lunedì 27 luglio 2015

cronache dai ghiacci eterni


23 Dicembre 2003
Ho sedici anni e sono un esploratore artico. Esploro gli abissi gelidi della mia mente e della mia stanza, cercando d'immaginarla come un'infinita distesa di neve su un mare di ghiaccio. 
Accanto a me, attaccata alla parete, c'è una riproduzione del Naufragio della Speranza. Me l'hanno regalata per il compleanno, devo aver detto a qualcuno che mi piacciono i luoghi freddi. 
E invece la detesto. Cerco di modificarla con la mente, trasformare il suo ammasso di sassi sporchi in una distesa bianca, fredda, deserta, come dovrebbe essere. Chiudo gli occhi e, a uno a uno, passo in rassegna i dettagli del quadro per ripulirli e levigarli. 
Proprio quando i miei sforzi iniziano a dare i loro frutti e il paesaggio nella mia testa prende la forma che vorrei, mia madre mi chiama per cena. Mi alzo dal letto, accendo in fretta il computer e grido che sto studiando. Se verrà a controllare, mi troverà impegnato. Aspetto che la connessione sia pronta e mi iscrivo alla prima chatroom che trovo. Inserisco il nome utente ghiaccio87. 
Due secondi dopo mi contatta Stella89.

- ciao

La ignoro. Guardo il messaggio inviatomi da Duro.

- 6 maschio o femmina?

Accanto si apre un'altra finestra, col nickname babygirl123.

- ciao... non ti sciogli mai?... ;)

Stacco la spina al computer, mi alzo e apro la finestra per lasciar entrare il freddo. Poi immagino che la stanza, e tutti i suoi componenti (le pareti bianche, l'armadio bianco, le coperte azzurre, le tende color acqua) siano un tappeto di ghiaccio. 
La sveglia, di plastica gialla, rotonda come un uovo, mi dà la nausea e la getto in fretta sotto il letto, assieme al tappetino rosso del mouse. Stacco l'orologio dal muro e lo butto nell'armadio. Il ticchettio mi innervosisce. Poi mi stendo sul letto, osservo il soffitto e cerco d'immaginarlo come un cielo da cui sta per nevicare. Chiudo gli occhi e assaporo la sensazione del freddo che dalle dita delle mani e dei piedi risale lentamente tutto il mio corpo e rende insensibile la mia pelle.


26 Gennaio 2013
Ho ventisei anni e sono un venditore a provvigione. Siedo in un locale sovraffollato, rumoroso e congestionato da un fumo denso. Attorno a me sono radunati i miei colleghi, intenti a festeggiare un semestre proficuo per l'azienda, due nuovi contratti e il venditore del mese. Il venditore del mese porta una giacca di lana beige e una camicia sbottonata, è salito con un piede sul tavolo e sta tenendo un discorso infinito che vorrebbe sembrare autoironico, ma è solo imbarazzante. Tutti ridono e applaudono. 
Dall'altro lato del tavolo, dietro una fitta coltre di fumo e sudore, un ragazzo incravattato si accorge che non sto ridendo e mi chiede perché. Sbatto il bicchiere sul tavolo e urlo che ho sete. Il bicchiere viene immediatamente riempito, fra le risate della comitiva. Lo vuoto d'un fiato e viene riempito di nuovo. Non faccio in tempo a bere, che la mia vicina di posto, la venditrice dei prodotti domestici, si sporge verso di me sforzandosi di non cadere dalla sedia.
“Quella merda! – mi sibila nell'orecchio, e indica il venditore del mese che vacilla felice sul bordo del tavolo – Si crede di essere chissà chi, ma è lassù solo perché è un uomo e un figlio di papà. Fosse stato una donna, non s'immagina neanche quanti cazzi avrebbe dovuto succhiare per stare lì!
Prima che si sporga ancora e cada dalla sedia, le passo il bicchiere pieno ed esco dal locale. 
L'aria invernale mi colpisce in faccia e mi avvolge in un istante. È un sollievo sentire il pizzicore del freddo sulla pelle e il silenzio della via deserta. Espiro lentamente. 
Non so perché frequento locali gremiti di cretini e bevo finché il sangue non mi romba nelle orecchie. Ho bisogno solo di freddo, e di silenzio.
La porta del locale si apre, il collega incravattato mi raggiunge sul marciapiedi.
“Tutto a posto? “, chiede.
“Sì, prendo una boccata d'aria.” 
“Non ti piace molto il lavoro, o sbaglio?”, insiste, osservandomi di sbieco.
“No”, dico.
“Allora perché lo fai?”
“Mi servono i soldi.” 
“Capisco –  mi passa un braccio attorno alle spalle  – Torniamo dentro, qua fa un freddo cane.”
Senza ribellarmi mi lascio trascinare verso la porta, dietro i vetri appannati mi aspettano le compagnie ammassate ai tavoli, i colori caldi e sporchi della festa, il vocio ininterrotto degli ubriachi. 


19 Maggio 2023
Ho trentasei anni e sono quasi un esploratore artico. Porto una tuta termica bianca e dei pesanti guanti neri, mentre osservo il mare plumbeo del sessantaseiesimo grado di latitudine sud. Gli altri turisti sulla nave, un branco di idioti esaltati che a metà pomeriggio si ubriacano col vino speziato, mi prendono in giro per la scelta del colore e perché giro a capo scoperto. 
Aspettano che mi volti e iniziano a confabulare, poi mi chiedono, sghignazzando, se non farei meglio a coprirmi, se non ho paura di stare male. Non riesco a rispondere. Ci provo, ma non riesco, mi pare inutile e lascio perdere. 
Forse è per questo che hanno iniziato a squadrarmi con diffidenza. Da quando siamo scesi per la tappa alla stazione di ricerca, ho sempre qualcuno attorno. Mi fanno domande di circostanza, fingono interesse, non mi perdono d'occhio. Gli organizzatori devono aver coinvolto i ricercatori della stazione, perché anche loro sono sempre nei paraggi. Ho sempre gente attorno. 
Non capiscono.
Non possono sentire il caos che si è infiltrato nella mia testa, che per quanto cercassi di ignorarlo è diventato assordante, ha continuato a crescere e a mischiarsi al fracasso del mondo esterno, a pulsarmi nelle tempie fino a soffocarmi, finché non ho capito che se avessi passato un solo giorno in più a dibattermi nel traffico congestionato di una città senza coordinate per rifilare urlando due libri a un negoziante viscido, la mia testa sarebbe esplosa. 
Ho bisogno di questo freddo e del suo silenzio e del suo paesaggio spoglio, per sopravvivere. 
Chiudo la giacca termica e stringo bene il cappuccio attorno al viso, poi controllo un'ultima volta che nessuno mi veda e sguscio fuori dalla porta del bungalow. 
A poche centinaia di metri da qui c'è il mare. Un mare metallico, all'apparenza morto, che lambisce ininterrottamente isole coperte di ghiaccio. Nessuno gliene chiede conto, nessuno lo vede. Le isole lentamente si sgretolano e spariscono, dimenticate da tutti. 
Il mare è vicino, ma l'ho visto tante volte e non voglio incontrare gli imbecilli mentre fanno le ultime foto prima della partenza. Ho un altro progetto. 

Mi avvio verso il bungalow delle provviste, un piccolo rettangolo nero sprofondato nella neve. Faccio attenzione a seguire i tracciati lasciati dagli altri e a non lasciare impronte riconoscibili con i miei stivali. Davanti alla porta, mi guardo attorno in fretta, prima di tirare fuori la chiave che ho rubato nell'ufficio del climatologo. Faccio scattare la serratura e con un po' di fatica apro la porta, entro e me la chiudo rapidamente alle spalle. Mi trovo in un corridoio angusto, fiancheggiato su entrambi i lati da scaffali pieni di provviste, attrezzi, abiti e scatoloni polverosi che nessuno apre da anni. Lo percorro fino in fondo, dove si trovano alcune cisterne di acqua potabile, casse di detergenti, macchinari e medicinali. Abbasso un poco la cerniera della giacca e libero le mani dai guanti per potermi muovere più agilmente. 

C'è voluto del tempo, ma adesso tutto è pronto. Siedo schiacciato in un angolo buio e polveroso e mi massaggio il retro delle ginocchia, muovo i piedi per tenere attivi i muscoli e non far coagulare il sangue nelle vene. La mia spalla destra preme contro la parete gelida del bungalow, quella sinistra sfiora un muro di scatoloni e cisterne, altrettanto fredde; contro la schiena ho delle lastre di metallo e di fronte a me due vecchi materassi sfondati. Se piego la testa all'indietro riesco a vedere il soffitto del bungalow, illuminato da una debole luce al neon, sporca e verdognola. È questione di qualche ora. Per la prima volta nella vita non sopporto la sensazione del freddo che mi entra nelle ossa, ma stringo i denti e cerco di resistere. 
Fra tre o quattro ore la nave sarà partita senza di me. Dopo che gli altri turisti se ne saranno andati, i ricercatori dovranno tenermi con loro e qualcosa imparerò a fare. 
È solo questione di resistere qualche altra ora. 

Non so quanto tempo sia passato, non più di un'ora probabilmente, ma mentre continuo a tamburellare con le dita sulle gambe e sulle ginocchia, completamente prive di sensibilità, sento un rumore metallico e un suono sommesso di voci. Poi di passi che rimbombano sul pavimento del bungalow. Improvvisamente l'aria polverosa mi soffoca e i miei muscoli si tendono in uno spasmo doloroso. Stringo i pugni, li schiaccio sulle orecchie e con gli occhi premuti contro le ginocchia, mi sforzo di riprendere a respirare e di non muovermi. Sento il pavimento tremare per i passi che si avvicinano, ma non voglio vedere nessuno. Non voglio sentire niente. 

testo: Margareta Nemo
immagine: Riccardo Fabiani

lunedì 20 luglio 2015

di passaggio


Alberto era già sveglio ma non aprì gli occhi. Sentiva Elisa camminare dalla camera alla cucina, aprire prima un cassetto, poi un altro. Udì la zip del bagaglio chiudersi.
– Che ore sono? – chiese Alberto.
– Le otto meno dieci.
Elisa si sedette sul letto di fianco a lui.
– Ce la faccio da sola – disse accarezzandogli la fronte, – Resta pure a dormire.
– Almeno fino alla fermata del tram ti accompagno.
Elisa si chinò per baciarlo.
– Davvero – gli disse – Sei stanco. Dormi tranquillo.
– Sono sveglio – rispose lui – Adesso mi alzo e faccio il caffè. Abbiamo mezz’ora prima del tram.
Alberto si tirò su. Indossò rapidamente i vestiti del giorno prima, gettati sulla sedia vicino al letto, e andò in cucina. Il cielo fuori dalla finestra era coperto e scuro, la valigia di Elisa aspettava in mezzo alla stanza.
– Hai preso tutto? – chiese lui, caricando la caffettiera.
– Stavo dimenticando lo spazzolino – rispose la ragazza dal bagno.
Alberto si incantò sul fuoco acceso, mentre Elisa riapriva la zip e la chiudeva.
– Passaporto? – disse lui, – Biglietto? Caricabatterie?
– Ho tutto – rispose lei sorridendo.
– Bene.
Il caffè uscì. Alberto lo versò in due tazze e ne porse una a Elisa. Bevvero in silenzio. Lui non riusciva a smettere di fissare la valigia.
– Certo che due settimane passano in fretta – disse Alberto.
– Dai, non fare quella faccia adesso – disse lei.
– Quale faccia?
– Fra un mese torno per le vacanze di Natale. Poi, se proprio ti manco, basta che prendi un biglietto per Barcellona. Mi trovi lì.
– Lo so.
Alberto accese una sigaretta.
– Però sono state due belle settimane – disse infine.
– Sì – rispose Elisa, gettando uno sguardo verso il bagaglio – Sono state due belle settimane.
Quando Alberto finì di fumare, si mise addosso la giacca. Elisa fece lo stesso. Lui prese la valigia e la portò fuori, quindi chiuse la porta del proprio appartamento. In strada non parlarono. L’aria era fredda e umida. Alberto iniziò a trascinare il bagaglio verso la fermata del tram, due isolati più avanti, mentre Elisa camminava al suo fianco.
– Allora prendo il 4 e mi porta fino in stazione – disse lei, quando furono in vista della banchina.
Alberto annuì. Il bagaglio gli tirava il braccio e lui guardava la fermata pensando che lì avrebbe salutato Elisa. Il limite del loro mondo insieme stava su quell’isola di cemento a ridosso dei binari: la misera copia di un gate o di una stazione. Il 4 che prendeva ogni giorno per andare a lavoro gli sembrò adesso estraneo, quasi fosse già terreno spagnolo. 
– Eccolo – disse Elisa, indicando la fine della via.
Iniziarono a correre. Alberto ansimava, con le gambe doloranti e la valigia che pesava sempre più. Davanti a lui, i capelli biondi di Elisa si agitavano nel vento.
Arrivarono alla banchina quando le porte della vettura erano già aperte. Elisa salì al volo e Alberto le passò il bagaglio, quindi le porte si richiusero. Tutto accadde rapidamente. Non ebbero nemmeno il tempo di darsi un bacio. 

Salutandola attraverso il vetro, Alberto ebbe come l’impressione che non avrebbe più rivisto Elisa. Anche lei distolse lo sguardo. Forse avevano corso verso la fermata per non dirsi addio.
testo: Matteo di Pascale
immagine: RUPE




lunedì 13 luglio 2015

TERRA DESOLATA



Mi sono guadagnato questa casa lavorando. All’inizio, quando stavo nel campo davanti al filo spinato, avevo sparato a un uomo perché ci metteva troppo tempo per tornarsene da dov’era venuto. Questo mi garantì una promozione e mi trasferirono su una torretta dietro il muro.
Lì, ero uno di quelli che sparavano. C’erano altre torri, più alte, dove stavano quelli che dovevano avvistare chi passava il confine. Loro suonavano una sirena e azionavano i riflettori. Noi imbracciavamo i fucili e sparavamo.
Mi dimostrai sempre diligente, stabilii il record di trenta soppressioni in un anno. Loro arrivavano da soli, al massimo in coppia, e correvano e si tuffavano tra i cespugli. Io li seguivo nel mirino. Ogni tanto, ammetto di aver giocato un po’ con loro: aspettavo che fossero arrivati quasi fuori gittata, lasciavo che si abituassero all’idea di avercela fatta. A quel punto, di solito, loro si giravano per guardare un’ultima volta il confine che avevano superato. Io li centravo in mezzo agli occhi.
Non avevo mai lasciato passare nessuno, ma anche i miei commilitoni si accorsero che, col trascorrere del tempo, stavo diventando più lento. E quindi mi diedero questa casa. Non è l’unica, ce ne sono altre, a intervalli più o meno regolari, da questa parte del muro. Il nostro compito è fermare chi è riuscito a superare il filo spinato, il muro e i cecchini. Non tutti i cecchini, infatti, sono bravi come me.
È sera. Come ogni sera, me ne sto seduto davanti alla porta di casa, il fucile in grembo come uno di quegli stereotipi da desolazione americana. E guardo il muro: da qui è soltanto una pennellata grigia sull’orizzonte. Entro in casa e mi verso due dita di whisky, poi raddoppio la dose, tanto non può uccidermi e io non ho nulla da fare. Quando esco di nuovo, le sirene stanno suonando, i riflettori sono accesi e li vedo ruotare sulle torrette e scomparire e poi illuminare sezioni del muro e sento gli spari. Uno, due, poi molti. Più di quanti ne abbia mai sentiti. E poco dopo s’interrompono.
Io bevo, mi siedo di nuovo, appoggio il bicchiere per terra e metto le mani sul fucile. Pochi minuti dopo, lei compare davanti a me.
È sporca di sangue e il sangue macchia il vestito bianco che indossa. È poco più di una bambina, ma io sono vecchio e tutti loro mi sembrano dei bambini, sempre.
Cammina verso di me, dice: “Aiuto”.
Questa ragazza è già morta. Stringo le dita intorno alla canna e al calcio del fucile. Lei si avvicina ancora, deve credere che questa sia una casa come le altre, normale, in cui una ragazza può essere soccorsa da un vecchio, fermarsi a dormire, riposare e poi ripartire. E io la lascio avvicinare, se l’è guadagnato. Ha dimostrato coraggio ed è stata più brava di tutti gli altri. Mi alzo. Lei vede il fucile e si blocca. Appoggio il fucile e raccolgo il bicchiere. Entro in casa, riempio il bicchiere per me e poi ne prendo un altro e lo riempio per lei. Esco, glielo porgo. Lei fa un passo e lo prende, se lo porta alle labbra, beve e tossisce e fa una smorfia. Io sorrido.
“Siediti”, dico.
“Grazie”, risponde.
Lei si siede sul gradino della veranda e io mi sistemo al suo fianco. Guardiamo il muro insieme. Le sirene hanno smesso di suonare, i riflettori sono spenti.
“Ce l’hai quasi fatta”, dico.
Lei annuisce e beve di nuovo, questa volta senza problemi.
“Quanti anni hai?”
“Diciassette. E tu?”
“Non lo so. Troppi.”
Non c’è mai vento, qui. Non cambia mai nulla. Eppure, questa è una serata in cui vorrei che il vento spirasse.
“A cosa stai pensando?”, mi chiede.
Mi giro verso di lei. «Perché ci provi?» le chiedo.
«Per mia figlia ».
«Mai vista?».
«Mai».
«Sai che non puoi».
«Non è giusto».

Questa ragazza è già morta, come tutti, qui.

testo: Alessio Posar
immagine: MARTOZ

lunedì 6 luglio 2015

con tutta questa gente intorno


Michele rientra in città quando gli operai in fondo alla strada sono già all’opera per risolvere il problema dei black out (il solito fortunato, pensa Marta). In quel momento è appena tornata la corrente e Michele la prende in giro usando il citofono: “Ma allora non è vero che siamo nel medioevo!”
Ha accompagnato Luca al campo scout ed è rimasto con lui per il fine settimana. Alla porta è entusiasta, dice che gli è bastata quel po’ di attività all’aria aperta per sentirsi più sgonfio, che gli è venuta voglia di mettersi lo zaino in spalla e fare il giro del mondo.
Marta invece è sfinita per i due giorni senza energia elettrica. Lo segue in camera da letto dove lui comincia a svuotare la valigia. Michele fa un sorriso, dice: “C’è anche questa” e le mostra la fotocamera. Luca ha nove anni e si è portato dietro la vecchia digitale di Marta.
“Mi ha chiesto di scaricare dalla scheda di memoria le foto che ha fatto, così domenica possiamo riportargliela vuota,” dice e gliela porge distrattamente.
 “Da qua, ci penso io”.
Michele scosta il trolley vuoto, si siede sul letto e le chiede come è andata al negozio.
Lei soppesa la fotocamera, è sporca, ma tutta intera; il contatto con la plastica dura le risulta familiare. Con il polpastrello del pollice accarezza i rilievi antiscivolo dell’impugnatura. Bentornata.
Michele le chiede di nuovo del negozio.
“Sabato una signora sui settanta che non avevo mai visto prima è entrata e ha chiesto due completi intimi. Non è che abbiamo molto per le anziane, allora le ho mostrato l’intimo più coprente che c’era, ma indovina lei cosa ha detto?”
“E pensare che con zia Ada le clienti erano tutte signore”.
“Con tua zia era un emporio, non una boutique. Comunque lei ha guardato quello che le avevo dato con sufficienza e mi ha spiegato che voleva qualcosa da notte di capodanno, mica per la messa di Natale. Da non crederci. Ci sono rimasta di stucco”.
Michele fa uno sbadiglio e con un saltello si mette in piedi.
“Vado a farmi la doccia”.
Marta lo avverte che l’acqua potrebbe essere fredda, che la corrente è tornata da poco.
“Non so se presterò ancora la fotocamera a Luca,”  ma questo lo dice a voce troppo bassa per essere sentita.
Già questa volta aveva aspettato fino al giorno della partenza per decidersi a dargliela. Gliel’aveva fatta penzolare davanti agli occhi, “Seguila con lo sguardo e ripeti: riporterò la macchinetta della mamma sana e salva a casa, perché ci tiene più che a me”.
Il ragazzino aveva fatto prima una leggera smorfia incredula, poi aveva capito il gioco e afferrato la fotocamera lamentandosi che Marta lo distraeva dal preparare lo zaino per il campo di quindici giorni.
Marta era rimasta a guardarlo mentre con le mani ancora minuscole stringeva le fibbie, controllava che il sacco a pelo fosse ben allacciato. Mani arrampicate sullo zaino come  granchi sullo scoglio: passavano da una zip a un laccetto, soppesavano il fagotto; sembravano tramutarsi davanti ai suoi occhi nelle mani esperte  di un uomo, oppure stavano solo fingendo, in attesa di esserlo davvero. Alla fine della preparazione aveva dimenticato aperta proprio la tasca della fotocamera.
Luca e quella macchina fotografica erano in conflitto fin da quando lui era giusto un cigolio di materasso e aveva vinto, e adesso cosa voleva ancora? Assestare il colpo di grazia al nemico mortale? Marta si era accovacciata ad abbracciare suo figlio. Nonostante le proteste lo aveva baciato sulla vertigine al centro della testa, poi nel rialzarsi aveva allungato una mano alla tasca dello zaino e chiuso la clip.

La macchina fotografica non era niente di che, ma era stata il primo acquisto quando ventenne si era trasferita in città. Lavorava sia al supermercato che all’agenzia pubblicitaria. Appena finiva al bancone faceva il giro in bici per fotografare i cartelloni dell’agenzia, era il modo in cui certificavano il lavoro compiuto ai committenti. Si trattava di trentadue scatti, ma lei rimaneva in giro a fotografare per tutto il pomeriggio. Verso le otto passava per l’agenzia e scaricava le trentadue immagini nel computer di Guido, il titolare. Se non c’era gente, Guido guardava le altre foto scattate da Marta. Le faceva scorrere sullo schermo cliccando veloce la freccetta della tastiera. Faceva hmm, si grattava le guance grigie per la ricrescita della barba, stringeva la radice del naso tra l’indice e il pollice.
Marta non guardava lo schermo, ma l’espressione di Guido: stanca. Cercava di interpretare i suoi suoni gutturali, il modo in cui era accasciato sulla sedia. Erano brutte? Lo stavano annoiando? Lui diceva sempre che Marta doveva fare una scelta, che non si diventava fotografi dietro il bancone di una salumeria; ma sempre più spesso usava una di quelle foto per i lavori dell’agenzia. Marta tornava nella casa per studentesse. Il suo letto cigolava. Leggeva i testi di storia dell’arte presi in prestito alle coinquiline. Ripensava alla parole di Guido sulla necessità di fare scelte: Il mondo è una cartina geografica, mari e laghi e montagne stupende, ma l’occhio cadrà sempre sulle linee tratteggiate e la gente si domanderà sempre da che parte stai.
Ogni mercoledì le ragazze della casa portavano dalla videoteca dell’università un film per il corso di storia del cinema. Venivano anche i ragazzi, avevano tutti baffi fin sopra le labbra o barbe che sembravano finte sulle loro facce da bambini; portavano da bere e c’era sempre qualcuno di loro che si metteva ai fornelli mentre le ragazze rimanevano a guardarli. I nomi delle pietanze finivano immancabilmente con qualcosa di straniero: alla messicana, alla cantonese. Quando erano pronti c’era ogni volta un però che li accompagnava: qualche ingrediente mancante, introvabile o dimenticato.
Con qualcuna di quelle ragazze Marta si vede ancora oggi, hanno a loro volta figli che Luca tratta come cugini, e mariti che sono ancora i migliori amici del suo.

Marta collega la fotocamera al computer della camera da letto. Le icone delle foto si affiancano una dopo l’altra sullo schermo, ma a rilento. Il banner del download dice: operazione in corso non scollegare il dispositivo e non spegnere il computer.
Michele di ritorno dalla doccia la ritrova nella stessa posizione di attesa davanti allo schermo; si toglie l’accappatoio lasciandolo cadere a terra.
“L’hai già vista?” dice, poi si avvicina e sporgendosi tocca con l’indice lo schermo in corrispondenza di una delle miniature. Nel farlo si appoggia con il ventre alla spalla di Marta. Lei clicca due volte sull’icona e l’immagine lentamente si  dispiega sullo schermo.
Marta muove il mouse da una parte all’altra del tappetino come per scuotere il computer, “Aspetta”, dice Michele, sfiorandole la mano le sfila il mouse. Marta si appoggia allo schienale per farlo manovrare meglio. Michele la sovrasta. Di nuovo la tocca con l’addome; Marta sente la pelle fresca, l’odore del bagno schiuma e con il gomito si ritrova a sfiorare i suoi peli pubici. Marta pensa che potrebbe allungare una mano tra le gambe di Michele, lui le sorriderebbe e le prenderebbe la testa tra le mani per baciarla e il pene sarebbe duro e lei glielo succhierebbe seduta sulla sedia. Senza alcuna parola dolce o il pretesto di un anniversario o colazione a letto in una domenica senza Luca per casa.
Michele si tira su, “Ecco fatto”, dice andando al cassetto delle mutande, “guarda che regalo ti ha fatto tuo figlio”.
L’immagine sul display, il regalo, è una foto scattata da una rupe. Sulla valle sottostante, anche se la distanza è considerevole, Marta legge il suo nome, ma non capisce con cosa ci sia scritto.
“Il giorno prima li avevano allenati a segnalare una richiesta di soccorso ai mezzi aerei usando qualsiasi materiale a disposizione. La mattina della foto, invece, hanno ripulito una spiaggia da quelle parti”.
Luca aveva quindi messo insieme le due cose, spazzatura e l’arte della segnalazione d’emergenza. Ne era uscita fuori lei.
Lo schermo si fa buio, il computer si spegne, fuori partono gli allarmi degli antifurto. Ma è solo un calo di tensione.
“È solo andata e tornata,” dice Michele, ma al riavvio del computer le foto sono scomparse. Dei file non c’è traccia neanche nella memoria della fotocamera. Michele la sposta, armeggia con mouse e tastiera, sullo schermo appare la finestra della modalità di recupero dati e di nuovo l’avvertimento di non spegnere il computer.
 “Non ci sperare, in questi giorni ogni volta che la corrente ha fatto così poi è andata via per ore”.
“Tranquilla, questo programma recupera tutte le immagini dalla scheda della fotocamera, anche quelle danneggiate”.
Sullo schermo appare la scritta scansione storica in corso. Michele esce di nuovo dalla stanza sicuro di avere risolto il problema. Si allontana blaterando del ritorno alla vita semplice, senza tecnologia e ancora minaccia di fare il giro del mondo zaino in spalla, ma quando arriva in cucina il suo discorso sulla naturalità s’interrompe. Dice qualcosa, il frigorifero, impreca, chiede ad alta voce a Marta di raggiungerlo per aiutarlo, non ottiene risposta però, perché lei è rimasta imbambolata davanti allo schermo che le sta mostrando la prima immagine recuperata dalla fotocamera, un autoscatto: Marta visibilmente più giovane e al suo fianco Guido. La foto, scattata dal basso verso l’alto, li ritrae dalle teste, che si toccano con la fronte, fino alle spalle nude. Entrambi con i capelli bagnati. La foto è sovraesposta, perché erano al mare ed è vecchia di nove anni, anzi qualche mese in più; per ricordarsene Marta non ha bisogno di fare alcun conto. Luca era il suo promemoria.
Durante il viaggio in moto aveva più di una volta fatto rallentare Guido fingendo di aver paura delle curve. Erano due giorni che non riusciva a tenere niente nello stomaco e appena scesa dalla moto era corsa in bagno dicendo che stava trattenendo la pipì da quando erano partiti. Invece nel gabinetto aveva vomitato, giusto i succhi gastrici, poi si era sciacquata la faccia ed era rimasta per qualche minuto con i polsi sotto il getto freddo del rubinetto.
Il lavoro fu semplice. Si trattava di ripetere poche pose su cui Guido non era convinto: uno stallone che correva lungo il bagnasciuga e poi una macchina che riusciva a fare la stessa cosa, anche se si trattava di una familiare. L’unica difficoltà era fare in modo che non si vedesse il volto del conducente, perché nelle pose scattate in precedenza era un altro modello. Alla fine si dovette spingere l’auto per tirarla fuori dalla sabbia. Il custode del lido si era anche offerto di trainarla con il trattore, ma non fu necessario. “Che idea balorda”, disse l’uomo a Marta, “credere che una familiare possa correre libera dove vuole. O sei una cosa o sei l’altra. Di qua o di là, punto”.
Marta e Guido passeggiarono sul bagnasciuga.
“Come va con questo Michele, è un tipo romantico?”
“Sì, figurati che quando gli ho detto che siamo passati al digitale ha fatto una smorfia. Secondo lui il digitale non ha l’anima.”
“Allora è proprio un romantico. C’è sempre bisogno di tipi romantici.”
Marta sapeva che la sua presenza su quel set non era necessaria. Guido l’aveva voluta perché voleva comunicarle qualcosa, qualcosa che riguardava la rivista che stava per nascere.
Intorno alla gente, così si chiamerà il magazine”, disse Guido fermandosi, “A gennaio si esce con il primo numero”.
Marta esultò abbracciandolo, disse che era una cosa stupenda, ma Guido continuò a spiegare: “Però la scelta è ancora fra te e un altro”.
“Un altro?” Marta non riuscì a dire di più, sul momento. Rimase muta, ad ascoltare, mentre la nausea ritornava ad avvolgerle lo stomaco e la gola: “Ti ho cresciuta io, come fotografa, in questi due anni. Ogni volta che un tuo scatto sarà su una rivista, sarà una tacchetta anche a mio favore. Devo scegliere fra te e un uomo, perché devo essere sicuro della completa disponibilità dei miei collaboratori più importanti.”
Marta fece qualche passo in silenzio, lasciandosi Guido alle spalle.
“Andiamo a mangiare qualcosa”, il tono di Guido era spiacente.
“Ho un’idea migliore”, disse lei rigirandosi, “facciamo il bagno. Sì, facciamo il bagno, prima di ogni altra cosa”.


Marta guarda lo schermo sbigottita, rivolgendosi con la mente a suo figlio come se fosse l’artefice di quella riesumazio-ne fotografica, dei cali di tensione e tutto il resto. Perché ti stai accanendo? pensa.
La corrente va via di nuovo, è un vero black out, proprio come aveva previsto. L’immagine scompare. Marta si appoggia allo schienale e si accorge di Michele alle sue spalle, ha visto la foto e “C’è un problema con il frigorifero,” dice, “mi metto a svuotarlo. C’è anche d’asciugare a terra, ma lasciami fare da solo per piacere”.
Poi si allontana.
Senza corrente il palazzo anziché ammutolirsi si anima. Prima l’antifurto di un vicino, seguito dai cani che ululano, poi, spento l’allarme, il mormorio di tutto il vicinato si fa più sotto. Rumori di esseri viventi non più coperti da quelli degli antifurto, né da quelli quotidiani dei frigoriferi, televisori o lavastoviglie. Marta sente che qualcuno sta sbattendo un uovo. Un getto d’acqua in un recipiente. Oggetti piccoli e metallici che tintinnano, monete cadute, forse. La signora al piano di sopra con le sue scarpe dure sul pavimento. È come se le fossero entrati tutti in casa. Poteva essere che la signora delle uova fosse seduta sul letto alle sue spalle e i bambini al tavolo della cucina. Spettri.
Marta rimane seduta non sa quanto. Schiacciata sulla sedia da un macigno di pensieri che non riesce a coagulare in un’idea da mandare giù, da digerire. Prova a trattenere il macigno nello stomaco per evitare la valanga. Ma forse è lei stessa quel macigno e quindi c’è poco da ingoiare. C’è solo da rotolare, fare venire giù tutta la montagna.
Lo raggiunge in cucina. Michele è in ginocchio nella pozzanghera ai piedi del frigorifero. Ha quasi finito. Con una mano tiene aperto lo sportello, con l’altra tira fuori gli alimenti scongelati e li mette in una bacinella sul pavimento. Marta alle sue spalle, lo guarda.
“La carne è tutta scongelata”, le dice, “non ci hai pensato in questi giorni?”
Marta si siede sullo sgabello del bancone cucina.
“Siamo in guerra?”
“Non siamo in guerra.”
“Cosa pensi di avere visto in quello schermo?”
“Dieci anni. Un figlio.”
Michele continua a fissare l’interno del frigorifero, poi aggiunge che la frutta è l’unica cosa salva e che spera che tutta quell’acqua non finisca al piano di sotto, che non ha alcuna voglia di affrontare beghe condominiali.
“Adesso prendo il secchio e la pezza, faresti bene a lasciarmelo fare in pace.”
“Altrimenti prendi lo zaino e fai il giro del mondo, giusto?”
Lui fa per alzarsi, ma scivola con il tallone sull’acqua e si ritrova di nuovo a terra, con la schiena metà sul pavimento e metà contro il muro di fianco al frigorifero.
“Ero già incinta, ma non ti avevo detto niente. Sono andata in moto con Guido fino al mare per un servizio fotografico. È lì che abbiamo fatto l’autoscatto, dopo il bagno. Volevo scegliesse me a tutti i costi. Avevo il pensiero fisso che fosse la mia ultima possibilità, che altrimenti avrei solo fatto la mamma e la commessa nell’emporio di tua zia per tutta la vita. Avevo un vestito corto di cotone e al ritorno mi sono avvinghiata a lui, ho aperto più possibile le gambe per fargli sentire il costume ba-gnato, per strofinargliela addosso. E anche le mani, gliene tenevo aperte una sul petto e l’altra vicino alla cintura”.
Aiutandosi con la mano Michele tira su il busto e si mette a sedere.
“Non andasti oltre però. Infatti non ti scelse.”
“Invece mi scelse, ma no, non andai oltre. Neanche con quello che avevo pensato di farne di Luca.”
Michele si mette in piedi.
“Sarà meglio che io vada a vedere a che punto sono i lavori.”
Marta non gli va dietro, sente che prende le chiavi, gli urla: “Almeno dopo la guerra c’è la pace”.
Lui apre e richiude la porta, forse non l’ha nemmeno sentita. Forse dopo la guerra c’è solo più silenzio, perché qualcuno è andato via, varcando la linea tratteggiata. Marta lo sente che scende le scale. I passi subito si confondono con quelli degli altri condomini. C’è una voce di donna che dice: “Mettetevi vicino alla finestra a studiare” seguita dalle lamentele di un ragazzino dalla voce un po’ rauca. Il portoncino condominiale si richiude. Deve essere Michele. Marta pensa che se è Michele, magari può ancora fermarlo. Pentole che cascano chissà in quale appartamento. Le sembra davvero stupido avere insistito con la storia della fotografia. Per mettere in chiaro cosa? I due ragazzini che studiano alla finestra hanno preso a litigare, dei due una è femmina e più piccola e piange. L’idea di Michele che gira il mondo non la fa ridere, neanche figurarselo con lo zaino tecnico corredato da pentolini e sacco a pelo. Averlo ferito non le da soddisfazione. L’attrezzatura da campeggio le porta alla mente Luca che come prova finale del campo scout dovrà rimanere una notte nel bosco, dopodiché non sarà più lupetto ma esploratore. Il capo-scout le ha spiegato che: “Il ragazzo non resterà mai davvero solo, ma crederà di esserlo”. L’uomo, in bermuda e scarpe da trekking, aveva continuato a descrivere la prova tenendo le gambe larghe e le braccia ai fianchi. Lei non si capacitava, non capiva neanche perché doveva proprio chiamarlo il ragazzo se invece era solo un bambino.
Marta pensa che forse dovrebbe avvisare Luca. Sì, lo chiamerà e gli dirà di stare tranquillo che non sarà mai solo. Qualcuno del palazzo di fronte chiude le persiane di schianto. Una donna urla ai figli di smetterla. Non si capisce se è la stessa donna di prima. Marta si alza, raggiunge il balcone, s’aggrappa alla ringhiera. I rumori dei mezzi che lavorano in fondo alla strada arrivano a rassicurarla. Le orecchie già sembrano meno indifese: il cigolio degli ammortizzatori, la pala meccanica, il rombo dei generatori a cherosene gliele tappano, allontanano tutta quella gente.
Dal balcone vede Michele camminare verso il cantiere. Nota che quando passa di fianco agli operai cambia passo, mette una mano in tasca e ciondola l’altro braccio mentre si fa sotto a un uomo in uniforme. Si stringono la mano.

Il giro del mondo zaino in spalla, pensa Marta. Perché tu, poi, e non io.

testo: Luca Mercadante
immagine: Gaia Uska