giovedì 28 agosto 2014

mensilità


Era il bicchiere preferito di mamma, e adesso è pieno di pipì. Ci immergo il test e, nell’attesa, leggo un articolo su Internazionale secondo il quale le famiglie dei liberi professionisti hanno una cosa in comune, e cioè che non possono permettersi più di un mantenuto. In un paese sano il problema non si pone (in Inghilterra ti mandano a lavorare a quattordici anni, se vuoi farti le vacanze), ma gli italiani, si sa, sono pigri.
Michele, mio fratello, ha lasciato casa a ventisette anni, in ritardo rispetto a quello che ci si aspettava da uno come lui. I primi mesi la sua stanza è rimasta intatta, spolverata sì, ma immutabile nella disposizione di mobili e oggetti. Poi mamma ha cominciato a rassettare: i libri in ordine alfabetico, la cancelleria nei cassetti, la seconda scrivania nel garage, ogni cosa al suo posto – e papà si è depresso. Non gli importava che Michele prendesse mille e due al mese, per di più nel suo campo: per lui non trovare lavoro in città è come non trovarlo affatto, e trasferirsi è già di per sé una sconfitta. E poi si sentiva tradito. Se fosse rimasto qui Michele non avrebbe mai superato gli ottocento, è vero, ma a Roma ne sborsava cinquecento solo d’affitto, per cui i conti non tornavano, tant’è che ogni tot gli dovevano fare un bonifico. Ecco perché papà la buttava sul personale, si sentiva rinnegato, si chiedeva Ma come, preferisce fare la fame che stare con noi? Però papà butta tutto sul personale, anche il maltempo.
Io non lavoro nel mio campo, alla tipografia prendo la metà di Michele e vivo ancora coi miei. Ma tanto io nemmeno ce l’ho, un campo, al DAMS mica te lo spiegano quale dovrebbe essere, il tuo campo. E puoi essere anche un’esperta di Hildebrand, ma con le applicazioni pratiche della sua teoria dell’immagine lontana non ci paghi un affitto.
Stare dai miei, a ventisei anni, ha i suoi vantaggi: vestiti stirati, si mangia bene e posso investire tutte le mie entrate in MiniDV. Dei video che giro non me ne farò nulla, perché ho fatto la cazzata di ordinare su eBay una Canon XL1S Camcorder, 900 euro, per poi scoprire che è incompatibile con Windows; ho provato di tutto, anche l’adattatore moshi FireWire 800-400, ma niente. Poi ho visto Girls of Hope, un documentario sulla condizione femminile in Turchia, girato con una XL1S Camcorder: la resa fa schifo, sembra amatoriale, e i bianchi sono bruciati, quindi forse meglio così.

***

Il citofono suona con insistenza. Nello schermo c’è un signore stempiato, sulla sessantina. Mi chiede se papà è in casa, gli rispondo che tornerà a momenti, mi chiede di salire, gli dico di aspettare giù, dopo qualche minuto è in salone.

“Gran bell’appartamento” dice sedendosi al centro del divano.
“Grazie” rispondo, e sto per lasciarlo in salone, ma lui mi fa:
“Manco un caffè?”

Chiedo scusa e vado in cucina. Mi soffermo un attimo davanti a una foto del ‘94 nella quale siamo una famiglia felice. Poi passo dal bagno, poggio il test sul lavandino, porto il bicchiere con la pipì in cucina e ci riempio la caldaia della moka: avvito il bricco e metto sul fuoco. Torno in bagno e controllo il test: la seconda linea non c’è, ma sono già a due settimane e io lunedì le analisi me le faccio comunque. Altre volte ho pensato Chi se ne frega, tanto io non ho un campo né un uomo ideale, perché la verità è che non mi piace nessuno, che mi affeziono agli uomini perché è inevitabile, perché ci si affeziona a tutto, anche a un criceto o a un taglio di capelli, ci si affeziona persino a una Canon XL1S Camcorder che non ti serve a un cazzo, ma che ti diverte portarla in giro, perché la gente ti chiede se sei della RAI, perché la XL1S è grossa, sembra professionale, anche a me m’ha fregato, altrimenti col cazzo che la compravo a 900 euro su eBay.
Ci si affeziona a tutto, perché non ci si dovrebbe affezionare agli uomini, anche se sono brutti o stupidi, se hanno l’alitosi o la calvizie, se sono dei falliti camuffati da illuminati anarchici? Come Carlo. Voglio dire, l’affetto è sufficiente per andarci a letto, per farci un bambino no. E io un bambino da Carlo non lo voglio nemmeno se ho la certezza che dopo il parto Carlo muore, la sola idea mi fa schifo, non lo voglio un figlio con l’alitosi e la calvizie, che poi magari viene su un fallito camuffato da illuminato anarchico. Non la voglio questa responsabilità. Preferirei essere una di quelle ragazze in Turchia costrette a sposare i vecchi, che quantomeno non è colpa loro.

Porto il caffè al tizio. Lui sorride, mi lecca con gli occhi, credo che soffra di tiroide. Mi rendo conto che ho un bottone aperto di troppo. Ho l’istinto di chiuderlo, ma poi chi se ne frega, anzi, gli chiedo se vuole lo zucchero e mi chino per mescolare il caffè. Sento il suo sguardo sui capezzoli, e mi viene un brivido, un misto di piacere e nausea.

“Il babbo tra quanto arriva?” mi chiede. 
“Gliel’ho detto, sarà qui a momenti. Lei è un cliente?”
“Diciamo così” risponde, e sorride. Quindi si incupisce, aggrotta la fronte, e per un attimo è in un’altra dimensione. “Tu vivi coi tuoi?” mi fa. 
“È una prerogativa della mia generazione.”
“Guarda che a Roma ci stanno un sacco di stanze a niente. Una ragazza della tua età, una bella ragazza, se mi permetti, una ragazza della tua età ha il diritto di avere una casa tutta sua, anche se è disoccupata. Altrimenti, non per farmi i cazzi tuoi, ma il fidanzato dove te lo porti? Non so se mi spiego.”
“Ce l’ho un lavoro. Il mio ragazzo ha un monolocale. Non ci vedo nulla di male a stare a casa propria.”
“No, e per carità, ce li avessimo tutti i figli così. Quello stronzo di mio figlio, un bravo ragazzo, per carità, quello studia ingegneria, c’ha una mente matematica, però è sempre stato ribelle, niente droghe, non mi è mai tornato ubriaco, per carità, però a diciott’anni mi ha detto «papà, o mi dai i soldi per una stanza in centro o me li procuro io». Hai capito? Un bravo ragazzo, non c’è che dire.”
“Già” gli rispondo.
“Porcoddio!” urla lui, poggiando la tazzina. 
“Tutto bene?”
“Bello forte ‘sto caffè. Cristo! Buono, comunque.”
“Grazie. Questo dev’essere mio padre.”

Rispondo al citofono, lascio socchiusa la porta d’ingresso e vado a nascondermi oltre lo stipite del salone. Sento papà che entra e saluta: non si conoscono, papà sembra turbato, e anche il tono del tizio è cambiato.

“Come posso aiutarla?” chiede papà.
“Eh, non è mica facile. Qui ci stanno succhiando il sangue, ci rubano il pane da sotto i denti! Le chiamano manovre, ma a me pare tutta una retromarcia. Lo sa quanto ricevo io di immondizia?”
“Guardi, senza offesa, ma sono fuori da stamattina”.
“E anche io. Cosa crede?”
“Mi dica come posso esserle utile, per favore.”
“A me mancano due mensilità. Che le devo dire, io ci devo pagare l’affitto di mio figlio, sono quasi mille euro, mica bruscolini, e comunque al netto dei condomini e delle bollette, quelli manco glieli chiedo, mica sono un cane. A me dispiace, però, voglio dire, veniamoci incontro.”

La ventiquattr’ore di papà atterra sul bukhara. Nelle questioni di soldi lui ha una sua etica: per lui i soldi non valgono niente, in sé, ma vanno comunque sudati e centellinati, perché sono il metro dell’idoneità sociale di un individuo, del suo spirito di sopravvivenza. Ma soprattutto, per lui i soldi sono il lessico di tutto il discorso affettivo.
Ricordo il giorno che Michele partì. Il motivo ufficiale era la necessità improrogabile di lavorare “nel suo campo”, a stretto contatto con gli operatori del settore, che sono concentrati nella Capitale. Con lui c’era questa lituana bellissima, fissata con la teoria delle stringhe, i chakra, Gurdjieff e via dicendo. Mamma le sorrideva con insistenza, era ammaliata dai suoi occhi artici, ma pensava che fosse una puttana e aveva paura per il suo bambino. Quelle dell’Est, diceva, vengono qui per farsi mettere incinta. È troppo bella per Michele, diceva, è ovvio che vuole sfruttarlo. Papà rideva, diceva che c’era poco da sfruttare. 
Secondo me non era cattiva, la lituana, anzi, c’era solo rimasta un po’ sotto, le piaceva essere trattata da principessa e farsi pagare le spesucce, ma roba piccola, niente di che, una cenetta, un vestitino. E infatti quando li abbiamo lasciati in aeroporto e papà ha chiesto a Michele se gli servivano soldi, lui ha detto di no e si sono incamminati. 
Non appena hanno superato le porte scorrevoli papà, ancora seduto in macchina, ha cominciato a piangere, con quel suo pianto minuto, necessario; poi ha tirato fuori cento euro e mi ha detto di correre e io l’ho fatto, ho corso, ho raggiunto Michele, lui ha lasciato dietro la lituana per non farsi vedere, ha intascato, ha fatto un cenno triste ed è andato via. Quando sono tornata in macchina ho trovato papà che suonava la batteria sul volante ascoltando Stevie Ray Vaugh. È stata l’ultima volta che l’ho visto sereno.

Posso immaginare il tremore delle mani, oltre la porta del salone, mentre il tizio insiste ad argomentare la sua improvvisata. Da quando mamma se n’è andata l’autocontrollo di papà ha raggiunto le vette del nichilismo, lande aride e prive di contrassegni, come direbbe Hildebrand, paesaggi senza profondità, bidimensionali. 
Però a tutto c’è un limite.

“La prego di andarsene” lo sento dire.
“Questo non è molto educato.”
“Non sono responsabile delle cazzate di mio figlio. La prego di togliere il disturbo.”
“Guardi…”
“No, guardi lei, per favore. Si levi dai coglioni!”

Non gli avevo mai sentito usare la parola “coglioni”. Rimango nascosta. Sento il suo tonfo sull’altro divano, lo sento che comincia a singhiozzare.

“Sono cose terribili, lo so, mi creda” lo conforta il porco. “Anch’io sono padre, che crede? Mi lancerei in un incendio per mio figlio, se uno gli torce un capello io non ci penso due volte a uscire il coltello. Un figlio è un figlio, come si dice. Io lo vedevo che Michele non stava bene. La stanza sempre piena di bottiglie. E la puzza di fumo, non ne parliamo. La mattina quando andavo a prendere l’affitto io ci stavo dieci minuti, che c’ho da fare, io faccio tre lavori, che crede che mi basta una casa in affitto con quello che pago di immondizia? E l’ICI? E il contratto di locazione? Lasciamo perdere. Io stavo lì dieci minuti e ‘sto ragazzo in dieci minuti si era fatto due caffettiere e quattro sigarette. Mica stava bene, si vedeva.”
“Mi dica l’ammontare.”
“Sono due mensilità. Michele ha lasciato casa a giugno, ma mica mi ha avvisato. Era irreperibile, e intanto i mesi passavano e io c’avevo solo una caparra. Io per tre mesi non ho potuto affittarla la stanza. Facciamo due mensilità, mi sembra ragionevole, che ci pago due mesi a mio figlio.”
“L’importo preciso, per favore.”

Lo strappo dell’assegno. I convenevoli seguiti dal silenzio. La porta che sbatte. 
Entro nel salone. Chiedo spiegazioni a papà. Lui non risponde. 
Sta pensando a Michele, ai casini che ha combinato, che poi, diciamoci la verità, lo sapevamo tutti che andava a finire così: solo i genitori possono illudersi sul destino di un figlio, ma una sorella no, a una sorella non puoi nasconderle certe cose.
Papà si rimette a piangere, niente di concitato, è lo stesso pianto che ha iniziato dopo la fuga di mamma, un pianto metodico, morbido, l’espulsione del marcio attraverso i condotti lacrimali, la traduzione urbana, silenziata, del rituale di una prefica, lo sconto di un debito. Ha sempre piangiucchiato, ma ormai lo fa regolarmente, lo fa quando ci corichiamo e quando si sveglia, per lassi di tempo ridotti, non supera mai il minuto.
Ecco, ha già smesso. Il suo pianto si è trasformato in furia.
Si alza, afferra il tagliacarte a forma di spada di Toledo, che da sempre affianca il  vassoietto di peltro sulla madia, ed esce di casa.
È armato, ha il passo spedito, vuole raggiungere il porco e vendicarsi. 
Devo fare qualcosa.
Corro nella mia stanza, monto la batteria nella Camcorder, controllo che ci sia una MiniDV, accendo e premo rec, arrivo alla finestra che a momenti la sfondo scivolando sul bukhara di merda. 
Mi incollo al vetro e lo appanno col fiatone, apro la finestra, mi metto a filmare. 
Il porco è davanti alla sua macchina, la portiera aperta, con un pugno tiene saldo il polso di papà, che vorrebbe piantargli il tagliacarte in un occhio. Non sembra che faccia fatica, il porco, a domare anche l’altra mano di papà, che si agita pateticamente, si moltiplica, sembra che gli stia grattando il petto. 
Il porco ha il viso contratto, la bava, si piega su mio padre, facendo pressione dall’alto, riesce a spingerlo a terra, a farlo inginocchiare. La lama del tagliacarte, tra loro due, è l’ago impazzito di una bussola.
È lì che succede. 
Mi viene una voglia di cioccolato pazzesca, ho un brivido tra le gambe, e sento una pioggia di foglie sulla testa. Le mie cose.
Smetto di riprendere, la XL1S cade a terra, qualcosa si rompe, fuori e dentro.

Mi sento furiosa e libera, sfibrata eppure in salvo, senza più alcuna responsabilità sul futuro dell’ennesimo fallito camuffato da illuminato anarchico, che non sarò io a mettere al mondo.

Luca Lenci ILLUSTRAZIONI


lunedì 25 agosto 2014

la BOMBA


Dormiva. Dormiva a pancia in su, naturalmente. Non poteva dormire in nessun’altra maniera, vista la bomba che gli usciva dal petto. 
Anche nel sonno profondo, era consapevole del leggero ronzio della bomba. 
La bomba era una scatola di metallo, quadrata, ricoperta di scanalature. Nella parte frontale c’era uno schermo, nero. Non era legata al petto, gli usciva proprio da dentro il corpo. Nel punto in cui emergeva, la pelle era leggermente rialzata. 
Poi dalla sveglia partì un grido.
“Finished with my woman 'cause she couldn't help me with my mind”.
Mauro aprì gli occhi di scatto. La sua era una di quelle sveglie da comodino che quando si accendono fanno partire una stazione radio, ma stamattina non aveva avuto fortuna.
“People think I'm insane because I am frowning all the time” strillò la radio. Un’acida chitarra elettrica riempì la stanza. Il ronzio della bomba divenne più forte e partì un bip bip bip. Lo schermo nero cominciò a pulsare di una luce rossa. Mauro colpì la sveglia con forza, ma mancò il pulsante.  Il bip bip crebbe di volume e frequenza. Con il respiro corto Mauro colpì di nuovo la sveglia con il palmo della mano.
“All day long I think of things”
Stavolta centrò il pulsante.
“but nothing seems to sat…”
Silenzio. 
Mauro mise una mano sulla scatola metallica che gli usciva dal petto. 
“Sssh”, fece. “Ssh.”
Il bip bip rallentò. La luce rossa cominciò a scemare. La bomba alla fine si quietò. 
Mauro respirò profondamente, e si tirò su. La stanza era piena del suo odore. Accese la luce e mise un piede fuori dal letto. Urtò una bottiglia vuota di birra che rotolò sul pavimento. 
Mauro rabbrividì. Faceva ancora freddo. Sperò che il suo coinquilino si fosse ricordato di attaccare lo scaldabagno. 
Andò in bagno. Sì, si era ricordato. Si mise sotto la doccia e lasciò per un lungo minuto che l’acqua calda lo colpisse al centro della fronte. Versò un poco di bagnoschiuma sulla spugna e cominciò a insaponarsi. Con attenzione e delicatezza passò un angolo della spugna dentro le scanalature della bomba, che tendevano sempre a riempirsi di polvere. La sciacquò con cura.
Si lavò i denti. Si asciugò. Si infilò la camicia, e chiuse tutti i bottoni tranne tre, da cui usciva la bomba. Scelse una giacca grigia e una cravatta bordeaux, che adagiò sullo schermo della bomba. Cellulare. Portafoglio. Chiavi. Chiavi. Chiavi? Dove erano le chiavi? Non erano nei pantaloni del giorno prima, gettati sul pavimento. Non erano nella scatola di biscotti al burro danesi che usava per metterci le cose da non perdere.
La bomba fece bip.
Si aggirò per la stanza. Guardò sotto i Dylan Dog: non c’erano. Guardò sotto la pila di magliette pulite. Non c’erano. 
La bomba fece bip bip.
Guardò sotto la pila di magliette sporche. Non c’erano. Controllò il cellulare: rischiava di perdere il pullman. Se avesse perso il pullman avrebbe fatto tardi. Non poteva più fare tardi. Lo avrebbero sgridato. Avrebbe fatto la figura dell’incompetente. Di uno che non è capace neanche di arrivare in orario. Irresponsabile. Inaffidabile. 
La luce rossa sullo schermo frontale della bomba si accese, e cominciò a lampeggiare. Il bip bip si intensificò. Mauro ci mise una mano sopra. 
“Shh. Ssh.” Doveva stare calmo. Calmo. Dove potevano essere.  Dove… 
In cucina! Il giorno prima aveva mangiato uno yogurt prima di andare a letto e le aveva lasciate sul tavolino.
Corse in cucina. C’erano. Guardò l’ora. Era tardi. 
Afferrò le chiavi e aprì la porta. L’ascensore era occupato. La solita vecchia che parlava dal piano terra tenendo la porta aperta!
Corse giù per i piani. 
BIP BIP BIP BIP BIP.
Calma, calma. Faccio in tempo. Se corro, se il pullman è un po’ in ritardo, faccio in tempo. Calma.
BIP BIP BIP BIP


Calma. Ecco sono arrivato. Ed ecco il pullman!
“Aspetti! Mi scusi, aspetti!” 
Il pullman si fermò. La porta si aprì. Il conducente lo guardò.
“Ancora lei?” disse il conducente. Lo disse a voce alta, per superare il bip della bomba.
“Sì” disse Mauro, arrampicandosi sulle scalette “Mi scusi.”
Si fermò un attimo davanti alla portiera, aggrappato a una maniglia. 
Sono sul pullman, si ripeté nella testa, sono sul pullman. Ce la faccio. Arrivo in tempo. Sono in tempo.
Il bip rallentò. Lo schermo rosso, che era diventato colore dell’inferno, cominciò a rischiararsi. La bomba non si era ancora riaddormentata, ma era sotto il livello di sorveglianza.
Mauro tirò fuori un fazzoletto di carta e se lo passò sulla fronte. Il pullman era pieno, ma ormai sapeva che quella grassa signora peruviana si sarebbe alzata per scendere alla fermata successiva. Cercò di avvicinarsi. Un angolo della bomba s’impigliò nel golfino di una signora. 
“Ehi! Stia attento!”
“Mi scusi!”
“Mi tira i fili!”
“Mi scusi.”
La peruviana si alzò. Mauro riuscì a sedersi. La bomba bippava, come un gatto che cede al sonno nonostante il malumore.

Arrivato in ufficio, la receptionist lo salutò con un sorriso.  La receptionist aveva capelli rossi e sul naso una piccola gobba. Gli piaceva. 
“Ciao Mauro.”
La bomba prese a bippare come l’elettrocardiogramma di un moribondo, e a illuminarsi come la sirena di un’ambulanza. Al di sopra del rumore Mauro riuscì a dire:
“CIAO, COME STAI?”  
“Bene, tu?”
“BENE. BENE. CI VEDIAMO DOPO?”
“A dopo.”
Entrò in ufficio cantando ninne nanne alla bomba.
Il suo capo lo aspettava sulla porta, scuro in volto.
“Mauro, puoi venire un secondo?”
Mauro deglutì, e istintivamente portò una mano sulla bomba. 
“Sì. Certo.”
Il capo era un uomo di mezza età, molto ben pettinato. Il capo si sedette alla sua scrivania, e cominciò a giocare con un piccolo righello. Mauro si sedette davanti a lui, sistemando la cravatta sopra la bomba lampeggiante. 
“Mauro, ti volevo dire...” squillò il telefono “scusa un secondo Mauro. Pronto? Sì. No no mi dica. Il tubo della cucina? Da cambiare? Ma è sicuro?”
Mauro, rannicchiato sulla sedia, si stringeva la bomba al petto, come a volerla cullare. Ssh, gli ripeteva. Ssh. Va tutto bene. Hai fatto tutto, no? Non ti sei dimenticato niente giusto? Giusto? Ma la bomba non lo ascoltava, lampeggiava e bippava come un neonato isterico. Non ne era sicuro, che fosse tutto sotto controllo, e la bomba lo sapeva. Era stato un mese terribile, in cui il suo capo l’aveva “chiamato un attimo” un giorno sì e un giorno no. Non era sicuro, di farcela. Irresponsabile. Inaffidabile. Incapace di…
“Come?” disse il capo “Mi scusi un secondo.” Appoggiò la mano sulla cornetta. “Mauro, ti dispiace?”
“C-come?”
“Non riesco a sentire.”
“Ah. Ah, sì. Mi scusi.” Mauro si tolse la giacca e la legò intorno alla bomba, per attutire il rumore. Il capo gli fece “ok” con il pollice.
“Perfetto. Grazie Fernando. Allora, va bene, faccia pure come crede. Va bene d’accordo, saluti. Ah ecco qua, scusa Mauro, ma a casa un disastro, cucina allagata, non hai idea. Allora. Sai perché ti ho chiamato?”
Mauro, sudato, con la giacca ben stretta sopra la bomba, fece di no con la testa. 
“Vorrei parlare del progetto di semplificazione dei costi.”
Il bagliore dello schermo della bomba cominciò a intravedersi anche attraverso la giacca.
“Ti era stato chiesto di coinvolgere anche le persone delle vendite, giusto?” 
Il bip era diventato così forte che le persone nell’open space vicino cominciarono ad alzare la testa. Mauro cercava di cantare ninne nanne alla bomba, ma dimenticava le parole. Non era riuscito a coinvolgere nessuno, in quel progetto. Avevano chiuso in ritardo, e aveva fatto gran parte del lavoro da solo. 
“E invece mi è stato riferito che sei stato tu a fare praticamente tutto, giusto?”
La ragazza della reception mise una mano sulla cornetta e si girò verso quel bip così forte. 
“Mauro. Rispondimi. Hai fatto quasi tutto tu?”
“Sì.”
“Cazzo!” Disse il capo, sbattendo il pugno sul tavolo. “Lo sapevo!” 
Un odore di bruciato cominciò a spandersi nell’ufficio: lo schermo della bomba era diventato incandescente, e cominciava ad annerire il grigio della giacca.
“Mauro, questo non mi lascia nessun’altra possibilità.”
“No” piagnucolò Mauro “La prego no. Sta per esplodere.”
Il suo capo sorrise e tirò fuori una lettera dalla sua scrivania. Stava per dirgli che quelli delle vendite erano un branco di imbecilli, che nessuno era mai riuscito a lavorarci, e che era incredibile che avesse comunque chiuso il progetto. La lettera era un aumento di 700 euro, che non era molto ma di quei tempi… ma tutto questo il capo non fece in tempo a dirglielo, perché appena Mauro vide uscire dal cassetto una lettera con il suo nome stampato sopra, chiuse gli occhi.
E l’ufficio si riempì di una luce rossa.
E un bip prolungato ruppe i vetri, e costrinse tutti a chinarsi e a tapparsi le orecchie.
E un grande calore cresceva nel petto di Mauro. Finalmente, si disse, non avrebbe più avuto paura.
Un telefono squillò, la receptionist alzò la cornetta, ma non fece in tempo a rispondere.

Bum.

Giulia Baratella ILLUSTRAZIONI

venerdì 22 agosto 2014

l'ultima dea


Ci sono giorni in cui arrivo a immaginare di riavere il mio lavoro e tornare dove sono stato. Ma cos'era questa vita di ieri? Non succedeva nulla di eccitante. Niente. I colleghi erano mediocri e ipocriti. Tutti uguali. E avrei dovuto lavorare con quelle teste di cazzo per il resto della mia vita? Da quando sono arrivato qui nessuno mi cerca più. Né la famiglia né un amico. Nessuno. Solo come un cane bastardo.
Infilo le scarpe. Esco dalla stanza e il corridoio è deserto. Una luce anemica scende dal lucernario sul soffitto. Non sento alcun rumore dalle altre stanze a eccezione dello sciacquone sgangherato di un cesso. Nell'ingresso c'è una piccola e vecchia scrivania di legno tarlato, ricoperta di documenti impilati, block-notes, agende e dépliant disposti con morbosa precisione. Costituisce il mobilio di una sorta di banco ricezione ricavato in un angolo morto. Do un'occhiata intorno in cerca del tenutario di questa stamberga, un tizio esile e coi baffi, di origini siciliane, che non fa altro che parlare male del sud e dei meridionali e vantarsi degli espedienti che mette in opera per un’efficiente raccolta differenziata. Adesso pare si sia allontanato. Esasperato dagli sprechi, sarà da qualche parte per portare a compimento uno stratagemma per scongiurarli e risparmiare sulla bolletta della luce o dell'acqua. È ossessionato da queste cose. Non c'è nemmeno la figlia, una ventenne alta, magra, acconciata da punk anni ottanta. Di nome fa Carlotta. Che tenerezza che fa. 
Esco sul pianerottolo. L'ascensore non arriva fin quassù, ma si ferma due rampe sotto. Scendo a piedi. Il rumore dei mie passi rimbomba sulle pareti vetuste dell'edificio. Del resto, non si sente fiatare nessuno. Non è un palazzo, ma un enorme tumulo. Un sepolcro imbiancato.
Esco in strada tirandomi dietro il grande portone di legno alle mie spalle. Si schianta con un botto che sveglia l'intero quartiere. Il cielo è di un colore infame. Carico di nubi oscure. La luce rarefatta. 
La via declina dolcemente e mi lascio trasportare dalla pendenza. 
Dall’ampia vetrata di un bar proviene una luce radiante. Candida e abbacinante. Uno spazio immenso e isolato. C'è un grande bancone di legno scuro dalla forma bizzarra, con alcuni sgabelli alti dal sedile tondo. Dietro il bancone si muove un tipo allampanato. Indossa un vestito color panna. In testa un berretto dello stesso colore da cui fuoriescono alcune ciocche di capelli biondi. Alle sue spalle l'armamentario luccica. Brilla come fosse nuovo di zecca. Entro e prendo posto su uno sgabello al bancone. Davanti a me è appoggiato un aggeggio di plastica con dentro tovaglioli di carta estraibili, e un contenitore per lo zucchero. Ordino un cappuccino e due paste. Una alla crema, l'altra al cioccolato. L'uomo mi serve con professionalità e rigore. Un tipo silenzioso e riservato. Per un attimo invidio la sua vita ordinaria e regolata. Sorseggio il cappuccino. È bollente, come piace a me. 
Sono ancora a disposizione dell'Agenzia. La situazione è complicata, mi domando come farò a cavarmela d'ora in poi se non trovo subito un altro lavoro. Un posto.
All'altra estremità del bancone, seduti sugli sgabelli, ci sono un uomo e una donna. Lui ha gli occhi bassi, la testa immersa in chissà quali pensieri e preoccupazioni. Indossa un completo scuro. La camicia azzurra con la cravatta. Elegante ma sobrio. Lei osserva un piccolo oggetto, un cellulare, alla ricerca di qualcosa che non va.  Ha la pelle chiara, una chioma rossastra e folta. L'acconciatura ha perso di tono, il trucco le appesantisce i lineamenti. Non riesco a distinguere il colore delle pupille e, non so perché, immagino abbia gli occhi verdi. Indossa un vestito rosso scarlatto a maniche corte. Siedono silenziosi. Hanno appena preso un espresso. Il barista si avvicina e passa un panno umido sul bancone lucido davanti a me. Si volta a guardarli, poi mi osserva. “C'è una crisi devastante”, sussurra. “I giovani sono senza lavoro, ma anche padri di famiglia sono col culo per terra. Una montagna di debiti da onorare. Però è strano, quando cerco spiegazioni nessuno riesce a darmi un rendiconto preciso. Solo indicazioni vaghe su fantomatiche bolle finanziarie legate al mercato immobiliare statunitense. Mutui non pagati. Fondi d'investimento ad alto rischio e rendimento”. Mi fissa, poi per un attimo guarda fuori della vetrina.
“Ma se il denaro, la ricchezza, non si crea e non si distrugge ma si trasforma, adesso in che mani sarà? Nessuno sa dirmelo!”
E via imprecazioni contro la corruzione e la dabbenaggine della classe politica. Lei cosa ne sa? Sembra domandarmi. Non saprei cosa dire.
“Niente spiegazioni. Niente che possa individuare il nodo dei problemi per poterne individuare le cause. L'origine. E trovare soluzioni reali. Navigano a vista. Un'intera società, un intero paese che naviga a vista”, dice. “Da più di vent'anni almeno. Senza memoria. Senza forza. Abbandonati nel bel mezzo dell'oceano con la bonaccia. Moriremo per inedia, di questo passo”.
Riprende fiato.
“L'unica sarebbe tornare alle urne, ma non si decidono”, dice, “e forse non servirebbe a nulla lo stesso!”
Accendo un sorriso di circostanza. Il barista ripone il panno umido con un gesto di stizza e si allontana. C'è una porta gialla dietro cui scompare in un istante. Una sorta di magazzino delle scope, immagino.
La donna intanto sta confidando all'altro che si è avvicinata all'occultismo. “Ho conosciuto un uomo che riesce a evocare gli spiriti dei defunti. Ho visto apparire la mano di un morto sul tavolo proprio davanti ai miei occhi, roba da mettere i brividi”, rivela. “La bravura del medium consiste nel gestire l'evocazione, fermarsi al momento giusto ed evitare di andare troppo oltre col rischio di evocare una qualche entità malefica o il diavolo!”. 
Lascio pochi spiccioli sul bancone e me ne vado. Prendo la strada per il mare. 
Ricevo un messaggio dall'Agenzia. 

Mi hanno fissato un altro colloquio.

Margareta Nemo ILLUSTRAZIONE

martedì 19 agosto 2014

VERA


Non lo noti la prima volta che visiti l’appartamento, sei troppo preso a controllare i serramenti, i sanitari, eventuali macchie di umidità sui muri o negli angoli. E non ci fai caso neanche la seconda e la terza volta, perché più si avvicina la firma del contratto e più temi sorprese sgradevoli, quindi ti guardi in giro, sospettoso, il contatore del gas, le prese elettriche.
Alla fine versi caparra e anticipo. Firmi carte, ricevi le chiavi.
Non hai ancora cominciato a sentirla casa tua, giri per le stanze come uno che sta cercando la posizione più comoda. Tiri su le tapparelle, vai sul balcone – spazioso, ha detto l’agente immobiliare, vivibile, ha detto – ti accendi una sigaretta, ed eccolo che appare. 
Dall’altra parte della strada c’è un palazzo dalla forma irregolare.
Sei piani, per ognuno un terrazzo di dimensioni variabili, alcuni avviluppati da cascate d’edera, altri nascosti dietro a un muro di verde così compatto – piante, arbusti e veri e propri alberi – che ti chiedi come faccia la luce a penetrarlo e a illuminare gli appartamenti.
Sembra una scheggia che si è staccata da un pianeta ricoperto di vegetazione, e precipitata lì, davanti alla tua nuova casa.
Fumi e ti chiedi come sia possibile che in un condominio vivano solo fuoriclasse della botanica. Non c’è nessuno, in quel palazzo, che con le piante non ci sappia fare, che si dimentichi di bagnarle, che le trascuri, che le faccia appassire.
Passano i mesi, l’appartamento sta iniziando ad assomigliarti. Pieno di roba, disordinato, tuo. Una notte esci per l’ennesima sigaretta sul balcone. Il segreto del palazzo delle piante nel frattempo lo hai scoperto, e ha un nome che fa sz sz sz.
Sz sz sz, il rumore degli irrigatori automatici che ogni notte, in qualsiasi stagione, si prendono cura dell’esoscheletro vegetale del condominio, che lo mantengono vivo, organismo ibrido di corteccia e cemento e acqua e foglie.
Anche adesso, sz sz sz, sono in funzione.


Fumi e guardi le piante inscheletrite sul tuo balcone, che al contrario delle dirimpettaie non hanno più nulla di verde.
Il rumore ovattato del traffico notturno, e loro sz sz sz. Un quarto di luna, sz sz sz. Una voce che grida aiuto, sz sz sz. Aiuto, dice la voce, aiuto.
Ti sporgi dal balcone, guardi a destra, guardi a sinistra, la strada sotto casa è deserta, continui a sentire la voce. Minuta, una bambina, anzi no, una persona anziana.
Aiuto, dice, aiuto. Dai l’ultimo tiro alla sigaretta. Proprio quel che ci voleva, pensi, il mistero della vecchia invisibile. Pantaloni della tuta, scarpe da ginnastica, esci.
È la fine di un febbraio molto freddo, il fiato che ti esce dalla bocca sembra fumo. Aiuto, aiuto, e tu segui la voce, la sagoma del palazzo delle piante che si avvicina, sembra chinarsi, ti sta per inghiottire.
Ed è lì che finalmente la vedi, nell’atrio all’aperto del condominio, tra i piloni che sostengono l’intero edificio.
“Signora, tutto bene?”, dici. Ti guarda come si guarda il nulla. Un poltergeist in ciabatte, le gambe che spuntano dalla vestaglia chiara come rami secchi. Sulle vostra teste, è proprio per evitare i rami secchi che gli irrigatori fanno sz sz sz. “Signora, che ci fa qui fuori a quest’ora?” 
“Aspetto la polizia”, dice la signora “Sono andati via ma hanno detto che ritornano. Adesso ritornano. Li sto aspettando. Li aspetto qui.”
“Senta”, rispondi “sono le tre di notte e fa freddo. Che ne dice di farmi entrare? L’accompagno a casa e aspettiamo lì la polizia.”
Naturale che non si fidi, pensi. 
“Le apro”, dice invece lei, ma non si muove di un passo. 
“Signora, se non riesce a venire qui né a premere il pulsante per aprire il cancello, almeno mi lancia le chiavi così entro? Ce la fa a tirarmi le chiavi? Ce le ha in mano, signora, le chiavi, me le lanci.” Naturale che non si fidi, pensi. Lancia le chiavi. La mira è buona, la forza scarsa. Il mazzo di chiavi atterra a metà strada esatta tra te, ancora dietro le sbarre della cancellata che circonda il condominio, e la vecchina, che alla parabola delle chiavi sembra non aver fatto caso.
“Porca puttana”, e questo lo dici piano, come se facesse qualche differenza quel che dici. 
“Signora, vive con qualcuno? C’è qualcuno, su in casa?”
O almeno, pensi, c’è qualcuno da qualche parte che abbia idea di che cosa fare?
“Mi dice come si chiama di cognome che provo a suonare il campanello?”, dici.
“Sto aspettando la polizia”, dice la vecchina. 
Tu dietro le sbarre. Gli irrigatori, sz sz sz. Le chiavi irraggiungibili, sia per te sia per lei. Stallo alla messicana nel freddo di fine febbraio. Uscendo non hai neanche preso la giacca, ti cola il naso, ti bruciano le orecchie. A questo punto realizzi che le possibilità sono due: o prendi e te ne vai, oppure scavalchi il cancello e poi speri di non infilarti in un casino, che non ti diano la colpa per qualcosa, qualsiasi cosa. Effrazione, circonvenzione di incapace, e adesso anche blasfemia, perché mentre scavalchi il cavallo dei pantaloni della tuta si impiglia in una delle sbarre del cancello, e quel bullo del cancello ti dà una violenta smutandata. Atterri scomposto, illeso.
“Oh”, dice la vecchina come se ti avesse visto solo adesso “lei è della polizia?”
“No, cioè, faccia conto di sì e lasci che la accompagni a casa”, dici.
Raccogli il mazzo di chiavi da terra e salite le scale. 
“Io abito qui al primo piano”, dice la vecchina puntando il rametto di un dito sopra la sua testa, e poi ti sorprende perché sale le scale più veloce di quanto immaginassi, le anche che tendono la vestaglia come oggetti spigolosi sotto un telo, la pelle dei talloni che ti fa venire in mente una di quelle tartarughe esotiche che vivono più a lungo di un uomo.
Davanti alla porta cerchi la chiave giusta – il portachiavi è una specie di medaglietta grande come una moneta da un euro su cui era inciso qualcosa che adesso è illeggibile – e la terza apre la porta.
“Lo sa”, sta dicendo la vecchina, “lo sa che i suoi colleghi sono delle belle teste dure? Glielo dica quando li vede, delle teste dure.”
Dove cazzo sono andato a infilarmi, pensi, e vedi scorrere film da brivido in cui la vecchina cade e batte la testa, in cui la vecchina a un certo punto inizia a urlare Al ladro, al ladro! svegliando il vicinato, film in cui la vecchina va in pezzi come fosse una statua di cristallo, e tu sei in casa sua, senza conoscerla e senza essere in grado di spiegare cosa ci fai lì.
Indice e pollice si toccano quando la prendi per un braccio con tutta la delicatezza di cui sei capace, e la guidi verso l’unica poltrona del salotto che non sia coperta da un lenzuolo bianco. Si siede, lenta. Qualcosa scricchiola, ma non sai se sia la sedia o qualche sua giuntura.
Sospiri, ti guardi intorno. La casa è di medie dimensioni e spoglia.
Pensi che o la vecchina si è appena trasferita lì, e questo potrebbe almeno giustificare la confusione mentale in cui l’hai trovata (in questo momento sta elencando con dovizia di particolari la differenza tra poliziotto e carabiniere, senza chiarire quale dei due pensa che tu sia), oppure c’è un trasloco alle porte.
La vecchina pian piano sembra meno spaesata di prima. Seduta con l’atteggiamento di chi padroneggia l’ambiente circostante, ricomincia a raccontarti tutta la storia dall’inizio, stavolta con un barlume di logica. Dice che verso le due era in camera da letto che si preparava per andare a dormire, e ha sentito un rumore provenire dalla cucina. Dice che è andata a controllare, e la porta della cucina era chiusa a chiave dall’interno. Sola in casa, ha capito che dovevano essere entrati i ladri, e che avendola sentita dovevano essersi barricati in cucina. Allora lei, tenendo d’occhio la porta per controllare che non uscissero, aveva chiamato il 113, e dopo dieci minuti passati con lo sguardo fisso sulla porta della cucina e quasi senza fiatare erano arrivati due bei giovanotti in divisa, che avevano ascoltato, fatto qualche domanda – con aria di sufficienza, a sentire lei – e poi le avevano detto di non preoccuparsi e di tornare a letto, che era tutto a posto e che avrebbero passato qualche ora giù in strada a controllare che i ladri non tornassero. Ma poi lei li aveva visti, nascosta dietro le persiane del bagno, che risalivano sulla volante e se ne andavano come se niente fosse.
“E della cucina cosa hanno detto?”, chiedi. 
La cucina? Non sono andati in cucina, perché avrebbero dovuto? “La porta chiusa a chiave”, spieghi, “cos’hanno detto della porta chiusa a chiave? Non dovevano esserci i ladri, in cucina?” Le rughe attorno alla bocca della vecchina si increspano. 
“Oddio”, dice, “ci sono i ladri in cucina, ecco perché la porta è chiusa a chiave.” 
Stava riacquistando un po’ di colorito sulle guance grazie al tepore del salotto, adesso torna a sembrare imbalsamata. Artiglia i braccioli della poltrona, spalanca gli occhi, conta su di te. 
“Che facciamo?”, dice.
E alla fine, inevitabilmente, chiami anche tu il 113. Per non farle sentire cosa dici, esci sul balcone.
Il pronto intervento ti fa attendere in linea –  buffa contraddizione in termini – e tu ne approfitti per curiosare nei vasi di calcestruzzo sul balcone della vecchina. Riuscire almeno a vederli, gli irrigatori che fanno sz sz sz, sarebbe un modo per addomesticarli, per farli smettere di essere entità aliene che ogni notte sibilano mentre tu dormi, mentre tutti nel quartiere dormono. Niente da fare. Stai tastando con la mano la terra umida che c’è dentro il vaso, e il 113 risponde. Hai sottovalutato quanto tutto questo sia confuso e difficile da spiegare alla voce annoiata dell’operatore, però ci provi, e dopo l’iniziale scetticismo la voce dice che sta controllando le chiamate ricevute, e che sì, una volante è in effetti venuta all’indirizzo indicato, in seguito a un tentativo di rapina – la voce adesso ha assunto tono e gergo professionale – ma i suoi colleghi non hanno trovato alcun indizio che ci siano state effrazioni né furti.
“Insomma”, dice la voce del 113, adesso col tono basso della confidenza, “insomma”, dice, “mi sa che la signora non ci sta più con la testa.”
“Non ci crederà ma questo lo sospettavo”, dici “però abbia pazienza, adesso io cosa dovrei fare? Mica posso lasciarla da sola, è in stato confusionale e...”
“La metta a letto”, dice la voce. Sbrigativa adesso la voce, segno che il tuo tempo in linea sta per scadere.
“Cos’è che faccio?”, dici. 
“La metta a letto.” 
“La metto a letto?”, dici. 
“La metta a letto.”
E insomma segui quel consiglio simile a un ordine, e la metti a letto.
Il fatto che fosse già in camicia da notte ti risparmia l’imbarazzo del cambio d’abito. La vecchina sotto le coperte sembra ancora più esile, il corpo di una bambina molto piccola con la testa di un’anziana, come una delle cavie di quel cartone animato giapponese che hai visto ma di cui non ricordi il titolo.
Spegni la luce, ti avvii verso la porta di ingresso, noti di nuovo i pochi mobili, le superfici nude e impolverate dove ti saresti aspettato un esercito di soprammobili – quando la vecchina ti chiama.
È tardi. Hai sonno. 
“Che c’è?”, dici, riaffacciandoti nella stanza da letto. 
E sbuffi, perché inizi davvero ad averne abbastanza.
“Domani torna?”, chiede la signora. 
“Certo”, dici. 
Col cazzo, pensi. 
Solo che poi la mattina dopo, sabato, di quel col cazzo te ne vergogni un po’, e così dopo colazione ti decidi ed esci di casa.
Il cancello del palazzo delle piante è aperto e dal box della portineria esce un uomo. Rotondo, cammina col braccio destro aderente al corpo, incapace di accompagnare il movimento della gamba opposta. Sembra un poliziotto che corre con la pistola carica come si vede nei film, ma al rallentatore e meno minaccioso perché in mano ha solo un pezzo di plastica simile a un’enorme liquirizia gommosa. Forse nere vene di ricambio per gli irrigatori che fanno sz sz sz.
“Buongiorno”, dici “è un po’ difficile da spiegare, ma ieri sera qui fuori c’era una signora che abita nel palazzo, diceva che aspettava la polizia, cioè che prima era arrivata la polizia ma poi se n’era andata...”

Il portinaio alza una mano, ti interrompe. 
“Ti ho visto”, dice, poi indica le punte del cancello, e ride ride ride. Salta fuori che il palazzo è sorvegliato dalle telecamere, che stamattina lo zelante portinaio ha guardato il filmato a quadrupla velocità come fa ogni giorno, e arrivato al punto della registrazione corrispondente alle tre di notte ha visto un tizio che parlava con la vecchia svitata del primo piano – così ha detto il portinaio, svitata – e che poi il tizio ha scavalcato e si è impigliato nel cancello con gli zebedei – proprio così li chiama il portinaio, zebedei. A quanto pare, ha trovato la sequenza irresistibilmente comica, e infatti ancora non ha smesso di ridere.
“Vuoi salire? Ti accompagno su”, dice. 
Mentre salite sghignazza. Sembra proprio che non possa fare a meno di pensarci, a te che rischi l’evirazione sul cancello del palazzo dove lui lavora tutti i giorni. Niente è meglio di un incidente imbarazzante, per spezzare la monotonia.
Ad aprirvi la porta dell’appartamento al primo piano è un uomo di mezza età. Capelli scuri, piuttosto lunghi e pettinati all’indietro, incuranti di coprire la risacca dell’attaccatura. Occhi piccoli, bocca larga, ricorda un pescegatto.
Il portiere guarda l’uomo e viceversa, si fanno un cenno d’intesa. L’oggetto dell’intesa sei tu. Il portiere si avvia verso le scale, l’uomo ti guarda. 
“Entra”, dice poi, si appiattisce lungo la parete, ti lascia passare senza smettere di fissarti e si chiude la porta alle spalle. 
“Sono il figlio”, dice. Non ti dà la mano. 
“Mi spieghi tutto”, dice.
Vi sedete in salotto, lui sulla poltrona scoperta, tu su una di quelle fantasma.
“Vuoi una sigaretta?”, dice. Accetti, te la porge, la prendi e lui ne sfila una dal pacchetto per sé. Non accende la sua, non si offre di accendere la tua. Tu non hai l’accendino e non lo chiedi. Non si fuma. In casa fa piuttosto caldo, ti togli la giacca e racconti di ieri notte, tu sul balcone e poi aiuto e la polizia e la porta chiusa e i ladri nascosti in cucina e la signora che, con tutto il rispetto, non ti sembra in grado di badare a se stessa.
E il pescegatto, che durante il racconto ha battuto senza sosta la sigaretta sull’unghia piatta del pollice sinistro come un metronomo per tenere il tempo tra uno sbuffo e un lamento e una smorfia corrucciata, non si dimostra nient’affatto collerico come ti era parso all’inizio, né maldisposto verso di te. Solo stanco, stanco in ogni fibra e dentro e oltre.
E capisci che al pescegatto, una volta appurato che quello di ieri notte era solo un altro sintomo del rincoglionimento di sua madre e che tu a occhio e croce non sei un delinquente, dei dettagli della storia non gliene importa nulla.
“Senti”, dice alla fine “lo so che mia madre non può più vivere da sola, non lo scopro certo oggi. Questa di chiudere le porte, nascondere le chiavi e poi dimenticarsi dove le ha messe è solo l’ultima di una serie di manie. Adesso sto cercando di risolvere, lo vedi anche tu – indica il panno bianco sui mobili, sulle poltrone – stiamo chiudendo casa e la vorremmo portare da qualche parte dove sia controllata giorno e notte, che cosa posso fare di più?”
Vorresti dirgli che magari non di più, però subito sarebbe opportuno, solo che non sono affari tuoi, e tanto lui ormai si è alzato per rispondere al cellulare ed è andato a piazzarsi in un angolo del salotto, faccia al muro come il peggiore della classe.
Ti alzi, vai verso la porta, infili la giacca e aspetti che si volti anche solo un secondo per fargli un cenno, arrivederci, andare via e dimenticare.
Non si volta, resti lì, ed è impossibile non sentire quel che dice. A toglierti dall’impiccio, causandoti anche un sussulto perché pensavi che in casa non ci fosse nessun altro, la vecchina si materializza sulla porta della camera da letto. Ha un sorriso furbo, di nuovo quell’aspetto decrepito e bambinesco allo stesso tempo.
“È tornato davvero!”, dice, con una sfumatura di innocenza civettuola. 
“Venga un attimo di là”, dice. 
“Se adesso sono qua come cazzo faccio a essere lì a pranzo?”, sta dicendo intanto al telefono il pescegatto. La vecchina ti prende la mano, te la appoggia sul fianco, si appende al gancio del braccio e ti guida verso la porta che ieri notte era chiusa a chiave e adesso è spalancata sulla cucina.
“Avevo perso la chiave della porta”, dice lei quando vede che guardi in quella direzione “ma poi mio figlio l’ha ritrovata. Era in bagno. Io in bagno non l’ho di certo portata. Sarà stato lui, l’ultima volta che è venuto a trovarmi.”
“Viene spesso?”, chiedi. 
“Chi? Mio figlio? Ma quando mai! L’ultima volta sarà stata un anno fa.” 
“E quindi per un anno lei non ha usato la cucina?”, chiedi per cercare di farla ragionare. 
“Diamine, come, non ho usato la cucina? Certo che l’ho usata, come avrei fatto se no a farmi da mangiare?” 
“Mi scusi, ma capisce che quindi suo figlio non può aver portato la chiave in bagno un anno fa... Anzi, lasci perdere, non importa”, dici. “Ma ieri sera, si ricorda di ieri sera?”
La domanda deve accendere una qualche associazione, perché la vecchina ammutolisce e sembra mettersi in ascolto di qualcosa, gli occhi grigi affogati dentro un liquido trasparente.


In salotto, il pescegatto ha perso la pazienza, e grida nel telefono qualcosa sul senso di soffocamento.
La vecchina annuisce una, tre, cinque volte.
“Mi ricordo sì”, dice. “Lei è venuto dopo che era andata via la prima volante della polizia, per controllare che non ci fossero i ladri chiusi in cucina, e visto che non c’erano lei è tornato al lavoro e io sono andata a letto tranquilla. Naturale, che mi ricordo. Anche mio figlio è fissato che mi dimentico le cose, ma non è affatto vero.”
Ci pensa un attimo su, poi “Insomma”, dice “insomma, qualche colpo ultimamente in effetti lo perdo. Ma non sono stata sempre così, credimi”, dice passando al tu senza rendersene conto.
“Ero bella, anche se a vedermi adesso faticherai a crederci, ma soprattutto ero intelligente”, dice. “Sono stata tra le prime in città ad andare all’università”, dice. Mi sono laureata, e quella non è stata neanche la parte più difficile, perché quella è stata convincere mio padre a farmici andare, lui che mi vedeva già destinata a diventare una donna di casa.”
Il passaggio dal caos all’autobiografia dettagliata ha qualcosa di prodigioso, ma è un incantesimo di breve durata.
“Mio padre era una brutta bestia”, dice poi la vecchina mentre dal suo sguardo capisci che è stata proiettata altrove. 
“Tu pensa che una volta ha imbracciato un fucile che aveva in casa, un cimelio della Grande Guerra, uno di quelli col coltello in cima, e lo ha usato per minacciare un poliziotto solo perché... A proposito, lei è il poliziotto che hanno mandato per la denuncia del furto di ieri sera?”
Quando torni in salotto, il pescegatto ha finito di telefonare e guarda fuori dalla finestra, dandoti le spalle. Le piante sul balcone lasciano intravedere solo piccole porzioni del palazzo dall’altra parte della strada, quello dove vivi tu. La schiena del pescegatto è scossa da un sussulto, ma non sapresti dire se stia piangendo o solo respirando affannosamente, perché non fa nessun rumore.
Quando esci dalla casa il pescegatto non si volta, non ti ringrazia, non ti saluta.
Dopo qualche giorno le persiane della vecchina si sono chiuse e non si sono riaperte più.
Quando passi lì sotto ti chiedi come si chiamasse, perché non l’hai mai scoperto, e in quale mondo - terreno o trascendente o immaginario - stia aspettando qualcuno.


Bernardo Anichini ILLUSTRAZIONI