mercoledì 29 marzo 2017

Kinbaku

Quando nacqui ero come tutti, poi sentii dolore perché mi assestarono qualche colpo e mi incazzai e urlai. Fu il primo segno. Si aspettavano piangessi e invece no, avrei restituito volentieri colpo su colpo.
Quando per la prima volta mi alzai e camminai mia madre e mio padre sorridevano e tenevano le braccia larghe ma io mi girai e corsi nella direzione opposta. Fu il secondo segno. Non una fuga, altro.
Quando iniziai scuola, la prima elementare, non riuscivo a parlare con nessuno per il mio fluente italiano standard appreso in sei anni di telegiornali pomeridiani e serali di Striscia la notizia di serie TV con poliziotti ispettori e preti. In più usavo termini desueti anche per le maestre. Fu il terzo segno. Marcai nettamente la differenza rispetto ai miei coetanei, e sempre, a scuola, avrei saputo troppo rispetto a tutti, insegnanti inclusi. Però mia madre aveva le sue convinzioni pedagogiche, niente scuole speciali, si impuntò affinché seguissi il corso regolare pur essendo palesemente irregolare.
Finito il liceo scientifico, decisi di non frequentare l’università. Mi ero torturato troppo a studiare cose con facilità, ad avere poco da imparare, a convivere con chi ne sapeva meno di me. Questo non fu un segno, o forse sì, non lo so. Mia madre accettò la decisione solo perché in base alle sue convinzioni pedagogiche io dovevo essere libero di decidere ciò che volevo. Mio padre non c’era più, faceva l’avvocato, aveva trovato un’altra donna e io lo cancellai dalla lista di persone che dovevo frequentare.
In questa lista erano rimasti mia madre, un mio cugino farmacista che ogni tanto mi regalava medicinali, la vecchietta del secondo piano – noi abitavamo al quarto – che mi aveva sempre cucito i vestiti, Margherita. Poi mi rifiutavo di vedere alcuno. Capitava, mio malgrado, di incrociare vicini e parenti: la mia strategia era il silenzio. Mia madre non interferiva su queste decisioni. Io e lei guardavamo insieme le serie TV con poliziotti ispettori e preti e anche se io dicevo sempre come sarebbe finita lei era felice.
Una volta le feci una domanda.
«Mamma, cosa ti aspetti da me?»
Avevo diciassette anni, una t-shirt stiracchiata e una barba di settimane, ero rimasto chiuso in camera trentasette giorni nutrendomi di patatine in busta che mi piacevano tanto, di una scorta di biscotti e di scatolette di tonno che pure mi piacevano tanto; uscii solo quando finii tutto. Lei dopo quei trentasette giorni in cui non aveva mai osato nemmeno bussare alla porta mi fissò come se non fosse accaduto nulla. Stette zitta, mi passò uno straccio sulle labbra sporche di patatine, mi strizzò due brufoli. Io lasciai fare perché sapevo che avrebbe detto qualcosa. Lei era così, aveva altre priorità. Infine parlò.
«Aurelio, figlio mio. Mi dissero che non potevo avere figli e invece sei nato tu.»
Poi ammutolì. Era felice.
«E quindi?»
Lei fece quell’espressione stuporosa sua con gli occhi semichiusi e le labbra serrate e il capo pronto a scuotersi per dire “ma come? proprio tu non capisci?”.
Io ci pensai. Dopo capii. Mi aveva voluto dire che come non si aspettava che nascessi così non poteva aspettarsi nient’altro. Quando ci arrivai le sorrisi e lei sorrise a sua volta distendendo i lineamenti della faccia come a dire “menomale”. Mia madre era l’unica a non avermi mai deluso. Il resto del mondo era decisamente insostenibile. 




Poi c’era Margherita.
Margherita viveva al primo piano e aveva una famiglia normale, ossia un padre e una madre. Aveva la mia stessa età. Era magra come le modelle che vedevo al tg2 costume e società, cioè era più magra della media tanto che in certi periodi si era sottoposta a cure perché il suo era un caso sempre ai limiti dell’anoressia con venature bulimiche. Ma sapeva recuperare subito. Si piaceva magra, Margherita, e col tempo aveva imparato a gestire il corpo senza bisogno di interventi esterni. Io durante l’adolescenza la lasciavo vomitare liberamente perché avevo imparato da mia madre che le persone devono decidere da sole, anche quando sbagliano, e infatti a un certo punto lei non vomitò più.
Margherita mi parlava sempre e solo di sé. A me andava bene così. Eravamo amici.
Quando iniziò l’università, Margherita pretese che la accompagnassi ai corsi. Io non avevo altro da fare. Mi ritrovai ad apprendere il greco e altre lingue antiche: non era divertente. Però c’era lei. Quando si avvicinava qualche ragazzo mi presentava come Will Hunting. Era un codice, voleva dire che dovevo fare come l’attore biondo nel film e cioè interrogare il ragazzo citando diversi libri che non erano in programma ma che lei mi aveva preventivamente obbligato a leggere solo per queste occasioni. I ragazzi ne uscivano malconci, Margherita rideva e così ridevo anche io. Un giorno mi obbligò a sostenere l’esame di Letteratura Italiana dopo di lei solo perché il professore le aveva guardato le tette tutto il tempo e poi le aveva dato un voto basso. «Stronzo pezzo di merda» mi disse, «le mie tette gli facevano schifo… ora vai, tocca a te». Gli citai testi su Dante a lui ignoti che io e Margherita durante i corsi avevamo scelto a caso nella sterminata bibliografia dedicata al poeta sempre per il solito gioco, e quei testi fecero sudare e arrossire il professore davanti ad almeno una ventina di studenti in attesa; alla fine gli dissi che avevo dimenticato il libretto e lui alzò la voce e mi insultò alleviando così i suoi dolori. Margherita fuori l’aula rideva, rumorosamente, rideva per farsi sentire e quelle risate non erano belle.
Margherita mi diceva sempre cosa dovevo fare, era l’unica, e io lo facevo. Non mi lasciava libero e questo mi piaceva. Quando festeggiò i suoi diciotto anni mi ricordo che bevve tanta vodka poi mi portò in bagno mi obbligò a spogliarmi e a sdraiarmi sul pavimento sotto di lei, poi mi pisciò sulla faccia e mi obbligò a bere. Io lo feci. La pipì era calda e bianca e aveva un sapore che non saprei dire sgradevole ma non troppo. Ebbi un’erezione tale che appena mi sfiorò, involontariamente, con la sua mano piccola, eiaculai. Il giorno dopo lei non ricordava nulla, io invece sì.
Margherita aveva capelli lunghi e lisci che spesso legava a coda di cavallo, occhi azzurri, espressione che sembrava schernire il mondo intero. A dodici anni capii una cosa di lei. Mangiavamo un gelato. Una macchina parcheggiò, scese una signora grassottella con un bastardino di taglia piccola al guinzaglio, varcò la soglia del bar, le intimarono di non estrare col cane perché il proprietario era allergico, così lei uscì, chiese a Margherita di tenerlo pochi minuti e lei lo tenne, varcò di nuovo la soglia del bar, Margherita sorrise, guardò il cane, sorrise, davanti a noi c’era la strada, vide una macchina che si avvicinava in estrema velocità, lanciò il gelato, lasciò il guinzaglio e il resto già lo avete immaginato. Io ero dispiaciuto, la signora era più che dispiaciuta, Margherita no. Era crudele.
Margherita a diciassette anni ebbe il suo primo ragazzo. Un pomeriggio mi disse di scendere di casa alle 23.45 per farmelo vedere. La sera scesi, trovai la macchina, una utilitaria di poche pretese, ero a qualche metro quando vidi che lei teneva il membro turgido di lui tra le mani e lo leccava. Lui aveva gli occhi chiusi e lasciava fare, in stato di abbandono. Lei mi vide e mi sorrise. Io mi girai e andai via. Una volta a casa mi masturbai.
Margherita a ventitré anni prese la laurea breve. Mi disse che dovevo festeggiare con lei e così mi diede un indirizzo ignoto. Erano le 22.30, bussai, un tizio vestito da pagliaccio mi fece entrare. Io ho sempre diffidato dei pagliacci e avevo ragione. Vidi Margherita con in pugno una pistola che rideva sguaiata e sorseggiava vodka, a pochi metri da lei un suo professore legato e imbavagliato con una mela in testa. Sparò, la mela esplose, il professore urlava per quello che poteva e piangeva, un pezzo di mela raggiunse la mia faccia. Fece sistemare un’altra mela sulla testa di lui.
« Aurelio, tieni, tocca a te.»
Io sapevo che era tutto sbagliato, ma presi la pistola e puntai. Non avevo mai sparato. Sparai. La mela esplose e Margherita rise. Fece sistemare dal pagliaccio un’altra mela e mi disse di sparare. La mela esplose di nuovo.
Il tempo passava e Margherita continuava con quei suoi giochi crudeli. Io la lasciavo fare, non potevo intervenire, non sarebbe stato giusto.


Un giorno mi fece denudare mi legò tutto e mi tenne appeso manovrandomi con le corde e le carrucole. Eravamo in un macello abbandonato. Non immaginavo che quel corpo gracile avesse tanta forza. Io la guardavo annullato, avevo preso una adeguata dose di calmanti; comunque mi piaceva guardarla dall’alto verso il basso. Lei dopo si spogliò. Io intanto mi eccitai ma non potevo fare nulla.
«Aurelio, cosa ti aspetti da me?» mi chiese.
Margherita non sorrideva e non aveva la sua solita espressione. Mi aspetto che questi tuoi giochi li faccia solo con me, così nessuno capisce come sei. Volevo dire questo ma quando cercai di parlare non riuscivo ad articolare le parole. Dovevano essere i calmanti. Dovevano essere le corde.
Margherita si rivestì e mi lasciò lì. Dopo diverse ore venni recuperato. Il macello era in una zona isolata, era stata di certo lei a salvarmi. Avevamo ventisette anni.
Non la vidi più, era sparita.
E io sono solo.
Voi sapete cos’è la solitudine del genio?
È quando capisci di non poter avere nessun nemico. Nemico non come lo intendete voi, ma come lo può intendere uno come me.

testo: Antonio Russo De Vivo
illustrazioni: Enrica Berselli

lunedì 20 marzo 2017

Il Picco del buio perpetuo

Incantato, ma no, ma che incantato, perso, proprio perso, straperso nella ricerca per immagini dello stambecco, animale che scientificamente, stando alla parte finale della celebre e immutata nomenclatura fondata da Linneo nel XVIII secolo, è chiamato Capra Ibex – ovvero “capra alpina”. Difatti, la parola “stambecco” altro non è che un calco dal tedesco “steinbock”, che vuol dire proprio “capra delle rocce”, visto che questo animale vive in altura, arrampicandosi sulle montagne.
Lo stambecco: che corna. Che corna, dio mio. Corna arcuate, che sembrano ritorte a spirale lungo il loro asse longitudinale; corna a forma di scimitarra, inscalfibili, puntute; corna pericolose, corna diaboliche.
Sono corna sproporzionate per animali dall'aspetto tutto sommato mite, davvero simili a capre domestiche, semmai dal pelo più duro e spesso, forse dalla muscolatura più tonica, e sì, anche maggiore altezza al garrese; ma conta poco, conta poco perché quelle corna, scure di pietra, geometriche escrescenze rocciose, sono armi primitive e tecnicamente perfette, e gigantesche, cinque volte più grandi e almeno dieci più pesanti del piccolo cranio che le sopporta. Sono corna che in alcuni esemplari di Capra Ibex arrivano a misurare più di due metri e mezzo di lunghezza, per un peso massimo di dieci chili ciascuna.
La foto di uno stambecco immortalato in cima a una sperduta altura del Kazakistan, cima che un sito riporta con il nome di "Picco del buio perpetuo" – traduco dall'inglese, a sua volta una traduzione di un dialetto kazako della suddetta area – ritrae la bestia dal pelo scuro, nero, ma uno strano tipo di nero, simile a quel nuovo Vantablack, cioè quel tipo di nero recentemente ricreato in laboratorio e che è in grado di catturare i fotoni, quindi la luce, senza farla rimbalzare; non so come faccia, e nemmeno lo riesco a immaginare, fatto sta che quel Vantablack cattura e fa sparire dalla vista i riflessi luminosi; e ogni oggetto avvolto nel Vantablack appare come un perfetto buco nero bidimensionale, diventa un oggetto irreale, privo di ombre e sfumature. Il pelo dello stambecco del Picco del buio perpetuo sembra, e sottolineo sembra, perché non è proprio la stessa cosa, dacché la luce in parte è riflessa e ne esalta anzi le forme muscolari, insomma, il pelo di questo stambecco sembra proprio di un diabolico Vantablack.
La bestia si staglia a malapena lungo la ripidissima parete scura sulla quale è arroccata, con un fianco totalmente schiacciato su di essa, gli zoccoli biforcuti delle zampe raccolti in una sottilissima striscia rocciosa che sporge. La scena è calata in una sorta di crepuscolo violaceo e turchese, e se non la si guarda con la dovuta attenzione, le forme, lo stambecco le rocce il crinale il cielo, si confondono in una macchia scura e compatta, i colori si mischiano azzerandosi, quasi a diventare un brutto disegno astratto: dei nuvoloni densi e oscuri, una tavolozza priva di contorni, e men che meno di significato.
Ma ricalibrata l'attenzione, la scena riprende subito i suoi veri connotati. E lo sguardo – o almeno il mio – corre immediatamente a puntare loro: quelle due corna bislunghe, interminabili, micidiali, perfette di un'armonia minacciosa; due archi scanditi dagli spessi anelli che ne segnano l'età, più lunghi dell'intero corpo dello stambecco, il cui volto, il cui volto?, il cui muso è rivolto verso l'obiettivo della camera – in poche parole, lo stambecco ci guarda. Mi guarda.
Lo stambecco è in silenzio.
Lo stambecco è immobile, volevo dire. (Ci sto riversando sopra un po' troppi significati, troppe proiezioni antropomorfiche, me ne accorgo; è solo una foto sullo schermo di un portatile, ma pare così vivida.)
Ora, dopo essermi informato su questa particolare sottospecie di Capra Ibex che vive solo in Kazakistan, o meglio, solo nei pressi del Picco del buio perpetuo, che è una cima minore, e nascosta, delle Montagne celesti kazake, scoprendo per di più che è lo stambecco dal colore più scuro e dalle corna più lunghe e pesanti, nonché più longeva (vivono per oltre sessant'anni, a fronte dei venti della Capra Ibex comune), sono tornato a fissare il muso, ma no, ma che muso, quello è proprio un volto, lo è, sono tornato a fissare il volto dello stambecco arroccato sulla parete del Picco del buio perpetuo. Dopo ho zoomato. Che occhi. Dio mio, che occhi. Occhi neri e lucidi, che riflettevano forse la luce chiara di un faretto puntato verso di loro, per scattare la foto. Che occhi. Privi di sclera, come tutti gli stambecchi, ma senza stacco tra pupilla e iride, come invece è riscontrabile in tutte le altre sottospecie di stambecchi. Due biglie nere e lucenti, quegli occhi. Due occhi muti e diabolici. Dello stesso peso delle gigantesche corna. Due occhi di pietra nera, levigata e riflettente. Dio mio, che animale.


Ne parlo con D., al bar sotto casa. Gli dico, per prima cosa, di come senza alcun motivo chiaro, ma così, proprio dal nulla, a un certo punto mi si è profilata la silhouette di uno stambecco, mentre stavo pensando davvero a tutt'altro, giuro, e questa apparizione sagomata e repentina mi fa dire: che bell'animale, lo stambecco. Fammelo cercare su Google Immagini – e qui, D. sbadiglia. Lo fa spesso, mentre gli parlo. Sbadiglia e poi ordina un caffè al ragazzo dietro al bancone. Subito dopo mi guarda, e a essere sincero mi pare attento, mi pare stia prestando attenzione. Quindi continuo a parlargli.
Sfortuna, nessuno dei due ha la connessione disponibile; così non sono riuscito a mostrargli la foto dello stambecco, e nemmeno a fargli vedere il sito che la ospita, e per giunta non ho potuto dar prova di nulla quando D. mi ha "fatto notare", in modo un po' sfacciato, a esser sinceri, che lo stambecco o Capra Ibex è un animale che vive solo entro l'arco alpino, e che è impossibile e inaudita una famiglia kazaka di questa specie, per giunta dalle corna che superano i due metri e mezzo di lunghezza e i dieci chili di peso ciascuna; senza contare che un nero del genere, “tipo pantablack”, mi ha canzonato D., in natura è impossibile: avrò visto una foto pesantemente ritoccata con Photoshop. Tutte queste cose, D. me le dice sorridendo, ma con un'aria vagamente annoiata, la voce stanca, quasi una nenia lontana, dolce, però disciplinata. Le palpebre gli sono pesanti sui suoi piccoli occhi azzurri. Finisce il caffe è si passa una mano tra i suoi piccoli riccioli biondi, che scattano come molle non appena la sua mano passa oltre, andando infine a stringere il bicchiere d'acqua.

Tornato a casa, verso le sette di sera, mi faccio una doccia. Al buio. Lo faccio sempre, quando voglio riflettere un po'. Mi faccio questa doccia al buio e ripenso allo stambecco diabolico del Picco del buio perpetuo.
Uscito dal box doccia, allungo il braccio a colpo sicuro per afferrare l'accappatoio che so essere appeso lì vicino. Ma vado a vuoto. Rimango in piedi. Ho gli occhi aperti, ma non vedo nulla. Tutto nero. Un breve scatto metallico arriva dall'alto, da sopra la porta, che è sormontata da un piccolo scaldabagno. Lo scatto metallico precede l'accensione di una piccola luce rossa, che si illumina quando lo scaldabagno è acceso e attivo. È una piccola luce segnaletica, che si accende da sola ogni quarto d'ora. In circostanze normali, nemmeno si nota. Ma ora è buio totale, è nero denso.
La piccola luce rossa si accende. Sferza obliqua, un taglio color rubino, ma opaco, sul mio viso; sulle mie braccia. Sulle mie mani. Le vedo riflesse, davanti a me, nello specchio. Un rosso opaco e piatto. Alzo lo sguardo, ma istintivamente con una rigida cautela, i muscoli del collo pesanti e tesi, una forza, una pressione, una certa gravità mi trattiene, cerca di rimandare un esatto momento per il quale credo sia ancora presto.

Mi viene da pensare a D., a una certa frase che ha detto, ma no, non alla frase, la frase è nulla, mi è rimasto sgradevolmente impresso il modo, il modo in cui l'ha detta: «E allora?, oh!, qual è il punto?» Ha pronunciato la domanda, be', domanda, diciamo pure il rimprovero, ha pronunciato questo rimprovero senza guardarmi, perché in effetti stava guardando il ragazzo dietro al bancone e, contemporaneamente al rimprovero, su per giù nel momento in cui ha detto la parola "punto", gli ha fatto, al ragazzo, il gesto di un bicchiere, di un bicchiere d'acqua, e subito dopo l'occhiolino. In quell'istante ho pensato che fra me e D., in quel momento ma forse anche in generale, la distanza fosse incolmabile, come se ci trovassimo in due luoghi differenti eppure minimamente collegati, non so, come se entrambi stessimo sullo stesso meridiano, ma non sullo stesso parallelo. E poi, da quando l'ho sentito pronunciare con sufficienza «arco alpino», cioè quando mi ha spiegato che è lì e soltanto lì che gli stambecchi vivono, non so, me lo immagino, oltre che lontano da me, lontano dal terreno, come sospeso fra una cima alpina e un nembo canuto e denso, sospeso e regale, coi suoi piccoli occhi azzurri, i riccioli biondi, riflettenti la luce del sole mattutino, quasi dei fili di luce gli si irradiano sopra la testa a formargli un'aureola – e io?, penso di rimando, con uno scatto del pensiero. E io? Negli abissi profondi, nelle ombre infernali?

Nello specchio, la mia figura color rubino, ma quasi diafana, persino tremolante, eppure al tempo stesso uniforme e piatta, un pieno contrasto tra nero e rosso, mi è perpendicolare e remota, a pochi palmi. Sono io. Sono io, dal collo in giù.

Che occhi. I miei occhi: che occhi. Neri, senza iride né sclera. Grandi e pieni. Tondi. Che sporgono da un taglio obliquo, lanceolato, ma che non riesce a contenerli per intero. Gli occhi che ho sempre desiderato.
E le corna? Due corna piene, spiroidali, arcuate, lunghe e alte, che ricadono fino a metà della schiena, come una criniera folta e virile, disciplinata e marmorea. Le sento pesare come dei tronchi d'albergo di montagna, ma il collo, un collo muscoloso, muscoloso il doppio di un qualsiasi collo umano o animale, non solo regge lo sforzo, ma ne trae godimento, è una tensione voluta, afflusso di sangue continuo che genera un fremito simile a un orgasmo: parte dalla nuca e giunge fino alle spalle, irrigidendo persino le mascelle, chiuse, irrimediabilmente serrate, al punto che il desiderio di aprirle, di fare una smorfia, di prendere aria, sento non essere nemmeno lontanamente possibile. Vedo muoversi, sul viso riflesso dallo specchio, soltanto due larghe frogie piatte, si spalancano a formare dei cerchi neri, in rilievo, appena sopra la bocca serrata, per poi richiudersi, ma non completamente. Il ritmo di quel respiro è lento e regolare, come l'afflusso del sangue che avverto scorrere all'interno del collo, e come l'andirivieni dei miei pensieri, tutti virati al rosso opaco e rubino.

D., scusami: guarda qua: cosa leggi: lo leggi: "Stambecco asiatico"? No? Scendi da quella nuvola, D. Non sei poi così angelico. Non sei poi così regale.
Lo stambecco nasconde, per forza, un segreto di architettura biomeccanica in quelle sue corna così sproporzionate e incoerenti, e non è un caso che mi venga a mente la parola: Diavolo.
D., scusami, insisto: questo maledetto stambecco asiatico esiste, guarda, guarda qua, e guarda bene, mi vedi? Adesso mi vedi? Ce l'hai davanti.
E se meritassi davvero l'esilio in un posto che si chiama Picco del buio perpetuo? E se fossi già lì, accolto con placidi e diabolici sorrisi da tutti gli altri?

Sul Picco del buio perpetuo si aggirano spesso, d'inverno, cacciatori kazaki bardati di pelli e lane, armati di fucili rudimentali, dalle forme grezze e i contorni frastagliati, con una sola canna, lunga, lunghissima, almeno due braccia; sono fucili caricati con grosse palle metalliche, dal colore dorato. Questi cacciatori kazaki, in inverno, sul Picco del buio perpetuo, vanno a caccia del diavolo. Il diavolo è per loro questo animale a quattro zampe, un'ombra notturna in pieno giorno, silenzioso, visibile solo serrando un poco gli occhi, abituando il proprio sguardo al nero delle pareti del picco; si dice, fra i cacciatori kazaki di diavoli, che questo animale è un animale mansueto. Un animale che nessuno ha mai visto combattere, o attaccare un qualsiasi altro animale, men che meno esseri umani. Eppure si dice: state lontano da quell'animale diabolico dalle corna di scimitarra. State lontano. Fissarli a lungo, negli occhi, è pericoloso. 
 Una leggenda antichissima, infatti, racconta di un ragazzo, dal nome Shaizim o Shiezem, ogni volta che vien raccontata non è mai lo stesso nome, che un giorno, avventurandosi sul picco più basso delle Montagne celesti, disobbedendo agli ordini di suo padre, che voleva suo figlio a guardia delle sette capre che erano il suo capitale, si mise alla ricerca di una bestia dalle gigantesche corna a forma di scimitarra, e dal manto nero come la notte profonda. Il ragazzo rimase sul picco delle Montagne celesti per tre giorni, in vana attesa. Finché stremato dalla fatica e dalla fame, nel momento in cui decise di far ritorno, la strana ceatura gli si parò davanti, in una sottile striscia rocciosa lungo la parete scoscesa del picco. La leggenda dice: Shaizim, o Shiezem, si trasformò in diavolo, per aver guardato troppo a lungo il diavolo negli occhi.
Alcune versioni della leggenda continuano dicendo: suo padre, dopo tre giorni, preoccupato, si avventurò anch'esso sul picco più basso delle Montagne celesti, alla disperata ricerca di suo figlio. E lo trovò; e lo guardò a lungo; e diventò anche lui un diavolo del picco.

La cosa che mi mancherà di più? I suoni. Forse le melodie. Ma no, se ci penso bene mi mancheranno più i suoni, quelli isolati, il concetto nobile di suono – della melodia ho già il disgusto: mi sono congedato dall'umano così facilmente? Già ho dato inconsapevolmente l'addio all'alba? Quale alba. Io qui aspetterò soltanto colui che in me non crede, per mostrargli questi miei due begli occhi neri, e senza aprire bocca, dirgli: ora tu mi credi.



illustrazione: Eleonora Simeoni
testo: Stefano Felici

venerdì 17 marzo 2017

lintervallo pubblicitario - Il grande libro dei pugni


Lettura e bambini, si sa, non sempre vanno d’accordo. Quante volte hai provato a trattenere tuo figlio davanti a un buon libro, prima che lui scappasse a giocare in giardino o a guardare una cartone animato alla televisione?
Il grande libro dei pugni è un’avventura in pop-up che affronta in modo divertente ed educativo lo sterminato universo delle percosse, per avvicinare tuo figlio a un’esperienza di lettura più consapevole. Calci, pugni, ceffoni, manrovesci, scappellotti, cognacchini, pacchine, schiaffi, sganassoni, sberle. Pagina dopo pagina, tuo figlio apprenderà come ci si comporta a modino.
In un mondo in cui il fenomeno della violenza sui minori ha preso il sopravvento e, allo stesso tempo, l’educazione di una volta non gode più del credito che meriterebbe, Il grande libro dei pugni permette ai genitori di insegnare le buone maniere senza alzare un sol dito.
In perfetto accordo con quelle realtà editoriali sensibili nei confronti dei bambini affetti da disturbi dell’apprendimento e da problematiche di dislessia, Il grande libro dei pugni viene incontro – in modo nemmeno troppo figurato – ai bambini con DSA attraverso strumenti compensativi come botte e randellate.
Ma il GLP non colpirà soltanto i più piccoli, ma anche tutti gli appassionati di design, grafica e creatività a caccia di oggetti da collezione dall’originalità contundente…

illustrazione: Maria Garzo
testo: Martin Hofer


 


martedì 7 marzo 2017

Ruolo 3427, Roth contro Vendemiale

Alla fine la denuncia per plagio fu ritirata e il procedimento penale terminò in un nulla di fatto. Quanto ai danni, si divertirono a tenerci sulla graticola. Era una cosa molto più grande di me: il gruppo editoriale – di cui mi è stato espressamente imposto di tacere il nome – era un colosso, un mostro, un leviatano, ma l'autore che gli stava davanti era molto più grande del leviatano, aveva dimensioni da capogiro. Il mio avvocato era papà; il loro avvocato era una società di ebrei americani con i soliti nomi – Hoffman & Joffe, o una cosa del genere. Papà non conosceva l'inglese e per le traduzioni si affidava a una segretaria che si affidava a google translator; Hoffman & Joffe sostenevano che il foro competente per la controversia fosse New York.
Essere in causa con Philip Roth, per cifre enormi, lunghissime, cifre che non avrei potuto mettere insieme in una vita, e rischiare una condanna penale: l'enormità del fatto mi induceva a fare finta di nulla, e mio padre si comportava più o meno allo stesso modo. La causa Roth contro Vendemiale diventò, nelle nostre rare conversazioni sull'argomento, Quel problemino. "Notizie di quel problemino?", oppure: "Passa in studio, parliamo di quel problemino".
Fui graziato. Nel giro di sei mesi ci fecero una proposta di transazione non rifiutabile, un accordo su una serie di restrizioni a mio carico e un risarcimento danni simbolico: mille e duecento dollari per chiudere la questione, una somma irrisoria che pure era stata calcolata in qualche modo e sembrava portare un contorto messaggio sull'irrazionalità del mondo. Accettammo. All'appuntamento nello studio di mio padre, per chiudere l'accordo di transazione, mi aspettai fino all'ultimo di veder apparire il signor Roth in persona; apparve invece un referente italiano dello studio legale, dall'accento toscano. Firmammo. Notai che anche l'avvocato, come il suo mandante, aveva la testa calva e una corona di capelli neri alle tempie e sulla nuca.
Non posso fare riferimenti espressi all'opera che avrei plagiato, il che vuol dire che non posso citarne brani, titolo o trama, e mi è stato imposto di non ripubblicare il racconto che mi ha messo nei guai, né in forma integrale né per estratto. Nulla però mi vieta di raccontare quello che è successo: cercherò di farlo muovendomi fra questi paletti.

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Il titolo del romanzo di Roth aveva un'evidente, parodistica impostazione da storia di spionaggio e citava un personaggio shakespeariano divenuto emblema per l'ebreo della diaspora – non posso essere più chiaro di così. Lo lessi: come per molte cose di Roth, non fui in grado di esprimere un giudizio nitido alla prima lettura. Non avrei saputo dire se mi avesse attratto in qualche modo o solo annoiato; la sua bellezza era frammentaria e folle; il romanzo iniziò ad affascinarmi per lenta intossicazione, alcuni giorni dopo averlo finito. Lo rilessi e mi trovai più confuso di prima: possedeva la mistificazione e le riflessioni ampie della letteratura, ma aveva l'andamento illogico della vita reale. Nel libro le cose accadevano per affastellamento, senza un disegno, o secondo un disegno talmente astruso da sfuggire allo sguardo – almeno al mio. La vita reale, mi dissi, è a questo modo: ecco il fascino che subivo, assieme alla grandezza dell'espediente che faceva da presupposto alla vicenda e che non posso citare senza violare gli accordi firmati. Mettiamola così: grazie a questo espediente la storia si presentava come realtà, ma si scontrava senza compromessi con il falso, contro un falso incarnato da un doppio dell'autore, replica grottesca della cosiddetta realtà. E dallo scontro era la realtà a uscire a pezzi, amputata del suo presunto contenuto di verità. L'ultimo romanzo di Ellis, che aveva per protagonista Ellis, cercava di fare la stessa cosa ma combinava un pasticcio repulsivo; Walter Siti e la sua brillante storia autobiografica ci prendevano in giro con furbesche premesse che negavano la verità di tutto quel che seguiva; in Roth, in questo Roth casuale come è casuale la vita, in cui il verosimile se ne andava al diavolo proprio come succede nella vita, falso e vero erano la stessa cosa e possedevano lo stesso valore. Il tutto accadeva contro lo scenario torbido e stilizzato di una vicenda di spionaggio, di simulazione e inganno: il risultato era allucinatorio. Senza averlo capito o apprezzato fino in fondo, mi misi a dire in giro che il romanzo era un capolavoro. Di lì in poi mi lasciai ossessionare dalle autobiografie fasulle. Misi ad apertura del mio romanzo – autobiografia fin troppo reale – qualcosa di molto simile a quello che avevo letto in Roth, una sola frase equivoca, ambivalente, che poteva riferirsi tanto alla premessa che seguiva quanto al romanzo che introduceva. Questa confessione è falsa.

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Ricevetti una telefonata di congratulazioni dal mio vecchio editore:
– E bravo! Un racconto pubblicato su Altri argomenti! Come chi? Chi è che scriveva lì su? I due pelati col pizzetto, quelli giovani. Bravo Vendemiale. Fra un po' ti esce il romanzo pubblicato dal cavaliere, fai il botto e mi ricompri tutto lo champagne che ti ho offerto.
Ridacchiai, feci qualche domanda di circostanza, parlammo del più e del meno e chiudemmo la telefonata. Diedi per scontato che quella battuta sul racconto pubblicato da Altri argomenti fosse uno scherzo bizzarro e surreale, e me ne dimenticai in fretta.
Le seconde congratulazioni mi arrivarono per mail, da Bellomo, e non fui in grado di collegarle alle prime. Nuove congratulazioni da parte di un cugino giornalista mi costrinsero a rimettere insieme i dati: fui sfiorato dall'inquietudine dell'assurdo e feci una ricerca in rete senza grandi risultati, scoprii solo che vendevano Altri argomenti alla Feltrinelli in centro. Lì presi per la prima volta la rivista fra le mani: aveva le dimensioni di un quadernetto e un'impostazione sobria, non contemporanea. Lessi il colophon, passai a scorrere l'indice; il racconto di Eugenio Vendemiale, pubblicato a pagina 47, era intitolato La messa è finita: una sfacciata storpiatura del titolo di un mio inedito. Trovai in fretta decine di spiegazioni plausibili per sfuggire all'inspiegabile e sedetti al bar con una birra, a leggere il racconto. Le tre paginette mischiavano con qualche limatura alcuni dei brani che avevo pubblicato in rete su un mio blog, Vendemiale scatenato, cancellato per sempre assieme alla definitiva chiusura di Splinder. Se vi interessa, un link dal titolo Vendemiale scatenato esiste ancora in rete, ma porta nel nulla ed equivale a una lapide per quella che un tempo è stata la mia esistenza pubblica, un'esistenza pubblica che si riduceva a una ventina di lettori al giorno. Finendo la birra e rileggendo il racconto e usando la ragione limitai il novero dei possibili autori di questo scherzo da prete a un terzetto, ai soli che conoscevano Vendemiale scatenato e anche il titolo del mio inedito. Mi dissi che era stato Bellomo, forse per realizzare un qualche suo perverso progetto artistico. Fui persino lusingato e fiero di essere arrivato alla pubblicazione per qualcosa di mio, anche se l'autore di quel racconto non ero io. Non ne parlai in giro, ma scrissi una mail all'ufficio diritti di Altri argomenti, per sapere qualcosa in più dell'intera storia – e, lo confesso, per bussare a denari. Non mi hanno mai risposto.

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La farò breve. Da un lato mi dissi che, se Altri argomenti mi aveva pubblicato una prima volta, avrebbe di certo potuto pubblicarmi una seconda volta. Dall'altro lato un indefinibile sentimento a metà fra l'indignazione e lo stordimento – dovuto alla subdola violazione della mia identità, al fatto che mi avessero trasformato in falso – mi spingeva all'autorialità. Iniziai a scrivere di getto un racconto in cui incontravo il mio doppio usurpatore al bar di un hotel, dove ci mettevamo a discutere di letteratura. Era tanto postmoderno: la rivista non avrebbe potuto rifiutarlo. Come spesso accade, dopo l'entusiasmo iniziale per la storia ebbi la triste impressione di star componendo qualcosa di noioso. La chiacchierata fra il vero Vendemiale e il falso Vendemiale non decollava. Decisi di fare come faccio sempre in questi casi: dare alla storia una bella spennellata di sesso. Emerse naturalmente, da qualche parte della mia psiche, un'idea: il falso Vendemiale avrebbe avuto una menomazione orrenda, avrebbe avuto un falso pene di plastica, manovrabile attraverso una pompetta elettrica. Con la stessa inconscia spontaneità misi al bancone del bar un cameriere che a un certo punto della storia si chinava all'orecchio del Vendemiale-autore per sussurrargli l'offerta di un pompino. In qualche modo chiusi un racconto mediocre e lo spedii ad Altri argomenti, assieme a una lettera d'accompagnamento verbosa che alludeva allo sdoppiamento. Non mi hanno mai risposto.
Mi scandalizzai per il loro silenzio, mi impuntai, mi persuasi che il racconto valeva qualcosa e trovai un secondo editore bolognese, una piccola rivista letteraria senza lettori di cui non posso citare il nome. Mi pubblicarono. Tre mesi dopo l'uscita della rivista arrivò la denuncia per plagio. Non credetti alla verità dei fatti finché la rivista non fu sottratta ai suoi inesistenti lettori e la causa per plagio registrata a numero di ruolo 3427.

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– Ci è andata di culo.
Questa è la solita frase che mio padre sfodera per chiudere l'intera vicenda, ed è una frase a cui mi attacco. In fondo – mi dico – questa è la vita reale: qualcosa che va o non va di culo. Resta però un fatto, che è una presa in giro ai miei danni: un riflesso di falsi e doppi, la replica di un plagio che, alla fine dei conti, mi è costato mille e duecento euro.
L'identità pubblica è essa stessa una falsificazione, una bufala. Sono allo stesso tempo un autore pubblicato e un ambizioso falsario sconosciuto ma, dato che esistiamo a patto che qualcuno ci osservi e ci valuti, esisto più chiaramente nella prima identità, che è falsa. Nella seconda sono stato semplicemente sfiorato da Philip Roth, e a questo punto non sono nemmeno certo che lui esista.

testo: Eugenio Vendemiale
immagine: RUPE