LETTURATORE presenta
FLUGT
«Complimenti:
è un camper.»
Si
sveglia di soprassalto. Boccheggia senza fiato. Poi, in un sibilo,
con la bocca attaccata al cuscino, si dice: «Un camper».
Sua
moglie è stesa accanto a lui, dandogli le spalle; il naso tondo,
grosso e lucido, è puntato verso la finestra; a bocca spalancata
emette un respiro pesante, graffiato da una lieve strozzatura
all'altezza della laringe.
Rintronato,
solleva il busto e
si appoggia coi gomiti sul materasso. Avverte una vaga sensazione di
vertigine – un capogiro leggero; quasi piacevole. Nel buio denso
della camera vede ronzare davanti a sé le fastidiose scintille
elettriche da sbalzo di pressione, che scompaiono poco a poco
sfrecciando verso l'esterno delle orbite oculari, non appena il
respiro prende a tornare regolare.
Il
sogno è rimasto impresso.
Si
concentra: prova a far riapparire alcuni particolari. Cerca di
ritornare alle azioni svolte durante il sogno – qualcosa di
assolutamente inusuale ma molto piacevole, considerata la strana
adrenalina che continua a sentirsi addosso. Si impegna nel ripescare
ogni suono, odore, impressione tattile; socchiude gli occhi, lascia
andare la testa all'indietro: è di nuovo dentro.
Nel
sogno guida a velocità folle un veicolo gigantesco. Gli sembra di
sfrecciare sospeso a cinque o sei metri dal suolo, chiuso in una
specie di missile dalle dimensioni di un container. Vede la scena da
fuori: si tratta in effetti di un camper bianco e marrone, un
parallelepipedo squadrato brutalmente, con delle parti di metallo
arrugginito e altre di legno marcio e scricchiolante. Il camper,
osservato dall'alto, alza e lascia dietro di sé imponenti montagne
di polvere e terra bruciata, e taglia a metà uno scarno paesaggio
rosso e ocra, piatto, puntellato di piccolissime pozze d'acqua scura
e gruppi di sassi ammucchiati, ammassi radi di rocce friabili; questo
strano deserto è infine sovrastato da un cielo blu intenso, luminoso
e al tempo stesso opaco – un cielo vivido, cangiante, sospeso tra
quello di un primo mattino e uno da pomeriggio inoltrato, prossimo al
tramonto.
Alla
guida del camper stringe un volante di gomma dura e liscia – della
stessa temperatura delle sue mani – e lo fa scivolare ritmicamente
prima verso destra e poi verso sinistra; nello stomaco avverte una
piacevole sensazione di vuoto, che sale e scende in continuazione,
dallo stomaco alla gola e dalla gola allo stomaco. Maneggiando il
volante non smette un attimo di ridere.
«Un
camper», ripete bisbigliando. Sua moglie comincia a russare in
maniera fastidiosa. Troppo. Riapre gli occhi.
Se ne va in cucina, senza accendere le luci. Tiene le braccia tese
avanti a sé e trascina i piedi senza staccarli dal pavimento.
In
cucina il buio è meno denso. Gli
scuri
sono abbassati per metà. Dal vetro della porta che dà sul piccolo
giardino si intravede l'alta siepe che fa da recinto alla casa,
illumiata da una tenue luce argentata, notturna. Mai guidato un
camper, pensa. Va verso il frigorifero e tira a sé la maniglia di
metallo cromato. Una luce giallognola lo inonda all'istante, e lui
stringe gli occhi, voltandosi istintivamente di lato. Con la testa
girata, allunga un braccio e tasta una fila di cartoni e bottiglie.
Prende un cartone. Quello del latte. Richiude il frigo e apre una
piccola fessura tra le palpebre. Si dirige verso il tavolo, tira a sé
una piccola sedia di legno impagliata e ci si siede. Comincia a bere
il latte dal cartone. «Un camper», dice a bassa voce. Ha lasciato
aperte le porte e dalla camera da letto riesce ad arrivare il respiro
strozzato di sua moglie che sembra il rombo di una motosega.
Posa
il latte e sbatte di peso entrambi i palmi sul tavolo. La fede della
mano destra, colpendo la superficie di fòrmica, tintinna per un
istante, insieme a un suono più grave e sordo, ma della stessa breve
durata.
Prova
a guardarsi le mani. Riesce a vedersele, nonostante il buio. Che
brutte mani, pensa. La forma gli pare strana, e persino inquietante –
tutt'altro che mani di un essere umano. Gli sembrano due leoni marini
spiaggiati; scomposti, agonizzanti, girati sul dorso; uno dei due
strozzato da un sottile collare di ferro.
*
* *
Lasse
Kristoffersen è nato a Odense, nel 1961. Il ventuno dicembre, alle
sei del mattino. Quattro chili e mezzo.
Suo
padre il giorno del parto non c'era: faceva l'operaio edile ed era
stato chiamato tre giorni prima a Copenhagen, per la costruzione del
nuovo edifico della Danske Bank.
Lasse
era il secondo figlio. Il primo, che portava il suo stesso nome, era
morto due anni prima, all'età di quattro, a causa di una meningite
fulminante. Lasse si è ritrovato figlio unico, con due genitori
severi e scostanti, in un povero sobborgo di Odense.
Lasse,
in pratica, è cresciuto da solo. I suoi genitori erano due tipi
strani. Con loro gli capitava di sentire storie inadatte a un
bambino, di avere dialoghi incomprensibili, o semplicemente
surreali.
Sua madre era di origini tedesche e l'unico racconto che gli
concedeva era quello dell'infanzia e dell'adolescenza trascorse a
Oksbøl,
nello Jutland sud-occidentale, dove nel 1945, cioè dopo la seconda
guerra mondiale, venne messo su un campo – più di un campo, quasi
una vera e propria cittadina – per i rifugiati tedeschi minacciati
dall'arrivo dell'Armata Rossa; col padre, invece, l'unico argomento
era il fratellino morto: voleva farne un pilota di formula 1, diceva,
ma anche un medico, o un architetto, o il sindaco di Copenhagen. A
Lasse non rimaneva che ascoltare, e fantasticare per conto
suo.
Abbandonata
la scuola e i genitori,
Lasse le ha provate tutte: facchino d'albergo e facchino alle
ferrovie; poi, presa la patente di guida, traslocatore e camionista.
Guidare era forse la cosa che gli riusciva meglio, ma, come dire:
troppo irrequieto, troppo svagato per starsene tranquillo e mantenere
un mestiere. Lasciava o perdeva un lavoro dopo l'altro. Cameriere,
commesso, venditore ambulante; poi di nuovo facchino ai mercati
ortofrutticoli; ma il giorno dopo, apprendista manovale, apprendista
meccanico e apprendista cuoco. Anche boscaiolo. Lasse è riuscito a
sopravvivere passando di mese in mese da un lavoro all'altro,
girando, dai vent'anni in poi, la Danimarca, penisola e isole, in
lungo e in largo: dalla Fionia allo Jutland, dallo Jutland alla
Selandia, dalla Selandia di nuovo allo Jutland, e poi ancora in
Lalandia. Paesi, città, coste, pianure.
Nel tempo, ha messo da parte poco o nulla – circa settemila corone
in più di quindici anni – e quel poco lo ha perso affidando la
piccola somma a un suo conoscente che si diceva esperto di finanza,
borsa, mercati azionari: addio risparmi. Si è ritrovato all'età di
trentasei anni senza nulla in tasca. Il necessario per non ritrovarsi
a vivere da vagabondo.
Ha
superato i quarant'anni senza nulla di concreto in mano. E da solo.
Senza una donna, né un amico. Per un mese, nel 2001, ha vissuto
persino in una specie di casale appena fuori Odense – una comune in
cui dormivano e mangiavano intere comitive di hippie,
ma di quelli tardivi, giovani e non più giovani, perennemente sotto
effetto di droghe –; ha trovato, al solito, i suoi brevi lavoretti,
fino a che, nel marzo 2002, di ritorno nella sua Odense, Lasse
incontra finalmente una donna con cui stare: Mette Søndergaard.
Mette,
al tempo, era cameriera del Den Gamle Kro – un vecchio e famoso
ristorante del centro di Odense, di quelli che da fuori sembrano
antiche locande medievali fatte di pietra bianca e legno nero.
Lasse
era un omone ormai stanco, ma ancora piacente; Mette, invece, una
giovane donna delusa da una serie di rapporti sbagliati, che
l'avevano lasciata esangue. Si sono sposati dopo tre anni di
fidanzamento. Dopo altri cinque, passati a lavorare entrambi come
camerieri al Den Gamle Kro, sono riusciti a mettere da parte un bel
gruzzolo per comprare una casa.
Hanno
deciso di cambiare città. Lasse ha convinto Mette ad andersene sulla
penisola, avendo come meta Oksbøl – la città d'origine della
madre di Lasse. Lì hanno comprato una casa abbastanza grande e a un
prezzo ben più che conveniente – una di quelle casette che di
solito si dicono incantevoli, con tanto di giardino – in un una
zona tranquilla e popolata da gente rispettabile.
Da subito si
sono messi a cercare lavoro come camerieri e per un paio d'anni hanno
passato in rassegna tutti i ristoranti della regione. Finché Lasse,
nel pieno – così diceva – della sua maturità, nel momento che
egli stesso ha giudicato come il più sereno e propizio della sua
intera vita, ha deciso di mettersi in proprio e aprire un suo
ristorante – suo e di Mette, ovviamente. Un fish & chips sulla
spiaggia di Blaavand, affacciato sul Mare del Nord: il Mette og
Lasse.
Quello
è stato un periodo felice per Lasse. Ogni giorno, durante la
stagione estiva, se ne stava al sole, durante le brevi pause, a
guardre la sua Mette correre fra i tavoli. Ne guardava i lineamenti
delicati, i capelli neri e lisci mossi della brezza incessante; gli
occhi blu, blu profondo e distante, e si diceva, e diceva a tutti,
nel più banale dei modi – come anch'io ho detto poco fa – che
era sul serio, e semplicemente, un periodo felice.
*
* *
«La
balena bianca che solca il Mare del Nord.»
In
macchina, parcheggiato davanti alla filiale della Danske Bank di
Oksbøl, conta compulsivamente le 9.700 corone prelevate dal suo
conto appena rimasto a secco. Dopo il decimo conteggio – l'ultimo –
Lasse infila la dozzina di mazzette di banconote in un sacchetto di
carta, e lo sistema in fondo al vano portaoggetti. Poi, dopo un paio
di singhiozzi, riesce ad avviare il motore della sua Citroen AX del
1995, verde smeraldo, puntellata di incrostazioni calcaree, e se ne
va in direzione sud-ovest, verso Kjelst, ad appena un quarto d'ora
d'auto.
Tornato
a casa, dice a sua moglie di aver concluso un affare. La moglie,
preoccupata – un'espressione di preludio a un indefinito terrore le
si forma immediatamente alla parola “affare”, e il naso tondo e
grosso diventa simile a una brutta mela raggrinzita – chiede di che
cosa si tratti. E Lasse, fingendo un'assurda tranquillità,
candidamente risponde: «Un camper: ho comprato un camper.»
Brigit
Jacobsen gira per la casa sgambettando, goffa, urlando parole senza
senso, frasi sconnesse. Si mette le mani tra i capelli, poi le porta
immediatamente al petto e infine le alza sopra la testa, scuotendole
con forza, a pugni stretti. Lasse la guarda in piedi, immobile, dal
piccolo ingresso, accanto all'attaccapanni. Delle incomprensibili
parole urlate da sua moglie, l'unica che riesce a capire, ad
ascoltare in maniera distinta, è «vivere». Non si potrà più
vivere? Come riusciremo a vivere? Con te è impossibile vivere? Lasse
occhiude gli occhi e pensa a dove poter racimolare qualche altra
corona.
L'indomani,
Lasse si sveglia molto presto per tornare a Kjelst e ritirare il suo
camper.
È
un Fleetwod Bounder del 1986, modello base. Appena trentamila
chilometri. Usato un solo anno. La mobilia interna originale è stata
sostituita da pannelli di compensato. C'è un lavabo in acciaio senza
vani sottostanti, un divanoletto imbottito di gommapiuma e un
fornello a gas.
Fuori
è bianco e con molte scrostature sparse su tutta la superficie. È
un gigantesco blocco rettangolare, che va a tagliarsi di
quaranticinque gradi all'altezza del muso. Su entrambe le fiancate,
per tutti i suoi nove metri e mezzo di lunghezza, una striscia rossa
continua, con la scritta Kongeriget
Danmark ripetuta
dal vano posteriore fino al muso.
Alle
sette in punto, Lasse esce di casa. Sua moglie dorme. Se ne va a
piedi verso la stazione degli autobus.
Sovrappensiero,
percorre il tragitto più lungo: invece di andar dritto, come
dovrebbe, si sposta di qualche isolato verso est. Cammina a testa
bassa, tenendo le mani in tasca. Percorso un centinaio di metri,
d'istinto, Lasse alza gli occhi. Si ritrova davanti la casa del
Dottor Friis. Friis il neurochirurgo. Si ferma di colpo. Aggrotta la
fronte, apre la bocca e per un attimo gli sembra di perdere
l'equilibrio; apre le braccia e si pianta immobile, al centro della
strada, a gambe divaricate. Strizza gli occhi. Si passa una mano tra
i capelli. Accostata al marciapiede, davanti alla casa del Dottor
Friis, c'è la sua Lotus Elan del 1971: lucida, bassa sportiva,
affusolata, il blu distante della carrozzeria che da sempre ipnotizza
Lasse mandandolo in una dimensione ultraleggera di vento e libertà e
di luminosità che sfreccia veloce e... scuote la testa. Sbarra gli
occhi. Dice: «Tornati.» Quando c'è la Lotus Elan significa che il
Dottor Friis e sua moglie Mette sono tornati a Oksbøl.
Il
Fleetwood Bounder bianco e scrostato ha un motore ancora in buone
condizioni. Sul breve tratto di strada statale sfila senza fatica ai
centoventi orari, producendo appena qualche scricchiolio interno.
Tornato
a Oksbøl, Lasse guida lento per la città, distratto dal pensiero di
Mette. Non la vede da un anno. Forse un anno e un paio di mesi. Mette
e suo marito, il Dottor Friis, tornano a Oksbøl ogni anno da
Copenhagen. Ogni volta vede prima la Lotus parcheggiata; poi il
Dottor Friis; infine Mette. Ogni volta, dopo che se ne sono andati,
Lasse cade in uno stato di profonda apatia e tristezza. Ma nasconde
tutto talmente bene che è difficile, per chi gli sta accanto,
parlare di depressione, di nostalgia. Mentre pensa a quale possa
essere la differenza fra depressione, malinconia, nostalgia e
semplice tristezza, Lasse imbocca la strada di casa del Dottor Friis,
dove a circa cinquanta metri è ancora parcheggiata la Lotus Elan.
Guarda
nello specchietto retrovisore. Non c'è nessuno. Sono le nove del
mattino e l'isolato è perfettamente silenzioso. Una signora, nel
giardino della propria abitazione, poco distante, sulla sinistra, è
intenta a strappar via delle erbacce. Lasse ha lo sguardo fisso
avanti a sé. Innesca la retromarcia e dà gas per una ventina di
metri. Si ferma. Ma riparte subito innescando prima e seconda,
affondando il piede sull'acceleratore: il motore romba e sale di
giri, il suono tende a diventare sempre più stridente, ma non ha il
tempo di arrivare all'acuto – lo scontro frontale, un frastuono di
lamiera e legno e vetri, secco, il rumore di un'esplosione senza eco.
La signora, nel suo giardino, salta sul posto, si porta le mani alle
orecchie, indietreggia, barcollando, e poi cade all'indietro,
sull'erba, a bocca aperta e occhi sbarrati.
*
* *
Mette
ha reso Lasse un uomo più tranquillo. Ma Lasse, della tranquillità,
non ha mai saputo che farsene. Anche se è sempre andato dicendo che
alla solita vita d'inferno avrebbe preferito la vita serena che
fanno tutti.
Si vedeva e si credeva un povero diavolo tormentato, Lasse. Diverso
dagli altri. Così, con Mette, l'idillio non è durato molto.
Il
Mette og
Lasse
ha cominciato a fallire da subito. Lasse ci è stato dietro i primi
mesi, ma poi, man mano, ha lasciato tutte le responsabilità sulle
spalle di Mette. Mette è stata molto paziente. Ma in breve tempo il
lavoro e la gestione del ristorante l'hanno semplicemente
sopraffatta.
Gli
affari in malora erano il sintomo. Lasse non ci stava con la testa. E
nel giro di un anno ha mandato in malora anche il rapporto con Mette.
Più si cercava di sistemare le cose, più si peggiorava.
Lasse
è un buono, una brava persona? Forse. Ma un'anima solitaria. Questo
è Lasse. Un'anima solitaria e in pena. Amava Mette, ma in quel
periodo ha persino trovato il tempo di tradirla. Si è maledetto più
di una volta, per questo. Ma Mette era ridotta male. Molto male.
La
banca gli ha tolto il ristorante e loro sono tornati a fare i
camerieri. Mette era al limite.
Ma
un giorno – vedi tu la Provvidenza. Un giorno, al vecchio Oksbøl
Pizza – un ristorante del centro di Oksbøl tanto famoso e
frequentato quanto sudicio –, Mette fa l'incontro che gli salva la
vita.
Lavorava
lì come cameriera. Va a prendere le ordinazioni a una tavolata di
vecchi in giacca e cravatta, di quelli che con un posto come l'Oksbøl
Pizza non c'entrano nulla, che sono lì per una serata alla buona,
pure se vestiti di tutto punto, come d'abitudine. Alla tavolata,
insomma, c'è il Dottor Friis. Il neurochirurgo. Quello famoso in
tutta la Danimarca. E al dottore gli basta una sera – forse una
sera e una mattina, e pure un pomeriggio; o forse gli è bastato uno
sguardo per portarsi via Mette da Oksbøl. Non che ci volesse tanto,
viste le circostanze.
La
vita di Lasse finisce qui. Mette gli lascia la casa e se ne va a
Copenhagen col dottore. Lasse ci prova; ma la vita, per lui è finita
sul serio. Finge di andare avanti. Finge bene. Continua a fare il
cameriere. Finge sempre meglio. Ma quando è da solo si lascia
andare. Ingrassa. Invecchia di dieci anni in un mese. Capisce che
così potrebbe andare a finir male. Dopo il divorzio con Mette,
conosce Brigit Jacobsen, una sarta di Oksbøl, di dieci anni più
grande di lui. Dell'aspetto di Brigit è meglio non parlare.
Comunque, Lasse fa questo per istinto di conservazione. Si risolleva
un po'. Con Brigit lo si rivede persino sulla spiaggia di Blaavand.
Lo si rivede persino sorridere.
*
* *
«Giona
nel ventre del Grande Pesce.»
Parcheggia
il camper poco lontano dal faro di Blaavand. Il fanale sinistro è
andato. Il paraurti, dallo stesso lato, è incassato nel muso.
Qualche segno di vernice blu. Ma il motore continua a funzionare:
nessun danno.
Scende
e se ne va a piedi verso un piccolo edificio isolato – un
minimarket che tiene esposti ombrelloni, teli, sdraio, a due passi
dalla spiaggia. Entra. Prende un cesto di plastica rossa dalla pila
sistemata vicino l'entrata. Senza nemmeno pensarci si dirige verso
l'angolo degli alimentari. Riempie il cesto di plastica con scatole
di legumi e carne essiccata e in gelatina. Poi va a prendere un altro
cesto. Lo riempie di soli barattoli di aringhe affumicate sotto sale.
Va verso il bancone, posa a terra i due cesti, allunga un braccio
verso la parete accanto alla cassa e prende: una piccola radio fm,
rossa e blu, sferica; due bloc notes a spirale; due penne bic nere.
Per
arrivare nello sterminato parcheggio all'aperto di Ål Plantage ci
mette appena venti minuti. È la prima volta che Lasse si avvicina
così tanto alla foresta di cui sua madre gli ha raccontato per anni.
In quel luogo, migliaia di rifugiati tedeschi vennero ospitati dopo
la seconda guerra mondiale. Civili e soldati. Sua madre, di origini
tedesche, gli raccontava dei rapporti che aveva con i ragazzi e le
ragazze del campo, ma lui voleva sapere dei soldati. Soltanto dei
soldati. Voleva sapere dei soldati ma sua madre non ne sapeva nulla.
Vicino
al parcheggio c'è un gabbiotto con dentro due vigilanti. Lasse gli
chiede se è possibile addentarsi dentro Ål Plantage. Uno dei
vigilanti gli risponde di sì. Ma solo per un breve tratto. Ci sono i
cartelli a segnalare fin dove. Poi, il vigilante gli fa notare il
fanale rotto; gli dice di tornare indietro ad aggiustarlo prima che
faccia buio. Lasse sorride, annuisce, saluta e si volta per
andarsene.
Torna
a bordo del camper. Fa manovra per uscire dal parcheggio e imbocca
l'entrata principale di Ål Plantage. Abbassa l'aletta parasole.
All'interno, una scritta fatta col pennarello, color nero. Flugt.
Fuga.
Lasse
continua a guidare. La strada battuta diventa sterrata e sconnessa
dopo appena cento metri dall'entrata.
La
cittadella di rifugiati tedeschi di Ål Plantage aveva anche il suo
cimitero. Nel tempo, dopo che nel 1948 il campo venne dismesso, sono
stati contati almeno centoventi corpi di soldati tedeschi sepolti.
Eccola, pensa Lasse. Questa è l'immagine definitiva della sconfitta.
Del tentativo di un'impresa mai veramente capita, e naufragata. E
ogni sconfitta, pensa Lasse, fra sé, porta con a un irrimediabile,
incontestabile esilio. E l'esilio è il luogo finale. «Dov'è che
devo stare», si dice.
Il
camper si addentra di oltre un chilometro dall'ultimo cartello di
accesso vietato. Tranne qualche visitatore, perlopiù gruppetti di
quattro o cinque persone, nessuna traccia di ulteriore vigilanza. Il
sole sta per tramontare; forse si faranno vivi un'ultima volta prima
che sopraggiunga del tutto il buio, pensa.
Arriva
in uno spiazzo senza alberi. Al centro, un edificio basso e a pianta
quadrata, piuttosto malandato. Spegne il motore. Si alza e si
sgranchisce schiena e gambe. Scende dal camper. Va verso l'edificio.
Si guarda intorno: è l'imbrunire, e nei paraggi non c'è
nessuno.
Il
Fleetwood Bounder, in quell'ora dai colori piatti e desaturati, gli
pare una grossa balena immobile al centro di un immenso fondale
marino.
Dà
un'ultima occhiata all'edificio. Torna dentro al camper. Accende la
lampadina nell'angolo notte. Apre due scatolette di legumi. Le mangia
voracemente. Si stende sul divanoletto. Cade addormentato in pochi
istanti.
È
la mattina del terzo giorno.
Si
sveglia intorpidito. Va verso il lavabo dell'angolo cucina con gli
occhi ancora chiusi. Si sciacqua il viso.
Le
sette e venti. Esce dal camper. Ancora nessuno nei dintorni. Si
sgranchisce le gambe, stira le braccia verso l'alto, piega un paio di
volte la schiena. Alza lo sguardo: il cielo è leggermente opaco; ma
emette, come fosse un'impercettibile pulsazione, un bagliore chiaro
dilatato, con una cadenza irregolare. Non ci sono nuvole e il sole è
ancora lontano dallo zenit.
Torna
nel camper. Prende uno dei due bloc notes e entrambe le penne bic.
Scorre cinque pagine ricoperte da cima a fondo di piccolissimi
caratteri. Si ferma alla prima pagina bianca. Sta scrivendo una sorta
di diario – frammenti di impressioni e pezzi di una biografia. Da
terra raccoglie la radio fm. La accende. In programmazione c'è un
brano di musica classica: archi lenti e distesi, corni lontani,
trombe che vibrano basse e in contrappunto. Lasse fissa per qualche
secondo il foglio bianco. Poi, quasi d'impeto, attacca a scrivere,
raggomitolato sul ginocchio sopra il quale tiene il bloc notes.
*
* *
Lasse
Kristoffersen ha sempre parlato poco. Molto poco. E non ha mai avuto
amici veri. Quando se ne è andato – quando ha distrutto la
macchina del Dottor Friis, quando ha fatto prendere un infarto alla
povera signora Lindgaard, quando ha lasciato sola la povera Brigit
che ovviamente non ha retto – nessuno fra conoscenti, vicini,
colleghi, è riuscito a spiegarsi un comportamento simile. Il
classico esempio dell'uomo che indossa una maschera in mezzo agli
altri, una maschera di quiete, quando dentro è tempesta, è maremoto
– questo era Lasse.
Una
mattina, Lasse si alza e decide di lasciare tutto. Di lasciarsi alle
spalle un'esistenza. La propria vita.
Era stanco, era infelice –
è crollato da quando Mette se n'è andata via. Ma non si tratta solo
di questo.
Lasse ha seguito il suo istinto. È andato a
completarla, la sua esistenza. Non è andato a farla finita. È
andato riprendersi qualcosa. Questo è Lasse Kristoffersen.
Lasse
Kristoffersen è un camper.
*
* *
Alla
radio hanno appena dato notizia della scomparsa di Lasse
Kristoffersen, cinquantacinque anni, di Oksbøl ma originario di
Odense, alto all'incirca un metro e ottanta, corpulento, capelli e
occhi neri, e poi, subito dopo, la notizia della morte della moglie
di Kristoffersen, Brigit Jacobsen, sessantatré anni, deceduta a
causa di complicazioni respiratorie in seguito a una sincope
cardiaca, e infine, prima del notiziario sportivo, la descrizione del
suo Fleetwood Bounder del 1986, lungo nove metri e mezzo, bianco con
strisce orizzontali rosse, visto per l'ultima volta nei pressi della
foresta di Ål Plantage, nella quale sono in corso da due giorni le
ricerche per ritrovare Kristoffersen.
Appoggiato
di schiena al camper, Lasse guarda l'edificio basso color fango,
distante un centinaio di metri. Continua a pensare a una spiegazione
logica del perché nessuno sia riuscito a trovarlo all'interno della
foresta di Ål Plantage nonostante si sia addentrato di nemmeno due
chilometri.
In
tre giorni non ha visto nessuno. Né persone, né veicoli, né luci
di alcun tipo. Tantomeno ha sentito volare elicotteri. Insiste nel
pensare a una spiegazione logica; ma sa che questo tentativo di
ricostruzione, del mettere in piedi una spiegazione plausibile, è
più un passatempo che non un suo vero bisogno di comprendere cosa
stia succedendo.
Raddrizza
la schiena e torna dentro al camper. È mezzogiorno. Per un attimo
gli viene in mente un'immagine: lui e Mette, tranquilli, innamorati,
seduti uno accanto all'altra nel parco di Kjelst, ma subito
l'immagine gli sfugge, e gli compare un pensiero angosciante,
violento; il pensiero che Mette potrebbe non esser mai esistita –
che quel giorno in cui si sono trovati seduti uno accanto all'altra,
tranquilli, innamorati, nel parco di Kjelst, semplicemente non c'è
mai stato.
Va
verso l'angolo cucina e prende una scatoletta di aringhe affumicate.
La mangia quasi ingozzandosi. Torna al divanoletto, spegne la radio e
fm e si sdraia.
Nel
sogno, lui è un camper che col muso fa rientrare in acqua due grossi
leoni marini.
testo: Stefano Felici
foto: Giulia Mangione




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