mercoledì 17 giugno 2015

breve ricordo di navigazioni passate (o della nostalgia)


Non per altro ci chiamano isolani e non per altro siamo su un’isola e non per altro l’isola è circondata dal mare. Se sei nato in Sardegna hai fatto un sacco di traversate e lasciamo perdere quelle in aereo che alla fine l’aereo vola e il cielo ce l’hanno tutti. Il mio confine è il mare. 
C’era una signora di Napoli che per prendermi in giro diceva, poverino, lui ogni volta per venire qua si prende il vapore. In realtà prendevo l’aereo, però, è per capirci. Quando sei circondato dal mare la gente ti vede in un altro modo, o forse, più probabilmente, sei tu che guardi gli altri in un modo diverso. E comunque prima o poi sali su una nave. Per esempio, io sono salito spesso sulla Tirrenia da Porto Torres a Genova, o su quella da Olbia a Civitavecchia, ma c’è anche la Moby e ci sono anche tante altre navi che partono anche da Golfo Aranci e da Cagliari e da Santa Teresa e da Arbatax. 
Arbatax è un posticino di duemila abitanti che ha sia il porto che l’aeroporto. La cosa interessante è che Arbatax si è formata su una zona dove prima c’era una torre costiera spagnola. A formarla sono stati dei pescatori di Ponza, che hanno fatto la loro traversata in mare, sono arrivati fino a questa torre e hanno piazzato le tende. Arbatax doveva essere qualcosa tipo la quattordicesima torre, non so in base a cosa ma per gli arabi era così. Infatti dice che il nome Arbatax deriva da questa storia, arba‘at ‘ashar che in arabo vuol dire quattordici. E chissà quante volte gli arabi traversavano questi mari. E contavano le torri per capirci qualcosa. E quando arrivavano ad Arbatax dicevano: arba‘at ‘ashar. E allora capivano dov’erano. Comunque ai pescatori di Ponza non gli piaceva più vivere a Ponza, allora sono partiti e sono arrivati ad Arbatax. E magari credevano di essere arrivati chissà dove. Magari s’erano convinti di aver raggiunto la Terra Santa, perché se non ricordo male c’era un periodo dove una sacco di gente partiva verso la Terra Santa. Mettevano la loro bagnarola in acqua e poi andavano per aiutare i crociati. Invece era solo Arbatax. E gli era andata bene perché molti o morivano in mare o arrivavano in certi posti senza nome e alla fine morivano lì uccisi da indigeni senza nome ma con due palle grosse così.


E insomma i pescatori di Ponza sono diventati pescatori di Arbatax. E ci sarà stato qualche altro pescatore nella zona. Forse c’è stato. Ma magari non era un indigeno con le frecce avvelenate ma solo un disperato che pigliava il pesce dal mare. Perché magari non c’aveva bestiame. E comunque questi ponzesi sono arrivati e hanno fatto questo paese, e adesso Arbatax ha un porto e un aeroporto,  la torre spagnola è diventata un faro e i pescatori sono diventati camerieri o bagnini. Arbatax. E sentite un po’, Lina Wertmuller, sì, la regista con gli occhiali bianchi e la faccia abbronzata, Lina Wertmuller è andata proprio ad Arbatax per girare uno dei suoi film col titolo lunghissimo. Il più famoso: Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di Agosto. Un film che parlava di gente sulla barca e di sole e di mare, di ricchi e di poveri. La storia non ve la racconto tanto l’hanno visto tutti e chi non l’ha visto se lo guardi. Comunque è uno di quei film dove, a un certo punto, la distanza tra i ricchi e i poveri sparisce, si scioglie al sole.
La prima volta che ho preso la nave avevo due anni. Non me lo ricordo, me l’hanno detto i miei. E mi hanno detto anche che stavamo andando in Francia. Perché mia nonna voleva trovare i suoi, e i miei volevano fare finta di farsi il viaggio di nozze che non avevano mai fatto. E allora hanno preso il vapore, hanno preso a me, hanno preso a mia nonna e siamo andati tutti a Genova. E poi da lì in macchina sino a Parigi. Dove c’erano i nostri parenti Jean Pierre, Barbarà, Augustin, Didier, Fabien e altri che non mi ricordo. Fabien era un signore alto, grosso, col ciuffo che gli andava sugli occhi. Anche se non gli somigliava per niente era il cugino di mio padre. A Fabien ho ucciso il gatto, gliel’ho incastrato in un tubo per lo scolo dell’acqua.  E insomma l’avevo infilato in questo tubo e non ne usciva più. Era un gattino appena nato, anche io ero nato da poco, diciamo che eravamo coetanei, in un certo senso. Il gatto piangeva ma non riuscivano a tirarlo fuori. Fabien era incazzato nero, ma che ci vuoi fare, è un bambino, neppure lo sa quello che fa, dicevano tutti. Ero troppo piccolo per fare una cosa del genere, ero talmente piccolo che non ricordo di averla fatta, ma l’ho fatta, i miei me l’hanno raccontato ridendo quando ormai ero grande e si parlava di quanto fossi peste da piccolo. E quando i nostri parenti francesi, anni dopo, sono venuti a trovarmi, tutti mi guardavano, sorridevano e mi dicevano “ah, le chat, le chat, uh, uh, hu…”, anche Fabien sorrideva, e mi aveva portato una tigre di peluche. Finisce sempre che certe brutte cose, quando il tempo passa, quando ne passa abbastanza, diventano divertenti. Il gatto l’hanno tolto un mesetto dopo, mezzo decomposto. È sceso con l’acqua uno di quei giorni che stava piovendo forte. 


Noi eravamo già tornati in Sardegna. E per dirla tutta in Sardegna c’era un bel sole. Era settembre. In settembre noi facevamo ancora il bagno al mare, e la domenica si pranzava in pineta. Avevo due anni, non lo ricordo e non sapevo nuotare, ma so che avevo due braccioli gialli e so che il mare mi terrorizzava. Di quella traversata ho due foto sulla nave. In una ci sono io che rido, con la salopette blu rattoppata di giallo e una maglietta a righe, mio padre coi baffi e gli occhiali da sole, mia madre con i capelli al vento. Nell’altra c’è mia nonna, bellissima, alta, francese. 
Sempre in nave siamo andati a Genova perché poi andavamo a trovare gli amici tedeschi di babbo, Hans, Mario, Stefy. In Germania faceva freddo anche in primavera. Passeggiavo per un giardino che la mattina presto era ancora gelato. Mi annoiavo talmente tanto che avevo iniziato a prendere le pietre e ad ammucchiarle tutte nello stesso punto. Avevo la mia bella montagnetta di pietre quando il cane di Stefy era uscito dalla cuccia. Era un dobermann, non mi abbaiava contro ma ogni volta che mi guardava mi spaventavo. Sarà stato per quegli occhi gialli, sarà stato perché la sera prima, a cena, raccontavano storie sui nazisti e avevano detto che il dobermann era il cane preferito dai nazisti, che lo addestravano ad aggredire gli ebrei, che lo preferivano perché era spietato per indole, perché la natura l’aveva fatto cattivo e determinato. I grandi bevevano birra e parlavano di queste cose, avevano anche detto che a un certo punto i nazisti s’erano fissati che i cani dovevano parlare. Chissà quale scienziato ne era venuto fuori con la storia che avrebbero potuto parlare, fatto sta che avevano fondato una scuola segreta per cani parlanti. E dice che c’era un dobermann che riusciva a dire cose tipo buongiorno e arrivederci, e a contare, tutto in tedesco, oltre che a utilizzare suoni in codice per comunicazioni militari. E insomma il dobermann di Stefy era uscito dalla cuccia. Stefy era una bella signora bionda, forse un po’ troppo mangiona. Appena era uscito, avevo riempito la sua cuccia con le pietre. Il cane aveva provato a rientrare in cuccia e non c’era riuscito. E insomma il cane si lamentava, aveva freddo e girava attorno alla sua cuccia, fino a che non ci hanno trovato le pietre dentro. Tutti hanno subito pensato che ero stato io ma nessuno si era azzardato a dirmi nulla, anche perché mio padre era un grande amico e comunque saremmo ripartiti di lì a poco. Nessuno mi ha detto nulla, ma tutti mi guardavano male, anche i piccoli figli tedeschi con le espadrillas avevano iniziato a guardarmi male, e mi tenevano d’occhio.  
Poi un’altra volta stavamo andando a Barcellona. Per trovare gli amici di mamma, Miguel, Esteban, Margarita, Lorena, Pedro, Paco, Luce, Tamara. E siamo andati in nave a Genova e poi da lì in macchina sino a Barcellona. Perché a mio padre gli piace prendere la macchina e viaggiare. Per cui niente aerei, solo macchina. E a ogni confine, erano gli anni ’80, mostravi il passaporto. Il confine era un casello con due poliziotti col cappello. Quando pioveva avevano la cerata gialla, se faceva caldo dovevano tenere la giacca. E quindi eravamo su questa nave e mi ricordo che mi sono innamorato di una. Io avrò avuto quattordici anni, lei pure. Mi ricordo le tette, grandi, il vestito a fiori, gli occhi neri, i capelli neri, la pelle dorata. Era una zingara. E suo padre aveva una panza gigantesca e sua madre era brutta. Mi ricordo di aver pensato che prima o poi lei sarebbe diventata brutta come la madre, ma al momento mi sembrava la più bella di tutte. E sognavo di abbracciarla e di buttarmi in mare insieme a lei. In quel mare nero. E di farci l’amore, anche se a quattordici anni uno non lo sa come si fa l’amore, ha solo qualche notizia disordinata, ha solo il desiderio, ma non sa di cosa. E alla fina la mattina alle sette siamo arrivati a Genova. Noi siamo scesi dalla nave con la Lancia Prisma di babbo, e gli zingari sono scesi con un furgone Fiat bianco. E noi siamo passati di fronte alla polizia, mio padre ha sorriso e salutato e abbiamo tutti salutato. E loro no. Sono rimasti con la polizia che li ha fatti scendere e al mio amore zingaro l’avranno toccata dappertutto. Ma questo l’ho solo immaginato, perché nel frattempo la Prisma di babbo stava già prendendo l’autostrada. Siamo arrivati in Francia prima di pranzo, abbiamo mangiato panini e salsiccia francese, e poi di nuovo in macchina. Una volta in Spagna ho visto la corrida, era pieno di ragazzini della mia età, col cappello da torero e gli occhi spiritati. Quando hanno ucciso il toro mi sono ritrovato in piedi, a esultare con gli altri. Ci doveva essere un confine sottile, impercettibile che avevo appena superato. Non saprei dargli un nome, ma so dargli dei colori, quello rosso del sangue del toro e quello nero degli occhi della zingara. Mentre uscivamo dall’arena mi sentivo in colpa, mi sono sentito in colpa fino a che non sono tornato a casa. E nel viaggio di ritorno, sulla nave, ho ripensato alla zingara, chissà se è mai arrivata, chissà se sono mai arrivati dove volevano, o sono rimasti fermi al porto per due giorni prima di essere rispediti indietro.



Non ho detto dei viaggi in nave da Olbia a Civitavecchia, perché mi sembra che si può finire così, comunque ci sono andato un sacco di volte. Una volta per il primo maggio. Sono sceso a Civitavecchia già sbronzo, e poi in treno tutti insieme a distruggere Roma, in senso buono. Una volta per protestare contro Bush. Sono sceso a Civitavecchia già sbronzo, e poi in treno tutti insieme a distruggere Roma, in senso buono. Una volta per protestare contro Berlusconi. Sono sceso a Civitavecchia già sbronzo, e poi in treno tutti insieme a distruggere Roma, in senso buono. E così via. Molto meglio chiudere col mio amore zingaro, il furgone, la polizia, la corrida, il senso di colpa. A proposito: un’altra volta sono andato a Roma per protestare contro le basi militari americane. Sono sceso a Civitavecchia già sbronzo, e poi in treno tutti insieme a distruggere Roma, in senso buono. 

testo: Gianni Tetti
immagini: RUPE

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