lunedì 23 ottobre 2017

Fare il morto



All’inizio i tuoi occhi sono aperti. Dopo che la voce avrà gridato o sussurrato occhi, la mano di lei passerà delicata sul tuo volto, dalla fronte al mento, e te li chiuderà, in un gesto che è talmente un cliché da risultare commovente. Adesso senti il calore della sua mano a due centimetri dalla tua fronte, come un piccolo animale che si è avvicinato per studiarti. Le sue dita profumano di frutta sbucciata al sole.
Parlano ancora tutti, c’è ancora tempo. Con la coda dell’occhio avverti le sagome indaffarate, uno spettacolo di dispersione cinetica. Lei tiene la mano immobile, in attesa che qualcuno le ordini di spostarla, dimostrando di essere una professionista seria, poco incline ai capricci così comuni tra le sue colleghe.
Vi siete conosciuti su un altro set, qualche anno fa. Avevate entrambi una parte in una miniserie bruttina ambientata in un albergo di Ostia nel ‘68. Lei era gentile con tutti, sempre allegra, capelli inquieti e camminata da adolescente. Le poche volte che vi era capitato di parlare appariva in soggezione. Era il suo primo lavoro vero, ti aveva confessato una sera particolarmente fresca, mentre fumavate una sigaretta sul balcone dell’albergo. Ti eri sforzato di dirle qualcosa, qualcosa di utile, o almeno di carino, ma alla fine sei rimasto in silenzio e sei rientrato, salutandola con un cenno della testa. Oggi sospetti sia diventata una di quelle attrici che lotta con tutte le forze per nascondere il proprio narcisismo, attenta a sminuire pubblicamente talento e bellezza, coltivando una modestia tossica che alla lunga, ne sei convinto, la farà diventare insana di mente.
La differenza tra voi è che tu, da qualche tempo, hai scoperto l’impossibilità di essere un attore completo, mentre lei certamente non si è mai posta il problema. Senza dubbio più bella che talentuosa, più sorridente che simpatica, più famosa che apprezzata. Una creatura capace di vivere agilmente a pelo d’acqua, mentre tu ormai annaspi come un cervo in una piscina.
Perché tu sai bene che si può fare tutto, tranne il morto. Una montagna, un albero in mezzo a una tempesta, il colore rosso, un pollo, la schiavitù, il cielo, l’estasi religiosa, l’ultimo uomo sulla terra, un onesto tabaccaio dal passato agghiacciante, tutte le cose che ti chiedevano di interpretare durante quei laboratori di teatro che frequentavi con tenace disperazione a vent’anni, mentre sentivi ancora calda dentro di te la convinzione di poter diventare un bravo attore.
Ma tu non sarai mai un bravo attore. Anche se tanti dicono il contrario e spendono i loro soldi per guardarti e ogni tanto ti consegnano dei premi. Non lo sarai mai finché non saprai fare il morto.
Lei ti sorride, la mano ha cominciato a tremarle appena. Il direttore della fotografia le chiede ancora qualche secondo, c’è un’ombra che non se ne vuole andare dal tuo volto.
Provi a pensare a tutti i morti che hai visto in vita tua. I tuoi nonni, tuo padre, i tuoi amici, tua madre, i tuoi cugini, tuo fratello. Le loro facce di cera gialla, il loro non essere più vivi. I morti non si lasciano imitare, mentre i vivi spargono pezzi di sé ovunque, senza pudore. Il tuo lavoro, fino a poco fa consisteva nel raccoglierli, e quando ci riuscivi qualcosa dentro di te tornava al posto giusto.
La prima volta che ti è successo avevi sedici anni, la tua immagine riflessa nello specchio del bagno in casa di Marcella Benetti durante una festa, il frastuono di musica e risate che arrivava dalla stanza vicina, e tu in piedi davanti allo specchio, nudo, a eccezione del grande reggiseno color panna che ti copre i pettorali precocemente pelosi. Lo hai trovato rovistando nella cesta dei panni sporchi e senza dubbio appartiene alla madre di Marcella, dato che la figlia porterà al massimo una seconda, a voler essere generosi. Quella è la prima volta che capisci di poter raccogliere pezzi altrui e farli tuoi. Nudo, con indosso un reggiseno. Ma non è una cosa sessuale, non sei eccitato, stai recitando. 
Davanti allo specchio illuminato con tre lampadine da 40 watt, una delle quali sporca di vernice bianca (il bagno è stato ridipinto da poco, si capisce dall’odore), stai provando a ricreare l’espressione e il gesto lezioso di portarsi una ciocca di capelli in mezzo ai seni che hai visto fare poco prima alla madre di Marcella Benetti, quando uno dei compagni di classe di sua figlia le ha detto, in modo sgrammaticato: “Giuro su dio che pensavo che lei era la sorella maggiore di Marcella, signora.” Quell’espressione che la donna ha fatto con il labbro superiore, come risucchiato in bocca, la mano destra a portare il ricciolo di capelli (dei bellissimi capelli, fra l’altro, mossi ma non ricci, scurissimi) proprio sul punto in cui i seni si uniscono (o si separano, a seconda dei punti di vista), e quell’occhiata a nessuno, sopra la spalla destra, di finto (o vero?) imbarazzo; ecco, è tutto questo che tu, davanti allo specchio, nudo eccetto il reggiseno, provi a imitare, anzi a incarnare meglio che puoi, e ti sforzi di farlo durare, assaporando l’emozione che deve aver provato (reale o apparente, e tra queste due parole c’è tutto il senso del mondo), perché sei convinto che quel gesto abbia a che fare in modo spaventoso con l’idea di bellezza e santità e hai paura che nella vita potrebbe non capitarti mai più il privilegio di appropriarti di una cosa così preziosa. 
Se qualcuno fosse stato al corrente di questo aneddoto, vi avrebbe probabilmente riconosciuto la fonte di ispirazione che ti ha fatto guadagnare la Coppa Volpi come miglior attore al Festival di Venezia (“Straordinario”, “Un’interpretazione memorabile”, “Un ritratto della femminilità come non si vedeva da anni”) l’anno in cui uscì Camilla: due destini il film in cui interpretavi una donna che molti anni prima era stata un figlio di puttana violento che, durante una notte all’insegna di droga e follia, aveva messo incinta una ragazzina di 16 anni per poi fuggire in Francia la mattina dopo. Quindici anni più tardi, Camilla (il film non approfondiva mai i motivi del cambio di sesso) tornava in Italia per incontrare Athos, il figlio concepito durante quella notte. Il gesto che Camilla fa durante il picco emotivo di una scena intima in cucina, con la luce del mattino che filtra dalle tapparelle (“La fotografia rispettosa esalta, senza mai prevaricare, la delicatezza della pellicola, quasi a voler sottolineare il pudore delle esistenze tormentate dei destini in gioco”), alla fine di una violenta lite che li ha portati quasi a massacrarsi a vicenda, mentre il suo emotivamente instabile figlio le sussurra: “Sei la donna più bella che i miei occhi vedranno mai”, quel gesto che fa Camilla con i capelli è, né più né meno, quello che ti guardavi fare per la prima volta allo specchio del bagno di Marcella Benetti, quasi quarant’anni prima. Ma la madre di Marcella, allora, era viva e aveva i capelli bellissimi e le sue tette avevano riempito quel reggiseno chissà quante volte e l’universo infinito dei pensieri abitava nella sua testa. Ma il morto no. Questo morto no. I morti non hanno universi dentro, solo burroni. E ora che sei qui, con la mano tremante di un’attrice diligente che ti fluttua sopra la fronte non puoi non chiederti come si fa il morto, cosa si deve pensare, cosa sentire.


Niente, probabilmente. Testa vuota, svuotata. Il pensiero deve andare da un’altra parte, mentre fai il morto. Il problema è che il pensiero non va mai da un’altra parte. Il pensiero può fingere di essere uscito a fare due passi, quando in realtà è ancora lì in un angolo buio, ansimando e sbavando in attesa di tornare da te. 
“Sai - dice lei, aprendo e chiudendo per qualche secondo la mano indolenzita - sono cresciuta guardando i tuoi film. Sei sempre stato un faro per me. Le volte in cui perdevo la rotta, intendo. Quando mi dicevo: smetti, ti stai facendo solo del male, lascia stare tutto. Insomma, ci tenevo a dirtelo.” 
Ancora una volta, come su quella terrazza a Ostia, non ti viene niente da rispondere. Lei distoglie lo sguardo, in imbarazzo. 
“Ti devo confessare una cosa", le dici. 
“Certo - dice lei abbassando la voce - certo, dimmi tutto”.
“Non credo di poter fare il morto", dici. 
"Non sono la persona più adatta per una cosa del genere, non ho molta esperienza rispetto a te", dice lei sorridendo, con una strana luce negli occhi. 
"Ho fatto tante cose, è vero, ma il morto purtroppo no, non credo di essere in grado. Tu l’hai mai fatto?" 
Lei si mordicchia l’interno della guancia. "Sì, due volte. La prima volta mi aveva sparato la mafia per errore, ero una vittima innocente, come si dice. All’inizio ero impaurita, ma c’erano tante persone intorno a me, facevano i morti anche loro, quindi mi sono tranquillizzata. Per tanti di noi era la prima volta, quindi l’abbiamo presa a ridere, sai com’è. La seconda volta ero una suicida, ero appesa al soffitto con un cappio, dondolavo piano piano, indossavo una scarpa sola. Non ero spaventata, quella volta, solo un po’ annoiata." 
Rimane in silenzio, la mano ancora fluttuante sopra la tua testa. "Quello che posso dirti è che devi solo restare immobile, ma proprio immobile. Devi trattenere il respiro, dall’azione allo stop, è abbastanza facile. La parte difficile più che altro sono gli occhi, devi guardare un punto fisso e aspettare che io te li chiuda. Vedrai che dopo sarà tutto più semplice."
Sei così stupida, pensi mentre le sorridi. Sei stupida e questa è la porzione di splendore che ti è concessa. Non hai bisogno di appoggiare la fronte alle pareti di casa, tu. Non ti servono punti di fuga, non senti l’eco del baratro quando cammini troppo forte, niente fori di spillo nel buio, quando ti addormenti. Tu profumi di frutta sbucciata al sole e merende in riva al lago. 
"Perché il tuo personaggio mi chiude gli occhi? - le chiedi - Che rapporto c’è tra di noi? Non mi sembra che ci conosciamo, nella storia." 
"Sono solo un’impiegata delle pompe funebri, un’impiegata compassionevole. Non è un gran ruolo, ho solo una battuta." 
"E così mi chiudi gli occhi per compassione?"
"Sì, per non farli vedere alle persone che ti vogliono bene. Se ti chiudo gli occhi, sembri uno che dorme. Se te li lasciassi aperti sembreresti uno che soffre." 
Forse l’unico modo per fare il morto, inizi a capire, è fingere di fare il morto. Hai sempre pensato che i morti fossero pesanti, ma ti sei sempre sbagliato. I morti sono leggeri, sono frivoli e stupidi. 
"Qual è la tua battuta?", le chiedi. 
“Condoglianze”, risponde lei. 
"Non devi preoccuparti - ti dice mentre due tecnici posizionano la macchina da presa - Andrà tutto bene", aggiunge sottovoce e ti fa un occhiolino agghiacciante, uno dei peggiori che ti sia mai capitato di vedere. 
“Grazie”, rispondi, e ricambi l’occhiolino. 
Così alla fine sarà lei a chiuderti gli occhi e tu dovrai solo lasciare che succeda. Semplice. 
Le voci si avvicineranno, diranno quello che dovranno dire, mentre i corpi indaffarati faranno quello per cui sono stati addestrati. La luce sarà intensa, ma non scalderà. La mano sorvolerà il tuo viso, planando lentamente. Gli occhi si chiuderanno e banalmente, stupidamente, farai il morto. E quando alla fine la mano di lei si allontanerà dal tuo mento potrebbe capitarti di provare una sensazione di lento annegamento, ma non dovrai avere paura. La stanza e i corpi delle persone dentro la stanza e le teste e gli universi infiniti che contengono precipiteranno uno dentro l’altro, come risucchiati da un foro sempre più grande. Passerà del tempo, ma lo stop non arriverà, il motore girerà a vuoto e anche dopo la fine della pellicola il regista rimarrà in silenzio e questo silenzio potrebbe durare un bel po’.


testo Antonio Marzotto
illustrazioni Martina Stocchetti

martedì 3 ottobre 2017

Stasera dormiamo fuori

LETTURATORE presenta
Stasera dormiamo fuori

Mia nonna è rotonda e ha una vestaglia a fiori consumata dal sole e dalla terra dell’orto. Mi prende per il braccio e mi porta giù, nella Casa di Sotto, dove ci sono il forno a legna, il frigo dei gelati e il profumo di latte che si alza dal pelo dei cani appena nati.
“La smetteranno di urlare”. Mi dice.
Mi tiene per mano, mi fa scendere le scale e mi porta di sotto. Apriamo il frigo.
“Ecco a nonna, scegli che gelato vuoi”.
Non lo so. Voglio passare altro tempo a scegliere i gusti, non voglio tornare nella Casa di Sopra, non voglio vedere mio padre spaccare sedie sul pavimento.
Il telaio a terra, in due parti nette. La paglia bianca sulle mattonelle di formica. L’ho vista di sfuggita, con la coda dell’occhio, mentre il braccio di mia nonna mi portava via. È tutta colpa della casa, dei tramezzi, della calce invecchiata, dei basamenti, dei muri portanti, delle mani di mio nonno che l’hanno pensata per la prima volta, quando era ancora una baracca. “Avemo faticato tanto però ce la semo goduta”. Dice sempre lui. Mio nonno è un uomo con la faccia bruna, scura come la notte. Quando mi canta la ninna nanna e arriva la parte dell’uomo nero che lo tiene un anno intero penso che l’uomo nero sia lui e scappo via nella Casa di Sotto a scegliere gelati o a vedere se è nato qualche cane.
Ci sono tanti posti nel mondo dove poter andare ma non per una bambina. E io ho solo sette anni.

Le pareti della Casa di Sotto non hanno intonaco. Sono grigie e negli anni le croste di cemento hanno lasciato spazio a forme ricurve e spezzate, simili alle sagome di una cartina geografica primitiva. Quando risaliamo nella Casa di Sopra un piccolo ragno si agita tra lo stipite della porta e il tavolo della cucina. Non si sentono più voci solo che il grigio dei muri è diventato più scuro e l’interruttore della luce fa fatica ad andare giù.
Cerco nelle stanze mio padre e i suoi fratelli ma li ritrovo solo qualche anno dopo. È estate e sono usciti in veranda.
Serviti in tavola ci sono ravioli con ricotta e spinaci, polpette in umido con patate al forno, crostate alla marmellata di visciole e biscotti di magro, doni caratterizzati dalle impronte di mia nonna, dal movimento della sua pressione arteriosa, dall’umidità del suo respiro, resti di vita con cui cresceremo dentro per i prossimi anni, con quel ritmo di cuore cocciuto e di ossa operose, con quel tono muscolare da femmina autoritaria che non ama essere contraddetta. Finito il pranzo e consumata la ventesima Diana rossa, mio nonno si sdraia sotto una nespolo: le radici hanno spaccato il cemento che ne incorniciava il fusto, ora hanno la forma di piccoli bozzoli marroni che non sanno dove andare.
“Vieni qui, vicino a nonno”. Mi chiama a sé.
“Come stai?”.
“All’abbaià dell’onde”.
“Ah…”.
“Perchè mi fanno male le ossa”.
Oggi non si parlerà della casa, oggi è una giornata d’estate, oggi hanno iniziato a cantare le cicale e stasera apparecchieremo la cena di fuori per la prima volta. E poi se saremo fortunati vedremo le stelle brillare.




Sul lavandino del bagno della Casa di Sopra c’è un bicchiere pieno d’acqua con dentro una dentiera. La vedo dalla porta socchiusa, la apro poco di più. Sarebbe da mettere dell’olio sulle cerniere, sarebbero da cambiare i controtelai e il bordino. Le porte sono le prime a cedere quando le case invecchiano.
Passo dalla stanza degli ospiti al soggiorno, la luce è più scura e striata dal blu di un fuoco appena acceso.
Sembra quasi che sia inverno e c’è odore di cenere.

Inverno: mio padre, mia madre, gli zii e i nonni sono nel soggiorno che da qualche anno è diventato un tutt’uno con la cucina perché è stato abbattuto il muro che li separava, non essendo portante.
Per ordine di importanza: il nonno è sul divano, la camicia bianca a righe verticali blu è aperta sul petto ancora arrostito dai lavori estivi, come suo solito dorme con la bocca spalancata, di tanto in tanto russa, poi si sveglia di soprassalto, poi continua a russare. Io mi alzo in piedi sperando che nessuno si accorga che mi sta spuntando il seno. Non sono pronta per i loro commenti. Una delle due zie lava i piatti muovendo le braccia con molta fretta e poca convinzione; la più giovane, ma anche la più robusta, è appoggiata col sedere sul tavolo di legno di fronte al lavandino. Si lamenta. Poi porta il caffè in tavola. Ha già deciso che stasera deve sollevare l’argomento.Quando si inizia a parlare della casa le espressioni dialettali aumentano in maniera proporzionale al tono di voce dei fratelli. È come un viaggio a ritroso nelle possibilità del progresso linguistico.
"Potremmo dividere la Casa di Sopra in due, costruire un altro piano sul solaio e dividere anche questo in due parti uguali"
"Bisogna sentire il geometra. A me non va di aspetta’ tutto sto tempo."
"Ao’ chi la vo’ cotta e chi la vo’cruda. Oltre che sci pure sissignore…"
"Altrimenti io mi prendo tutta la casa di sopra e vi do i soldi."
"Sci e quannu ce li redai."
"A trovatu Cristo a mete e la madonna a restregne e gregne."
La conversazione va avanti fino a quando mio nonno non si sveglia per il casino:
“Tenti nì che co na notte ce nasce un fugnu”, minaccia, poi stremato si siede sul divano e si riaddormenta. Stanotte dormirà lì. Non gli sono mai piaciute le soluzioni comode.
Si sdraia a letto solo due o tre ore, alle quattro si alza per bere un caffè, poi ricade addormentato sul divano fino alle sei del mattino.
 
Lo strato di intonaco che copre la cappa del camino sta diventando nero per il fumo. Le mattonelle del pavimento non si lucidano più, nemmeno con lo Spik & Span.
La federa del divano è strappata, la fantasia dei colori non si distingue più, è piena di peli di gatto.
Da quando nessuno gli vieta più di entrare, hanno preso l’abitudine di dormire dentro, dove capita, perché in fondo i letti non servono e i gatti lo sanno bene.
Cammino per le stanze della Casa di Sopra e vi cerco. Qualcuno ha spostato i mobili o ha iniziato a portarli via, da un’altra parte, lontano da qui. Sulle pareti bianche si vedono i buchi lasciati dai chiodi e le tracce dello scotch con cui mi zio attaccava i suoi poster. Il mio corpo è in controluce, metà nel buio della stanza e metà nel sole che arriva dalla finestra del soggiorno, nel grigio della penombra ho le mani di una vecchia e le mani di una bambina.
Sento odore di fumo. Mia nonna è nella Casa di Sotto che inforna le pizze. Se solo uno dei fratelli si accontentasse di prendersi tutta la Casa di Sotto il problema dell’eredità sarebbe risolto facilmente invece tutti vogliono la Casa di Sopra e il suo solaio edificabile.
C’è chi avanza anche pretese sul bosco dietro casa ma mio nonno ricorda che quello non è mai stata nostro, a dire la verità non si è capito bene di chi sia. Forse di un vecchio padrone che nessuno ha mai conosciuto. Ma a primavera è bello andare a farci una passeggiata perché si riempie di fiori.



Primavera.
Si litiga fino agli insulti, fino a spaccare i bicchieri a terra, fino a digrignare i denti e a farsi salire l’adrenalina in bocca, fino a sbavare come cani con la rabbia, poi stremati si cerca una frase per indietreggiare, per non rischiare di cadere a terra e svenire, la richiesta di un bicchiere, una battuta finita per sbaglio fra le spine di un’imprecazione e il fango di una bestemmia; si fa un po’ di silenzio e poi si comincia a ricordare il passato. La mia famiglia dopo le liti diventa sempre molto nostalgica.
“Ti ricordi di quella volta che ce facisti incollà tutti i matarassi pe’ dormì de fori?”. Stessi ricordi, anno dopo anno. E intanto io mi sono sposata. Mio nonno annuisce divertito, e ancora trascura di raccontare che dopo poco era venuto a piovere ed erano dovuti tornare di corsa dentro casa con tutti i matarassi. Che poi questa mania di dormire all’aria aperta, chissà da dove gli veniva. Mia nonna annuisce. Quando si ricordano certi episodi è sempre contenta.
La pelle sulle sue guance somiglia al muro rigato di vecchio della Casa di Sotto.
La vestaglia a fiori è macchiata di sugo e terra, sporca di recinto di bestie e cene preparate troppo in fretta, odora di sudore e borotalco, di stoffa consumata, di pelle grigiorosa umida di vecchiaia.
 

Sul tavolo della credenza una volta c’erano le foto di lei e mio nonno insieme. Non si sa che fine abbiano fatto. Qualcuno deve averle portate via.
Sono di nuovo nella penombra della sala degli ospiti. Ci sono tanti posti nel mondo dove poter andare ma non per una bambina. Loro, i miei, sono sempre dentro, in sala da pranzo, o almeno io li vedo lì.

È di nuovo domenica e sono ancora i vivi, nonostante le incazzature abbiano consumato la bile a tutti, meno che a mio nonno che il fegato ce lo ha già a metà per fatti suoi, per un’operazione che glielo ha consumato da ragazzo. A volte le liti iniziano tra il primo e il secondo, a volte ancora prima che le fettuccine riscaldate vengano servite. Quelli sono i momenti peggiori perché la discussione inizia controvoglia e finirà per essere ancora più accesa perché spiriti già per natura iracondi sono stati disturbati in un momento di prevista tranquillità. Ma resisteranno. Il cibo preparato da mia nonna è pieno di proteine e contiene tutte le energie necessarie per sostenere un corpo zuppo di rabbia fino al caffè o all’amaro, dipende se sia estate o inverno e se mio padre e mio nonno siano in vena. Oggi l’argomento principale è la cantina. La cantina per i due fratelli minori è un altro nome per la Casa di Sotto. La situazione è talmente penosa che mia zia avanza pretese perfino su quelle quattro mura senza intonaco, odorose di peli di cane e cenere: “Potremmo prendercela noi”.
Siccome sono troppo vecchia per certe cose esco e scendo nella Casa di Sotto. Lo scorso inverno il forno è stato chiuso. Una manata di calce e via, niente più forno, niente più pizze. Mia nonna è diventata troppo vecchia per scendere le scale fino alla Casa di Sotto, col risultato che questa è diventata inutilizzabile ma divisibile. Come tutte le cose, che solo da morte diventano sezionabili.




Ho fatto il giro della Casa di Sopra ma non ho trovato nessuno, nemmeno nella veranda dove apparecchiamo la tavola d’estate. Le stelle che brillano mi mettono tristezza, le inghiotto una a una, una per ciascun ricordo, come tanti piccoli spilli. Arrivo fino al cancello, per vedere se per strada passa qualcuno a cui chiedere che fine hanno fatto tutti quanti. Sulle scale di marmo che portano alla Casa di Sopra c’è una data: ottobre 1999. Si legge poco perché è stata incisa con un piccolo chiodo. Mio nonno è fermo su quelle scale che fa il gesto di richiamarci indietro, vorrebbe dire qualcosa ma non sa nemmeno lui bene cosa, né come. Vorrebbe trattenere suo figlio dallo scomparire per mesi in un mutismo teso e violento ma non sa bene cosa dire. “I guai li fanno le donne” pensa, “che io a parte sgobbare da mattina a sera e attaccare la calce non ho mai contato un cazzo e forse è per questo che ogni tanto scappo e costringo gli altri a fare cose assurde, come portare i materassi fuori dalle camere per dormire sotto le stelle, che alla fine sono talmente distanti da non appartenermi oppure da appartenermi completamente, come tutte le cose lontane e inconsistenti, o me la prendo con me stesso, resto sveglio tutta la notte a camminare con una sigaretta accesa e penso che tutti gli errori fatti in fondo non contano nulla quando sai che sarebbe potuta andare solo peggio”.
Mio nonno rimane fermo sulle scale, la pelle tostata dal sole dei cantieri, scura come la notte, una notte che brucia di pneumatici usurati dalla velocità di chi scappa, e non riesco a distinguere bene dove finiscono i suoi capelli neri e inizia il cielo senza luna.
 
Sono uscita e sono rientrata ma non ho trovato più niente. Solo ciuffi di erba tra gli infissi e due alberi di fico a crepare il muro della cucina. La casa è un continuo scricchiolare. Quando ci entri dentro hai paura che ti si richiuda addosso come un castello di carte. È così spoglia di tutto che i muri sembrano ostie della domenica, che se ci soffi sopra fai un buco e ci vedi attraverso e magari dall’altra parte ci sono ancora loro, a mangiare sulla veranda e a discutere per la Casa di Sopra per poi ricordarsi di quando erano bambini e ancora riuscivano ad essere disinteressati.
Due tronchi sottili hanno squarciato anche il muro della Casa di Sotto, quello dietro il frigo che una volta era pieno di gelati. Ora non ci sono più né la coppa dei campioni bigusto panna e cioccolato né il forno, né il puzzo dei cani appena nati. Qualcuno deve aver portato via anche i cani.
I corpi si dileguano in fretta e le forme cadono a pezzi. Mio nonno si è nascosto dietro una pennellata di calce una mattina di fine giugno, poi nessuno lo ha più visto. Gli piaceva talmente tanto attaccare la calce che alla fine ci è rimasto chiuso dentro. Nessuno si sposta più nelle stanze. Per questo la primavera è rimasta uguale all’autunno e l’inverno uguale all’estate perché il cibo di mia nonna non riscalda più la pelle e non ci alza la pressione, in cucina si sente solo l’odore dell’intonaco che cade. Mio nonno non è con lei nemmeno con il pensiero, come al solito è impegnato dentro quattro pareti di cemento solo che ora la sua mano non ha più spazio per dare lo stucco, né per aggiustarsi i capelli neri sulla fronte, né per prendere una Diana rossa dal taschino della camicia a strisce blu.






La Casa di Sotto ormai non esiste più. Come si dice da queste parti ’s’è sbragata’.
La Casa di Sopra sta messa male: il soffitto del soggiorno ha ceduto, il tetto è crollato e porte e finestre non esistono più. Non ci sono più né divani né letti. Qualcuno deve averli portati via.
Solo due materassi, lerci di peli di gatto, abbandonati nella camera da letto dei miei nonni. La casa è a tutti gli effetti un rudere.
Ci siamo guardati e non c’è stato nemmeno bisogno di dircelo. Da stasera siamo finalmente liberi.
Stasera dormiamo fuori perché non è rimasto più niente.
Testo: Martina Tiberti
Foto: Giulia Mangione

lunedì 19 giugno 2017

Chi sono i padroni? La dieta

Chi sono i padroni? 
Episodio 3
La dieta
(dove si indaga, senza dare risposte, sul perché qualcuno vorrebbe diventare il padrone)
 
Che questa volta sarà diverso: che questa nuovissima dieta che Sonia sta per iniziare segnerà un prima e un dopo. Sonia per la strada che la conduce dal guru pensa a qualcosa del genere. Professore Forgione, le hanno detto che si chiama, conferendogli un titolo che, più che aggiungere qualcosa all'idea che si è fatta del luminare, dice qualcosa di chi quell'appellativo l'ha scelto: una collega di lavoro poliartritica che viene da una terra meridionale, fatta ancora di cariche e di titoli. Professor Forgione a vederlo così non si direbbe proprio un dietologo. Perché è enorme. Una palla di grasso. Sembra che Professor Forgione abbia mangiato un altro Forgione.
Sonia entra timorata nello studio del Vate, come fosse in chiesa. La stanza è sciatta, tutto quanto lo è, e sembra rispondere a una domanda:. il tempo ci ha resi grassi? O è davvero una questione di metabolismo?
Il tempo non si è depositato in quella stanza, solo un tavolino, solo una sedia e un computer. La stanza poi ha una finestra dietro cui sembra esserci un muro, ma è soltanto un’impressione suggerita dai  vetri che in altre circostanze avresti potuto benissimo ritrovare in un bagno.
Sonia nel momento esatto in cui entra nella stanza ha un dubbio: sono stata mai bella?
Certo – pensa Sonia – tu gli uomini li hai fatti impazzire.
Ne ha alcuni che le portano doni a lavoro, le medicine che le occorrono, che le fanno le commissioni: uno solo in verità. Un uomo brutto e fragile che è l'opposto del marito. A lei piace quel tipo? Le piaceva piacergli. È brutto, ma dolce. L'esatto contrario di Sonia, che è bella (forse) e cattiva. Possibile esser cattivi? Le piace parlar male degli altri quando non ci sono. A volte è stato un problema, perché magari quelle persone che non ci sono più, non sono del tutto fuori dal campo uditivo, quindi i commenti di Sonia vengono sentiti. Lei si imbarazza? È mortificata? In fondo tutti lo sanno che lei è fatta così, quindi di che vi stupite?
Per questo Sonia è sola.
Non ha nessun amico, solo lo spasimante brutto che le porta le medicine a lavoro, e un marito che forse segretamente la odia, che forse un giorno l'ammazzerà. Per questo è importante andare da Forgione, perché lui non si risolva mai (il marito a ammazzarla). Perché la malia continui.
«Allora, dice l'uomo» (guadando su un foglio prestampato compilato dalla segretaria molto anziana quasi decrepita, all'ingresso) «...Sonia. Come va? Come va?»
Fa eco una voce dentro l'enorme massa seduta con gambe divaricate per ragioni strutturali e sudore sopra una fronte unta.
«Va bene dottore. Passano i giorni»
«È vero, passano sempre Sonia» ripete lui. «E poi cos'altro?»
«C'è che non riesco a buttare giù i chili. La mia pancia»
«Cos'ha?»
«Fa schifo. Mi viene da piangere se ripenso agli sforzi che ho fatto, e a come siano stati inutili»
«Sbagliava qualcosa. Non è normale stare male»
«Piango a ripensare alle lunghe notti passate coi morsi della fame»
«Troviamo la dieta adatta per lei»
E comincia a segnare qualcosa che solo dopo Sonia capirà essere un foglietto di carta senza fattura fiscale dove c'è buffamente abbozzato una lista di numeri: centosessanta euro, la prima seduta è già terminata.
«Non mi guardi perplessa - dice l'uomo adagiato nel fondo del corpo - Ci vuole soprattutto fiducia. Ora le spiego la dieta che ho in mente per lei. Si chiama dieta di Esse»
«Effe?»
«No, Esse. Ma non creda che la s stia per Sonia. Si fidi»

Mesi dopo Sonia infila con un movimento unico gli strettissimi jeans e il top con il ventre piattissimo scoperto e tonico. Arriva a lavoro non con la consueta ghigna malefica sul volto, ma con un sorriso da persona riappacificata. La dieta di Esse, pensa, è stata la sua salvezza.
Sonia ha perfino smesso con tutti quei discorsi alle spalle, ha smesso di circondarsi degli elementi più deboli del gruppo, per poi soggiogarli. Adesso fa le sue cose. Si ricorda perfino di avere una vita. Sua. Individuale. Qualcosa che riguardava lei e non i bambini, non il marito, ma la sua esistenza specifica, unica, irripetibile.
La dieta di Esse ha cambiato tutto. La ditta di caldaisti dove Sonia lavora ha in un certo senso sviluppato una sua economia sotterranea, intorno a quella dieta. La dieta del resto è molto semplice: quando Sonia è davanti alla macchinetta dei dolci e delle schifezze, anziché sbavare per quelle cose che non deve mangiare, prende un tale e si fa riempire uno shottino di sperma. Ecco qua. All'inizio titubante, pudica, poco convinta di quello che stava facendo (si faceva preparare dei bicchierini dal marito, povero uomo, perché un conto è il piacere, altro il dovere. Poi però lui aveva accettato notando la metamorfosi. Con quei bicchierini Sonia ci andava a lavoro e se li beveva tre volte lungo l'arco delle otto ore: merenda, pranzo e seconda merenda).
Dopo era stata costretta ad allargare la cerchia di donatori, perché non le bastava. Perché gli effetti erano tali da correre un rischio. I tecnici delle caldaie che lavoravano nella ditta di Sonia si erano subito mostrati favorevoli alla nuova occupazione, una sosta veloce nei bagni sotterranei e la faccenda veniva sistemata. Sonia, aveva preso un cuscinetto per i primi tempi, dove si metteva a praticare il massaggio.
Poi, da quando è diventata magrissima, ha smesso quasi del tutto di farlo. Lo trova un po' degradante, o qualcosa del genere, come le ha spiegato una nuova amica a cui ha confessato il suo segreto. Allora fa solo vedere le tette o una porzione e i caldaisti si masturbano per lei, dentro un bicchiere. Sonia a volte beve, altre volte mette in un frigo, per bere più tardi la sera o per qualcun altro che vuole iniziare la dieta. Colleghe di quello e degli uffici vicini. E pagano bei soldi. L'attività di revisione delle caldaie ne risente, sono svogliati e eseguono meno visite e riparazioni, ma c'è l'attività sotterranea, che comunque porta profitti. Sonia, a volte scherzando, nelle lunghe ore in cui trascura il suo lavoro di segretaria per dedicarsi alla ben più redditizia professione secondaria, pensa che un giorno rileverà tutta l'azienda maggiore. Che un giorno la ditta sarà sua, che diventerà la padrona. Lo dice ridendo, tanto per dire. Non è quello che le importa davvero.
Passano giorni così. Le colleghe prima incredule dei miglioramenti nella dieta di Sonia hanno voluto sapere cosa fosse la Esse. Sonia, ha risposto che è una cosa prima di tutto mentale. Che Forgione l'ha salvata, che se non fosse stata per quella “Esse” lì sarebbe stata certamente ammazzata di botte dal marito. E invece. C'è un odore forte, nei sotterranei della Caldaie Sicure & co.
Sonia impila i bicchierini da shot pieni di sperma, e già si avvicina l'estate. Allunga i piedini, prima sformati e gonfi esplosi di vene e capillari, oggi perfetti. Li distende sul tavolo enorme che si è fatta portare per lei dal suo titolare in persona, e pensa che già arriva l'estate. Farà dei ghiaccioli allo sperma.
Poi, un pensiero ulteriore la coglie, in quel sottosuolo: perché avere successo? Cos'è che vuole davvero?  
testo Simone Lisi
illustrazione Elisa Lipari

 

lunedì 12 giugno 2017

Chi sono i padroni? Le ragazze dell'albergo

Chi sono i padroni? 
Episodio 2 


Le ragazze dell'albergo 
(dove si indaga cosa succede quando il potere va in vacanza) 


Una settimana l’anno, una settimana soltanto, non i bassa, ma in bassissima stagione, il Signor Franco decide di tornare dalla sua famiglia, quella famiglia che a causa del lavoro non riesce mai a vedere quanto vorrebbe, quella famiglia che, nonostante tutto, lo ama e lo venera come fosse un dio. 
E come non venerare e amare un uomo del genere? Uno che si è fatto da solo, uno a cui tutti vogliono bene, come testimoniano le foto che riempiono le pareti della sala ristorante: Franco che sorride con uomini importanti e con personalità transitate dal suo albergo, Franco che non ha soggezione di nessuno, che sorride in quelle foto come se avesse un nipote seduto sulle ginocchia e non fosse al fianco di qualche Croce di Malta o di un Commendatore del Lavoro. 

Franco, uomo di una purezza cristallina, che ha fatto del bene in senso assoluto, al paese in cui ha aperto l'albergo portando lavoro, alla giustizia religiosa con la sua condotta, ai suoi lavoratori dipendenti portati su un palmo di mano. Franco che viene da chiedersi: dov'è il lato d'ombra? Dev'esserci. Chi lo conosce davvero scuote la testa. Non c'è, non c'è lato d'ombra. Ma in quella settimana in cui Franco lascia il suo albergo a Civita di Bagnoregio, le sue dipendenti prendono finalmente possesso di tutto e finalmente sono libere di essere loro, le padrone. 

La prima cosa che fanno è alzare il riscaldamento al massimo. Talmente è attento il signor Franco, che le sue collaboratrici soffrono il freddo sei mesi l'anno. Franco è sempre attaccato al termostato, è la sua preoccupazione costante, verso le bollette, ma anche verso l'ambiente circostante, verso il surriscaldamento globale. Così che, appena lui se ne va, loro prendono e alzano al massimo tutti i riscaldamenti della casa, tanto che il calore si diffonde dai pavimenti, tanto che appoggiando una mano sul muro esterno del palazzo è possibile sentire il calore che emana lo stabile. Prima cosa. 




In secondo luogo alzano i prezzi del ristorante, del duecento per cento, così da intascarsi tutti i soldi del ristorante. Poi dichiareranno a Franco che non è venuto nessuno, a pranzo. E la roba da mangiare surgelata che manca?, domanderà Franco, indagatore. I lupi sono scesi dai monti e ci hanno attaccato; la neve isolava il paese, qualcosa abbiamo dovuto inventare. Bene, benissimo, risponde lui subito comprensivo. Poi le ragazze rumene staccano l'acqua dell'albergo. Staccano tutto, dopo che si sono fatte dei bagni di ore e ore. Se lo preparano bello caldo, poi una volta che la vasca è piena, aprono al massimo il rubinetto e lo scarico, in modo da fare il loro bagno con acqua che ricircola, sempre nuova acqua caldissima, sempre nuova, che si scarica incessantemente e incessantemente torna a riempire la vasca. Poi, finito di fare i loro bagni, uscite da là completamente lesse, staccano del tutto l'acqua dell'albergo, avendo quasi esaurito la scorta mensile. Quando arrivano ospiti per una notte (io e Diana, nello specifico) dicono: mah, strano ci deve essere un problema, ma è andata via l'acqua. Volete una bottiglia di naturale per lavarvi i denti? Volendo anche due bottiglie, che ne dite? Mi sembra ottimo, siamo davvero gentili, non vi pare? Questo ci dicono le ragazze dell'albergo. E questa temperatura asfissiante?, chiediamo noi. Bello caldo, eh? 
Una settimana l'anno costa al signor Franco carissima. In termini di recensioni negative su Trip Advisor, di bollette del riscaldamento e dell'acqua, ma non può fare altrimenti, almeno una settimana l’anno, dovrà pur tornare dalla sua famiglia. 

testo Simone Lisi
illustrazione Elisa Lipari

lunedì 5 giugno 2017

Chi sono i padroni? Il cornetto

Chi sono i padroni? 
Episodio 1
Il cornetto
(dove si indaga cosa fa di un padrone il suo essere  “padrone”)


C'è questa donna dentro al bar della mattina che occupa tutto lo spazio disponibile.
La borsa sulla sedia.
Il giornale comunitario aperto sul tavolo di cui si è appropriata. Di tanto in tanto lo sfoglia.
Uno sgabello vicino al banco, è il suo.
E per quanto riguarda lei in persona se ne sta ancora più in là, occupando coi gomiti metà del bancone. Poi di colpo si stacca e attraversa tutto lo spazio come se non ci fosse nessuno. Ma ci sono io. Che mi faccio da parte, mentre lei continua a parlare con la vecchia barista dal naso camuso.
Stavano già parlando di qualcosa quando io sono entrato e hanno continuato a farlo. Non capisco di cosa si tratti, e neanche mi interessa. Sono là solo per fare colazione e poi andarmene.
Quella donna, adesso ricordo, l'ho già incontrata alcune settimane fa, davanti a quello stesso bar. Era con un uomo dai tratti asiatici, filippino, o forse indiano, adesso io non lo saprei dire con esattezza, malgrado la distanza che separa quei paesi.
Ricordo per certo che c'era lei, la donna, che chiamava l'asiatico per nome. Ripeteva a voce alta quel suo nome esotico che adesso non ricordo e lo trattava con rispetto, cioè con il rispetto che si riserverebbe a uno schiavo. Lo chiamava sempre per nome e gli dava degli ordini. Forse le sue frasi avevano il tono di domanda, ma non erano delle vere domande. Lei se ne stava là davanti al bar con questo suo servitore asiatico e ricordo anche di aver pensato che era bello non aver nulla a che fare con lei.
Adesso la donna è di nuovo vicino a me, che parla con la barista e occupa quasi tutto lo spazio disponibile. Ho chiesto il mio caffè macchiato come ogni mattina e preso un croissant dal vassoio. La barista dal naso camuso mi ha rivolto la sua attenzione, maggiore rispetto al solito, sotto lo sguardo della padrona. Io sono il cliente, e dopo che ho fatto la mia richiesta le due donne hanno ripreso a parlare di qualcosa che non mi interessa e sono stato solo un po' infastidito dal fatto che lei occupasse quasi tutto lo spazio disponibile e parlasse con un tono di voce inutilmente alto, ma mi è indifferente la sua vita, i suoi vestiti cari, i suoi orecchini d'oro e la sua borsa di Prada. Oggetti che servono a occupare lo spazio che lei non può occupare personalmente.




Poi la donna ha chiesto alla barista dove si trovasse Agata, o Agnese, o un altro nome femminile con la A. Ma questo la barista non lo sa. Come potrebbe sapere dov'è A.? La barista è dietro al bancone che ha da fare le sue cose. Deve preparare i caffè e la colazione per me, dare il resto ai clienti, non può sapere dove sia A., ma la padrona lo chiede lo stesso. Lo chiede anche se sa bene che la barista non ne ha la più pallida idea. Poi, sempre con quello spirito là, chiede alla sua dipendente il permesso di passare dietro al banco, nella stanzina sul retro.
Alla barista non importa.
È una barista vecchia, con una faccia da africana, pur essendo bianca, e anche se non è buona sa farsi volere bene dai clienti. Non è nemmeno una brava barista, ma nessuno la manderà mai via. Certo che la signora può passare dietro, risponde, ma non pensa che A. si trovi là, anzi, sembra esserne certa. La signora continuando a parlare va dietro, nel magazzino e per un momento il bar della mattina torna a essere il solito bar della mattina: vuoto, con spazio e silenzio. Ma è un attimo.
La donna riemerge dal retro e chiede alla barista se il croissant che sta là sia stato messo da parte per qualcuno o se invece è perché quello di ieri.
Esatto, risponde la barista che non la teme, lasciandoci incerti se sia per la prima o la seconda opzione. Di ieri, aggiunge dopo un po'. Allora la donna dice che ne prenderà un pezzetto, del vecchio croissant, e sarà la sua colazione. Che inzupperà in un caffè macchiato tazza grande con poca schiuma (quante richieste per un caffè, penso, un cosa in fin dei conti semplice) e non farà caso alle parole della barista anziana con il naso camuso, ma bianca, che le dirà: ma prenda una di quelle di oggi; o meglio ci farà caso, dal momento che giustificherà la sua scelta con: no, tanto ne prendo giusto un pezzetto. Però il suo è chiaramente un discorso fasullo: lei il cornetto lo mangerà tutto, inzuppandolo per renderlo più morbido.
Io lì per lì guarderò la scena senza pensare a niente, mentre i suoi orecchini d'oro oscillano vicino al mio viso. Una parte di me ignorerà deliberatamente quella scena e continuerà il complicato processo di risveglio. Solo una parte della mia mente registrerà quel dato come decisivo e mi porterà a scrivere, ore dopo: non sono gli orecchini d'oro, o lo schiavo cingalese, è quella pasta vecchia da buttare che fa di lei la padrona.


testo: Simone Lisi 
illustrazione: Elisa Lipari



 

lunedì 8 maggio 2017

La versione del pugile

 LETTURATORE presenta
La versione del pugile

Alla fine della quinta elementare la maestra congedò mia madre dicendole: “per lavorare sull’empatia, imparate a credere che l’aggressività non sia il demonio” .
Tre mesi dopo al centro della mia stanza oscillava un sacco da box siglato Taurus. Le catene da cui pendeva erano di quelle a maglia larga e se nella notte un fotone riusciva a passare la censura della serranda, l’incontro tra il metallo delle catene e la luce vergognosetta dei lampioni, mi faceva venire in mente le lucciole.
Era mio nonno che ogni tanto sfiatava – “sono tornate le lucciole in città” – e a tutti sembrava come una buona promessa di futuro. Il futuro lo avevo sempre immaginato come una specie di terza guerra mondiale che avrebbe disfatto quello che un tempo era nato intatto. Tutte le volte che lo dicevo a mia madre, lei rispondeva che quel sacco avrei dovuto picchiarlo almeno un quarto d’ora al giorno.
Non l’ho mai capita la relazione tra i cazzotti a un cuscino duro e le mie proiezioni di morte, ma era evidente che mia madre tenesse in altissima considerazione l’opinione della maestra.

Mentre tutti i miei amici progettavano pic-nic sul lago e cercavano di sedurre le ragazzine con la fissa del costume intero, io perdevo tempo a contarmi i peli intorno all’ombelico. Pensavo che anche quelli sarebbero caduti, in futuro, e la cosa mi dispiaceva non poco. Puntualmente però capitava che chiunque si sentisse in diritto d’interrompermi nella pratica della contemplazione. Mia madre mi sedeva accanto dipingendomi il sacco da box come la panacea per tutte le cose incomprensibili della vita; guardavo alla sua concentrazione nella scelta degli aggettivi per farmici affezionare con una specie di pena.
Il suo sforzo m’impietosiva, il suo profumo frizzante, fruttato, la sua piega perfetta colorata di colpi di sole, i suoi tacchi e le caviglie slanciate, il suo sudore nel mentirmi su quanto tutto sarebbe stato gioioso m’impietosiva e finivo sempre per rassicurarla senza troppa convinzione.
Le ricorrenze in casa mia non avevano niente a che vedere con i festeggiamenti di compleanno, riguardavano piuttosto la parola – empatia – rimbalzata da un capo all’altro del telefono durante le chiacchierate con i conoscenti, sussurrata con preoccupazione nelle orecchie di mio padre in piena notte, discussa con i nonni e le zie la domenica pomeriggio.

“Non è empatico”, dicevano, e sull’argomento, due erano le cose su cui mi trovavo a riflettere.
Prima di tutto, l’abitudine a sentir parlare di me piuttosto che con me. Questo non mi aiutava, perché anche io mi stavo abituando a trattarmi con distanza, in terza persona. E poi, non capendo esattamente cosa s’intendesse con quella specifica parola, provavo a fare in modo di darle un senso personale. Quel senso lo trovavo nel sacco da box. E infatti quella parola, aveva assunto un colore: il rosso del rivestimento lucido del sacco. Tra l’altro, avevo sentito dire a mia madre che concentrarsi sulle tinte accese fosse un rimedio per il mal di testa, esperienza che prima di correggere l’ipermetropia con degli occhialini tondi, mi capitava spesso di subire. All’iscrizione in prima media seguì una domanda che mia madre mi rivolse emozionata, come nell’attesa di una risposta definitiva. “Devi scegliere uno sport”, mi disse. E poi aggiunse: “io credo che per l’empatia la cosa migliore sia uno sport di squadra, per la pallavolo sei un po’ goffo, per il basket sei poco concentrato, per la pallanuoto toccherebbe prima imparare a galleggiare: rimane il calcio che fa molto gruppo, spogliatoio, resistenza e comunicazione, vedrai che la tua cerchia di amici si allargherà e diventerai finalmente un ragazzo empatico”.
Risultato: in panchina riuscii ad affinare le mie doti di osservatore. Facevo gli allenamenti ma gli occhiali m’innervosivano, il fiato mi mancava, la motivazione a correre e saltellare pure, l’entusiasmo degli altri e il loro desiderio sfrenato di competere mi sembravano un affare insensato e la speranza di mia madre che il mister mi convocasse per una partita il sabato pomeriggio mi si imponeva in modo quasi doloroso.
Al quinto mese di panchina, mia madre cominciò a eliminare i tacchi prediligendo scarpe basse, spesso stivaletti a coprire le caviglie sottili di cui andava tanto orgogliosa.

Vestita in quel modo, scarpe basse e pantaloni color crema, mi portò in un appartamento situato in uno dei quartieri più in della città. L’ascensore ci introdusse direttamente all’interno dell’appartamento e ad attenderci una signorina dal sorriso misericordioso, quasi ne sapesse più di chiunque altro, ci fece accomodare in una sala d’aspetto dove campeggiavano due sedie di legno con l’imbottitura di stoffa rossa, separate da un tavolino e due quadri appesi al muro raffiguranti un lupo e un orso polare. Mi faceva fatica persino domandare a mia madre cosa stessimo aspettando ma provai a sperare che si trattasse di una seduta dal suo dermatologo per la cura dell’acne, che mi aveva raccontato fosse stato un suo problema in adolescenza. Tempo dieci minuti e dalla sala principale uscì un uomo basso ma distinto che con fare rassicurante allargò il braccio destro lateralmente come a dire: fatevi avanti.
“Non è empatico”, ma sulle già ben note parole l’omino portò ancora il braccio destro dritto davanti a sé, col palmo della mano ben aperto verso la faccia di mia madre e lei capì che quel gesto voleva dire che non fosse il caso di aprire bocca da quel momento in poi.
“L’orso polare o il lupo?”, mi chiese. “Il lupo. Perché la foresta è meno monotona dei ghiacci e perché quando penso agli animali che mi piacciono faccio sempre il test del letto.Il test del letto consiste nell’immaginare la consistenza di pelo, pelle, grado di calore e sensazione al tatto che gli animali rilascerebbero lungo tutto il mio corpo quando sono sotto le coperte.”
Quell’uomo consegnò a mia madre un bigliettino da visita invitandola ad andare da un signore simile a lui che però si occupava di adulti. Lui non mi volle più vedere.
Presto provai a imitare quel gesto che l’uomo fece quel giorno col braccio teso e il palmo della mano aperto nella direzione del volto della persona che mi capitava a tiro quando volevo che smettesse di parlare. Contro mia madre alzai il braccio molte volte con quella stessa intenzione.
Le scuole medie passarono senza sport, con voti molto alti in filosofia e molto bassi in matematica. Il sacco da box non lo utilizzai più per picchiare, non trovavo niente di rilassante nel sudore e nella dolenza delle nocche e un giorno presi il coltello più lungo dal cassetto della cucina, andai verso il sacco e lo tagliai al centro. Estrassi tutta la gomma piuma che lo riempiva e ne lasciati il giusto per sagomare la mia figura. Entrai nel sacco e cominciai a oscillare. Cominciai a sentire il beneficio di quella sospensione da terra e quella fu la mia pratica quotidiana fino a che non esplosi in centimetri di altezza.


Per festeggiare gli esami delle scuole medie chiesi a mio nonno di portarmi nel passato, il futuro era ancora un gran problema. Lui prese la sua vecchia auto e guidò fino a una specie di campo arato e molto ampio, riempito di macchine parcheggiate l’una accanto all’altra, tutte col muso nella direzione di un grandissimo schermo a cielo aperto.
Mentre la pellicola scorreva e i pop-corn finivano, chiesi a mio nonno cosa significasse quella cosa che sfiatava ogni tanto sulle lucciole – “sono tornate le lucciole in città”. Lui arrestò la masticazione, roteò gli occhi azzurri verso di me e mi spiegò il significato della parola “prostitute”.


testo: Maria Rita Di Bari
fotografie: Giulia Mangione