lunedì 29 giugno 2015

le gabbie dei conigli

La troppa libertà spezza il collo.
proverbio popolare


Le gabbie dei conigli, fino a quando morì mio nonno, stavano in un casotto di pietra e cemento dietro la casa. Accanto al casotto una vigna costeggiava gran parte della recinzione della casa e un orto coltivato a insalata, pomodori e calle occupava quasi tutto il giardino. L’interno del casotto di giorno era immerso in una penombra placida e silenziosa, intervallata solo dai rapidi bagliori delle gabbie di lamiera illuminate dal sole.
I conigli nelle gabbie non stavano mai fermi. Rumori continui, insistiti, ma senza una logica. Nel loro incessante lavorio di zampe sbattute contro le inferriate, denti a torturare il granoturco e il fieno, lingue a succhiare l’acqua dalle apposite cavità delle gabbie, sembravano stare bene attenti a non dare mai un ordine ai suoni che producevano. Stavo interi quarti d’ora immobile, con le gambe fisse davanti alle gabbie, ad ascoltare quelle bestie. Preso come da un’ipnosi non cercavo davvero un senso, ero troppo giovane per farlo, ma mi rapiva l’assoluta casualità con cui i rumori, una volta ripetuti di seguito, un’altra volta dilatati nel silenzio, segnalavano una vita che c’era, ma si vedeva poco, e non faceva nulla di più che mangiare, bere, rumoreggiare.
Avevo all’incirca sei anni, passavo i giorni freddi chiuso in casa e quelli più caldi a inventare giochi di guerre in cui le ambientazioni erano sempre la vigna, l’orto, il giardino. Ma mai il casotto, perché entrando lì, magari attirato da un rumore più forte degli altri, il gioco si fermava e arrivava l’ipnosi: un fruscio, una mitragliata di denti su un chicco di grano, una zampa che sposta il fieno e batte nervosa contro la lamiera. Momenti di pausa che finivano spontaneamente, restituendomi alla realtà e al gioco con uno strascico di silenzio al seguito che piano piano si dissolveva. Oppure che finivano perché mio nonno, padrone indiscusso di tutto quanto fosse gabbie, vigna, orto, giardino, entrava nel casotto per prendersi cura dei conigli e mi parlava, o parlava ai conigli.
Non c’era altro evento che potesse interrompere il mio incantamento di fronte alle gabbie, se non quando un raggio di luce improvviso illuminava la testa di uno dei conigli e allora un occhio, sempre uno solo, emergeva dal buio. Quello sguardo metteva fine all’ipnosi lasciandomi in un risveglio inquieto, intimidito dalla macchia scura dell’occhio che si posava su di me e mi induceva a uscire alla svelta dal casotto. I conigli mi avevano scoperto e ricominciare il gioco, magari con una battaglia artificiosamente caotica, era l’unico modo per fingere che nulla pochi attimi prima fosse accaduto.

Ci sono giorni, giorni di bambini di sei anni, che si perdono nella memoria insieme a tutti gli altri, dove è impossibile stare fermi. Una forza dinamica prende tutto il corpo e seduti dietro il banco di scuola un piede non smette di martellare il pavimento velocissimo e impercettibile. In cammino verso casa le gambe si abbandonano a una miriade inquieta di salti. Seduti di nuovo, ma questa volta per il pranzo, le gambe penzolano dalla sedia come festoni in certe giornate di vento.
Sono giorni in cui il gioco diventa l’unico sfogo efficace, una questione non più solo di divertimento e svago ma di vero e proprio sfinimento. Non importa più nulla di nulla, bisogna solo muoversi, agire, sventagliare ovunque gambe e braccia fino a spaccarsi il fiato e rimanere alla sera, stanchi morti, ad aspettare che arrivi il sonno e un nuovo giorno senza la stessa inarrestabile inquietudine.
Fu proprio in uno di quei giorni, passati al mattino a fremere dietro il legno freddo del banco di scuola e al pomeriggio nello spasmodico inseguimento di un pallone, che entrai nel casotto di corsa e, senza neanche badare per un momento ai soliti rumori che mi ipnotizzavano, aprii una a una tutte le gabbie. Non ci fu un solo coniglio che rimase fermo. I più giovani, anche quelli che stavano nelle gabbie più alte, saltarono giù subito senza alcuna paura. Quelli più anziani esitarono per pochi secondi ma dopo seguirono gli altri con la stessa impazienza. Nell’atterraggio tutti perdevano la posizione di equilibrio e per qualche istante grattavano le zampe contro il cemento del pavimento, ma poi riacquistavano l’assetto da corsa e in un lampo erano fuori dal casotto. Mio nonno, che in quel momento era nella vigna, si accorse subito della fuga di tutte le sue bestie e, messosi di fronte all’entrata del casotto, riuscì a catturare e a rimettere nelle gabbie gli ultimi conigli scappati. Poi, urlando I conigli! I conigli! aveva cominciato a inseguire gli altri che correvano all’impazzata nella vigna, nell’orto, in tutto il giardino attorno alla casa, travolgendo lungo la loro strada foglie di vite, fiori, insalata, piante di pomodori. Uscito dal casotto dopo mio nonno, ero rimasto a pochi passi dall’entrata osservando immobile quegli animali rapiti da una specie di fuoco pazzo, come se tutto il desiderio di movimento che era in me fino a pochi attimi prima fosse stato trasmesso a tutti loro nel gesto di aprire le gabbie. Il mio corpo era completamente fermo, solo la testa si muoveva da destra a sinistra e da sinistra a destra per cogliere ciò che stava accadendo, mentre la bocca si apriva ai lati in un sorriso sempre più largo.
Però mio nonno ci sapeva fare. Capita a volte che un coniglio fugga mentre gli si pulisce la gabbia oppure che nel tragitto dalla gabbia al posto di macellazione scappi di mano e si metta a correre. Per prenderlo non serve inseguirlo. Basta aspettare che non si muova, trovi un riparo e si tranquillizzi. Poi, una volta immobile in quella che per lui è la sua nuova tana, basta avvicinarsi silenziosi da dietro e afferrarlo di scatto. Mio nonno aveva cominciato a rincorrerne alcuni. Resosi meglio conto della situazione si era fermato, aveva atteso che anche i conigli si rifugiassero in qualche anfratto e con quel metodo ne aveva catturato qualcuno. Altri però non si fermavano e continuavano a correre. Vista dall’alto quella scena poteva sembrare il movimento consueto di una manciata di formiche, con un formichiere che lento si avvicinava per catturare le meno svelte. Dal giardino la mia attenzione si era spostata sul lavoro di cattura di mio nonno oltre che sulla corsa folle degli ultimi conigli, e il sorriso crescente si era congelato in un’espressione gioiosa, ma fissa.
Un coniglio si era rannicchiato a metà di uno dei filari di piante di pomodori e mio nonno, camminando con la schiena piegata in avanti e la testa a ridosso delle spalle, stava allungando le braccia per afferrarlo. C’erano ancora cinque conigli intorno alla casa: tre erano fermi al riparo, due non finivano di correre. Li avevo contati e dopo avere finito la conta mi ero concentrato sul coniglio tra i pomodori e sui movimenti esperti di mio nonno. Le sue mani erano a pochi centimetri dal corpo del coniglio quando dall’altra parte del giardino, a ridosso del muretto di recinzione, un tonfo sordo – il botto di un pugno che sbatte deciso sulla cassa toracica – aveva attirato la mia attenzione. Un coniglio, uno dei due che correvano all’impazzata, aveva sbattuto la testa contro il muro ed era rimbalzato all’indietro finendo steso nell’erba a pancia all’aria, morto. Urlai. Mio nonno si voltò correndo verso il coniglio. Per non vedere più l’animale morto voltai la testa dall’altra parte. E mentre mi giravo, vidi l’altro coniglio correre a gran velocità gli ultimi metri in prossimità della recinzione e andare a sbattere violentemente e senza alcun tentativo di frenata contro il cemento grigio del muretto, lasciandovi un segno di sangue rosso e rimbalzando come l’altro coniglio nell’erba, a pancia in aria. Osservai così bene la scena che notai, pochi attimi dopo lo stesso tonfo di prima, il corpo del coniglio tendersi nello spacco di fiato che avviene poco prima della morte e poi abbandonarsi inerte, nel volo di rimbalzo verso l’erba. Ma non feci in tempo a chiudere gli occhi, perché anche i tre conigli che erano fermi ripresero a correre follemente creando davanti a me un vortice di zampe che slabbravano il terreno. Uno dietro l’altro, acquistata la massima velocità, andarono a schiantarsi contro il muro della casa, contro quello del casotto e ancora contro il muretto di recinzione che aveva ucciso il primo coniglio. Tre tonfi uno dietro l’altro, poi il silenzio.


Avevo solo sei anni e caddi di peso sulle ginocchia. Cominciai a piangere, lentamente e senza singhiozzare, fino a quando mio nonno, rimasto anch’egli inerte di fronte a quel carnaio, si accorse di me e mi fece alzare, consolandomi con una carezza, con un abbraccio, con un pezzo di cioccolato preso dalla credenza della cucina, che mangiai con la testa bassa, senza fiatare.

Dopo quel giorno i conigli vennero macellati e venduti uno ad uno. Nel casotto non ne tenemmo mai più.

testo: Luca Barachetti
immagine: Stefano Allisiardi

lunedì 22 giugno 2015

l'occhio nell'ano


Avendo terminato il mio Ph.D in filosofia morale nel giugno del 2008, erano poche le cose che avrei salvato nella lista delle cose da non fare. Mangiare i cadaveri dei parenti, una volta uccisi in sacrifcio rituale. Sprecare l’acqua. E scopare la donna di un amico.
Dei miei tre capisaldi morali quest’ultimo era senza dubbio il più stupido, eppure io non riuscivo a liberarmi da questo precetto stile dieci comandamenti. Che sciocchezza, mi dicevo, come se una donna mi appartenesse, come se appartenesse a qualcuno, che barbarità, che regola da pastore mesopotamico, eppure, nel 2008, quando terminai il mio Ph.D. alla Columbia, credevo fermamente in questo terzo dettame e solo in questo. Abbandonai di lì a poco l’ambiente accademico, ripugnato dai miei colleghi, persone della peggior specie, dalla moralità abietta. Mollai tutto e mi dedicai ad altro, non ebbi mai nessun rimpianto di aver lasciato quella situazione, ma la mia concezione morale ne uscì comunque influenzata. Rimasi sempre fedele alla regola e non scopai la donna di un amico.

Ad esempio, nel 2011 Laura mi entrò in camera, all’epoca in cui vivevamo dalle parti di Prospective Park io, lei e il suo ragazzo Kiril, lei mi entrò in camera, con i pantaloni addosso e solo il reggiseno, e cominciò a strusciarsi come una gatta, a sbattermele in faccia quelle sue tettine a punta, e io le dissi: “Dai Laura, lasciamo perdere”. E lei mi guardò e disse: “Ma come? Te, fascista, bestemmiatore, sudicio maniaco, puttaniere segaiolo, non hai voglia di mettere le tua mani su queste due cosine?”. Io risposi: “Certo Lauretta che ho voglia, ma ti dimentichi di Kiril”. Andò così. E poco importa che lei non fosse questo gran che e che di lì a poco la sua storia con Kiril degenerasse del tutto e continuare a vivere in quel buco vicino a Prospective divenne impossibile: io quella volta rimasi fedele al mio dettame morale. Poi passarono gli anni e mi fidanzai con Mary Ann.

Mary Ann mi portò a vivere la moralità con occhi diversi, a smettere semplicemente di pensarci continuamente e vivere come si vive tutti: con le nostre abitudini, le nostre cene fuori e i nostri lavori full time del tutto regolari, così che la vita si fa ritaglio, e la morale smette di essere un argomento di qualsiasi interesse. Con Mary Ann frequentavamo spesso una coppia di amici, Bill e Samantha, andavamo a cena con loro, oppure al cinema, oppure a fare delle girate, così le chiamava la mia Mary Ann: “Guarda che giornata, andiamo a fare una girata”. Aveva ragione. Allora io chiamavo Bill e Samantha. Si stava bene con loro e non c’erano particolari tensioni. I pomeriggi d’ottobre nel New England. Risalivamo la costa boscosa ascoltando la musica, ci fermavamo nei bar a mangiare un panino e una birra e un caffè. Stavamo bene insieme. A volte poi la sera discutevamo nel letto con Mary Ann di come erano loro e di come eravamo noi. Nulla di originale. Ma la verità era che io la moglie di Bill, Samantha, me la sarei voluta scopare,che me la sognavo la notte, dopo le nostre seratine di coppia, dopo quelle cene in cui il mio cazzo rimaneva puntato tutta la sera verso di lei. Me la sognavo di notte in tutte le posizioni e non c’era niente da fare: lei era la donna del mio amico, come giravi la faccenda non se ne usciva. Il divieto, mi dicevo, è la più forte formula per attivare il desiderio, è normalissimo. Lei non è niente di che, è pure un po’ scema, non è neanche tanto bellina: mi dicevo, ma non cambiava niente. A cambio con Mary Ann non farei mai, queste sono proprio le tipiche paranoie da piccolo borghese che non volevo diventare, ecco che cosa sono diventato, mi ripetevo. Ma la situazione comunque era bloccata.

Poi una sera che Bill era via, dai suoi parenti in Connecticut e Mary Ann era a Cape Cod a trovare la sorella, Samantha mi telefonò, per invitarmi a una serata di cui era stata promotrice. Io ovviamente andai. Lei era, come dice il poeta, “meno bella del solito”. Sarà stato lo stress per l’organizzazione della serata, ma io sospettai ci fosse dell’altro. Era la tensione che aveva patito per trovare la forza di invitarmi là. Allora passammo quella sera dietro a differenti interessi, lei con la sua mondanità, mentre io al tavolo degli alcolici, ma sempre tenendoci d’occhio attraverso i locali, come a controllarci, e ogni tanto brindammo, al niente, brindammo alla fine imminente, alla fine del mondo, al trionfo del nulla, del male sul bene, brindammo a Satana, ai quattro cavalieri dell’apocalisse e dopo tornammo a casa insieme.

La casa di Bill e Samantha in cui ero stato mille volte aveva quella sera una luce diversa, come un bagliore rossastro. Bevemmo un cocktail sul divano, poi i corpi si avvicinarono e cominciammo a baciarci e toccarci. Le sue labbra, su cui talvolta Samantha appoggiava un dito, come di traverso, a formare un divieto: eccole là. Finalmente potei toccare quelle tette che avevo solo visto e studiato in ogni modo mi fosse possibile. E l’attesa fu ricompensata. Erano dure e grandi e mentre io facevo così Samantha mi sbottonava i pantaloni e iniziava a segarmi piano. C’era passione, ma c’era anche un blocco, una tensione: erano i miei studi di filosofia morale che tornavano e che io adesso dovevo finalmente respingere, abiurare. Poi girai Samantha e cominciai a prenderla da dietro. Prima dei colpi delicati, poi di maggiore intensità. Lei stava semi-girata verso di me, in una torsione, mi guardava e ansimava piano. Fu allora che lo vidi, l’occhio dentro l’ano. Era un occhio e mi guardava, un occhio che sulle prime mi sembrò tutt’altro, come una pallina, come una pustola, ma non ebbi mai repulsione, quello era un occhio, e sembrava terribilmente l’occhio di Bill. Mi fermai di botto e lei mi chiese cosa avessi. Niente, dissi. E ricominciai, facendo finta di nulla, ma quell’occhio mi fissava, era astuto, a volte sembrava benevolo, ma più che altro incattivito, non distoglieva mai lo sguardo da me che scopavo sua moglie. Allora vi sputai sopra, più e più volte, e lui si chiuse. Vi passai sopra un dito e lo spinsi. L’occhio si chiuse e rientrò dentro se stesso. Lei si voltò ancora e annuì, così che io la inculai, scacciando l’occhio nelle profondità del suo retto. Di lì a poco venni copiosamente, rabbiosamente, estrassi dall’ano il mio cazzo e glielo feci leccare. Lei mi guardava con il mento da cui pendevano alcuni fili di sperma, ed è così che me ne andai, come in un porno qualunque, di cui non ha nemmeno senso parlare.



Poi passarono i giorni, come passano sempre, e molti ne passarono prima che io e Mary Ann, tornata da Cape Cod, rivedessimo Bill e Samantha. Ovvio che facemmo finta di nulla, ma c’era una cosa che non fu possibile ignorare. Bill aveva indosso una benda come da pirata. Si era ferito, ci raccontò, sciando in Colorado, con una racchetta da neve si era accecato un occhio, ma era stato fortunato perché sarebbe potuto tranquillamente morire. Forse si sarebbe sottoposto a un complicato intervento chirurgico, forse non avrebbe fatto niente, alla fine la sua benda da pirata non gli dispiaceva. Samantha e Mary Ann risero, io mi sentii frizzare l’occhio a mia volta, come una bruciatura, come una ferita, come se un occhio chiuso mi guardasse, dall’interno. Non sorrisi e non dissi niente.

testo: Simone Lisi
immagine: Luca Lenci

mercoledì 17 giugno 2015

breve ricordo di navigazioni passate (o della nostalgia)


Non per altro ci chiamano isolani e non per altro siamo su un’isola e non per altro l’isola è circondata dal mare. Se sei nato in Sardegna hai fatto un sacco di traversate e lasciamo perdere quelle in aereo che alla fine l’aereo vola e il cielo ce l’hanno tutti. Il mio confine è il mare. 
C’era una signora di Napoli che per prendermi in giro diceva, poverino, lui ogni volta per venire qua si prende il vapore. In realtà prendevo l’aereo, però, è per capirci. Quando sei circondato dal mare la gente ti vede in un altro modo, o forse, più probabilmente, sei tu che guardi gli altri in un modo diverso. E comunque prima o poi sali su una nave. Per esempio, io sono salito spesso sulla Tirrenia da Porto Torres a Genova, o su quella da Olbia a Civitavecchia, ma c’è anche la Moby e ci sono anche tante altre navi che partono anche da Golfo Aranci e da Cagliari e da Santa Teresa e da Arbatax. 
Arbatax è un posticino di duemila abitanti che ha sia il porto che l’aeroporto. La cosa interessante è che Arbatax si è formata su una zona dove prima c’era una torre costiera spagnola. A formarla sono stati dei pescatori di Ponza, che hanno fatto la loro traversata in mare, sono arrivati fino a questa torre e hanno piazzato le tende. Arbatax doveva essere qualcosa tipo la quattordicesima torre, non so in base a cosa ma per gli arabi era così. Infatti dice che il nome Arbatax deriva da questa storia, arba‘at ‘ashar che in arabo vuol dire quattordici. E chissà quante volte gli arabi traversavano questi mari. E contavano le torri per capirci qualcosa. E quando arrivavano ad Arbatax dicevano: arba‘at ‘ashar. E allora capivano dov’erano. Comunque ai pescatori di Ponza non gli piaceva più vivere a Ponza, allora sono partiti e sono arrivati ad Arbatax. E magari credevano di essere arrivati chissà dove. Magari s’erano convinti di aver raggiunto la Terra Santa, perché se non ricordo male c’era un periodo dove una sacco di gente partiva verso la Terra Santa. Mettevano la loro bagnarola in acqua e poi andavano per aiutare i crociati. Invece era solo Arbatax. E gli era andata bene perché molti o morivano in mare o arrivavano in certi posti senza nome e alla fine morivano lì uccisi da indigeni senza nome ma con due palle grosse così.


E insomma i pescatori di Ponza sono diventati pescatori di Arbatax. E ci sarà stato qualche altro pescatore nella zona. Forse c’è stato. Ma magari non era un indigeno con le frecce avvelenate ma solo un disperato che pigliava il pesce dal mare. Perché magari non c’aveva bestiame. E comunque questi ponzesi sono arrivati e hanno fatto questo paese, e adesso Arbatax ha un porto e un aeroporto,  la torre spagnola è diventata un faro e i pescatori sono diventati camerieri o bagnini. Arbatax. E sentite un po’, Lina Wertmuller, sì, la regista con gli occhiali bianchi e la faccia abbronzata, Lina Wertmuller è andata proprio ad Arbatax per girare uno dei suoi film col titolo lunghissimo. Il più famoso: Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di Agosto. Un film che parlava di gente sulla barca e di sole e di mare, di ricchi e di poveri. La storia non ve la racconto tanto l’hanno visto tutti e chi non l’ha visto se lo guardi. Comunque è uno di quei film dove, a un certo punto, la distanza tra i ricchi e i poveri sparisce, si scioglie al sole.
La prima volta che ho preso la nave avevo due anni. Non me lo ricordo, me l’hanno detto i miei. E mi hanno detto anche che stavamo andando in Francia. Perché mia nonna voleva trovare i suoi, e i miei volevano fare finta di farsi il viaggio di nozze che non avevano mai fatto. E allora hanno preso il vapore, hanno preso a me, hanno preso a mia nonna e siamo andati tutti a Genova. E poi da lì in macchina sino a Parigi. Dove c’erano i nostri parenti Jean Pierre, Barbarà, Augustin, Didier, Fabien e altri che non mi ricordo. Fabien era un signore alto, grosso, col ciuffo che gli andava sugli occhi. Anche se non gli somigliava per niente era il cugino di mio padre. A Fabien ho ucciso il gatto, gliel’ho incastrato in un tubo per lo scolo dell’acqua.  E insomma l’avevo infilato in questo tubo e non ne usciva più. Era un gattino appena nato, anche io ero nato da poco, diciamo che eravamo coetanei, in un certo senso. Il gatto piangeva ma non riuscivano a tirarlo fuori. Fabien era incazzato nero, ma che ci vuoi fare, è un bambino, neppure lo sa quello che fa, dicevano tutti. Ero troppo piccolo per fare una cosa del genere, ero talmente piccolo che non ricordo di averla fatta, ma l’ho fatta, i miei me l’hanno raccontato ridendo quando ormai ero grande e si parlava di quanto fossi peste da piccolo. E quando i nostri parenti francesi, anni dopo, sono venuti a trovarmi, tutti mi guardavano, sorridevano e mi dicevano “ah, le chat, le chat, uh, uh, hu…”, anche Fabien sorrideva, e mi aveva portato una tigre di peluche. Finisce sempre che certe brutte cose, quando il tempo passa, quando ne passa abbastanza, diventano divertenti. Il gatto l’hanno tolto un mesetto dopo, mezzo decomposto. È sceso con l’acqua uno di quei giorni che stava piovendo forte. 


Noi eravamo già tornati in Sardegna. E per dirla tutta in Sardegna c’era un bel sole. Era settembre. In settembre noi facevamo ancora il bagno al mare, e la domenica si pranzava in pineta. Avevo due anni, non lo ricordo e non sapevo nuotare, ma so che avevo due braccioli gialli e so che il mare mi terrorizzava. Di quella traversata ho due foto sulla nave. In una ci sono io che rido, con la salopette blu rattoppata di giallo e una maglietta a righe, mio padre coi baffi e gli occhiali da sole, mia madre con i capelli al vento. Nell’altra c’è mia nonna, bellissima, alta, francese. 
Sempre in nave siamo andati a Genova perché poi andavamo a trovare gli amici tedeschi di babbo, Hans, Mario, Stefy. In Germania faceva freddo anche in primavera. Passeggiavo per un giardino che la mattina presto era ancora gelato. Mi annoiavo talmente tanto che avevo iniziato a prendere le pietre e ad ammucchiarle tutte nello stesso punto. Avevo la mia bella montagnetta di pietre quando il cane di Stefy era uscito dalla cuccia. Era un dobermann, non mi abbaiava contro ma ogni volta che mi guardava mi spaventavo. Sarà stato per quegli occhi gialli, sarà stato perché la sera prima, a cena, raccontavano storie sui nazisti e avevano detto che il dobermann era il cane preferito dai nazisti, che lo addestravano ad aggredire gli ebrei, che lo preferivano perché era spietato per indole, perché la natura l’aveva fatto cattivo e determinato. I grandi bevevano birra e parlavano di queste cose, avevano anche detto che a un certo punto i nazisti s’erano fissati che i cani dovevano parlare. Chissà quale scienziato ne era venuto fuori con la storia che avrebbero potuto parlare, fatto sta che avevano fondato una scuola segreta per cani parlanti. E dice che c’era un dobermann che riusciva a dire cose tipo buongiorno e arrivederci, e a contare, tutto in tedesco, oltre che a utilizzare suoni in codice per comunicazioni militari. E insomma il dobermann di Stefy era uscito dalla cuccia. Stefy era una bella signora bionda, forse un po’ troppo mangiona. Appena era uscito, avevo riempito la sua cuccia con le pietre. Il cane aveva provato a rientrare in cuccia e non c’era riuscito. E insomma il cane si lamentava, aveva freddo e girava attorno alla sua cuccia, fino a che non ci hanno trovato le pietre dentro. Tutti hanno subito pensato che ero stato io ma nessuno si era azzardato a dirmi nulla, anche perché mio padre era un grande amico e comunque saremmo ripartiti di lì a poco. Nessuno mi ha detto nulla, ma tutti mi guardavano male, anche i piccoli figli tedeschi con le espadrillas avevano iniziato a guardarmi male, e mi tenevano d’occhio.  
Poi un’altra volta stavamo andando a Barcellona. Per trovare gli amici di mamma, Miguel, Esteban, Margarita, Lorena, Pedro, Paco, Luce, Tamara. E siamo andati in nave a Genova e poi da lì in macchina sino a Barcellona. Perché a mio padre gli piace prendere la macchina e viaggiare. Per cui niente aerei, solo macchina. E a ogni confine, erano gli anni ’80, mostravi il passaporto. Il confine era un casello con due poliziotti col cappello. Quando pioveva avevano la cerata gialla, se faceva caldo dovevano tenere la giacca. E quindi eravamo su questa nave e mi ricordo che mi sono innamorato di una. Io avrò avuto quattordici anni, lei pure. Mi ricordo le tette, grandi, il vestito a fiori, gli occhi neri, i capelli neri, la pelle dorata. Era una zingara. E suo padre aveva una panza gigantesca e sua madre era brutta. Mi ricordo di aver pensato che prima o poi lei sarebbe diventata brutta come la madre, ma al momento mi sembrava la più bella di tutte. E sognavo di abbracciarla e di buttarmi in mare insieme a lei. In quel mare nero. E di farci l’amore, anche se a quattordici anni uno non lo sa come si fa l’amore, ha solo qualche notizia disordinata, ha solo il desiderio, ma non sa di cosa. E alla fina la mattina alle sette siamo arrivati a Genova. Noi siamo scesi dalla nave con la Lancia Prisma di babbo, e gli zingari sono scesi con un furgone Fiat bianco. E noi siamo passati di fronte alla polizia, mio padre ha sorriso e salutato e abbiamo tutti salutato. E loro no. Sono rimasti con la polizia che li ha fatti scendere e al mio amore zingaro l’avranno toccata dappertutto. Ma questo l’ho solo immaginato, perché nel frattempo la Prisma di babbo stava già prendendo l’autostrada. Siamo arrivati in Francia prima di pranzo, abbiamo mangiato panini e salsiccia francese, e poi di nuovo in macchina. Una volta in Spagna ho visto la corrida, era pieno di ragazzini della mia età, col cappello da torero e gli occhi spiritati. Quando hanno ucciso il toro mi sono ritrovato in piedi, a esultare con gli altri. Ci doveva essere un confine sottile, impercettibile che avevo appena superato. Non saprei dargli un nome, ma so dargli dei colori, quello rosso del sangue del toro e quello nero degli occhi della zingara. Mentre uscivamo dall’arena mi sentivo in colpa, mi sono sentito in colpa fino a che non sono tornato a casa. E nel viaggio di ritorno, sulla nave, ho ripensato alla zingara, chissà se è mai arrivata, chissà se sono mai arrivati dove volevano, o sono rimasti fermi al porto per due giorni prima di essere rispediti indietro.



Non ho detto dei viaggi in nave da Olbia a Civitavecchia, perché mi sembra che si può finire così, comunque ci sono andato un sacco di volte. Una volta per il primo maggio. Sono sceso a Civitavecchia già sbronzo, e poi in treno tutti insieme a distruggere Roma, in senso buono. Una volta per protestare contro Bush. Sono sceso a Civitavecchia già sbronzo, e poi in treno tutti insieme a distruggere Roma, in senso buono. Una volta per protestare contro Berlusconi. Sono sceso a Civitavecchia già sbronzo, e poi in treno tutti insieme a distruggere Roma, in senso buono. E così via. Molto meglio chiudere col mio amore zingaro, il furgone, la polizia, la corrida, il senso di colpa. A proposito: un’altra volta sono andato a Roma per protestare contro le basi militari americane. Sono sceso a Civitavecchia già sbronzo, e poi in treno tutti insieme a distruggere Roma, in senso buono. 

testo: Gianni Tetti
immagini: RUPE