giovedì 29 gennaio 2015

TESTE _ un interrogatorio





Ho passato gran parte della mia vita a bere latte scaduto, per cui penso di sapere quello che dico. Non fraintendetemi, non sono una specie di santone rinnegato o un guru caduto in disgrazia, anzi, io delle persone non c’ho mai capito un accidenti.
Ma la verità è che i vostri manganelli sono troppo pesanti per colpirlo con la dovuta precisione, e le vostre manette troppo larghe per immobilizzargli i polsi.
Quello è un topo di fogna. È nato per sopravvivere. E non mi riferisco ai vostri addestramenti dove strisciate con la faccia pitturata e vi frustate il culo sotto la doccia con gli asciugamani attorcigliati. Niente di tutto questo. Parlo di pura sopravvivenza, di notti passate a rovistare nei cassonetti, di sigarette raccolte per terra, di un miserabile ed esclusivo gusto per il mantenimento delle funzioni vitali, o poco più.
Certo, siete bravi a fare i soldatini, voi, a resistere a qualsiasi tipo di situazione climatica o ambientale. Ma poi, quando arriva la sera, o fine mese, o Natale, dovrete pur tornare alle vostre case, alle vostre mogli incinta, ai letti rifatti e agli schermi al plasma.
La vostra debolezza sta proprio nell’avere un posto nel quale tornare, una volta che avete portato a termine la missione.
Ora, immaginate di fare il vostro lavoro gratis, di farlo tutti i giorni, da tutta la vita, e al solo scopo di restare in vita un giorno in più. Immaginate di ripetere il vostro addestramento all’infinito e di non portarlo mai a termine, perché altro non c’è.
Immaginate che le fabbriche abbandonate siano il luogo al quale tornare, una volta ancora, fino al mattino. Che i dolori alle ossa e gli scarafaggi siano l’unica vostra compagnia. Riuscite?
Io credo di no. E come potreste! Siete assuefatti alla logica orizzontale del traguardo, voi, al senso comune da quattro soldi.
L’unica cosa che posso dirvi sul conto di quel tizio è che non ha traguardo, non ha scopo, non ha direzione. Non c’è nessun obiettivo, vive e basta, come tutti noi del resto, quindi è inutile che lo cerchiate da qualche parte, lui non sarà lì.
Non c’è molto altro da aggiungere. Io e lui non abbiamo condiviso che un paio di focolari e una manciata di sigarette arrotolate in modo grossolano.
Il tempo per le confidenze è finito parecchio tempo fa, ben prima del vostro arrivo.
Sapete, credo di capire il motivo per il quale vi sta tanto a cuore quel tizio: il problema è che vive secondo natura, e questo vi terrorizza a morte.
Ma io non ho molto altro da aggiungere, e ora, se non vi dispiace, vorrei essere accompagnato alla toilette. Mi sto cagando nelle mutande.
l'INQUIETO

testo di Martin Hofer
immagine di Luca Lenci

lunedì 26 gennaio 2015

tre escavatori gialli



Da qualche giorno mio padre continuava a ripetere: “Sun mai pi ’ndait a truvè Scaja”, non sono più andato a trovare Scaglia. Era il suo modo per dirmi che ci voleva andare. È un uomo molto burbero, non si esprime mai in modo diretto. Così un sabato pomeriggio ho preso la macchina e l’ho portato. Lui non guida più, ha ottantasette anni. Bisogna accompagnarlo dappertutto.
Non conoscevo Scaglia e non sapevo dove abitasse. Mio padre mi indicava la strada a gesti fra i campi di granoturco. “È qui, è qui!”, ha detto d’un tratto con i suoi modi bruschi da orco. Ho sterzato sulla ghiaia e ho parcheggiato davanti a una villetta isolata, accanto a tre escavatori gialli. 
Il cancello era aperto. Nel giardino, sotto l’ombra di un caco, c’era un vecchio che intrecciava cesti con rami di salice. Quando ci ha visti entrare ci è venuto incontro con aria sorpresa. Mio padre non l’aveva avvertito che sarebbe passato. Non telefona mai, se non per motivi gravissimi. 
Ci siamo seduti tutti e tre sulla panca, vicino a un mucchio di cesti. Scaglia ha detto che li faceva per passatempo. Era in pensione da molti anni, la ditta di escavazioni era passata a suo figlio. Mio padre annuiva con aria assente. Quando ha aperto bocca si è capito che pensava alle sue piante di pomodoro, attaccate da una misteriosa malattia. “A sun ’ncamin ca secu”, si stanno seccando. Era il suo rovello da diverse settimane. Scaglia ha fatto un cenno con il mento in direzione dell’orto e ha detto che anche le sue erano ridotte male.
Mentre guardavamo da quella parte due donne anziane in abiti da festa sono uscite dalla porta principale e hanno attraversato il giardino. Ci siamo alzati per salutarle. Stavano andando a messa in paese. Una era la moglie di Scaglia, l’altra, l’inquilina del piano di sopra, era Nunzia, una lontana cugina di mia madre che non vedevo da un sacco di tempo. Non sapevo nemmeno che abitasse lì. Alta e magra, con i capelli bianchi ben acconciati sulla nuca, era molto invecchiata, ma conservava quel portamento spavaldo che mi aveva sempre fatto pensare a lei come a un’attrice mancata. Nel cerchio che si è formato sotto il caco era lei la primadonna; l’altra, la sua amica, le faceva da spalla.
“Guardate cuma l’è suagnà Nunzia con quell’abito nero”.
“Eh, per forza, ho do-vuto comprarmi dei vestiti da lutto”.
“Da lutto? Perché?” ho chiesto prima di rendermi conto che era una domanda inopportuna. 
Nunzia mi ha guardata con un lampo negli occhi, come le avessi offerto un’occasione da cogliere al volo. Con lo stesso tono con cui avrebbe annunciato il matrimonio di un vicino ha detto che sua figlia Luisella era morta di tumore due mesi prima. 
Ho trattenuto il fiato, incredula. Luisella aveva più o meno la mia età. La ricordavo sana e sbrigativa dietro il banco della macelleria, uno dei suoi tanti lavori. Aiutava dal fioraio e faceva le pulizie per diverse famiglie in paese, spostandosi da un luogo all’altro con la sua utilitaria rossa. Con quei suoi modi indaffarati sembrava dovesse vivere per sempre. Invece era morta a fine giugno e io, che vivevo in città, non l’avevo neanche saputo.
Come gli altri che già conoscevano la storia, pendevo dalle labbra di Nunzia, che a poco a poco aveva guadagnato il centro del cerchio e con ampi gesti teatrali descriveva gli ultimi istanti di vita di sua figlia.
“Aveva dolori dappertutto e si preoccupava solo per la casa. Avreste dovuto vedere come la teneva. Era sempre perfetta. Ci ha speso un sacco di soldi. Tende di seta e piastrelle dipinte a mano. E ci chiedeva di averne cura. Da non crederci, nello stato in cui era! Mia nipote e mio genero hanno dovuto rassicurarla sul letto di morte”.
Nunzia parlava con una vivacità che mi stupiva. Pareva quasi che Luisella non fosse sua figlia. Possibile che sfruttasse quella disgrazia per mettersi in mostra? O che, al contrario, la esibisse per allontanarla da sé? Non riuscivo a decifrare il suo comportamento, non la conoscevo abbastanza.
Quando le donne se ne sono andate, Scaglia è rimasto seduto sulla panca con la testa china. Io tacevo. C’era un dramma più sottile nell’aria e non volevo toccare tasti dolenti. Sapevo che il suo figlio minore era morto in circostanze tragiche, ma non ricor-davo esattamente co-me, o forse mio padre non me l’aveva mai raccontato. Era stato almeno trent’anni pri-ma. Mentre vagavo in-torno con lo sguardo, ho notato gli escavatori gialli nello spiazzo accanto alla villetta. Di colpo mi è tornato in mente tutto: quel ragazzo era sceso a ispezionare una buca appena scavata ed era stato travolto da una frana. Ho pensato ai miei figli, che erano vivi, e mi sono sentita in colpa.

In macchina, al ritorno, mio padre ha scosso il capo: “Scaja a l’è pa ’ncura fasne na rasun”, Scaglia non se n’è ancora fatto una ragione. E infatti, a trent’anni di distanza, il suo dolore restava inesprimibile. Ho rivisto Nunzia al centro della scena in giardino, con le mani che tracciavano gesti nell’aria e il viso trasfigurato dalla foga del racconto. Era forte, padrona di sé. Una sopravvissuta.

testo di Laura Salvai
immagine di Fulvio Capurso


giovedì 22 gennaio 2015

oggi non è ieri

17 maggio, ore 08.52
Sono io… ehm… non sono in casa. 
Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Paolo? Paolo? Ci sei? Sono la mamma. Ti ho cercato sul cellulare ma è sempre spento. Volevo dirti che Erika ed Edoardo si sono appena imbarcati, dovrebbero arrivare in Sicilia verso le undici. Papà li ha accompagnati in aeroporto. Sembravano molto stanchi, ma stavano bene. Se vuoi dargli un colpo di telefono più tardi…comunque Erika ha detto che proverà a richiamarti. Avrebbe piacere di scambiare due parole con te…sembrava davvero stanca. 
Facci sapere, un bacio.

17 maggio, ore 09.09
Sono io… ehm… non sono in casa. Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Paolo, sono Dario. Ma dove ti sei cacciato? Moschi ha bisogno del rapporto, ha già chiesto tre volte di te. Non dirmi che al matrimonio ti sei sbronzato così tanto da non sentire la sveglia… Paolo, appena senti questo messaggio, chiamami. In ufficio ho detto che avevi trovato traffico, non farmi fare figure di merda. 
Ciao.

 17 maggio, ore 10.16
Sono io… ehm… non sono in casa. Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Tesoro, sono sempre io, la mamma. Il cellulare continua a essere spento, per caso sei rimasto a casa? Se ti senti poco bene posso passare da te a portarti le medicine. Forse non hai molta voglia di vedere persone, ma almeno un colpo di telefono a tua madre potresti darlo, ecco tutto.
Però che bella che era ieri sera Erika, non trovi? Il vestito le stava a pennello, me lo avranno ripetuto cento volte anche i genitori di Edoardo.
Continuavano a farle i complimenti: “Che bel vestito, che acconciatura meravigliosa, complimenti per la scelta delle bomboniere…”
Se invece di fare tutti quegli elogi si fossero degnati di trovare un catering decente, invece di ingaggiare i cugini dei nipotini dei cugini degli zii di chissà chi…
Il risotto era appena tiepido e le patate novelle mezze crude. Titti non ha toccato cibo.
E dimmi tu se ti sembra il caso di servire insalata russa a un ricevimento! Cosa ti dice sempre tua madre? “La maionese nei posti pubblici non si tocca!”
Poi ci credo che a Edoardo viene mal di stomaco, no? Se ne deve essere fatti almeno due, di quei piatti lì, l’ho visto coi miei occhi.
In ogni modo, appena puoi, chiama la mamma. Un bacio.

17 maggio, ore 10.37
Sono io… ehm… non sono in casa. Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Ehi giovane, sono Folco. Che dire? Un matrimonio unico, non lo dimenticherò facilmente. Scherzi a parte, ho pensato che magari potresti aver voglia di scambiare due chiacchiere, uno di questi giorni. Per qualsiasi cosa basta alzare il telefono, lo sai. Il tuo ex compagno di banco è sempre libero per te. Ancora auguri a tua sorella.

17 maggio, ore 10.51
Sono io… ehm… non sono in casa. Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Maledizione Paolo, dove minchia sei? Moschi è incazzato nero, continua a chiedere di te e del dannatissimo rapporto. Ho cercato di coprirti per un po’, ma a un certo punto non sapevo più cosa inventarmi e allora ho detto che hai il telefono staccato, che in effetti è proprio così. Adesso ascoltami: appena senti il messaggio ti fiondi in ufficio – se già non lo stai facendo – e ti presenti da Moschi con la scusa più credibile che sia mai stata inventata. Ricorda che alle otto hai chiamato per avvertire che eri bloccato nel traffico. Non mi sputtanare.

17 maggio, ore 11.12
Sono io… ehm… non sono in casa. Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Paolo. Sono Erika. È inutile che ti nascondi, sai bene che dobbiamo parlare. Ho bisogno che tu mi spieghi, mi devi delle spiegazioni Paolo. Non sono arrabbiata, ma devo capire, almeno quello. Noi siamo appena arrivati in Sicilia, adesso prendiamo un taxi e ci sistemiamo un attimo in albergo. Edo non si è ancora ripreso del tutto, penso che avrà bisogno di un pomeriggio di tregua, fra il viaggio e tutto.
Tu chiamami appena possibile, ok? Ciao.

17 maggio, ore 11.57
Sono io… ehm… non sono in casa. Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Tesoro? Sempre la mamma. Mi stai facendo preoccupare. In ufficio non hanno ancora tue notizie, ma dove sei finito? Appena papà torna da lavoro mi faccio accompagnare a casa tua, capito? Paolo, io so che si tratta soltanto di un grosso malinteso, se ci chiariamo tutti quanti vedrai che non ci saranno problemi. Basta spiegarsi, se qualcuno di noi ha qualche colpa sarà sufficiente chiedere scusa e festa finita. Tu sei così sensibile…ma non è colpa tua tesoro, so che non hai fatto niente di brutto. Sei così affezionato a tua sorella… mai una gelosia, fin da piccolo sempre così protettivo nei suoi confronti, premuroso… mi riempie di orgoglio sapervi così uniti.
So perfettamente che non le daresti mai un dispiacere di proposito.
Chiamami per favore. La mamma.

17 maggio, ore 12.22
Sono io… ehm… non sono in casa. Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Eccoci in albergo. Edoardo sta riposando. Santo cielo, è così pallido e debole a causa della disidratazione…
Paolo, non puoi evitarci in eterno. Ho sentito la mamma, è molto preoccupata. Il tuo è un atteggiamento infantile, lo capisci? Quello che hai fatto è stato molto, molto stupido. Poteva accadere qualcosa di terribile. Paolo, è inutile fare finta di niente, sappiamo entrambi che sei responsabile.
Credevo che Edoardo ti piacesse, me lo avevi pure detto che ti sembrava un bravo ragazzo. E adesso è mio marito, e tu lo devi accettare. Che ti piaccia o no.
Oh, adesso non ha importanza. Ci sarà tempo per le scuse. Intanto devi chiamarci, Paolo. Prima di rovinare tutto in modo irrimediabile. Non essere sciocco.

17 maggio, ore 13.11
Sono io…ehm… non sono in casa. Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Paolo, sono papà. Ecco… come stai? La mamma è preoccupata e vorrebbe che tu la richiamassi. Per caso hai preso le medicine ultimamente? Prima ho sentito il dottor Peragli… dice che dovresti continuare… nel caso tu abbia…ehm…sospeso la terapia in questi ultimi giorni… insomma, dice che sarebbe meglio tu continuassi come al solito. Finora andava bene no? Comunque adesso veniamo lì da te, se sei in casa non uscire e aspetta che arriviamo noi.

17 maggio, ore 13.22
Sono io… ehm… non sono in casa. Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Sono in pausa pranzo. Moschi sta mettendo sottosopra il tuo ufficio per trovare il rapporto. A questo punto non penso proprio che verrai qui e, credimi, forse è meglio così. Però se tu mi dicessi dove hai messo il rapporto… credo che questo migliorerebbe la situazione. Paolo non hai idea, sta dando di matto, sei nei guai fino al collo. Ora ti devo salutare, penso mi stia cercando. Ah, ricorda eh: imbottigliato nel traffico. Niente malattie, solo problemi relativi al traffico. Mi raccomando.

17 maggio, ore 13.34
Sono io… ehm… non sono in casa. Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Vorrei capire che ti è preso. Insomma, ho sempre trovato un po’ “esagerato” questo tuo attaccamento nei miei confronti, ma non avrei mai pensato che saresti arrivato a tanto. È da ieri che sto cercando di ricordare, di rintracciare un episodio che tu possa aver frainteso o… è per quella volta ai centri estivi? Paolo, eravamo ragazzini! Tu avevi dodici e io dieci anni. È normale, è una cosa che fanno tutti i ragazzini. Ti prego, dimmi che non è per quella storia. Oddio, mi sembra tutto un brutto sogno. Non sai quanto mi sono dovuta scusare con i genitori di Edo.
Sai… io ti voglio bene, sei mio fratello. Ma credo che dovresti farti aiutare. Per il bene di tutti. Magari ne parliamo con più calma quando torno dalla luna di miele. Nel frattempo fatti vivo!

17 maggio, ore 13.57
Sono io… ehm… non sono in casa. Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Buongiorno… sono Silvana, la portiera. Ho provato a suonare al campanello, ma a quanto pare non c’è nessuno in casa…
I vicini si sono lamentati per il volume della televisione. Forse prima di uscire l’ha scordata accesa, oppure il gatto…
Comunque cerchi di provvedere il prima possibile, altrimenti dovrò chiamare i Carabinieri. Arrivederci.

17 maggio, ore 14.04
Sono io… ehm… non sono in casa. Se è urgente potete lasciare un messaggio.

Si, sono Edoardo. Tua sorella mi ha detto di chiamare per convincerti a… non lo so nemmeno io. È ridicolo. Non dovrei certo essere io a… guarda, la cosa peggiore è che stai facendo soffrire innanzitutto i tuoi familiari. Perché tanto lo so che di me non te ne frega niente. Cristo! Mi sono cagato addosso l’anima! Volevi uccidermi? Guarda, non credere di essere inattaccabile. Mio cugino ha trovato una confezione di Selg sotto al vostro tavolo. Non penso proprio che sia stata tua madre…
E poi ricordo benissimo quell’insistenza nel farmi bere: “Facciamo un brindisi”, “Assaggia questo”…

Non ci metterei niente a denunciarti. L’unico motivo per cui non l’ho ancora fatto è per Erika e perché mi fai una gran tenerezza. Sei pazzo, Paolo. Dovresti farti ricoverare. Te la vorrei far passare io, una notte in ospedale. Doveva essere il giorno più dannatamente felice della mia vita, Paolo! E non ho fatto in tempo a tagliare la torta che ero già sul cesso. Se non chiami immediatamente i tuoi finisci male, io ti rovino, hai capito? O la chiudiamo oggi o non si chiuderà mai più. Oggi o niente. Scegli tu.

testo di Martin Hofer
immagine di Alessia Castellano



lunedì 19 gennaio 2015

l'ASSENTE



Qualcuno cominciò subito a sostenere di averlo visto. “Io l’ho visto, ve lo giuro!”
“Quando?”
“Il primo giorno di scuola. Non ricordate? Ho notato che c’era un altro ragazzino nell’atrio. Stava in disparte. Poi, alla campanella, non è entrato in aula insieme a noi.”
Qualcuno annuiva. C’era chi confermava per non essere da meno. “Sì. Dev’essere lo stesso che ho visto entrare nell’ufficio del preside. Era con una signora che non conosco, forse sua mamma.”
“Ma che tipo era?”
Eravamo tutti ansiosi di avere notizie dell’ignoto compagno di classe, Simonini, quello che per il primo mese e mezzo di scuola era sempre stato assente. Del resto, la nostra era una piccola scuola elementare di campagna. Gli alunni suddivisi in due sole classi, dai sei ai nove anni in una, dai dieci agli undici nell’altra. La piccola scuola di un piccolo paese. Ci si conosceva tutti. Era inevitabile, quindi, che la nostra curiosità prendesse il sopravvento.
Simonini, l’assente. È alto, magro, biondo o bruno? Com’è fatto? Eh, com’è fatto… non si può mica descriverlo con forme geometriche. Appoggia una sfera sopra un cilindro, quattro rettangoli ai lati, due sopra e due sotto, ecco Simonini. O, almeno, la sua versione stilizzata. Così sarebbe stato senza dubbio più divertente. Comunque, le descrizioni fisiche dell’assente restavano molto vaghe.
Più facile sbizzarrirsi, invece, su quale fosse la sua storia e sul perché non venisse mai a scuola. Le ipotesi erano molteplici. Alcune plausibili ma banali, altre del tutto fantasiose e inverosimili. Queste ultime, ovviamente, si diffondevano con grande facilità.


Girava voce che i genitori fossero agenti segreti, questa era una delle più quotate, spie del Mossad. Lello Corti, un compagno di classe che abitava nella mia via, sosteneva invece che Simonini vivesse solo con la madre, una vecchia fattucchiera. Immaginavamo che non venisse a scuola perché quella strega di sua madre lo teneva segregato in casa, magari usandolo come cavia per chissà quali sortilegi. In realtà, Lello Corti era uno scavezzacollo e cercava soltanto un pretesto per organizzare una battuta di caccia contro una vecchia casa di campagna, presunta dimora di Simonini. “Avete presente il casolare che c’è fuori dal paese, quello con tutte le finestre sbarrate?” “Ma quello è disabitato.”
“No. Qualche giorno fa, sono passato di lì e da dentro provenivano strani rumori. Dobbiamo andare a controllare!” Era disabitato.
Ed ecco scoppiare il vero e proprio “caso Simonini”. Dopo un’inchiesta sommaria, non si riuscì a scoprire dove abitasse. Com’era possibile che in un paese piccolo come il nostro nessuno ne sapesse nulla? Anche questa domanda diede vita a innumerevoli teorie.
“Vicino al ponte, c’è una villetta in costruzione, ma da mesi i lavori sono fermi. Non l’hanno ancora finita.”
“Forse, Simonini avrebbe dovuto abitare lì e, finché non la finiscono, non potrà venire a scuola.”
“Bisognerebbe capire perché abbiano lasciato la casa a metà…” E il mistero continuava a infittirsi. Persino le maestre erano laconiche quando chiedevamo notizie dell’assente. Sembrava che nessuno l’avesse mai visto ne avesse prove certe della sua esistenza. L’enigma comunque rese ancora più avvincente la figura dell’assente. Col passare dei mesi, cominciammo a rendere Simonini protagonista di mille avventure, fatti di cronaca e vicende misteriose. Avete sentito del ragazzino che ha salvato il cane caduto nel fiume? Sarà stato Simonini! Qualcuno ha dato fuoco allo sgabuzzino della palestra. Sarà stato Simonini! Mio cugino dice che verrà spedito un bambino su Marte. Sarà di certo Simonini!
Si era giunti al punto che inventavamo persino notizie false su di lui, spacciandole per ultime ore del telegiornale.
Finché, un giorno, Simonini ci finì davvero sui giornali.

Inquisito preside di scuola elementare
Aveva registrato un falso studente per raggiungere il numero minimo di iscritti.


lunedì 12 gennaio 2015

i consigli dello Zio l'Ontano

TRE MODI IN CUI NON VORRESTI ESSERE RICORDATO

Il funerale


Potrei ricordare Giorgio citando un passo di una delle sue splendide poesie, oppure eseguendo al pianoforte una delle canzoni che suonava con la sua band.
Potrei dire che è stato un modello per tutti noi, un amico caro e sincero, sempre pronto a dare una mano e disponibile a offrire un gesto di conforto al prossimo. Potrei menzionare la sua instancabile attività di volontario alla Croce Rossa di San Camillo e alla mensa dei poveri.
Ma c’è una cosa per cui Giorgio non potrà essere dimenticato, né oggi né mai. 
Mi riferisco ovviamente alla sua capacità di far scrocchiare le dita delle mani. Non ho mai conosciuto persona tanto abile. Quelle non erano semplici dita che scrocchiavano: era un’impareggiabile sinfonia di ossa rotte.
Raccoglieva il pugno dentro l’altra mano. Così. E poi… strac, una dopo l’altra, in un suono secco, ben congeniato, compatto ma distinto. Un rumore diverso per ogni dito, il mignolo più acuto, pollice e medio più gravi, l’anulare leggermente scordato…
Giorgio, se riesci a sentirmi da lassù, falle scrocchiare anche per gli angeli!



Il compagno delle medie


_ Indovina chi ho incontrato l’altro giorno?
_ Chi?
_ Pasquale.
_ Chi?
_ Pasquale.
_ Pasquale chi?
_ Eddai Pasquale! Quello delle medie!
_ Ma chi, il bidello che vendeva il fumo ai ragazzini?
_ Nooo! Pasquale, il nostro compagno di classe, quello deforme.
_ Quello con tre palle?
_ Uff, no no, quello era Mirko. Pasquale era quello con la gobba e la gamba più corta dell’altra.
_ Il fratello di quello che è diventato tossico?
_ No, mi pare fosse figlio unico.
_ Ah si, forse ho capito. Era quello tonto a cui incollavamo i pantaloni alla sedia.
_ Ma no, aveva i voti migliori della classe. Tu parli di Tommaso.
_ Ah ecco.
_ Pasquale era quello che si mangiava le caccole.
_ Beh, ce ne erano così tanti…
_ Brutto, grasso, brufoloso…
_ Mmm…sì, forse mi dice qualcosa. Lo prendevamo in giro perché gli era morta la madre?
_ Padre!
_ Esatto, il padre. E aveva quel tic…
_ Sì, quello che sembrava ti facesse sempre l’occhiolino!
_ Una volta gli ho attaccato una gomma da masticare sui capelli.
_ Hahah, lo avevo dimenticato.
_ E insomma?
_ Cosa?
_ Insomma come sta Pasquale?
_ Non saprei, ho fatto finta di non vederlo.



Non dire fanta-testimonianza


_ Ecco, Popolo Eletto, il Signore mi ha convocato sul monte Sinai per consegnarmi la sua Parola. Queste dieci tavole saranno le fondamenta incorruttibili sopra le quali cammineranno i figli dei figli dei nostri figli, nei secoli dei secoli.
_ Amen. Però questa è la tua calligrafia.
_ Scusa?
_ Questa è la tua calligrafia, si vede benissimo. Prendi la “I”. Osserva la stanghetta di sopra. È orizzontale. Solo tu la fai orizzontale. E questa scrittura da gallinaccio…
_ Beh?
_ Quindi tecnicamente queste non sono tavole scritte dal Signore, sono tavole scritte da Mosè, che circa mezz’ora fa si è inerpicato sul Sinai con la scusa di fare un bisogno e adesso se ne torna con dieci pezzi di pietra che dovrebbero guidare la nostra progènie per il resto dei nostri giorni. Come la mettiamo?
_ Ehm… sì… cioè no… sì! Ah sì! Ecco! Ora ricordo. È che… Dio… non aveva la penna. E allora mi sono offerto di scrivere io.
_ Ah, ora tutto mi è chiaro! Fammi dare un’occhiata. Il mio preferito è “non dire falsa testimonianza”.
_ Anche il mio.

***

_ Allora, un angelo mi ha detto dove trovare questo antico libro inciso su tavole d’oro che rivela l’esistenza di alcune civiltà ancora sconosciute e grazie al quale fonderò una nuova confessione religiosa. Io detto e tu scrivi?
_ Libro? Joseph, ma di quale libro stai parlando?
_ Che domande! Parlo del libro che tengo nascosto dentro il cappello.
_ Ah, e non si potrebbe dare una sbirciata?
_ No.
_ No?
_ Il cappello è mio e ci guardo dentro solo io. E poi ho la forfora.

_ Ah ok. Forza, detta.

testo di Martin Hofer
immagini di Marta Sorte


venerdì 9 gennaio 2015

CRONACA LOCALE



13/04/2019 11.20 
[Mailbox di Simone XXXXX]

Messaggio da AntoVi

>>> Il fatto che le piante stessero perdendo le foglie mi parve subito un brutto segno. Non 
>>> mi colpì abbastanza da parlarne con qualcuno, ma quando vidi quelle carcasse marroni 
>>> che straripavano dai loro vasi, sotto il sole impietoso di luglio, ebbi un presagio di quel che 
>>> sarebbe successo. 
>>> Continuo a pensare che XXXX XXXXX fosse una persona a posto, tutto sommato. Aveva 
>>> peccato di presunzione, una piccola follia dovuta alla fretta di costruirsi una vita propria. 
>>> Capita quando si è giovani. Di solito ci lasciamo alle spalle questo genere di errori. Per uno
>>> scherzo del destino, lui ci aveva costruito sopra tutta l'esistenza. Chissà quanti vivono così,
>>> nella stessa incertezza, in segreto.
>>> Quando la sua fortezza, fatta di anni di duro lavoro e di professionalità, è crollata 
>>> dall'impalcatura di menzogne su cui era costruita, è precipitato anche lui.
>>> Questo è tutto quello che posso dirLe e mi rincresce se sperava di ottenere da me informazioni 
>>> più precise. Non avevo nessun legame con XXXX che trascendesse i normali rapporti di 
>>> vicinato. Ma se può consolarLa, non credo di essere l'unica ad aver sempre conservato, in 
>>> silenzio, la mia buona opinione su Suo padre. 

Questa è l'ultima parte della sua mail, Simone. Una marea di banalità e belle parole. Sono sicuro che lei e gli altri sanno benissimo cos'è successo e chi lo ha denunciato. Gli stavano facendo il vuoto attorno e se non fossimo stati troppo piccoli all'epoca, ce ne saremmo accorti anche noi. È arrivato il momento di andare fino in fondo, questa gente è responsabile di quel che è successo a lui, almeno quanto lo è lui per quella donna!


13/04/2019 14.23 
[Mailbox di Antonio XXXXX]

Messaggio da Simone

Smettila, ti ho già detto quel che ne penso. Dimmi cosa dobbiamo fare della tomba piuttosto. Io non ho i soldi per altri dieci anni.


***


11/05/2009
[Prima pagina del Corriere di Gavignana]

Fischi e insulti ai funerali del dentista assassino

Si sono svolti ieri pomeriggio, nel cimitero di Gavignana, i funerali di XXXX XXXXX, il falso dentista di Gavignana che settimana scorsa, in preda a un raptus, ha esploso vari colpi d'arma da fuoco nel supermercato di Querceto. Presenti alle esequie i familiari più stretti e la madre del defunto, che in un'intervista esclusiva al nostro quotidiano ha difeso il gesto del figlio, definendolo “l'ultimo grido d'aiuto di un uomo distrutto dalla spietata caccia alle streghe delle scorse settimane”. All'ingresso del carro funebre nel cimitero, alcuni passanti hanno reagito con fischi e grida, prima di essere riportati alla calma e allontanati dal parroco. Nessun commento finora dai familiari della donna rimasta uccisa nel supermercato. Si attendono gli ultimi accertamenti delle forze dell'ordine per chiarire la dinamica degli eventi e il suo ruolo nella vicenda. 


***


06/05/2009 15:20
[Segreteria telefonica di Maria YYY]
Maria, ho visto il servizio al telegiornale, richiamami subito! Devono aver sbagliato nome, lei non farebbe mai una cosa del genere! Sulla registrazione non si vede bene il viso... sicuramente non è lei!


06/05/2009 19:16
[Segreteria telefonica di Stefano R.]
Ciao Stefano, sono Marcello. Immagino tu abbia sentito cos'è successo al supermercato. Mi servirà un articolo per il Corriere di domani. So che eravate abbastanza amici e capisco se non vuoi occupartene di persona, ma trattandosi di cronaca mi è sembrato giusto informarti per primo.


06/05/2009 20:34
[Segreteria di Marcello M.]
C'era da aspettarselo da entrambi, almeno si son levati di mezzo a vicenda. Per quel che riguarda l'articolo, vai tranquillo, te lo scrivo entro un paio d'ore. Se aspetti che si siano un po' calmati, ti posso intervistare i parenti, li conosco tutti. Ne riparliamo domani a pranzo, se vuoi. 


06/05/2009 
[Scambio di SMS fra Sara P. e Marietta S.]

21:12 Sara 
Accendi la TV! Non crederai chi è la tizia che hanno ammazzato al supermercato!

21:13 Marietta
No, dai! Non è possibile! Stanno dando il video, sbrocca più lei di lui!! 

21:14 Sara
Beh, non c'è da stupirsi, con la famiglia di matti che aveva, prima o poi doveva succedere. Meno male che non c'è finito di mezzo nessun altro... 

21:15 Sara
Insomma, nessuno che non se lo meritasse...

21:15 Marietta
Sì, ma dai! Una che se le sputavi in un occhio ti diceva grazie... non è possibile!!

21:18 Sara
Tu non hai idea! Il Mirri era lì e ha visto tutto: il XXXXX ha dato di matto perché la fila alla cassa non scorreva e ha iniziato a minacciare la cassiera, la YYY era due persone avanti a lui, tutta imbacuccata nel suo giubbottino grigio, come sempre, ma quando ha visto la pistola è impazzita! Si è messa a urlare che la gente come lui deve morire e ha anche cercato di strappargli la pistola di mano. È un miracolo se non han fatto una strage là dentro!

21:19 Marietta
Ahahahah, non ci posso credere! Certo che ha perso le staffe per la prima volta in vita sua e si è beccata subito una pallottola in testa...


07/05/2009
[TV150]

Diretta TV della confererenza stampa delle forze dell'ordine sulla sparatoria di Gavignana

[…] le telecamere di sorveglianza del supermercato, le cui immagini sono già state diffuse, hanno registrato l'intera sequenza degli eventi, ma avremo bisogno delle testimonianze dei presenti per una ricostruzione completa dei fatti, in particolare delle conversazioni che ci sono state prima della sparatoria. Con le informazioni di cui disponiamo per adesso, non è possibile determinare se la sparatoria e il successivo suicidio siano stati un gesto premeditato. In base ai primi accertamenti, pare che il XXXXX abbia estratto l'arma e minacciato la cassiera, ma che abbia fatto fuoco solo in seguito a un diverbio con la donna uccisa. Dato che la vittima sembra aver tentato di disarmarlo, non possiamo escludere che il primo colpo sia stato esploso accidentalmente. [...]


***



03/05/2009
[Intercettazione a opera della Guardia di Finanza del telefono di Eleonora T.]

Telefonata fra Eleonora T. e Martina B.

EM: Ciao, Martina, sono Eleonora. Sai mica che fine ha fatto la YYY? Oggi non è venuta al lavoro e non risponde al telefono.

MC: Ma come? Non lo sai?

EM: Cosa?

MC: Pare le abbiano aggredito la figlia sabato sera. È all'ospedale. La figlia, intendo. 

EM: Oddio, non ne avevo idea...

MC: Ma guarda, con la madre che si ritrova, se è venuta su come lei era solo questione di tempo...

EM: Sì, ma non può rimanere a casa senza dire niente. Hai mica il suo numero di cellulare?

[...]


04/05/2009
[Parete est dell'abitazione di XXXX XXXXX]

Scritta in vernice rossa

SEI UNA MERDA


***


23/03/2009
[Studio dentistico di XXXX XXXXX]

Documento affisso alla porta d'ingresso

LOCALE SOTTOPOSTO A SEQUESTRO
PREVENTIVO AI SENSI DELL'ARTICOLO 321 C.P.P.
VIETATO L'ACCESSO AI NON AUTORIZZATI


23/03/2009
[Live Messenger]

Scambio di messaggi fra Alfredo R. e Marco T.

11:24 Marco
Buone notizie! Hanno finalmente chiuso lo studio a quel pallone gonfiato del XXXXX!

11:25 Alfo
Che è successo?

11:27 Marco
Pare non abbia mai passato l'esame di stato, si era infilato nell'albo di straforo! Tipo con un'autocertificazione. O forse non c'era proprio.

11:27 Alfo
Com'è possibile???

11:28 Marco
Eh... chissà! 
Comunque adesso è nei guai fino al collo.
Con quel che dovrà pagare di multa non gli resterà manco una casa alla fine.

11:29 Alfo
Ma non rischia il carcere per una cosa del genere???

11:29 Marco
Boh, può darsi... 
Tanto se ne tirerà fuori in qualche modo...

11:32 Alfo
Ma tu hai il blog, no? Mettila su internet questa storia!! Rendiamo tutto pubblico, voglio vedere come se ne tira fuori quando tutti i suoi pazienti sapranno di esser stati visitati per anni da un truffatore! 

11:33 Marco
Possiamo usare la fanpage dei gavignanesi, anche... 

11:34 Alfo
Vai! Io metto la notizia su quella e tu ti occupi del blog! Questo non si rialza, te lo dico io!!


***


13/05/2009
[Facebook - Mailbox di Maria YYY / Mailbox di Simone XXXXX]

Messaggio da Utente Bloccato

Buongiorno, ho trovato i vostri contatti per caso, cercandoli sul web. Non voglio disturbarvi nel vostro lutto. So che non interessa a nessuno e forse neanche a voi, ma ho visto i servizi al telegiornale e ho sentito i pettegolezzi che stanno circolando in merito alla vicenda. Il modo in cui tutti si sono gettati come iene su questa tragedia è stato disgustoso. 
Io ero nel supermercato, ero in fila poco dietro di loro. So che non ha niente a che fare con le loro vite e con ciò che è successo prima, ma credo che i dettagli che sono emersi non siano del tutto fedeli alla realtà. Non penso che nessuno dei due volesse arrivare a tanto. Non c'è stato nessun raptus, non erano impazziti. 
Sono consapevole del fatto che abbiate appena perso delle persone care e potrei capire se non voleste più sapere niente di questa faccenda. Ma sarò a vostra disposizione in qualsiasi momento, per raccontarvi quel che ho visto con i miei occhi. 


***


06/05/2009
[Cellulare di XXXX XXXXX]

Messaggio da Antonio


Papà, se passi dal supermercato mi compri l'aranciata?

testo di Margareta Nemo

lunedì 5 gennaio 2015

un atteggiamento borghese


Bianca è fuori a giocare nel piccolo giardino della trattoria di Salò, ricoperto da uno strato di neve che nessuno ha ancora calpestato. “Copriti però, a papà”, le ha sussurrato Paolo in un bagno d’ansia. “E stai poco poco.” Ha aperto la porta con fatica ed è sgusciata fuori lasciando impronte da passerotto. L’abbiamo guardata a lungo correre, impacciata dal peso del giubbotto grande e scomodo: la finestra senza tende è un acquario e lei un pesce rosso. 
Oggi è il mio compleanno, e anche oggi - come da quando ho memoria - nevica. Quando eravamo piccoli come Bianca ci piaceva, la neve, tra i nostri occhi e le cose reali come una carta da regalo a impacchettare un mondo di una bellezza selvaggia e pericolosa: durante una bufera io e Paolo siamo stati investiti da un vecchietto che guidava sbandando come un ubriaco, ma a passo d’uomo. Non posso dire che ci abbia davvero investito, ci ha semplicemente spinto, con una delicatezza sorprendente, contro un cumulo di neve raccolta al bordo della strada. Prima immobili per lo spavento, abbiamo lentamente alzato la testa e ci siamo guardati a lungo sorridendo scossi dall’eccitazione. Eravamo sopravvissuti. Ci sentivamo, anzi, più vivi di prima. Il fatto di non essere arrivati nemmeno vicini alla possibilità di restare feriti dall’incidente (perché così lo chiamammo), sarebbe rimasta poi una cosa solo nostra. A tutti parlammo di miracolo, e di fatto non smentiamo ancora. 
Oggi, per noi, la neve è un castigo, la carta da regalo che non siamo riusciti a strappare. 
In certi momenti capita che brusche folate di vento spostino per un tempo brevissimo la cappa di nuvole che copre la città, ed è come se non nevicasse più. Il giorno del mio compleanno di un anno fa per esempio sembrava fosse primavera. Seduti a questo tavolo eravamo di più, e meno sgualciti.
Accanto a Paolo e Bianca era seduta Maria Diletta, distratta e irritabile. E c’era Nina, soprattutto: mangiava poco, mi diceva sorridendo di avere un po’ di nausea. Di tanto in tanto Salò usciva dalla sua cucina e veniva a sedersi con noi: provava un gusto particolare nel provocare Paolo, e di fatto non perdeva occasione. “Vedi di non fare il brillante, giovane, che essere juventino e comunista è veramente un destino infame. Tu sei figlio della peggio razza possibile.”


E poi c’ero io, in attesa della domanda che Salò non mi risparmia nemmeno oggi. “E tu, Giuse’?” 
La mia risposta non cambia. “Io non tifo.” 
“Ah, già”, poggia compassionevole le mani sulla pancia, “che tristezza”, borbotta tornando in cucina. Per darci un tono, io e Paolo finiamo a parlare di lavoro e come ogni volta ci fingiamo interessati, coinvolti. Paolo mi racconta della signora Perlini, fuggita in lacrime dal suo lettino non appena lui le ha chiesto di aprire la bocca “ché la pulizia dei denti è una cosa fastidiosa ma necessaria”.
“Secondo me non sei buono. Che questa scappi via ogni volta, normale non è.”
“Non è che ce lo doveva venire a dire la Perlini che non sono bravo con le donne, eh. Scusa, lo so. La smetto. È che ci penso, non posso farci niente.”
“Paolo, e su. Io capisco tutto, però davvero: Maria Diletta? E dai. Hai schivato una pallottola. Tardi, ma comunque.”
“Lo so, lo so. Ma che ti devo dire, a me MD manca.” 
“Che poi, in amicizia, Paoletto, però il fatto che la chiamino come un discount fa un po’ pensare.”
“Senti, a me fare lo scapolone non piace, non ci posso fare niente. Non è stata una scelta mia, nel mio caso.”
Nel mio caso. Ne parliamo serenamente, ormai, quasi con distrazione, come lanciando sassolini sullo specchio di un lago. Ma “nel mio caso” rovina tutto: si fa inghiottire dal lago e trascina giù anche me. 

Salò esce dalla cucina sudato e stanco, viene al tavolo a indignarsi per le macchie sulla tovaglia. 
“Uagliù, ma che avete combinato col vino? Manco i bambini.”
“E scusaci. Quando c’era lui queste cose mica succedevano”, lo stuzzica Paolo, “ve’, Salò?”
Nel suo locale Salò conserva icone del Duce come santini della Madonna. “E certo che no.” Si reca ogni anno in pellegrinaggio a Predappio pieno di gratitudine e malinconia. Ma è un pezzo di pane e cucina da Dio. Si chiama Michele, non se ne ricorda nemmeno più lui. “Uagliù, poche mosse, le cose o funzionano o non funzionano. Mo’, mi dovete dire: vi pare a voi che ci sta qualche cosa che va dritta?”
“E le mezze stagioni? Ci stanno ancora le mezze stagioni?”
“Tu mo’ mi devi rispondere e non devi iniziare a fare il comunista come ti piace a te. Ti pare che mo’ le cose funzionano?”
“Ma che so’ le cose, Salò, ma di che stiamo parlando?”
“Le cose, tutto, la vita, i soldi, Paole’, i soldi! Lo so che a te non te ne frega niente, tu ti fai dare cent’euro per guardare i denti alla gente e fai pure il comunista. Quest’altro, entra e esce dall’ufficio quando gli pare, tanto paga lo Stato, eh? E chi lo paga lo Stato? La povera gente che lavora. Io pago, e tu magn’. Brav’ bra’.”
“Ma poi, io vorrei sapere, qual è il nesso tra tutto questo e il vino rovesciato sulla tovaglia?”
“È che siete degli irresponsabili, siete, e non ve lo dovete scordare manco per un momento. Ma un dolcetto ve lo porto?”
“E portacélla una cosa, ya.”
“Tengo la torta di mandorle che vi piace tanto, così state nu poc’ zitt’.”

La torta di mandorle non piace né a me né a Paolo. Era Nina ad adorarla: si era fatta dare la ricetta da Salò: era l’unica a conoscere il gran segreto, ma anche quella che ne avrebbe fatto il peggior uso. Non ha mai imparato a cucinare, nonostante lo desiderasse alla follia. Si dimenava sui fornelli, si sporcava, si bruciava, correva da me perché le mettessi un cerottino sul dito ferito. Rideva tantissimo. 
“È tornata a prendere le sue cose?” mi chiede Paolo e mi salva dalle mandorle.
“Non credo tornerà. Ho riempito degli scatoloni, sono nel soggiorno. Quando vorrà magari mi darà il suo nuovo indirizzo e le invierò tutto. Ma non credo tornerà.”
“Tu sei un signore, e fai bene. Ma non appena vorrai liberartene: via, senza troppi scrupoli. Magari chiamami che vengo a darti una mano. Oh, niente scrupoli. Tu hai fatto quello che potevi. Hai preso la decisione giusta.”
“Sì. Lo so, lo so.” La decisione giusta.
“D’altronde, lo sai meglio di me. Stavi andando giù. Io mi ricordo com’era, quand’è arrivata. Una botta di vita. Era la vita. Ero felice per te, ti giuro, ma poi oh: uno deve avere il coraggio di darci un taglio.” 

La prima volta che ho visto Nina era in spiaggia e aveva un cappello di paglia molto grande. Stava con i gomiti appoggiati al bancone di un baretto, e si guardava intorno curiosa come un topo. Mi è parsa irresistibile, mi sono avvicinato a grandi passi mosso da non so cosa e una volta troppo vicino ho aperto la bocca, e non ne è venuto fuori niente. Nemmeno un rantolo. Lei mi ha studiato prima sorpresa, poi divertita, “Beh?”, e io niente, finché non è arrivato il suo ragazzo, uno che praticava l’arroganza con un certo agonismo, e mi ha insultato, spintonato, e come se non mi avesse convinto abbastanza, lanciato una lattina di Sprite aperta. 
Sono tornato all’ombrellone maledicendo il sole il mare e la vita tutta. Dopo mezz’ora però è comparsa lei, un sorriso gigantesco – gigantesco – sbucare sotto un enorme cappello di paglia. “Oh, Charlie Chaplin” mi ha detto, “offrimi qualcosa ché m’hai fatta stancare.” Aveva appena finito di riempire di schiaffi quello che allora era il suo ragazzo. Era orgogliosa, fortissima. Sebbene poi giocasse a farsi piccola, infantile, non ha mai avuto bisogno della mia protezione. 

“Scusami, esco un attimo a controllare Bianca. È troppo tempo che non la sento strillare, mi sto preoccupando. Dovesse andarsene pure lei così? Scherzo, giuro.”
Paolo è ossessionato da questa storia dell’abbandono. A volte di sera mi chiama, quando non tocca a lui tenere le bambine, e finisce che restiamo in silenzio per delle ore lunghissime mentre guardiamo lo stesso film. Paolo non riesce a scendere a patti con il fatto di poter decidere quando deve esserci silenzio e quando no: quando spegne la televisione non c’è nessun urletto di bimba, nessun phon acceso. C’è silenzio, e fosse per Paolo non ci sarebbe mai. Rientra tenendo per mano Bianca, che ha gli occhi del pianto e i capelli bagnati: è stata a rotolarsi nella neve “senza nemmeno mettere il cappellino”, mi dice, “quell’incosciente. Ti va se andiamo? Se resta così zuppa ancora un po’ le viene una febbre feroce. Non mi va poi di affrontare la questione con Diletta.” Chiedo il conto a Salò, che mi fa pagare una miseria come sempre. “Uagliù” mi guarda serio, “eh. Mi raccomando.” Io non so mai cosa replicare alle raccomandazioni, quindi annuisco e gli sorrido. 
Metto il giubbotto, lo chiudo fino sotto al naso, infilo cappello e guanti come se mi vedesse mia madre. Quando esco, la neve ghiacciata croccante sotto i piedi, vedo Paolo appoggiato alla sua Fiesta con le mani tra i capelli. Bianca è già in macchina al caldo, penso stia solo aspettando che si spanni il parabrezza, invece quando alza la testa e mi guarda ha gli occhi lucidi. “Il phon” mi fa, “il phon. A casa mia non ce l’ho.” E gli viene da piangere, a quel cretino, che non sa come asciugare i capelli bagnati di Bianca. E dietro a lui viene da piangere anche a me, che da oggi ho quarant’anni e la sensazione orribile che mi sia sfuggito qualcosa. “Ti dispiace se passiamo da mio padre? Lui ne ha uno di sicuro. Ti va di venire? Che compleanno di merda.” Mi viene in mente di proporgli di usare il mio phon, ma mi terrorizza il pensiero del rumore delle mie chiavi sul mobile all’ingresso. “Tranquillo”, gli dico, “ci vediamo lì.”


Entro in macchina, faccio qualche smorfia per riattivare i muscoli irrigiditi dal freddo. In casi come questo mi viene naturale immaginare la risata scomposta di Nina, che a volte mi infastidiva un po’, quando io da ridere non ci trovavo proprio nulla e avrei solo voluto chiederle “che cazzo ridi?”. Mi limitavo a non unirmi alla risata: la mortificazione per lei era la stessa. Ho ucciso l’allegria così tante volte che non credo di meritarne più per almeno altre sette vite.
Metto in moto, seguo Paolo. Procediamo lenti, finché non parcheggiamo vicini e ci incamminiamo per le scale ripide del centro storico: siamo una minuscola processione silenziosa, solo la neve crack crack sotto i piedi. Dai lampioni e dalle grondaie delle case di pietra scendono stiletti di ghiaccio. Li chiamavamo “pisciuotti”, Nina dalle risate si piegava in due. 

Nel portone del palazzo del padre di Paolo sbattiamo i piedi a terra per scrollare la neve dalle scarpe, tutti e tre insieme. Il signor Carmine è un ferroviere in pensione, un’espressione di marmo che si scioglie  in enormi morbidi sorrisi non appena vede Bianca. Ci fa entrare, non se l’aspettava, è irritato e al tempo elettrizzato. Ci chiudiamo la porta alle spalle ma già per lui non esistiamo più. 
“Bianca, amore di nonno, le vuoi le cioccolate? Guarda nonno che ti dà, guarda. Meh, sedetevi, voi, che fate in piedi?”
“Papà prendo un attimo il phon, ché la bambina è zuppa.”
Carmine si irrigidisce, come punto da un’accusa di omissione di soccorso. “E ma sei un cretino, sei. Sbrigati, che si raffredda. E tu me lo volevi dire, a nonno, che ti dovevi asciugare? Birbante… Vai da papà, vai”, e di nuovo un’istantanea dolcezza. Io faccio per sedermi al tavolo di formica, come mille altre volte in vita mia. Mi tolgo cappello, guanti e sciarpa, tiro giù la zip del piumino e sbottono il maglione, quando mi cade un bottone. Io e Carmine lo guardiamo a terra, quel traditore, sospiriamo.
“Dammi”, mi fa, “provo a rimetterlo.”
“Ma no, ti ringrazio, faccio poi con calma, mo’ che bisogno c’è…”
“E dammi qua, due minuti ci metto.” Prende un cestino di vimini pieno di rocchetti di cotone e si risiede, affidandosi alla luce della tv accesa e del camino, il naso vicinissimo a bottone, ago e filo. “Mannaggia la morte, mannaggia.”
“Non fa niente” dico, “lascia stare.”
“E no, no. Fammi provare un altro po’, devo solo riprenderci la mano. Ero diventato piuttosto bravo.”
“Forse sarebbe meglio con gli occhiali?”
“Forse.” Inforca le lenti opache e si rimette al lavoro. 

Paolo e Bianca tornano in cucina e si siedono attorno al tavolo, la bambina inizia a scartare uno dopo l’altro i cioccolatini avanzati dalla calza che il nonno le aveva preparato per la befana. È più attratta dall’involucro che dal cioccolato in sé: stende con le mani piccole i quadrati di carta colorata, li arrotola, li spezzetta. Ai suoi occhi sono degli omini che chiacchierano tra di loro. 
Noi invece restiamo ipnotizzati da Peppone e Don Camillo che come sempre litigano tantissimo. “Il sentimentalismo”, grida Peppone, “è un atteggiamento borghese indegno dello spirito proletario.” Carmine alza gli occhi dal bottone e annuisce con convinzione. Mi si bagnano gli occhi all’improvviso, mi imbarazzo, poi sento Paolo ingoiare con forza un magone. Gli omini di Bianca sono gli unici a riuscire a guardarsi in faccia.
“Penserai anche a me”, Don Camillo raggiunge l’onorevole Peppone alla stazione, “che non sarò più lì a darti un cazzotto in testa quando te lo meriti”, gli dice, “vale a dire almeno una volta al giorno!”, mentre fuori intanto è buio, è arrivato il momento di alzarsi e tornare a casa, mi dico, ma ripenso al rumore delle mie chiavi sul mobile all’ingresso, poi alla risata forte di Nina e al suo naso curioso: non riesco a muovere un passo.  
È stato un anno orribile. A tutti ho detto che sono stato io a lasciare Nina, a dirle di andarsene. Ma è come se l’avessi invitata a ballare e abbassato d’improvviso il volume: l’ho annoiata, mortificata, frenata, spenta, in questi anni, e ancora più quando ha provato ad aggrapparsi all’idea di una piccola Nina in arrivo. Se lo sentiva, un anno fa, ma era un falso allarme. Quanto mi prodigai, io, però, a farle capire che sarebbe stato un errore, una mostruosità. “Una mostruosità”, dissi, “con tutta questa neve”. 
L’ultima volta che ho visto Nina aveva un cappello di lana verde, la faccia sconfitta e un borsone della Nike. Non mi ha nemmeno salutato prima di lasciare le chiavi sul mobile all’ingresso e uscire di casa, ma a tutti ho detto che sono stato io a lasciare Nina, a dirle di andarsene. È stato un anno orribile.

Il treno parte, ma a sorpresa Peppone è sceso. Torna a casa in bicicletta, con Don Camillo, “e assieme continueranno il loro viaggio. Che Dio li accompagni.”
“Tieni, Giuse’. L’ho cucito, pare. Meh, mi sa che è tardi.”
“Già. Che facciamo?”, mi fa Paolo. Guardo fuori. Folate di vento scuotono i panni stesi sul balcone dei vicini. “Tra poco smetterà di nevicare.” 
Quante volte, e con quanto trasporto, avevo parlato a Nina del sollievo donato da quei brevi momenti di tregua, quasi fossero stati per me gli unici, sparuti attimi per i quali valesse la pena. “Tra poco, ce ne andiamo, tra poco.” Avrei dovuto, al contrario, raccontarle l’euforia di quando mi pensavo capace, di quando amavo la neve, tra i miei occhi e le cose reali come una carta da regalo a impacchettare un mondo di una bellezza selvaggia e pericolosa. “Ma dimmi, Carmine”, quasi urlo, quasi entusiasta, “ti abbiamo mai raccontato dell’incidente?” 

Paolo sorride. Io non aspetto risposta, e inizio a raccontare del giorno in cui, come per miracolo, siamo sopravvissuti.

testo di Fabrizia Conti