pochi giorni si era manifestato come inarrestabile, avevano condiviso con la popolazione un documento telegrafico in cui era prevista la data della totale scomparsa delle acque. Dopo la diffusione del documento, quasi sin da subito, si erano registrati suicidi di massa. Non tutti infatti sarebbero potuti sopravvivere. Decenni prima, tra i più benestanti, aveva iniziato a diffondersi una nuova moda. Guru della finanza, starlette in ascesa ed esponenti in vista della politica e della criminalità organizzata, si sottoponevano a costosissimi interventi chirurgici volti a cancellare la loro natura ibrida di creature per metà marine, ma per l’altra ancora terrestri. L’operazione consisteva in profonde incisioni sui due lati del collo nelle quali venivano ricavate quelle che erano a tutti gli effetti delle branchie. Per il resto, si interveniva sui polmoni, eliminando integralmente le strutture residue e inutilizzate della vecchia respirazione polmonare dei terrestri, completando perciò il salto evolutivo. Era comune osservare le branchie emergere oltre il colletto di camice candide incastonate in giacche eleganti ed impeccabili nodi di cravatta o coronare decolté impreziositi da gioielli di ogni sorta, tra gli invitati a party esclusivi e trasgressivi, ai piani alti degli edifici del centro, che gli stessi erano soliti raggiungere in sella ai loro squali tirati a lucido.  Moltissimi branchiati decisero di non attendere il compimento del corso degli eventi nel suo svolgersi naturale, ma di porre immediatamente fine alle angosce. Non passava giorno in cui, a decine, si distendevano su piccole piattaforme motorizzate appositamente costruite  e provviste di eliche, in grado di trasportarli inerti fino alla superficie dell’acqua, percorrendo centinaia di metri in pochi minuti. Una volta emersi, essi soffocavano sotto un sole implacabile.
    Quando Ester vide, affacciandosi alla finestra e guardando all’insù, il dorso di alcuni branchiati galleggiare poco distante, all’altezza del tetto di casa, capì che ormai era questione di poche ore. Il terrore che iniziò a percorrerla non impedì che alla mente le balzasse uno dei tanti racconti che la nonna era solita imbastirle la sera, prima che si addormentasse. Gli umani che avevano vissuto sul suolo asciutto, la vecchia donna le aveva raccontato, a volte si divertivano ad appoggiare un orecchio in corrispondenza della cavità di una conchiglia e, in tal modo, pareva loro di sentire la voce del mare. Ester raggiunse di gran fretta il cortiletto, afferrò la prima conchiglia che trovò e risalì  nella stanza col cuore in gola. Aveva paura. Si rannicchiò sul letto, aspettando che il nuovo misterioso orizzonte si schiudesse ai suoi occhi. “Quando le acque si ritireranno del tutto, avrò una nuova casa in cui potrò ritirarmi e ascoltare ancora la voce del mare.”, pensò, stringendosi alla conchiglia. Dopo alcune ore il suo volto iniziò ad emergere. La superficie dell’acqua continuò poi ad abbassarsi a ritmi sempre più rapidi finché, il giorno successivo, il suolo si presentava oramai pressoché asciutto.


Quando Ester, sconfitta, uscì dall’Acquario Co-munale erano passati due anni, quattro mesi, sette giorni, nove ore e una man-ciata di minuti dal prosciugamento delle acque. Sconfitta, perché i suoi tentativi di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla nuova metamorfosi in atto erano, ancora una volta, naufragati. Sottoponendo, infatti, al custode dell’Acquario il risultato delle sue osservazioni sistematiche iniziate molti mesi prima, circa comportamenti e abitudini dei pesci ospitati nella struttura, secondo cui era chiaro che gli animali stessero progressivamente assumendo sembianze antropomorfe, lui, un uomo dalla stazza titanica, tanto che riusciva a sedersi su sé stesso, era scoppiato in una serie di risate talmente fragorose che lo avevano portato sul limite del soffocamento e talmente roboanti da incrinare il vetro di una delle vasche. Ester, indispettita per la poca considerazione, s’incamminò verso casa sotto un sole cocente. Dei trascorsi antecedenti al prosciugamento non erano rimaste particolari tracce, eccezion fatta per conchiglie e scheletri di esseri marini che disseminavano qua è là il suolo. Per il resto, il mondo si presentava come una distesa infinita di sabbia, sale e sedimenti calcarei, punteggiata di edifici. Di acqua quasi nessuna traccia, se non poche riserve controllate in modo dispotico dalle autorità. Una piccola parte di queste riserve era stata utilizzata per realizzare l’Acquario e far sopravvivere i pesci superstiti, i quali, però, essendo in quantità superiore rispetto alla capacità delle vasche a disposizione, vi venivano ospitati secondo precise turnazioni. Nei lunghi momenti in cui, gli stessi, trasportati tramite un labirintico complesso di tappeti scorrevoli e raccolti nel piano seminterrato della struttura, venivano estromessi per far spazio temporaneamente ad altri, erano preda di spaventose convulsioni collettive e principi di asfissia. Doveva essere proprio in quegli istanti, Ester pensava, che il loro organismo, in stato di shock, si mobilitasse con tutte le energie disponibili per evolversi in qualcosa di diverso, di umano. Ma questa era decisamente la migliore delle due ipotesi che agitavano i pensieri di Ester. La peggiore era quella secondo cui i pesci non cercassero solamente una nuova forma che garantisse loro la sopravvivenza e la continuazione della specie, bensì qualcosa di molto diverso. Quando Ester, superata l’ultima duna, giunse a casa, salì in camera e raggiunse il bagno, in cui, grazie ad una piccola e segretissima riserva d’acqua abusiva, di cui l’Ufficio Acque Stagnanti del Ministero delle Riserve Idriche era totalmente all’oscuro, era riuscita a conservare e mantenere in vita le sue meduse da cortile. Con stupore preventivo, essendo oramai passati mesi dal riscontro delle prime anomalie, fece per affacciarsi nella vasca da bagno. Alcune meduse stavano facendo il morto a galla ed altre erano impegnate in palesi attività di nuoto agonistico. Era proprio il comportamento di quei piccoli, viscidi e adorati esserini a farle, suo malgrado, protendere per la peggiore delle due ipotesi. Le meduse, diversamente dai pesci ospiti dell’Acquario, trascorrevano infatti tutto il loro tempo in acqua, senza mai subire traumi. Dunque, lo sviluppo di comportamenti umani non poteva essere spiegato secondo teorie evolutive. Ciò che Ester sospettava, era che le metamorfosi in questione fossero spinte da facoltà intellettive inaspettate e, soprattutto, dopo un’intera epoca passata in schiavitù, nei fondali marini espropriati e colonizzati, da un unico motore: il desiderio di vendetta. Ester tornò in camera, si affacciò alla finestra e, pensierosa, iniziò a scrutare il cielo. Non più il buio delle acque e nemmeno branchiati esanimi, ma una volta celeste tempestata di costellazioni, moltiplicatesi durante l’epoca del mondo sommerso. Gli astronauti già in orbita prima dell’innalzamento delle acque, avevano continuato a vivere nelle loro stazioni spaziali e, impossibilitati nel ritornare al suolo, avevano costruito immense metropoli sospese nello spazio, secondo geometrie urbanistiche sul modello delle reti neurali.  Si diceva che i loro bulbi oculari fossero migrati verso i lati del capo, come negli uccelli. E si diceva che la loro società fosse basata su grandi famiglie patriarcali, che fossero di straordinaria bellezza e che avessero sviluppato grandi ali piumate. Mentre Ester era impegnata, come tutte le sere prima di addormentarsi, a contare uno ad uno i due milioni e trecentocinquantadue mila punti luminosi che adornavano la porzione di cielo visibile dalla sua finestra, d’un tratto, un gran fracasso la distolse di colpo, facendole perdere il conto. Si trattava chiaramente di vetri andati in frantumi. E, non vi erano dubbi, il rumore era giunto dall’Acquario Comunale.


racconto: Andrea Nevi
illustrazioni: Marta Sorte

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