li CIDDI' INVISIBILI presenta
ARTISTA: Phleam
DISCO: Death Rave
ETICHETTA: Hole-K-Hole
ANNO: 2013
GENERE: Silent Rave, Mute Disco, Slow Rave, Drill Core
VOTO: 8,5
Se
siete soliti bazzicare i weekend londinesi, non avrete potuto fare a meno di
notare una drastica ed evidente diminuzione di teste nei locali storicamente
considerati come “i più cool della City”. Siete stati al Fabric e vi siete sentiti come a una festa delle medie?
Il Ministry of Sound era popolato soltanto da italiani con le sopracciglia
rifatte? Al Koko eravate voi e il dj? Plastic People deserto? Adesso vi spiego.
Erano
gli anni ’90 quando “Giochi senza frontiere” chiudeva definitivamente i
battenti, i Backstreet Boys cantavano “Non puoi lasciarmi così” con accento
vagamente polacco, e i giovani britannici si disfacevano di droghe potentissime
al ritmo di drum‘n bass, trance e breakbeat in vecchi capannoni abbandonati.
Ecco, questa cosa qui della droga e della musica bella spedita la chiamavano
“Rave”, e li si poteva trovare un po’ dappertutto, anche in Italia.
Poi
i nostri giovani più valorosi hanno cominciato a cadere come mosche, i centri
sociali hanno iniziato a organizzare serate trash (non nel senso di trash
metal, nel senso di Heather Parisi) e la cosa si è un po’ ridimensionata,
quanto meno ha perso molta di quella spinta che l’aveva resa una vera e propria
sottocultura giovanile (tanto per dirne una, il musicologo e giornalista Simon
Reynolds c’ha scritto un libro ndr).
A
sancire definitivamente la morte (e la rinascita) del rave c’ha pensato nel
2006 un certo Burial, che con il suo album eponimo ci spiegava a chiare lettere
che la festa era finita o, quantomeno, lo era per noi, dato che questa
continuava a svolgersi dietro porte pulsanti di bassi che non ci era concesso
di varcare, o dietro muri oltre cui potevamo soltanto intuire parole smozzicate
e ritmiche garage spigolose. Il motivo reale per il quale Burial ha
rappresentato un precedente – e viene nominato in questa recensione – è proprio
per aver portato i confini del rave fuori dalla fabbrica dismessa e dentro la nostra testa. Direttamente. Dentro il soundsystem spaziale, la
gente che si fa spettinare dalla cassa, i cani, gli energumeni con la t-shirt
di un giocatore di basket qualsiasi. Tutto dentro, filtrato e ovattato, non
particolarmente ballabile.
L’importanza
di questo “Death Rave”, firmato da quel misterioso producer di Lewisham che si
fa chiamare Phleam, sta proprio nel travasare a sua volta la dimensione
psichica del trip post-burialiano
in un contesto nuovamente fisico, che
si rifà proprio al contesto suburbano di fine ‘90, pur mantenendo i connotati
cerebrali e sfuggenti delle tendenze odierne.
Riecco
gli scantinati, dunque, i depositi dispersi nella nebbia londinese, le cantine
di Peckham, i magazzini occupati dalle parti di East London.
Di
nuovo c’è che sparisce completamente il soundsystem, rimpiazzato da
sofisticatissime cuffione wi-fi che ti sparano dritto nelle orecchie i bassi
preponderanti e le raffiche breaks di questa nuova onda ribattezzata, appunto,
“silent rave”.
Uno
spettacolo tutto da gustare, queste pletore di smascelloni incuffiati, che
ballano in modo scoordinato, primitivo, sinteticamente istintivo. Il tutto nel
più religioso silenzio. E il silenzio del rave mortuario viene celebrato
proprio da Phleam, l’alfiere senza volto dell’isolazionismo, del party
monodose.
Recuperando
un suono di chiara discendenza Warp, il nostro producer mette a punto un album
per lunghi tratti perfetto, senza sbavature, che spazia con gran disinvoltura
fra amarcord autecheriani (la
pavimentazione Idm di “Spectacles”) e suggestioni del nuovo millennio (i
campioni vocali che assumono una valenza strumentale, il future garage del
singolone “Oblivion”).
E’
un album che ci mette un po’ a carburare. Come annuncia la cover del disco, “Death
Rave” è un pachiderma che potremmo definire di slow core elettronico, per poi
crescere a dismisura nella seconda parte, dove la cassa spinge all’inverosimile
e i bassi non danno tregua nemmeno per un secondo.
I
tagli chirurgici di “Basement” e il rimpasto di scorie grime in “Overground”
conducono in fretta e furia al conclusivo capolavoro “Hackney”, vecchia
maestranza drill n’ bass che espleta al meglio il ruolo di congiuntura fra un
passato ruggente e ketaminico, e un futuro fragile, solipsistico, scuro come le
scale di uno degli scantinati dove settimanalmente si consumano i rituali
pagani del rave silenzioso londinese.
Recensione: Martin Hofer
Cover: Bernardo Anichini

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