lunedì 25 gennaio 2016

occhi di pesce


Padre Giorgio Di Gregorio ammirò per un attimo il cielo della bella serata autunnale che si stava delineando. L’acqua limpida e chiara, placida, inzuppava i suoi sandali di cuoio marrone. Amava mettere i piedi a mollo, lo faceva sentire parte di due universi distinti e costretti a vicenda: l’umano mondo, di terra, erba e vento con il mondo sottostante e occulto del laghetto, nel bel mezzo del suo adorato giardino. Serrò la bocca in segno di rispetto al proseguimento della preghiera, lo sguardo basso pieno di rammarico. I pesci rossi rimbalzavano tra di loro come biglie impazienti di ricevere il loro pasto serale. Ci teneva molto Padre Di Gregorio al suo giardino, cosparso di oleandri e bocche di leone, gelsomini e lavanda. La piccola residenza si trovava in un punto strategico del territorio campagnolo, a pochi chilometri dal paese, dove il sole della prima mattina strusciava freddo gli steli d’erba ancora avvolti dall’umidità e il tramonto era maestoso e possente, un re d’altri tempi morti, come quelli delle sue infinite letture prima del sonno al lume della candela ormai consumata. E tra il salice piangente e il roseto il laghetto koi si espandeva sulla piana landa privata del nostro fratello pastore. Era la decima koi nel corso della settimana che era saltata fuori dall’acqua, con un preciso slancio atletico, alla ricerca del duro suolo per andarci a crepare. L’ultima era stata una bellissima Shiro Bekko di una bianchezza prodigiosa, unica superstite del suo personale allevamento. L’aveva trovata rinsecchita e per metà mangiata da un airone vicino ai bassi cespugli che circondavano il laghetto. Il ritrovamento avvenne poco dopo la messa domenicale: nel giorno del Signore la vita della sua carpa era stata brutalmente confiscata per qualche ragione misteriosa. E proprio ora stava celebrando l’estremo saluto che si concede alle anime pure. Non doveva accadere, non sapeva come risolverla, era peggio di una parata di seppuku. E proprio oggi che non ci vedeva più dalla fame e che era la giornata perfetta per il rito. Era sempre stato un uomo di forti principi di fede, seppur accecato da un innato scetticismo nei confronti di tutti gli aspetti etico morali che spingevano a forme di tolleranza verso diversi Credo, se non per un languido tornaconto personale. “La spiritualità dei porci”, aveva detto uno una volta. Difatti accadde, nel periodo del fioretto, che poggiato ad un tavolo nella piadineria di Parco San Giovanni, pochi metri distante dalla chiesa, incontrò un impomatato uomo orientale dall’aspetto polveroso e poco incline al saluto aperto, solito della cultura occidentale. Takayuki si faceva chiamare. Lo disse solo una volta presentandosi a Padre Di Gregorio, a bassa voce, quasi borbottandolo, come se il suo nome appartenesse a un linguaggio disdicevole e colorito o fosse protagonista di una segretezza sconcia. “I suoi occhi si muovono più delle mani Padre” disse in perfetto italiano. “E tacciono allo stesso modo”. Con una sottile rotazione del polso lo invitò a sedersi al suo fianco. Mordicchiava uno stuzzicadenti con una nota smaliziata, inarcando più volte le sopracciglia e mettendo in risalto il grande neo informe sulla fronte. I due parlarono a lungo dei temi più disparati e futili, quelli imposti da una conversazione sfuggente e prossima al dimenticatoio. Ma c’era qualcosa nei modi dell’ometto che indisponeva parecchio Padre Di Gregorio e che, in egual misura, lo spingeva a prestargli attentamente ascolto. Che fosse per il forte carisma velato o il fatto che divagava sulla sua professione, ciò ipnotizzò presto l’anziano parroco. Finì che le chiacchiere virarono verso la bellezza di certe tenute pregiate nelle campagne circostanti e all’estrema eleganza dei loro giardini. Padre Di Gregorio non poté certo trattenersi, pavoneggiandosi un minimo, a sottolineare lo stato del suo splendido laghetto koi. Alla premura che ci dedicava ogni giorno: dai sali per la pulizia ai più variegati meccanismi di filtraggio delle impurità. Le mani di Takayuki tremarono un poco e non nascose una certa sorpresa leccandosi più volte le labbra screpolate. “Lei è certo di conoscere l’immenso potenziale che risiede tra le sue mura?” disse leggermente balbettante l’ometto. Non mi dilungherò sulle divagazioni a sfondo filosofico e teologico che avvennero in seguito. Mi basterà dire che secondo un antico costume del Sol Levante la carne di koi era considerata pregiata oltre che sacra, e che poteva innalzare il fortunato a una visione assoluta della propria spiritualità. Mentre mangiare i loro occhi, poco prima di una celebrazione importante, concedeva ricchezza e prosperità. “Cosa molto utile per la Santa Madre Chiesa. Eh Padre?”. Inutile precisare che la prima reazione del parroco, nonostante l’esitazione, fu di disgusto e raccapriccio. “Mangiare le mie koi? Ma con che animale sto passando il mio tempo?”. E detto ciò si alzò stizzito per tornarsene ai suoi doveri. “Ma si ricordi Padre!” non si diede per vinto Takayuki. “Le koi sono portatrici di grandi pregi. Ma possono attrarre facilmente il male, se si cade in tentazione... Ma questo non sarà un suo problema. Eh Padre?”. Senza voltarsi Padre Giorgio Di Gregorio imboccò il vicolo e scomparve. Ed eccolo qui, che dopo massimo qualche giorno aveva ceduto alla vocina suadente di Takayuki. Era un uomo vizioso, il prete. La prima koi era una bella Narumi Asagi dalle forme sinuose e di un colore blu intenso, che spesso la mimetizzava al basso fondale del laghetto. La prese, in bilico sul ponticello di legno rosso, con un retino da pesca professionale in fibra di nylon, la colpì con una mazzetta e la sera la sfilettò e si cibò delle sue carni. “Categoricamente cruda” come gli era stato detto. Non sapeva spiegarselo, ma alla fine del suo silenzioso pasto, quando decise di coricarsi, strani sogni lo strinsero durante la notte e irrequieti volti deformi gli indicarono corridoi oblunghi che conducevano oltre una luce densa e meravigliosa. Si svegliò così col desiderio di giungere alla fine di quei corridoi per scoprirne il segreto. Decise di far crescere le koi di una lunghezza massima di 30 cm e di cibarsene con una cadenza di quattro mesi, così da permettere a quelle più piccole di crescere e procreare a loro volta. Nessuna koi si salvava dalla voracità di Padre Di Gregorio, che nel frattempo aveva iniziato ad apprezzarne l’inusuale sapore. Tutte tranne la Belzebù. Così aveva chiamato quella carpa che tanto lo inquietava. Era una comune Inazuma Kohaku bianca, con una grande macchia rossa a forma di corna sulla testa. Nata poco dopo l’avvio del suo rituale, la Belzebù era cresciuta a velocità doppia rispetto alle sue coetanee dimostrandosi molto più insaziabile e scattante. Il nome gli venne d’istinto: Belzebù, come il demone dell’ingordigia. I suoi occhi erano due ovali cristallini, senza pupille, come affetti da cecità, e mentre nuotava le koi più giovani seguivano la sua scia, proprio a pelo dell’acqua. La superstizione di Padre Di Gregorio era stata un motivo più che valido per tenersi alla larga da quella bestia. Ma la situazione era grave: da mesi ormai era a secco e a stento riusciva a controllare il desiderio che provava nell’addentare quella prelibata polpa. Oltre al fatto che l’ultima volta era giunto a pochi metri alla fine del lungo percorso e alla conoscenza spirituale che tanto agognava. Belzebù si sporse un minimo fuori dall’acqua, boccheggiando, gli occhi persi nel nulla sembravano voler scrutare ogni angolo dell’anima di Padre Di Gregorio. Un attimo, nessuna esitazione, e senza raziocinio nella più completa disperazione, il pastore colpì in testa la koi, uccidendola. Mentre il corpo galleggiava sul pelo della superficie, gli occhi acquisirono una chiarezza ancor più innaturale, rovesciandosi verso quelli del suo carnefice, muti e terribili, mentre un lungo e leggero anelito, come un sospiro, vibrò nell’aria. Prese con entrambe le mani la grossa carpa di circa 50 cm e la poggiò sul tavolo della cucina, pulendola minuziosamente. Con un coltello tranciò la testa e ne tolse gli occhi con una delicata pressione. Nella cucina c’era una grande credenza, che fungeva da dispensa, colma di vasetti di vetro con occhi di koi sotto spirito. Alcuni erano pieni, altri ancora vuoti. Gli occhi levitavano nel fluido con una certa armonia: compivano il giro del recipiente per poi tornare al punto di partenza. Padre Di Gregorio prese gli occhi di Belzebù e li abbandonò dentro al primo contenitore, per poi chiudere la credenza e non pensarci più. Tornò al tavolo e tolse tutte le lische, la pulì ben bene e la tagliò in piccole strisce su una battilarda. Si versò un goccio di bourbon e si sedette comodo. Con l’indice e il pollice prese la prima striscia di carne e se la fece scivolare lungo l’esofago, in un sol boccone. Il pasto venne consumato lentamente, come concerne a un vero rituale. Ma era un pasto disturbato da un labile suono di acqua in sottofondo, come basse onde che colpiscono una riva. Continuò a masticare, fissando il crocifisso sulla parete di fronte a lui e cercando di non guardare verso la credenza, consapevole della provenienza del suono. I denti stringevano a ogni morso, strappavano, laceravano. Il Padre iniziò a sudare e a grattarsi convulsamente il mento. Il suono persisteva e il gorgoglio della saliva a ogni ingurgito creava una melodia scabrosa. Era deliziosa, sopraffina, quella carpa. Si paralizzò in uno stato catatonico, orgasmico, di puro piacere. Fino a quando le sue mani toccarono il legno liscio e vuoto della battilarda. Guardò la credenza chiusa ed era sicuro, ve lo avrebbe potuto raccontare, che quegli occhi di koi lo stessero osservando con una certa bramosia. “No! Ma che... No!” scalpitò il vecchio prete. “Che volete?” Urlò alla credenza. “State zitti! Zitti! Non osate giudicarmi, vomitevoli creature!”. Il suono di onde continuò implacabile e un viscido fluido, tipo bava, colò sulla sua barba. Si sfiorò appena e si strofinò le dita: era bile. Si strinse con una mano le tempie e scattò, colpendo con un pugno la credenza e aprendo una breccia nel vetro intarsiato. Ed eccolo lì, l’occhio di Belzebù, immobile. “No... Bestia!” Urlò Padre Di Gregorio. E la fame cresceva, una fame immonda e demente. Non poteva smettere ora. Uscì di casa, inciampando più volte nel giardino. Era sera ormai e il buio era assoluto, se non per il lampione posto presso il laghetto. Prese in mano il retino da pesca e si immerse all’interno dell’acqua fredda fino alle ginocchia. “Venite! Venite qui!” sibilava. Prese due giovani carpe e se le mangiò lì sul posto, staccandogli prima la testa e trucidando il resto. Violentemente mise ancora il retino sott’acqua, in cerca delle sue prede. Poi si fermò di colpo, il braccio sinistro gli formicolava, il respiro affannato, le gambe cedevoli, la vista appannata. Padre Di Gregorio cadde nel laghetto a faccia in giù. Cercò di trovare le forze per risalire, ma non ce la fece. Restò agonizzante, affogato in mezzo metro d’acqua. Ed era sicuro, poco prima di andarsene, che in quell’oscurità la breccia presente alla fine di quei tunnel fosse prossima. Che finalmente sarebbe riuscito a varcarla. Che sarebbe riuscito a raccontare al suo gregge l’immenso onore di tale scoperta. Morì con un sorriso da ebete. I mesi passarono e le diatribe tra i nipoti per l’eredità sembravano non trovare un punto d’incontro. Nessuno pensava al laghetto koi del defunto, se non Ernesto, un contadino magro e docile che abitava a pochi metri dalla tenuta del prete. Era vecchio, ma si era preso la briga di sfamare quei bei pesci colorati, vivendo l’impegno come un momento di pace e di silenzio: un’alternativa alla sua solitudine. Si chinava sulle ginocchia ogni volta e prima di buttare il mangime li chiamava a voce. Aveva imparato ad amarle tutte, ognuna secondo la sua particolarità. Tutte, tranne una: era una piccola Inazuma Kohaku bianca, con una grande macchia rossa a forma di corna sulla testa. Restava nascosta sul fondale sopra alla ghiaia e non smetteva un attimo di osservarlo con quegli occhietti chiari, quasi trasparenti. Ernesto a sua volta la fissava per lunghi istanti, allontanandosi poi dal laghetto con un senso di smarrimento e di pesantezza nel cuore, lasciando la koi a riprendere il suo nuoto a pelo dell’acqua. Placida. 
testo: brian freschi
immagine: artume


lunedì 18 gennaio 2016

solo per lei


Sposto il tavolo, allontano le sedie, tolgo il tappeto, lo faccio per lei.
Pulisco in terra, prima la scopa, poi lo straccio, tutto per lei.
Il resto della casa lo lascio com’è, a lei non interessa.
Scelgo le rose una a una, rosse, con le spine, serve un po’ d’acqua, eccola.
Le ho detto che vivo da solo, mi ha chiesto da quanto.
Accendo il riscaldamento, non sento freddo, sempre per lei.
Le ragnatele sul soffitto, dimenticavo, sparite.
Le ho detto di non suonare, non fare rumore, non farsi vedere, è il nostro segreto.
Le mensole vuote, niente di troppo, i giornali sì.
In tasca la foto di lei, sembra giovane, è lo stesso.
Le ho detto di spingere la porta, di entrare, di chiuderla.
Scorro l’armadio, prendo il meglio, soltanto per lei.
Le ho detto di accendere la luce, ma dopo.
Mi ha chiesto se vedo qualcuna, ogni tanto.
Un paio di scarpe pesanti, sporche di fango, non le lavo.
In tasca un profilattico scaduto, fa niente.
Ho detto di essere puntuale, la notte, è importante.
Una tuta da lavoro, ma pulita.
Anche se c’è caldo il berretto.
Anche se ci vedo gli occhiali.

Spinge la porta, entra, la chiude, brava.
Mi chiama per nome, la chiamo per nome, accende la luce.
Non è poi così giovane.
Le allungo le rose.

Sposto il tavolo, avvicino le sedie, stendo il tappeto, questo dopo.
Pulisco in terra, passo la scopa, poi lo straccio, questo prima.
Prima ancora infilo il profilattico, entro, esco.
Scendo dal corpo.
Butto la foto.
Lo faccio per me.

testo di Milo Busanelli
immagine di Francesco Pavignano


lunedì 11 gennaio 2016

il maglione


Avevo conosciuto Chiara a un concerto. Ci scrivevamo in chat da qualche mese e non l’avevo ancora mai vista dal vivo: era amica di alcuni miei amici e abitava molto lontano. Era stata lei a contattarmi dato che aveva visto delle mie foto che avevo scattato durante una competizione di gatti. 
Mi raccontò che lei aveva un gatto nero, non bellissimo ma a cui era molto affezionata. Da piccolo il micio si era divorato il fiocco di un regalo di Natale e questo gli aveva devastato lo stomaco. Ora il gatto aveva seri problemi di digestione, defecava male e orinava ancora peggio dato che soffriva anche di calcoli alla vescica. 
- Sono come dei cristalli - mi scrisse. 
Mi piacque molto l’immagine del suo gatto mentre pisciava diamanti. Tuttavia, non aveva ancora perso il vizio di mangiarsi roba non commestibile e quindi il rischio che il suo stomaco collassasse di nuovo era sempre dietro l’angolo. 


Quando andai al concerto non avevo chissà quali aspettative. Purtroppo mi ritrovai ad andarci con un certo Vincenzo, un amico di un mio amico che si era aggiunto all’ultimo momento. Vincenzo, come venne fuori durante il viaggio, aveva frequentato Chiara per qualche mese. La loro breve storia si interruppe quando lui tirò un calcio al gatto.
- Perché lo hai fatto? - gli chiesi.
- Mi stava sul cazzo - fu la sua risposta. 
Non avevo mai capito fino in fondo che tipo di persona fosse Vincenzo. Collezionava rami secchi e aveva l’hobby delle macchine telecomandate. Di tanto in tanto si faceva fare una sega in qualche centro massaggi anche se il suo obiettivo era trovare il vero amore. 

Non ero contento che ci fosse anche lui quella sera. Temevo che Chiara se la potesse prendere a male. Inoltre non avevo capito se Vincenzo avesse ancora delle mire su di lei: come ho detto, era un tipo molto strano. Una volta arrivati nel locale ci sedemmo a un tavolo a bere una birra. Lui sembrava un po’ su di giri e avevo paura che la birra a stomaco vuoto potesse portarlo a compiere qualche sconsideratezza. 
- E così ci vuoi provare con Chiara - mi chiese a un certo punto. Aveva messo su uno sguardo da matto. 
- Ma se nemmeno la conosco - mi giustificai.

Appena entrata la riconobbi: era proprio come dalle foto che avevo visto sul suo profilo Facebook. Anche lei mi riconobbe subito. Era la magia dei social network. Aveva una voce molto squillante, quasi in falsetto, come quando saluti qualcuno per ridere. Però in quel caso non c’era nulla da ridere: Chiara vide che al tavolo con me c’era anche Vincenzo e la cosa, come previsto, la fece irrigidire molto. 
- E questo stronzo cosa ci fa qui? - mi chiese con la sua voce pazzesca. 
Era una bella domanda a cui non seppi cosa rispondere. 
- Ti vedo bene - disse Vincenzo come se nulla fosse – come stai? - 
Chiara senza dire nulla mi prese per un braccio e mi trascinò via. Che carattere! Ci lasciammo quell’altro alle spalle e ci infilammo nel cortile del locale a chiacchierare con calma. All’improvviso i suoi occhi divennero molto dolci. Mi disse che aveva dovuto guidare per due ore per raggiungere il locale e che in autostrada aveva trovato un incidente. 
- C’erano anche due cadaveri per terra - mi disse guardandomi con affetto – un sacco di sangue. - 
Le dissi che anche io una volta in Calabria avevo visto dei morti per strada, due motociclisti per essere precisi. 
- Hai visto il sangue? - mi chiese –voglio dire, c’era molto sangue?- 
- Sì, c’era una gran pozza di sangue - le dissi.
Erano passati diversi anni e non ricordavo con esattezza la scena, però immaginai di sì, che ci fosse stato del sangue. 
Chiara sembrò soddisfatta dalla mia risposta. Mi disse che qualche mese prima aveva assistito a uno scontro frontale sulla statale che portava al suo paese. Tutti morti, un sacco di sangue. 
- Ti mostro le foto - disse tirando fuori lo smartphone. 


Per farla breve, quella sera scoccò la scintilla e  infatti decisi che sarei andato a trovarla a casa sua due settimane più tardi, sobbarcandomi il viaggio. Abitava a quasi trecento chilometri di distanza! 
Tornando a casa dal concerto quella sera, Vincenzo sembrò  essersi arreso all’evidenza dei fatti. 
- Vi auguro un futuro felice insieme - disse guardando fuori dal finestrino. Puzzava di birra da far schifo e si era pisciato lungo tutto il lato destro dei pantaloni. Con lui avevo chiuso. 

Due settimane dopo, come previsto, mi ritrovai sul treno che mi avrebbe portato nel paese dove abitava Chiara.
- Ti porto in un bel posto a mangiare - mi disse dopo essermi venuta a prendere alla stazione – e poi andiamo a casa e ti faccio conoscere il mio gatto. -
Il ristorante era un circolo ricreativo per anziani, arrampicato su per una collina. Il cameriere, un vecchio sulla settantina, elencava il menu nella maniera più spiccia possibile. Ci spiegò che ogni venerdì sera c’era il menu tedesco, comprensivo di wurstel e crauti. 
- Molti vengono qui per questo, è una proposta che piace - disse senza troppo entusiasmo. 
Al tavolo vicino un vecchio ruttò. Alcuni risero. Io ordinai i tortelli.
- C’è mica del pepe? - domandai. Il pepe mi provoca da sempre una infiammazione istantanea e, a costo di fare la figura del noioso, volevo assicurarmi che nel mio piatto non ce ne fosse. 
Il cameriere rispose alla mia domanda con un risucchio fra i denti e filò via. 
- Sai, - disse Chiara una volta sparito il cameriere – credo di aver sentito qualcosa per te nel momento in cui mi hai scritto che al liceo avevi il vizio di mangiarti il maglione. - 
Una sera, mentre ero in vena di confidenze, mi lasciai andare a questa confessione via chat: verso i quindici anni presi il vizio di brucare i peli della lana del mio maglione preferito. Banchettai con quel coso per l’intera durata dell’anno scolastico e verso aprile notai che in alcuni punti la trama della lana si era vistosamente assottigliata. Per certi versi mi comportavo come quegli svitati che si vedono in programmi come “Io e la mia ossessione”, durante i quali la gente confessa in lacrime di divorare interi pneumatici. La questione in fondo era molto semplice: brucare il maglione mi dava quella serenità che la complicata età dell’adolescenza teneva da me ben distante. A dispetto delle critiche e sberleffi di cui ero bersaglio, continuai a mangiarmi la lana fin verso il compimento dei sedici anni.
Tuttavia Chiara parlava con quel suo tono così dolce e rassicurante da farmi credere sul serio, almeno per un secondo, che il fatto di mangiarmi il maglione fosse una cosa attraente.
- Be’ - dissi – mi fa piacere. All’epoca per colpa di quel tic ricevetti molti pugni. - 
-A me sembra una cosa molto tenera, mangiarsi il maglione- disse.
Non sono un grande sciupafemmine, ma a volte capisco quando devo fare i gesti giusti. A sorpresa, tirai fuori dallo zaino il famoso maglione, una specie di cardigan di lana grigia, sformato e tutto infeltrito, che ero andato a recuperare a casa dei miei apposta per offrirglielo in dono. Alla vista di quella roba, Chiara emise uno squittio di gioia. 
- Lo devi indossare! Ora! - disse.
Le urla di Chiara attirarono l’attenzione dei vecchi del tavolo vicino. Dai rutti erano passati alle bestemmie, stimolati anche da una partita a carte sempre più aggressiva. Ora mi stavano fissando.
- Avanti, indossalo! - gridava Chiara.
Mi tolsi il maglione e mi infilai quel cardigan vecchio, impregnato dell’essenza alla lavanda che mia madre usava per tenere lontane le tarme dagli armadi.
- Ora mangialo! Dai, solo un po’! - diceva Chiara – voglio vedere come lo mangi! Mangialo!
Non mi andava di mangiare il maglione. Non lo facevo più da molti anni e il sapore e la consistenza di quella lana mi ricordavano i periodi bui della mia adolescenza.
Tuttavia cedetti all’insistenza di Chiara e mi presi un lembo del cardigan e iniziai a brucarlo. Chiara rise e prese a battere le mani.
- I tortelli - disse il cameriere gettandomi davanti il piatto. 


Sulla strada per andare verso casa di Chiara, iniziai a sentire i primi effetti del pepe: vesciche sulla lingua, acidità di stomaco e un forte prurito diffuso per tutto il corpo. Una volta arrivati il prurito si era concentrato soprattutto nella zona del pube e provavo un forte impulso a grattarmi. 
Chiara abitava in una villetta tutto sommato graziosa. Al piano terra ci viveva un tipo a cui erano morti i genitori: il giorno dopo il funerale si era comprato un biliardo da mettere in salotto. Al piano di sopra stava invece Chiara: quando aprì la porta una puzza di lettiera di gatto mi penetrò nelle narici. In mezzo al soggiorno, in penombra per via delle luci a basso consumo, c’era Fonzie, il gatto che dovevo conoscere. Si trattava di un gatto nero normalissimo, con la pancia rasata perché da poco gli era stata fatta un’ecografia: aveva ingerito della plastica e bisognava capire se fosse quello il motivo della sua recente stitichezza. Fonzie mi venne incontro annusandomi le scarpe, poi si ritirò sul divano fissandomi. 
-Vieni - disse Chiara – andiamo a vedere se ha fatto la cacca.- 


Purtroppo Fonzie non aveva fatto la cacca e questo gettò un’ombra di preoccupazione sulla serata. 
- Vedrai - le dissi – la farà più tardi. - 
- Ma già ieri non l’ha fatta! - disse – non può stare troppo tempo senza farla! - 
Non sapevo cosa dire. Provai a fare mente locale sui rimedi che di solito metto in pratica quando mi capita di essere stitico ma non c’era nulla che potesse andare bene per un gatto. 
Ci sedemmo sul divano e Chiara cercò di distrarsi mostrandomi uno dei suoi libri preferiti: la grande enciclopedia degli animali. 
- Vedi - disse – se guardi sotto la voce balena hanno messo la foto di una balena morta. Non ti sembra assurdo? Tutti gli altri animali sono ritratti da vivi. La balena invece è morta, ci sono degli uccelli che la stanno mangiando. È spiaggiata. Guarda qua, tutto il sangue che cola. -
In effetti la scelta di inserire quella foto per raffigurare la balena era discutibile, però non riuscivo a essere così colpito da quella svista editoriale quanto invece sembrava esserlo Chiara. 
- È assurdo - dissi – davvero assurdo. -

Nel frattempo, mentre ragionavamo sulla balena, Fonzie si era alzato ed era andato a fare la cacca. Lo seguimmo nel gabinetto dove aveva la lettiera e assistemmo al prodigio. Chiara cacciò un urlo di gioia e mi si avvinghiò al collo baciandomi. Mi infilò addirittura la lingua nell’orecchio! Cercai di spostare la situazione che si stava venendo a creare in salotto, quando Chiara mi bloccò.
- Aspetta - disse sovraeccitata – prima devi metterti una cosa. -
Corse in camera da letto e tornò con una roba appallottola fra le mani, di colore arancione.
Quando me la srotolò di fronte agli occhi capii di cosa si trattava. Era un costume da gatto. 
- Ti andrebbe di mettertelo? - mi chiese – voglio vedere come ti sta. -
A dirla tutta, non mi andava di vestirmi da gatto. Era un costume in puro acrilico che si era fatta spedire dalla Cina e puzzava di roba chimica tanto da togliermi il fiato. Mi disse che anche lei aveva un costume del genere e che in inverno ce li saremmo messi per stare al caldo sul divano.
- Al caldo, al caldo, al caldo - disse ripetendolo tre volte. Chiara aveva questo problema: ogni tanto le si incantava qualcosa nel cervello e ripeteva alcune parole tre volte di seguito. Penso che si trattasse in qualche modo di un gesto scaramantico.


Come ho già detto, non sono mai stato un grande sciupafemmine. Certe cose, come spogliarmi o essere il primo ad allungare le mani, sono gesti che ancora mi costano fatica. Dovermi spogliare in quel salotto semibuio, mentre l’odore della cacca del gatto si spandeva per casa, (e con il proposito di infilarmi dentro un costume da gatto), mi fece scendere di molto l’entusiasmo. Chiara si sedette sul divano con le mani sulle ginocchia, fremente di eccitazione per il mio travestimento. Domandai se potevo tenermi i vestiti e infilarmi così dentro il gatto. Mi fu negato. Incespicai levandomi i jeans. Mi levai anche il maglione mangiucchiato che non mi ero ancora tolto dal ristorante. Restai in canottiera, calze e mutande. Domandai se almeno quelle robe potevo tenermele. Chiara fece segno di sì con la testa. Mi infilai dentro il costume e la puzza di poliestere mi fece perdere la ragione. Fu come entrare dentro una vasca di deprivazione sensoriale. 

Quella notte non riuscii a prendere sonno. Chiara dormiva abbracciata al gatto, dandomi le spalle. Stare a letto senza riuscire a dormire è una tortura. Inoltre il pepe continuava a darmi il tormento: l’infiammazione si era concentrata tutta, come temevo, sul pene, facendomelo gonfiare come il naso di un ubriacone. Mi alzai cercando le ciabatte, poi mi ricordai che Chiara me le aveva fatte mettere nell’armadio.
- Il gatto di notte se le può mangiare - mi disse. 
Rinunciai alle ciabatte per timore che l’anta dell’armadio potesse cigolare. 

Andai in salotto, dove intanto all’odore di cacca si era aggiunto un forte sentore di piscio. Piscio con cristalli. Mi sedetti sul divano e al buio, tastando, trovai il mio maglione. Lo presi in mano, me lo portai alla bocca e brucai la lana fino a quando non spuntarono le prime luci dell’alba.

testo: marco prato
immagini: RUPE


lunedì 4 gennaio 2016

la pesca della radiomedusa


Quando Gufo vide allontanarsi la cittadina di San Benedetto del Tronto – il porto di cemento, gli stabilimenti con gli ombrelloni davanti, la nuvola bianca dell’umidità – sentì improvviso un formicolio avvampargli in un sol tempo entrambe le braccia. Era salpato. Poi Achille ruttò forte accanto a lui e quella sensazione svanì di colpo dalla sua pelle. Achille aveva mangiato cipolla e, forse, formaggio fritto e non pensò di scusarsi, ma si accarezzò la pancia bruna e nuda, ancora senza peli ma per forma assai simile a quella di un uomo. Gufo rise coprendosi il volto con la mano. Si sentiva onorato di essere a bordo e, nella sua testa, aveva già preso forma l’idea che la sua vita, da quel giorno, sarebbe stata diversa.

Era il 20 luglio, un martedì, ed erano appena passate le nove: l’orario e la stagione erano insoliti per la pesca. Intanto Gufo enumerava le cose che avrebbe smesso di fare in quelle giornate estive occupate fino a quel momento da passatempi segreti. Avrebbe smesso di studiare le gallerie del formicaio con la sua macchina del fumo. Avrebbe smesso di dedicare una notte a settimana all’osservazione delle Pleiadi e avrebbe forse solo rimandato la stesura e l’impaginazione del diario di viaggio di Pepe, il formidabile ciclista esploratore delle Ande. Era martedì 20 luglio e Gufo sapeva che quel giorno iniziava ciò che da grande avrebbe chiamato la vita vera. Stava seguendo questi pensieri quando Achille, tirandolo per la maglia, lo portò verso il lato illuminato del piccolo motopeschereccio.

Intanto l’imbarcazione raggiungeva a gran velocità i Fangoni, un’area a fondale basso a venti miglia dalla costa dove un tempo si pescavano seppie, naselli, qualche totano e calamaretti. Lì spense i motori e attese in silenzio. La notte prima Gufo aveva sognato una barca più grande e scivolosa, poi si era svegliato, aveva controllato il cellulare e si era rigirato non riuscendo a scrollarsi del tutto di dosso il timore che Achille e il suo babbo partissero senza di lui. Ora si guardava intorno prendendo le reali misure dell’imbarcazione. Individuò il casotto di comando da cui proveniva fumo e odore di sigaretta, poi ne fuoriuscì un omone con le spalle muscolose e la pelle nera che si tolse la mezza sigaretta di bocca per parlare. Il babbo di Achille aveva modi sicuri che Gufo ammirava. Era uno di quelli venuti dal mare con la fame, quelli che ora continuavano a vivere come se quel morso allo stomaco non li avesse mai abbandonati, anche se poi spesso nel box avevano un SUV parcheggiato. “Benvenuto a bordo. Tieniti pronto, ragazzo,” pronunciò solenne facendo l’occhiolino in direzione di Gufo. Gufo era figlio del professore e queste cose erano tenute ancora in alta considerazione da quella gente. Inoltre, durante l’intero anno scolastico, il ragazzo aveva aiutato Achille con i suoi compiti e così il figlio (un fannullone, a detta di molti) non era stato bocciato. Gufo ringraziò evitando lo sguardo diretto dell’uomo, poi, affascinato, ne seguì il movimento verso il posto di comando. La barca tornò muta e Achille si spostò a prua, seduto a indiano. 

Passò almeno un’ora. Altri piccoli pescherecci erano arrivati e si erano disposti a una settantina di metri l’uno dall’altro, eseguendo brevi manovre con il motore al minimo prima di rimanere in silenzio anche loro. Quando Gufo tornò dal giro completo della barca (che compiva ogni quindici minuti) trovò Achille tutto affacciato oltre il bordo del peschereccio. Era intento a centrare l’animale con il suo sputo e, in media, ci riusciva una volta su tre. Gufo lo raggiunse e vide subito la loro immagine riflessa e deformata su quel corpo pallido che ora trasportava almeno due strisce bianche e sottili di saliva. Gufo non aveva mai visto una radiomedusa viva prima di allora. La parte superiore dell’animale non appariva convessa come in tutte le meduse, ma leggermente concava, quasi piatta. Per questo la radiomedusa galleggiava sul pelo dell’acqua e rifletteva il mondo di sopra come un gigante cucchiaino (alcune arrivavano infatti anche a raggiungere i due metri di diametro). Gufo sentì la propria immagine sfuggirli e finire risucchiata sul fondo di quella superficie che pulsava, a battiti regolari. Achille gli disse che avrebbe dovuto sporgersi per bene verso l’acqua e urlare qualcosa. Gufo si sporse per bene e, non sapendo cosa urlare, pronunciò un “ciao” allungando la vocale finale in un suono vago finché gli durò il fiato. “Non così, guarda!” Achille salì sul piolo più alto della balaustra e urlò svuotando i polmoni: “Bella ficaaaaaaaa”. L’animale tremò tutto e, stimolato dalla voce del ragazzino, rilasciò nell’aria in un sol colpo il suo carico di suoni. In mezzo a quel gracchiare di voci straniere la manata arrivò improvvisa e silenziosa, da dietro. 
“Testa di cazzo!”, Achille si girò appiattito, tenendosi la testa, e vide il babbo dietro di lui che soffiava ira dal grande naso camuso, “di là c’è da tirarne su a quintali. A lavoro!” Trattenne le lacrime e scappò via verso le reti senza guardare Gufo, il babbo lo seguì a grandi passi sicuri.

Gufo se n’era rimasto immobile mentre le sue braccia tornavano ad avvamparsi e in testa gli pulsava l’idea di dover fare qualcosa. Guardò le reti, guardò il bordo della nave. Guardò il pannello di controllo, guardò la cella frigorifera. I suoi piedi erano pesanti. Seguì con lo sguardo Achille e il babbo attendendo con timore un qualche ordine, finché non scomparvero dietro le reti ormai issate. Gufo tornò infine a guardare l’animale in acqua. Per qualche secondo cercò con la mente un modo per tirarlo a bordo, rimuginò anche sulle carte nautiche che aveva visto e fantasticò sul percorso delle meduse attraverso il Mediterraneo a favore di corrente. Sull’ombrello piatto dell’animale gli sembrò di rivedere la scena appena accaduta sul bordo del peschereccio. Poggiò i gomiti sulla balaustra e imma-ginò che nei tempi antichi gli uomini avrebbero sicuramente pensato di poter leggere il futuro sul corpo lucido di quell’animale, decifrandone i riflessi bizzarri e le voci. Sorrise a questa sua idea e si sentì sollevato.

testo: Giovanni Blandino
immagine: Francesca Titone