lunedì 28 novembre 2016

LUDO-APATIA _ iogiuocoinnocuo



Si trattava di un giochetto stupido, lo so, eppure a noi era sempre piaciuto. Si lanciava un dado, tutti assieme, così, il numero più alto vinceva. In caso di pari merito si continuava a lanciare fino a quando uno dei partecipanti non aveva la meglio. Semplicissimo. Forse ci piaceva proprio per questo: nessun merito, nessuna abilità, nessuna strategia, soltanto fortuna. Impossibile recriminare al cospetto di un sano colpetto di fondo schiena. Ma questo lo dico adesso, ai tempi non stavamo troppo a rimuginarci su, preferivamo tirare e stare a vedere quale faccia ci avrebbe mostrato il dado.
Non era nostra abitudine scommettere forte. Se capitava, il più delle volte a causa di un bicchiere di troppo, lo facevamo per dare uno scossone a una serata particolarmente insignificante. In fin dei conti eravamo consapevoli che rimaneva tutto fra noi: ciò che perdevi al bar una sera lo recuperavi al bar la sera successiva, e viceversa.

Non saprei dire cosa ci prese quella notte. Forse la presenza di uno sconosciuto all’interno della nostra innocente dimensione di gioco ci dette alla testa.
Lo notammo per caso, laggiù, seduto a un tavolo in fondo al locale. Nessuno lo aveva visto entrare.
Un tipo strano, deforme, dal colorito  poco incoraggiante. Ciucciava un whisky con i suoi dentacci guasti, completamente immerso in un blando solitario.
Quella sera vincevo bene. I dadi mi mostravano sempre il loro volto sorridente e io ero un po’ su di giri. Lo notai nel bel mezzo di una partita. Fra un lancio e un altro non riuscivo a smettere di fissarlo. Un doppio 6 e un 5 mi regalarono l’ennesima partita. Andai verso il bancone per ordinare un altro giro. Mi venne spontaneo avvicinarlo.
Gli altri ridacchiavano  increduli, non capivano dove volessi andare a parare. Mi sa che ero soltanto un po’ stufo, e che forse avrei fatto meglio a filare a casa.
E invece eccomi lì, ad approcciare il tipo più strano che abbia mai incontrato e a sfidarlo a dadi, convinto di risolvere la serata spennando il primo poveraccio capitato sotto tiro.
Ammetto che rimasi sorpreso quando, senza battere ciglio, si alzò e si unì ai nostri, senza nemmeno sapere a cosa stessimo per giocare.

Ci radunammo tutti attorno al tavolo più grande del bar, serrando le ginocchia per far posto ai partecipanti, nove persone in tutto. Qualcuno smozzicò un paio di battute che ricaddero subito nel silenzio. Già dai primi lanci si faceva sul serio, non si giocava più.
Subito un doppio sei e un quattro, poi mi salvai dalla seconda scrematura con un mediocre triplo quattro, uno di quei turni in cui vieni graziato dal mucchio: qualcuno peggiore all’inizio c’è sempre.
Il tizio macinò numeri alti senza fare grandi complimenti. La fortuna del principiante, pensai.
Nessuno si fece scrupoli ad alzare la posta ogni volta che giungeva il momento di puntare, sembravamo indemoniati, i classici giocatori terminali che potrebbero affollare i bassifondi al piano di sotto.
A conclusione del quinto turno eravamo rimasti in quattro: io, il tizio, mio suocero e un altro nostro amico.
Mio suocero si congedò con un tre e un miserabile doppio uno. Eravamo rimasti in tre, ma io ero concentrato solo sullo sconosciuto. Non riusciva a smettere di calare cinque e sei, presentandosi sempre con punteggi appena superiori dei miei.
Il terzo incomodo venne fatto fuori da una sciagurata combinazione due-tre-quattro. Ci spartimmo la posta. Restavamo solo noi due. Gli altri mi davano pacche sulle spalle, mi incoraggiarono con frasi sempre più aggressive nei confronti del mio sfidante, dal canto suo completamente indifferente a tutto ciò che gli accadeva intorno. Pareva ci stesse facendo un favore. Beveva whiskey, e lanciava quando c’era da lanciare. Quello che accadde, quel gesto inconsulto che mi porto ad afferrare il portafogli, ad aprirlo, e a estrarre dal suo interno tutto ciò che avevo, ancora non mi risulta perfettamente chiaro. Nei giorni seguenti descrissi il mio stato psichico come soggiogato da una sorta di “ipnosi” ma, considerate le facce che fecero coloro che mi stavano ascoltando, decisi di piantarle e iniziai a liquidarlo come un semplice colpo di testa, una di quelle sciocchezza che almeno una volta nella vita capita di combinare.
Da queste parti la povertà è stata messa al bando da un pezzo, se hai problemi devi spostarti al piano di sotto, però le banconote che avevo messo sul tavolo erano un bel gruzzolo anche per me, tre mesi buoni del mio stipendio.
Chiusi gli occhi e scaraventai i dadi sul tavolo: due sei e un quattro. Mi morsi la lingua dal sollievo.
Lui prese i dadi in mano e forse fu allora che mi guardò negli occhi per la prima volta.

Adesso è facile parlare. Mia moglie me lo ripete in continuazione. È stato mio suocero a spifferarle tutto. Al mio ritorno a casa non dissi niente, non una parola sull’episodio. Non mi andava. 
La verità è che nessuno di noi si era accorto di nulla, almeno fino a quando non abbiamo trovato i dadi abbandonati sul tavolo. A me sembrò più una minaccia che un affronto. Non saprei spiegare che tipo di minaccia. Ricordo solo che presi in mano questi sei dadi – tre con sei facce da cinque e altri tre con sei facce da sei – e rabbrividii appena.
Da allora non ho più toccato un dado in vita mia.


L’Inquieto  

lunedì 14 novembre 2016

i consigli dello Zio l'Ontano _ N7

TRE COSE CHE NON DOVRESTI PERDERE



Non perdere il lume della ragione
Fabrizio Di Fiore

Maledetto sensore di movimento. Scatta sempre quando è il momento di pulirsi. Ed ecco che la luce si spegne, buio totale. A volte, basta sollevarsi dalla tazza per far tornare la luce. Non questa volta. Un passo in avanti? Neppure. Due sulla destra, niente. Una vera rogna! Detesto questa situazione. Arretrare adesso, non se ne parla neanche. Posso provare a risvegliare il sensore aprendo di un centimetro la porta e richiudendola immediatamente. Arranco a gambe larghe. I pantaloni calati s’incastrano sotto le scarpe, le braccia tese in avanti a cercare appiglio nell’oscurità. Un colpettino veloce e risolutivo alla maniglia, seguito da un rumore metallico dall’altro lato. La maniglia esterna è caduta. Ora sono davvero in trappola. Colpisco la porta con il pugno e sento un tonfo alle mie spalle. L’asse si è chiuso. Arretro, sempre a gambe larghe, i pantaloni ormai schiacciati sotto i talloni. Mi piego all’indietro cercando a tentoni il bordo del water per alzare l’asse. Scivolo e casco direttamente a sedere sul pavimento. Vorrei piangere. Mi aggrappo alla carta igienica per limitare i danni con una pulizia sommaria alla cieca. E, per la prima volta in vita mia, mi chiedo: perché non mettono più gli interruttori nei bagni pubblici?

lunedì 7 novembre 2016

Prima della storta alla caviglia


Prima della storta alla caviglia, quando lavoravo all’Osteria del Rosso e mi sembrava che la coerenza fosse sublimata in quell’agire privato di pensiero, ovvero in quella famosa purezza dell’essere di cui tutti intorno a me andavano continuamente cianando, fu allora che persi il portafoglio. 
Dicono che lo smarrimento del portafoglio manifesti un’inconscia volontà di perdita dell’identità, ma, di preciso, non saprei attribuire questa teoria a una specifica scuola di pensiero psicanalatico. Di certo non si può trattare di una freudiana, che associa il portafoglio/portamonete alla vagina (in quanto luogo prezioso dove si ripongono le cose) e dice anche che si perdono le cose che non ci piacciono più. Eppure non sono così sicuro del fatto che avessi voluto perdere quel portafoglio di proposito, se non fu piuttosto un inciampo, una svista, frutto della mia distrazione o se fu volontà di rinnovamento o un autentico caso. 


Perso il portafogli girai due settimane privo di identità, né patente di guida, né assicurazione, sempre tasche vuote e i soldi sparsi, finché spinto dalle minacce dell’autorità genitoriale/superegotica mi recai a fare la denuncia ai carabinieri di Viale dei Mille, mentendo sulla data della scomparsa sapevo che mi avrebbero chiesto perché avessi fatto passare tanto tempo, quindi dissi che l’avevo perso da un giorno per non subire anche la loro mortificazione autoritaria). Questi luoghi del potere –lo dico di passaggio– mi lasciano sempre un po’ stupito: è come se la realtà si scontrasse con l’idea di macchina perfetta. Sono in verità dei luoghi caotici dove arrivano di continuo segnalazioni per lo più inutili e per farsi un’idea d’insieme basta considerare le sale d’aspetto, piene di anziani che raccontano le loro personali storie a chiunque, l’importante è che ci sia un pubblico, e il pubblico, in quel caso, ero io. Sono storie e quindi vite, le loro, che forse meriterebbero di essere scritte, ma non mi va. Lasciai la stazione dei Carabinieri con la mia rinnovata identità, confermata da un foglio di carta prestampato. 

Poi trascorse un mese, non saprei dire con esattezza, e arrivarono a casa due avvisi di raccomandate, perché ero fuori e non avevo potuto firmare, ero quasi sicuramente a lavorare all’Osteria, o forse sulla strada per andarci. La prima lettera conteneva presumibilmente la nuova patente, la seconda era invece dell’ufficio oggetti smarriti.
Lasciai i due avvisi di raccomandata sul tavolo per una settimana, poi il primo giorno libero mi recai alle poste di Via del Mezzetta per prendere la nuova patente e dopo andai all’ufficio oggetti smarriti in Via Circondaria per recuperare il portafoglio che fu, la mia passata identità.

Cosa fa di me quella stessa persona? Io sono un altro, desidero e sogno altre cose, sono condizionato da altri libri e vedo altra gente, e se ci sono punti di contatto dico che i punti di contatto a volerli vedere si vedono dappertutto, come i numeri doppi negli orologi digitali, o i numeri palindromi delle targhe mentre guido.

C’era un tipo all’ufficio oggetti smarriti che faceva finta di lavorare, e dopo aver visto il mio nuovo documento d’identità, mi chiamava per nome:
«Uee Simone»,
anche se non lo conoscevo affatto. Pensai che fosse meridionale, per l’accento, e che lì non facevano altro che far finta di lavorare, tutte le ore per tutti i giorni. Io gli dissi che avevo ricevuto quel giorno la nuova patente e che la carta d’identità ero andato a rifarla il giorno prima in Palazzo Vecchio in modo da superare la trafila dei due testimoni. Il burocrate dell’anagrafe mi aveva disprezzato perché leggevo Herman Hesse e avevo una camicia. Io ero rimasto impassibile.

Lui allora, quello dell’ufficio oggetti smarriti, sempre dandomi del tu e chiamandomi per nome mi disse in poche parole che facevo meglio a non ritirarlo proprio il vecchio portafoglio, perché ormai era inutile e anzi avrei dovuto, nel caso, dargli cinque/dieci euro per riavere una cosa che in fondo non mi serviva a nulla. Mi sembrò un ragionamento molto lucido il suo, e io mi sentivo come un esistenzialista francese. 

L’impiegato dell’ufficio oggetti smarriti allora mi mostrò quel mio vecchio portafogli di pelle nera e ne tirò fuori tutti i fogli e bigliettini che tenevo al suo interno. Senza il minimo rispetto per il valore sacrale/sagittariano che io avrei potuto tributare per tutti quei fogli e biglietti. E non me ne fregava niente, in effetti. Per quel che ne sapeva il mio cervello, era tutta roba già persa: come poteva rappresentare qualcosa per me o per il mio Essere? E infatti no. 
L’impiegato guardò la robaccia che tenevo nel portafogli e mi disse che quello che autorizzava la donazione dei miei organi, in caso di morte, potevo riaverlo lo stesso, anche se era contro il regolamento; questo lo sussurrò con un tono quasi confidenziale, come un carbonaio sudista etico. E quella era l’apertura di un varco.


Quello era il momento, era quello che autorizzava un mio proprio agire, come indovinare la domanda con una sconosciuta, 
«Sarai mica buddista?»
E così, per un fatto, casuale o meno, il passaggio in macchina, casuale o meno, di ritorno da una cena da mio padre si piegava in un momento denso, seppur inutile, dove mi sembrava di essere presente in maniera maggiore rispetto al solito grado di presenza, per un agire che si muoveva ormai autonomamente. Non era banale. Era un miracolo, e in sere senza aspettative dell’agosto passato/tristissimo avrei desiderato azzeccare la domanda con una pastaia di Campo d’Arrigo, alle tre di notte, e riuscire solo a chiederle:
«Che canzone cantavi prima?»
«Una di Baglioni»
«A che ore stacchi?»
«Alle tre».
«Faccio solo domande banali».
Un vero peccato.

Allora dopo la tessera degli organi chiesi di avere anche un’altra cosa, una soltanto, un altro foglietto, che non significava niente per l’umanità tutta, o per lo Stato, o per il regolamento, ma solo per me , e lui mi disse:
«Va bbuono».
Davanti a quell’impiegato, a quello sconosciuto, stavano dispiegati biglietti e tessere e roba accumulata in circa dieci anni. Alcune cosine erano autenticamente storiche, come il biglietto aereo per il Pakistan, altre senza nessuna memoria di locali in cui ero stato una sola volta e poi mai più tornato. Ce n’erano un paio di librerie del centro, che tanto mi dimenticavo regolarmente di avere, e altre cose senza nessun valore come la tessera ferroviaria di una sconosciuta/incantevole londinese, trovata da Valente e salvata da me, e perduta da me, e poi scontrini conservati per non si sa quale codice che vi avevo letto e poi disimparato.

Fu la scelta più facile e naturale del mondo. Lo sguardo passò in un secondo su tutte le cose menzionate, non le abbracciava nel loro insieme, ma nella loro singolarità. Io non pensai a cosa sarebbe stato perso e a cosa avrei pensato. La indicai, e guardai se l’impiegato volesse qualche spiegazione. Ma lui non disse niente. Io in tutto questo mi ero espresso con solo verbi impersonali, per evitare di dovergli dare del tu o qualsiasi altra persona. L’impiegato allora fece semplicemente strisciare la seconda tessera sotto il vetro che ci divideva, fino alle mie dita, fino al mio nuovo portafoglio, guscio di pelle nera in tutto e per tutto simile a quello dietro al vetro, finito.
Forse prima che me ne andassi l’impiegato trovò il tempo di farmi un’ultima raccomandazione, del tipo: non perdere mai più il tuo portafogli, oppure di passare di lì nel caso avessi perso qualcosa, qualsiasi cosa, quasi avesse piacere che ci rivedessimo, non so, forse me lo immagino.

Ma io ero già uscito per strada, seduto sul mio motorino modello scarabeo, ho assaporato la nicotina che ostruiva le arterie ed ero contento senza saper perché. Così mi sono auto-convinto che fosse per le due vecchie tessere che stavano nel mio nuovo portafogli a confermare chi ero. Quella degli organi che stanno morendo con me, e che io scelgo di far continuare ancora un po’ a vivere, e quest’altra tessera che adesso ti restituisco.

Questi fatti che racconto sono successi davvero, non invento niente. Non parlo di motivazioni, ma solo di gusci vuoti che si comportano, non parlo del perché io ho fatto questo.
Quando è accaduto poi non pensavo che ti avrei restituito la tua vecchia tessera scaduta dell’Ex-Mood, se sia contradditorio perfino darti questo testo che pure io scrivo per te, per il fatto che vorrei non essere intenzionale, non vorrei esserlo per niente, tu non lo sei, io credo, e questo di te mi piace moltissimo, mentre spesso odio di me questo essere intenzionale a livelli più o meno coscienti o subcoscienti. Si può essere non intenzionali? Riprendere quella tessera significa che ti vorrei riportare da me? Non so.
Quello che vorrei dirti è che quanto successo, come quando facciamo cose, si è svolto in circa due minuti e mezzo, così da lasciare le considerazioni all’agosto temporeggiatore, e conferendo a quell’atto assottigliato di considerazioni, qualcosa che si ricollega alla famosa purezza dell’essere, di cui si va cianando, io credo. Ciao, 
Simo

testo: Simone Lisi
immagini: Matilde Magagnoli