lunedì 26 settembre 2016

il fatto sta




Il fatto sta che c’era un carro di morto proprio sotto casa mia, proprio lì sotto, con le porte di dietro aperte, che io i carri di morto non li potevo digerire ché mi parevano, quelle porte, porte aperte verso il nulla, che quando questo nulla ti acchiappa non è che ti lascia ritornare indietro che tu magari ce lo puoi pure chiedere, tu ce lo puoi chiedere, Che scusa mi sono dimenticato una cosa posso tornare?, no che non ti fa ritornare, non ti fa ritornare manco per niente, insomma il fatto sta che c’era questo carro, quel giorno, il diciotto dicembre dico, che io ero nel gabinetto di casa mia, seduto nel gabinetto di casa mia, la finestra aperta e vedevo quella disgrazia ferma là sotto e rimanevo seduto senza motivo, seduto nel gabinetto dico, senza fare niente, come se ero in una panchina che mi guardavo il passeggio col gelato in mano e vaffanculo allora, che mi alzai da quello schifo di panchina, chiusi la finestra e mi guardai allo specchio, lento, come al solito, ché io allo specchio mi guardo sempre lento, ché quando mi guardo allo specchio mi sento sempre un poco preoccupato, ché uno quando si guarda allo specchio, prima di guardarsi allo specchio, se non si preoccupa fa male, ché un poco si deve preoccupare, ché non sa mai quello che ci può trovare, nello specchio intendo, che magari ti sei coricato che eri perfetto la sera prima con gli occhi al loro posto il naso e tutto il resto e poi quando ti svegli qualcosa non ti torna e ci resti scimunito, e allora come al solito mi guardai allo specchio lento lento e lì sputata nello specchio c’era una faccia stramba, una faccia scolorita, che uno magari, uno a caso, mi potrebbe dire, Non ti preoccupare il fatto sta che hai visto il carro di morto e ti sei impressionato, Non è vero, gli risponderei a questo, a questo che parla dico, perché io me lo sentivo e me lo sentivo che qualche cosa stava succedendo, Il tuo problema è la febbre, mi direbbe ancora lui, sempre quello di prima, La febbre che ti spunta di sera solo di sera trentasette trentasette e mezzo e sei nervoso, e allora gli direi Sì, è vero, ma com’è possibile buttanissima della miseria che magari sono disteso sul divano con la coperta il giornale col caffè, il caffè caldo bollente, col pigiama tutto bello rilassato e all’improvviso lei, la febbre dico, mi fa visita e mi rovina la serata, insomma io mi sentivo strano, quella mattina intendo, che sono uscito dal bagno e così di sfuggita mi guardai i piedi e proprio lì nei piedi, sopra i piedi, c’erano due cani che mi guardavano male, due cani cattivi e arrabbiati coi denti di fuori che pure quella notte avevano abbaiato, forte avevano abbaiato e poi all’improvviso avevano pure parlato, per la prima volta avevano parlato, prima un cane, Ti dobbiamo solleticare i piedi che te li dobbiamo solleticare fino a farti impazzire, poi l’altro, Vieni qua che te li dobbiamo solleticare, e io mi ero svegliato di soprassalto le mutande cacate il fiato corto un rimbombo nella testa che era stato un sogno impressionante e non mi ero addormentato più, perché là, nel sogno dico, io mi vedevo chiuso dentro quattro mura e questo fatto che ero chiuso e l’altro che i cani avevano parlato, prima uno poi l’altro, mi faceva un’impressione incredibile, ecco che quando ero uscito dal bagno me li ero guardati i piedi e loro, i due cani, avevano guardato me, fu un attimo, un attimo solo e poi si erano travestiti di nuovo da ciabatte a forma di cane con la faccia di cane che quando mia madre me le aveva regalate, queste ciabatte dico, io avevo fatto la faccia di quello che non aspettava altro che qualcuno gli regalasse le ciabatte a forma di cane, Mettile che quando fa freddo ti tengono caldi i piedi, e perciò li avevo buttate in un angolo e ora camminavo coi piedi nudi per casa tranquillo e sereno che finalmente mi sentivo meglio tatatatata un rumore incredibile tatatatata che mi parevano i cani che si erano incazzati, era la porta, che qualcuno da dietro stava bussando da farla tremare, da buttarla a terra, la porta dico, Chi è?, chiesi con la voce sincopata che mi stava venendo un colpo di sale una botta di sangue un infarto preciso, Signor de vita sono io, Io chi?, Cremonesi, Cremonesi chi?, L’ingegnere del terzo piano, apra la porta, Non posso aprire, Apra è urgente, e che poteva essere successo di tanto urgente da scassare le porte degli altri che io l’avevo visto sì e no tre volte, questo cremonesi dico, e l’avevo salutato pure meno, Signor de vita apra presto non c’è tempo da perdere, era anche lui in pigiama che quando aprii la porta mi fece una brutta impressione la barba in faccia i capelli arruffati, Che cosa è successo?, Venga dobbiamo scendere nell’androne presto presto, Sì, ma cosa, che quello già non c’era più che mi aveva lasciato davanti alla porta e allora cominciai a girare come una trottola senza sapere cosa fare la testa confusa andai nell’armadio cominciai fare i giochi di prestigio con giacca pantaloni cravatta e gilè li facevo volteggiare come quelli del circo senza sapere perché, Vai, una voce di dentro mi spinse fuori di casa che io stavo scendendo a piedi nudi di corsa rientrai m’infilai dentro a un paio di mocassini neri e così in pigiama e mocassini cominciai a correre per le scale, terzo secondo primo, c’era un bordello incredibile, nell’androne dico, un bordello da fare cadere per terra le orecchie, che io guardai, per terra dico, per vedere se mi erano cadute, le orecchie dico, un bordello di voci che si accavallavano e si scavallavano che diventavano brusio frastuono baccano, Lei mi deve ascoltare, Io non ascolto nessuno se prima, Signori calmatevi, Sua suocera!, Sì, mettiamola al voto, Non dica fesserie, era uno schiamazzo incredibile che mi parevano tanti leoni rinchiusi che si stavano sbranando, Buongiorno, niente, se ne erano fottuti, che io avevo salutato e manco un disgraziato che mi aveva risposto e allora mi misi a guardare camminavo in mezzo a loro e guardavo, Calma calma, Questi signori attendono una nostra decisione non mi sembra educato che, ma di che stavano parlando che non ci capivo niente, loro erano due, di lato nell’androne, a sinistra del portone, erano due, uno secco e alto talmente alto che pareva una prolunga di quelle che si usano per le prese e l’altro più basso e con la faccia di cartapecora e guardavano, verso i leoni guardavano e sorridevano e ammiccavano e di nuovo sorridevano, giacca nera camicia nera pantaloni neri scarpe nere, erano di lato e guardavano e nel mezzo proprio nel mezzo, dell’androne intendo, c’era tutto il palazzo, il cremonesi di prima, l’avvocato ciminna, de marchis, de lisi e sua moglie, pergolizzi, il dottor trocace, eusebio trocace, medico di famiglia, il portiere tito, monsignor macchi, la famiglia stanti, insomma non mancava nessuno proprio nessuno ora che c’ero pure io, Nell’ottanta lei non votò per l’istallazione del pozzo non crederà di averla vinta di nuovo, E allora dottore mi faccia capire perché deve essere lei a decidere, mi guardava, quello più basso dico, quello con la faccia di cartapecora, mi guardava e sorrideva e annuiva e poi all’improvviso mi strizzò l’occhio, quel cornuto mi strizzò l’occhio, che per caso avevamo fatto il militare assieme, che c’incontravamo dal barbiere, Buongiorno cartapecora come va?, in salumeria, Cartapecora compra il salame che è delizioso, al pranzo della domenica, Per cartapecora il posto a capotavola!, ma chi minchia lo conosceva a questo cartapecora, Signori, secondo me si sta perdendo il vero punto della situazione dovremmo decidere, Non c’è alcun dubbio l’unica è il voto, Scusate ma noi avremmo una certa fretta, aveva parlato, quello basso, il cartapecora, e aveva una voce pure di cartapecora, tutto di cartapecora era e mentre lo diceva, questo fatto che aveva fretta, faceva gomito con l’altro e quello, la prolunga dico, rispondeva all’ammiccamento e ridacchiava, Buongiorno signor de vita, di botto come se fossi arrivato in quel momento il dottor trocace mi salutò, Signori abbiamo il piacere di avere con noi anche il signor de vita su forza salutiamo, diamo il benvenuto al signor de vita, Benvenuto signor de vita, minchia minchione minchissima, all’unisono m’avevano salutato, tutti assieme, senza manco sgarrare n’anticchia, come se avessero provato e riprovato tutta la mattina per salutare a me, Buongiorno, risposi e mi uscì una voce stridula una voce spaventata e miserabile ché lei lo sa sono sicuro che lei lo sa, la voce intendo, lo sa quando c’è un pericolo, quando ti devi preoccupare, lo sa e te lo fa capire come a volerti avvertire, come a volerti dire che lui, il pericolo dico, in quel preciso attimo è in agguato e tu non te ne accorgi, Signor de vita come va?, Bene, Siamo contenti, non è vero che siamo contenti?, Sì, siamo contenti, ma allora ditelo chiaro che vi siete appattati, ditelo che è uno scherzo, questo fatto del coro dico, uno scherzo che vi siete appattati che ci facciamo una bella risata pacche sulle spalle abbracci e baci e ve ne andate a rompere la minchia da un’altra parte, Non è per caso vero, e di colpo a quello gli uscì un tono inquisitorio, al dottore dico, si cambiò lo sguardo e mi puntò il dito che pareva che avrebbe sparato da un momento all’altro, col dito intendo, Non è per caso vero che lei da qualche sera soltanto di sera soffre di una strana febbre?, Sì, e la voce mi uscì di nuovo stridula, buttanissima, che io ci pensai e ci pensai prima di dire sì, ci pensai e mi sforzai di buttare fuori la voce più roca che avevo ma niente mi uscì ammosciata, svaporata, Sì, risposi e di botto ci fu una festa peggio che per la santa patrona, ché manco avevo finito di dirlo che tutti parevano impazziti e si abbracciavano e si baciavano e un bordello incredibile di felicità che mi sbatteva sulla faccia, questa felicità dico, mi sfiorava il petto mi rotolava nei piedi e poi spariva così come era arrivata e pure quei due ridevano, il cartapecora e la prolunga intendo, ridevano da stare male ridevano come io non ho visto mai nessuno ridere in quella maniera era una risata assurda, che io posso capire che uno fa una battuta una freddura racconta una barzelletta, La conosci quella di coso che fece la cosa e ci venne una cosa, Ah ah, e uno ride e di cuore ride ché quello ha raccontato una barzelletta e tu devi ridere e allora lo posso capire ma loro, i due intendo, che minchia ci ridevano, che ora mi avevano proprio scassato i cosiddetti che avrei voluto strappare la cartapecora arrampicarmi sulla prolunga, su su su, arrivare fino a casa mia e rinchiudermi dentro, lui poi si avvicinò a me, il dottor trocace dico, mi guardò mi squadrò e poi, Lei ha una faccia stramba scolorita, Il fatto è dottore che io non mi cautelo perché dovrei, mentre io parlavo quello diede un’occhiata d’intesa a tutto il condominio e vidi tante teste che annuivano che io non lo capivo perché annuivano e allora continuavo a parlare senza senso, Basta!, mi fermò lui e lo fece con la mano che questa mano a me mi parse minacciosa perché partì tipo film dei cawboy velocissima e netta, Dunque si è deciso ai voti tredici sì e un astenuto, Ma cosa scusate, Vede quei due signori, e indicò il cartapecora e la prolunga, Sono qui perché qualcuno ha deciso così, Non capisco, Dicono, i signori, che oggi uno di noi deve seguirli, E dove?, chiesi io e lo chiesi ingenuamente come un bambino che parla con la mamma, Lei è così cagionevole, noi ci siamo confrontati e abbiamo deciso che lei è il prescelto, Ma il prescelto per cosa?, che io non avevo mai vinto niente, manco una tombola un sette e mezzo, niente, e a questa cosa, di essere prescelto dico, non c’ero abituato, Il prescelto per seguirli, Per seguirli?, Per seguirli al camposanto, svenni e mi furono subito addosso, mi alzarono di peso e, Presto prendete la bara, mi infilarono dentro a un catafalco marrone, È solo svenuto, Occorre soppri-merlo, Sì ma come, Veleno!, No troppa agonia, Lo strangoliamo?, Sì ma chi lo fa?, Estraiamo a sorte, Signori ascoltate, occorre trovare qualcosa che impegni l’intera collettività condominiale, E cosa? e si appartarono si misero di lato e iniziarono a bisbigliare che io non potevo sentire niente a un certo punto sentii soltanto, Ci vediamo qui tra cinque minuti, e poi nulla, un silenzio totale e qualche rumore sordo, come un salire e scendere di scale e poi di nuovo, Ci siamo tutti?, Sì, Sì, Eccomi, Sì, Arrivo, Ci sono, Bene facciamo la fila, adesso mi raccomando forte e deciso, Signori, non sporchiamo per favore, era il portiere tito, con in mano una cesoia, Zac, e arrivò la prima, mi colpì fra l’inguine e la coscia, Zac, un colpo netto che mi recise un tendine, Zac, mi fece un altro buco nel naso, Zac, l’occhio, Zac, una spalla, Zac, una mano, Zac, e poi l’altra, Zac, il collo, Zac, un orecchio, Zac, la pancia, Zac, la pancia, Zac, la pancia, coltelli stilografiche apri-bottiglie seghetti un’ascia tronchesine temperini apri-scatole rasoi punte di trapano limette forbici mezzelune, ognuno aveva portato qualcosa per spir-tusare a me, che è proprio vero che uno non deve buttare mai niente ché poi quando meno te l’aspetti, Mi serve qualcosa per ammazzare il tale, Zac, e trovi quello che ti serve, Fatemi benedire la salma domani tutti in chiesa per un rosario, Guarda un po’ cos’ha ai piedi, tito vada a prendergli qualcosa di più comodo, Secondo te questo è mogano, Macché, Possiamo squagliare lo zinco?, Un attimo mettiamogli queste, Che strane ciabatte, Su presto carichiamolo sul carro, Buona giornata a tutti, Io ho fatto davvero tardi, E già a quest’ora il traffico è infernale, Cara, senti, per pranzo scongela le sogliole, Signori non dimenticate di lasciare i sacchi di immondizia davanti la porta, Alla prossima, Ci vediamo, L’ultimo chiuda il portone, e insomma il fatto sta che io quel giorno dovevo morire, il diciotto dicembre dico, che quando uno deve morire non è che può cominciare a chiedersi il perché e il per come, deve morire e basta, dov’è che sono adesso non sto male, è un po’ stretto ma mi sono abituato, ho un poco di bruciore, alle ferite dico, solo un poco ma sopporto, l’unica cosa che mi fa impazzire sono questi cani, questi luridi cani che mi solleticano i piedi.

testo: Rosario Palazzolo
immagini: RUPE



lunedì 19 settembre 2016

una cicatrice ben fatta


Una volta Ivan mi disse, con un certo dispetto, che i morti sono tutti uguali e che facevo meglio a rendermene conto il prima possibile. Per dirmelo mi aveva convocato nel garage, dove passava un sacco di tempo a potenziare marmitte e occuparsi di carburatori con i suoi amici.
Gli chiesi cosa intendesse dire.
«Non ti aspettare che Leo continui a proteggerti da lassù, nessuno gli ha conferito poteri speciali. Probabilmente neanche esiste un lassù. È ora che cominci a cavartela da solo.»
Questo avvenne precisamente un anno dopo la morte di Leo, il fratello maggiore di noi tre. Ivan era entrato nella fase in cui si prefiggeva l’obbiettivo di impartirmi dure lezioni formative e tenermi alla larga dai suoi giri. Aveva quattro anni più di me ed era stato il fratello di mezzo fino alla morte di Leo.
Feci spallucce e me ne andai. Col cazzo caro Ivan, pensavo, io non lo so dove sta Leo o se è uguale agli altri, ma io voglio continuare a pensare che lui mi protegga.  
In quel periodo mi ero legato a un vicino di casa di nome Nicolas. Un mezzo skater con i capelli lunghi e i genitori molto anziani. In realtà non ce lo avevo mai visto sullo skate, indossava un sacco di magliette a tema ma sospettavo non avesse mai imparato ad andarci. L’estate aveva svuotato la città fino all’osso, e noi ciondolavamo in giro per il quartiere tutto il giorno. Rientravamo a casa solo quando la luce era quasi scomparsa e i pipistrelli svolazzavano talmente bassi da farti impensierire per via di quelle storie secondo cui si attaccano ai capelli o cose del genere.
«Ti fanno la pipì in testa» aveva asserito Nicolas l’ultima volta che Ivan ci aveva permesso di unirci ai suoi amici in garage «C’è gente che è rimasta pelata»
Tutti l’avevano presa a ridere, tranne mio fratello che mi aveva fatto cenno di levarci dalle scatole.
I miei genitori non erano anziani come quelli di Nicolas ma erano ancora depressi e confusi per la morte di Leo e non facevano troppo caso a me. Si limitavano a qualche vaga raccomandazione.
A inizio estate Nicolas e io avevamo rimediato per pochi spicci una bicicletta da un suo zio rigattiere. Era una vecchia Peugeot Helium bianca, di quelle pieghevoli. «Può ancora dire la sua» ci aveva assicurato lo zio. In realtà era un catorcio. Ci andavamo sempre in due, alternandoci alla guida. 
Una sera mentre costeggiavamo le serrande abbassate dei negozi fummo braccati da un’altra coppia di ragazzini in bicicletta. Venivano in senso contrario e appena ci adocchiarono puntarono dritti verso di noi. Il ragazzino che era in piedi dietro scese al volo, con un balzo suggestivo, mentre l’altro, con una sterzata, mise la bicicletta di traverso, a sbarrarci la strada. Nicolas fu costretto a fermarsi.
«Non si passa» sentenziò quello alla guida. 
Aveva un sorrisetto affilato ed era abbronzato, a differenza di noialtri. L’altro teneva un lecca lecca stretto tra le labbra. Avevano tutta l’aria di provenire dai casermoni popolari più a nord.
«E chi lo dice?» rispose Nicolas.
«Lo dico io» rispose il ragazzo abbronzato «Dovete tornare indietro»
«Non credo proprio.»
«Può passare uno soltanto. Lui torna indietro, a piedi» indicò me con il mento, senza levare le mani dal manubrio. «Che ne dici, verdepisellone?», chiese con chiaro riferimento al colore della mia maglietta.
«Dico che ti scureggia il cervello» risposi.
Nonostante le apparenze non sembrava esserci un vero e proprio astio tra noi. Serpeggiava, invece, una certa eccitazione per quella sfida. Tanto valeva protrarla più a lungo possibile prima di tornare ai nostri infruttuosi giri in bici. 
Il ragazzino con il lecca lecca continuava a tacere ma aveva iniziato a svitare il campanello della nostra bicicletta. Mentre lo allentava fissava Nicolas con calibrata indolenza. Adesso la cosa sembrava seria. Avrebbe continuato fino a far cadere il campanello a terra? Nicolas avrebbe reagito? Con la risposta di prima ero stato in grado di reggere la scena ma se avessero fatto a botte come mi sarei comportato? Sarei intervenuto? Forse sarei semplicemente andato in iperventilazione. Era già successo.
«Facciamo una gara» disse il ragazzo abbronzato «A chi arriva prima al parco. Ce lo avete il coraggio?». Il ragazzo del lecca lecca si fermò e andò a sedersi dietro di lui.
«Ce l’abbiamo» rispose Nicolas.
«Chi perde è una lurida merda» fece il ragazzo abbronzato mentre cominciava già a pedalare.
Nicolas non mi lasciò neanche il tempo di sistemarmi meglio che prese anche lui a spingere sui pedali.
Dopo pochi metri le biciclette oscillavano scomposte ai lati della strada. Infilammo una serie di incroci senza concedere niente alla segnaletica. Io sobbalzavo selvaggiamente a ogni buca. Incurante dei rischi, Nicolas pensava solo a prodursi nel massimo sforzo per non essere sconfitto. 
Alla prima svolta gli altri sbandarono paurosamente sfiorando l’impalcatura di un ponteggio, noi ne approfittammo tuffandoci giù dal marciapiede e immettendoci sulla loro rotta. Ora però li sentivo alle spalle, spaventosi come predatori famelici. 
Un primo rossore aveva intriso l’aria. Mi immaginai Leo che faceva da spettatore. Immersi in quella luce sottomarina, dovevamo sembrare una specie di pesci saettanti.
Sulla salita finale i nostri avversari ci affiancarono.
Il ragazzo abbronzato allungò una mano in cerca del nostro freno destro. Dietro, il ragazzo con il lecca lecca ciucciava con rabbiosa concentrazione. Eravamo gli uni a ridosso degli altri. Io tentai di allontanarli spingendo con il piede sulla loro ruota ma qualcosa andò storto. Non so dire bene dove si infilò il mio piede fatto sta che, tra i raggi e la forcella, qualcosa prese a scavarmi la caviglia ferocemente. Ritrassi il piede urlando. Nicolas arpionò i freni e dall’asfalto si levò un coro di suole trascinate. Scesi dalla bici e galoppai verso la fontanella, tallonato da Nicolas. Gli insulti dei nostri avversari non tardarono a raggiungerci. Il ragazzino con il lecca lecca, quello che non aveva detto ancora una parola, era sceso della bicicletta e si stava sgolando. L’altro sanciva la vittoria destreggiandosi in una serie di impennate trionfali.
Schiaffai il piede sotto il getto d’acqua. Il sangue usciva di brutto. Così rosso e denso, a vederlo sulla mia caviglia sembrava finto. Quello che mi preoccupava, più che altro, era la reazione dei miei genitori. Si sarebbero turbati e avrebbero deciso di cambiare registro. Quindi era meglio non sapessero niente.
Di lì a poco entrammo furtivi a casa di Nicolas. In bagno mi innaffiò la ferita con dell’alcool e attese che depotenziassi un paio di bestemmie con un asciugamano, poi ripeté l’operazione. Avvolgemmo la caviglia con una benda. Al posto dei miei bermuda, Nicolas mi prestò un paio di pantaloni lunghi dei suoi, da occultamento prove. I genitori non si mossero dalla cucina, da dove proveniva il volume delirante della televisione. 
Al rientro a casa, Ivan mi intercettò fuori dal garage. Mi disse che non c’era alcun motivo di avere un cavallo dei pantaloni così basso. «Torna sulla terra, ciccio» mi incalzò. Poi mi lasciò andare. 
Dopo qualche giorno avevo una cicatrice lunga almeno mezza spanna. 

Era bella a vedersi così in rilievo, gonfia e rosa. La osservavo inorgoglito e immaginavo fosse opera di Leo. Mi figuravo che lui avesse passato invisibilmente il suo dito lungo la ferita, rimarginandola in quel modo artistico. Aveva sistemato le cose per bene, come al solito. Mi aveva visto esplorare sconfitte che erano imprese memorabili. Tra impellenze ed espedienti affiorati nella lenta trama di quei pomeriggi assolati e inaffidabili. Mi aveva visto felice. E ci aveva messo un sigillo. Altro che morti tutti uguali, pensavo. 

testo: Daniele De Serto
immagine: RUPE

lunedì 12 settembre 2016

Velocità 1


Da piccola abitavo ancora nella casa vecchia di Firenze. La casa vecchia stava alla sinistra di quella che formalmente è casa mia a Firenze, abitata da quelli che formalmente sono i miei genitori.

La casa vecchia aveva due bagni: uno più grande con la vasca e uno più piccolo con la doccia e basta. Non me lo ricordo altrettanto bene, ma sono sicura di averci imparato a fare pipì e di averci usato – per la prima e l’ultima volta nella mia vita, in quel desiderio di aderire alla normalità che mi porto dietro da sempre – il dentifricio Paperino’s alla fragola con cui si lavavano i denti tutti i bambini della mia età. Una merda totale. Davanti al gusto del Paperino’s non c’era desiderio di normalità che tenesse.
Nel water del bagno piccolo c’era finita la mia scimmietta preferita, piccola e grigia, più a forma di pera che di scimmia e con le mani chiuse a pugno con l’alluce in su da infilare in bocca. Non credo che quella scimmietta  fosse frutto di un approfondito studio, sembrava più che altro una persona grassa e minuscola ricoperta di moquette grigia, ma qualsiasi cosa fosse mi piaceva un sacco e chissà come abbiamo fatto ad asciugarla, imbottita com’era.

Era nel bagno grande che si svolgeva la rituale asciugatura dei capelli, quello che sarebbe diventato il più bel ricordo della mia infanzia. Tutte le volte che accendo il phon torno lì, nel bagno grande della casa vecchia di Firenze con mia madre che mi asciuga i capelli e io che me ne sto seduta su uno sgabellino azzurro a tre gambe con una fetta di pane in una mano e una di parmigiano nell’altra. Così tutte le volte, per anni. Quei momenti per me erano come il mare calmo di chi naviga, l’unico posto che oltre al cane potrei chiamare casa.

Nella casa vecchia avevo questo accappatoio di spugna marrone, con un ricamino d’oro – che all’epoca mi sembrava la V di Visitors – sul petto. Avevamo tutti lo stesso accappatoio, ma il mio era l’unico senza cappuccio, come se la mia testa fosse destinata a essere asciugata solo con il phon.
Mia madre forse voleva sbrigarsi con il phon perché c’era da andare a tavola, e invece di pettinarmi mi scompigliava i capelli veloci con una mano perché si asciugassero prima e mi sparava il phon addosso a velocità 2. Quando era troppo vicina e mi faceva troppo caldo dicevo “brucia” e per un attimo metteva velocità 1 e mi allontanava il phon dalla testa. Ho sempre trovato che – al di là della reale necessità di asciugarsi i capelli – fosse più riposante ascoltare il phon in velocità 1.

Il bagno piccolo aveva le mattonelle sul bianco e marrone, niente di esotico, mentre il bagno grande era piastrellato chiaro bianco e azzurro e sulle mattonelle c’erano disegnati quelli che a me sembravano gabbiani come li fanno i bambini e – ora che ci penso – assomigliavano pericolosamente alla V di Visitors del mio accappatoio senza cappuccio.
Quando facevo il bagno nella vasca che mia madre non riempiva mai del tutto – forse per motivi di sicurezza perché a casa mia tutti hanno paura di tutto – mi piaceva andare con la testa sotto, ma visto che l’acqua non era mai sufficiente da rendere agevole la manovra, dovevo appiattirmi tutta sul fondo e prima di andare già gridacchiavo “guarda mamma, dimmi per quanto non respiro!”. L’avrei fatto per molti anni.

Al mare, il tristissimo accappatoio di spugna marrone senza cappuccio ma con il ricamino, lasciava spazio all’accappatoio di spugna verde che aveva sì il cappuccio, ma anche quasi dieci anni – quelli di differenza tra me e mia sorella. Complici l’usura e l’aria di mare che rovina tutto quello su cui si appoggia, l’accappatoio anche da pulito era rigidino e mi pareva di essere in frac. A me piaceva lo stesso.

Chissà perché ai bambini si infila l’asciugamano una volta usciti dall’acqua come fossero dal sarto a farsi prendere le misure. Braccio destro, braccio sinistro, alza, abbassa, fermo. Immagino facessero così anche con me, infilandomi l’accappatoio verde da ferma, come se una volta uscita dall’acqua dove nuoticchiavo fino a un minuto prima non fossi più capace di muovermi. Chiusa nel mio accappatoio-frac andavo a stendermi sotto il sole, aspettando che la spugna mi si asciugasse addosso e tenesse tutto il sale che dava all’accappatoio quel suo tipo odore di mare che nessun accappatoio fiorentino avrebbe mai avuto.
Quando sono cresciuta l’accappatoio non si usava più tanto, c’era il telo da mare che ovviava alla questione del cappuccio. L’accappatoio verde finì per diventare del cane, che almeno era della taglia giusta.

Non torno più a Firenze da due anni. Di me, oltre i libri in camera e i CD messi via insieme alle scarpe e ai quaderni dell’università, è rimasto l’ultimo accappatoio, quello che avrebbe dovuto segnare il mio passaggio all’età adulta. È di una taglia più grande e sembra più una vestaglia, a testimonianza di come, in quel passaggio, qualcosa sia andato storto.

Me lo regalarono un Natale in cui ancora qualcuno si preoccupava di cercare qualcosa che potesse piacerti, prima di passare alla busta con i soldi o a dimenticarsi direttamente il tuo compleanno. L’accappatoio è rosso scuro chiazzato di bianco, come se fosse nato bianco ma tu ci avessi ammazzato così tante persone da tingersi di rosso. Mi ha sempre dato l’impressione di avere un cadavere addosso, pesante com’è sembrava di averci qualcuno aggrappato alle spalle che ti chiede aiuto mentre sta affogando in una situazione che o te o lui.

Sono via di casa da 15 anni. Non ho una foto dei miei genitori, di mia sorella o dei miei nipoti. Le uniche foto appese sono quelle dei cani che abbiamo avuto. Tutti i Natali a sentirmi dire ma fa freddo dove vivi tu? Il fidanzato ce l’hai? E fuori le foto tristissime di vent’anni fa dove nemmeno da piccola sorridevi.
In casa mia le cose si sono sempre fatte per sentito dire: so che si deve mangiare insieme durante le feste, so di volerti bene perché i genitori devono farlo, ti do dei soldi per dimostrarti che ci tengo a te. Mio padre si era persino scritto sull’agenda il mio compleanno. Se non fosse lo stesso, i miei si sarebbero dimenticati anche il mio cognome.

Nonostante tutte queste storture, il mio attuale accappatoio mi è stato regalato dalla zia che parla solo di malattie e di ricoveri ospedalieri e mi chiede se fa freddo dove vivo. È giallo, colore che dovrebbe stare solo sui pulcini e sui limoni, ma visto che è di microfibra e pesa poco me lo sono portato dietro. Non asciuga bene come un accappatoio di spugna ma almeno ha il cappuccio e quando lo lavi si asciuga in fretta.

Dopo il bagno mia madre mi asciugava i capelli sempre nello stesso posto. Sullo sgabellino azzurro nel bagno grande della casa vecchia a Firenze e sul mobiletto di compensato rivestito bianco nel bagno al mare. Mi metteva seduta sul mobiletto ancora in accappatoio per arrivare all’altezza giusta con il phon. Le sarò arrivata allo sterno. Non ricordo di averla mai abbracciata con affetto. Ricordo il disgusto che ho provato una delle ultime volte che l’ho vista, per come si era ridotta e per come non potessi fare a meno di soffrirne. 

Qualche mese fa ho sognato che la prendevo a schiaffi, le urlavo contro che mi aveva rotto il cazzo, che non potevo perdere il lavoro per stare dietro al suo sentirsi perennemente malata. Avevo persino una macchina e me ne andavo pensando “s’ammazzasse pure”. Poi mi sono svegliata e ho accesso il phon nel bagno più lontano possibile da casa. Velocità 1.

testo: Costanza Masi
immagine: Sara Flori