lunedì 31 marzo 2014

melanzane & noci

L’uomo in giacca grigia chiude l’ombrello, cercando di non bagnarsi le scarpe e di non finire sotto la cascata di acqua sporca che scende dalla tettoia della fermata, mentre sale in fretta sull’autobus. Si guarda attorno, vede i pendolari rintanati negli angoli come cani bagnati e lo sente subito: l’odore del lunedì mattina. Non piove solo il lunedì, ovviamente, ma l’odore di umido e di sedili ammuffiti che l’autobus emana nei lunedì di pioggia è inconfondibile. Fa venir voglia di scendere, correre al ponte più vicino e buttarsi di sotto.
Le persone sull’autobus sono le solite, solo più grigie, più taciturne e coi visi più stropicciati. Trova due posti liberi e si siede su quello accanto al finestrino. “Troppa fortuna - pensa, mentre guarda le case scorrere dietro il vetro rigato dalla pioggia - sicuramente arriverà qualche seccatura.”

E la seccatura sale alla fermata successiva, nella forma di un uomo sui trent’anni portati malissimo, sotto un cappotto verde acido che gli pende storto dalle spalle. Lo sconosciuto si ferma a guardarlo e poi, senza battere ciglio, indica il posto accanto al suo e chiede:

“È libero?”
“No, c’è il mio amico invisibile.”
“Facevo per chiedere.” dice lo sconosciuto, e si siede lo stesso.


L’uomo in giacca osserva il suo cappotto sgualcito, il viso stanco e la cascata di capelli sporchi, e si sente un po’ in colpa. Se lo sconosciuto l’avesse guardato fisso da dietro un impermeabile della nuova collezione autunno-inverno di Armani forse la battuta se la sarebbe risparmiata.
Guarda il finestrino sporco rigato dalla pioggia e cerca di ricordare tutti gli impegni della giornata. C’è la riunione con quelli dell’Italmec, il bollettino del gas da pagare, l’invito alla rimpatriata coi vecchi compagni di classe a cui rispondere e il nuovo ripiano cottura da montare. Ci sono i tirocinanti nuovi a cui spiegare il lavoro, e c’è la faida fra il Rossi delle risorse umane e la Squillaci della reception in cui evitare di venir coinvolti. Se nella pausa pranzo si sbriga ad andare in posta può farcela a pagare il bollettino, alla mail dei compagni di scuola può rispondere in cinque minuti. Anche se connettersi agli account privati dal lavoro gli mette sempre un po’ d’ansia, soprattutto da quando gira voce che la direzione abbia fatto installare sui computer un programma di sorveglianza. È illegale, ma pare che due tirocinanti siano già stati mandati via perché si connettevano a Facebook dalle loro postazioni. Se riesce a uscire in orario, prima di tornare a casa può andare a fare la spesa. Si fruga nelle tasche per cercare la lista che gli ha dato sua moglie.
C’è qualcosa che gli sfugge, ma non riesce a capire cosa.
Lo sconosciuto accanto a lui lo distrae. Non dice e non fa nulla di particolare, ma ha un’aria tesa e agitata che non promette niente di buono. L’uomo in giacca lo osserva, cercando di capire cosa lo renda così inquietante e si accorge di un movimento impercettibile sotto lo zigomo, un muscolo che guizza di tanto in tanto sotto la pelle della guancia. Sta digrignando i denti.
Si volta dall’altra parte e conta le fermate che mancano. Lo sconosciuto, come se gli avesse letto nel pensiero, sorride e dice:

“Non si preoccupi, non manca molto.”

L’uomo in giacca non risponde. Aspetta, con un misto di ansia e rassegnazione, mentre lo sconosciuto continua:

“Mia moglie, voglio dire la mia ex moglie, ha detto che non parlo mai. Che non dico mai le cose finché non è troppo tardi. Ci crederebbe?” dice voltandosi verso di lui con un sorriso.
L’uomo in giacca grigia non dice nulla.

“Ma io ci provo a parlare con la gente. Per la verità ci ho sempre provato, ma poi, vede, la gente mi guarda come Lei e che cosa dovrei pensare io, se ogni volta che provo a parlare con qualcuno, quello mi guarda così, come se gli stessi puntando un coltello alla gola o come se gli stessi infilando una mano in tasca o come se, per dire, gli stessi sciorinando una sfilza di insulti in aramaico. Glielo dico io, uno dopo un po’ smette di parlare con la gente, mi creda. E tanto fa lo stesso, no? Lei magari, continuando a fissarmi così di profilo, come stava facendo due secondi fa, ci avrebbe guadagnato più che da questa conversazione e ci saremmo risparmiati un bel po’ di fatica e di disagio entrambi, non crede? Riesce a seguirmi?” chiede, sempre sorridendo, mentre l’uomo in giacca ha smesso di guardarlo e ha smesso anche di respirare.
“E insomma, mia moglie diceva che le cose sono andate come sono andate perché io non parlavo e non perché, per dire, ero imbottito di farmaci e in procinto di buttarmi sotto un treno. Che poi a volte provavo a parlarci, ma lei mi guardava con quello sguardo, con quello sguardo che Lei adesso sta rivolgendo al finestrino, uno sguardo come se, per l’appunto, le stessi puntando contro un coltello. Ho pensato a volte che farebbe lo stesso se parlassi davvero alla gente puntandole contro un coltello. Non è che non ce l’abbia, ne ho uno qua - dice toccando una borsa di pelle logora che si porta dietro - ma non si preoccupi - continua, con un sorriso innocente - non mi serve per far paura a quelli come Lei.”

Fuori diluvia e l’uomo in giacca grigia cerca disperatamente di capire dove sia l’autobus e quante fermate manchino. Fruga di nuovo le tasche dei pantaloni alla ricerca della lista della spesa che gli ha dato la moglie, ma deve averla lasciata a casa. Allora cerca di ricordarla a memoria. Pane, schiacciata alle olive, aceto, latte, tisana di fiori di tiglio, surgelati... Lo sconosciuto prosegue:

“Però vede, sto perdendo il filo. Quello che volevo dire, è che fa lo stesso. Parlare, non parlare, vestirsi in un certo modo o meno, una volta che il mondo ti ha marchiato, non ne esci. Ti rimane solo la soddisfazione di scambiare di tanto in tanto due parole con della gente simpatica. Come Lei, per esempio. La sua aria infelice e supponente è molto affascinante, lasci che glielo dica.”
L’uomo in giacca si contorce sul sedile e guarda per l’ennesima volta l’orologio.

“E non pensi che sono sempre stato così. Così brutto e malvestito, intendo. Non me la passavo per niente male qualche anno fa. Non è da tutti avviare un’azienda e mettere su famiglia a vent’anni, con una casa propria e tutto il resto. Ti sembra di avere il mondo ai piedi. Ma poi cominci a stare male, che vuole, lo stress del lavoro, della paternità, del sistemarsi così giovani. La casa nuova e tutte queste cose. E vai da un medico che ti prescrive dei farmaci. E tu li prendi e stai meglio, ti passa la paura, ti passa l’insonnia, però improvvisamente cominci ad avere questa tristezza infinita addosso e quando guardi fuori il cielo grigio di ottobre ti viene una voglia insopportabile di aprire la finestra e buttarti di sotto o di andare in cucina e cacciarti un coltello in pancia. Sa, come fanno i giapponesi per ammazzarsi, un taglio in verticale e uno in orizzontale, zak-zak!, e tutto è finito. E allora il medico ti prescrive altri farmaci, e tu li prendi, e a volte non senti niente, a volte ti prende un terrore indescrivibile e altre volte vorresti solo dormire, dormire, dormire per sempre, e gli amici ti portano fuori e ti offrono la cena, e ti offrono le bevute e ti offrono roba che non sai cosa sia, ma pensi che se devi stare così tanto vale provare tutto. Sa, il problema della droga è che non sai mai come ti prende, a volte sei felice e stai meravigliosamente e vorresti abbracciare tutto il mondo, altre volte ti sale la psicosi nera e vorresti solo morire, purché tutto finisca il più in fretta possibile. E poi, improvvisamente, succede un’inezia - lo sconosciuto esita, la sua espressione si rabbuia - un gesto, una parola di troppo - esita ancora, poi inizia a ridacchiare, prima piano, poi sempre più forte - che manda definitivamente in frantumi la tua vita e tu e la tua vita, da un giorno all’altro, bum!, non esistete più!”

L’uomo in giacca fissa il finestrino e recita a mente i prodotti sulla lista. Pane, schiacciata alle olive, aceto, latte, tisana di fiori di tiglio, surgelati, aranciata senza zucchero, carta igienica, fazzoletti... Mancano le ultime due cose, che proprio non riesce a ricordare. Lo sconosciuto nel frattempo ha tirato fuori dalla borsa una bottiglia di vodka economica. La apre con un gesto deciso e beve due sorsi prima di continuare il suo discorso:

“Insomma, vuole sapere qual è la soluzione? Voglio dire, a parte mollare tutto e infischiarsene? Ecco, la soluzione non c’è. Per me la soluzione è stata questa. - dice alzando la bottiglia - Si porta via la paura e la disperazione e ti riconcilia con te stesso. Ti livella l’anima, in un certo senso. Ma è chiaro che non può funzionare con tutti. Che so, se uno ha la cirrosi o è diabetico, non può attaccarsi così alla bottiglia, che senso avrebbe? Al massimo può imbottirsi di Lexotan. Perché vedi, c’è sempre una soluzione per sopravvivere. È la soluzione per uscirne, che non esiste, una volta che sei entrato nel vortice.”

Pane, schiacciata alle olive, aceto, latte, tisana di fiori di tiglio, surgelati, aranciata senza zucchero, carta igienica, fazzoletti...

“Perché tu credi di essere diverso da me, migliore, e pensi che non potrai mai diventare come me. Ed è qui che ti sbagli. Non ci vuole niente per diventare come me. Siamo tutti capaci di sopportare un’infinità di cose, ma ce n’è sempre una in grado di distruggerci. E invece di capire cos’è, prima che la vita decida da un giorno all’altro di buttarcela in faccia e prenderci a sprangate sulle nostre ferite aperte, perdiamo tempo a inseguire cazzate. Sono sicuro che non sai qual è la cosa in grado di distruggerti in questo momento. Quindi spera di non trovartela davanti prima ancora che tu abbia capito cosa vuoi mangiare a pranzo. E nel dubbio, vivi nel frattempo. Buona giornata.”

L’autobus inchioda e lo sconosciuto si alza barcollando, rivolge un ultimo sorriso all’uomo in giacca e sguscia fuori dalle porte un istante prima che si richiudano. L’uomo in giacca grigia riprende a respirare. Si guarda attorno sul mezzo ormai vuoto e vede che ha mancato la sua fermata. Cerca di ricordare a cosa stava pensando, cosa deve fare oggi al lavoro, con quale linea potrebbe tornare indietro, ma ha la testa vuota. Scende alla fermata successiva, cerca di calcolare il tempo che gli ci vorrà per tornare indietro e pensa che forse, dato che arriverà comunque in ritardo, potrebbe approfittarne per passare dalle poste. Per la spesa non sa cosa fare, è stanco e vorrebbe dire alla moglie di farla lei, ma ha paura della sua reazione. Con la coda dell’occhio, mentre sta per attraversare a caso sotto la pioggia, riesce a vedere la moto che sfreccia a tutta velocità sull’asfalto bagnato, si ferma, e ricorda finalmente i documenti da firmare e gli ultimi due punti sulla lista della spesa, melanzane e noci.
Ma non si accorge del gruppo di individui loschi che lo osservano dall’ingresso di un vicolo, della pioggia che gli ha inzuppato la camicia e del freddo che gli sta entrando nei polmoni, così come non si è accorto del sorriso strano che ha sua moglie, certi giorni, quando torna dal lavoro, dei vuoti di memoria di sua madre e del cuore che sempre più spesso accelera senza motivo, salta un colpo e accelera ancora.

Continua a camminare sotto la pioggia, imperterrito, mentre guarda l’orologio e calcola il tempo che perderà
passando dalle poste. 

IMMAGINE Marta Sorte
COLORE sottovuoto




giovedì 27 marzo 2014

la settimana di maltempo



 
Chiara raccoglie il fiato tra i singhiozzi, guarda Benedetta dritto negli occhi e dice “Tu non lo sai che significa”, mentre le sopracciglia di quella si distendono e una risata prolungata con un po’ di sforzo riempie la cucina buia.

Benedetta si discosta dal lavandino pieno di cucchiaini sporchi di yogurt appoggiata al quale ha ascoltato Chiara difendersi con la storia più assurda che le abbiano mai raccontato; accende la luce, dice “Mi sa che non lo sai nemmeno tu” e torna in camera chiudendosi due porte alle spalle.
Chiara fissa il poster del modello con indosso solo un paio di guanti da forno che Cristiana ha appiccicato sulla porta di quella cucina che forse non ha mai ricevuto la luce naturale e inizia a chiedersi se spiegare la sua versione dei fatti a tutte le ragazze una per una non sia stata la mossa più sbagliata (“una stronzata”). È che il plotone d’esecuzione, l’Inquisizione spagnola, “i giudici di X Factor” – proprio non lo avrebbe potuto sopportare.
Nicole comunque l’aveva già sputtanata, e Cristiana stava a lezione, non avrebbe potuto attendere il suo ritorno per parlare con Benedetta, farla pure ridere, quella “faccia di cazzo”. Probabilmente aveva iniziato a cercare allo specchio la perfetta combinazione di sguardo disgustato e sorriso sardonico il minuto dopo che Nicole era corsa a riferirle quella cosa che lei le aveva confidato, che Benedetta quando lei non c’era entrava nella sua stanza e si provava i suoi vestiti, si metteva il suo profumo, lo sentiva.
 

Benedetta aveva detto “No ma ti rendi conto come sta questa?” a nessuno in particolare, perché l’attenzione di Nicole era tutta rivolta al profilo di Chiara su adottaunragazzo.it. “Io le ho detto ‘Chiara, scusami tanto, perché Benedetta dovrebbe mettersi i tuoi vestiti?’ Cioè, che prove hai per sostenere una cosa del genere?” aveva aggiunto Nicole, mentre Benedetta indicava il commento imbarazzante di un ragazzo a una delle foto profilo. 
“Chiara m’ha detto, reggiti forte, m’ha detto ‘Sento il mio profumo quando rientro’.”
Nicole alla fine risolveva tutto con “È la tua parola contro la sua”, e quando Benedetta le aveva chiesto perché non avesse cacciato Chiara dall’appartamento quel giorno, quel minuto stesso, Chiara era certa che le avesse risposto come aveva risposto a lei quella sera in cui le aveva chiesto perché non cacciasse Benedetta, quando sapeva che era proprio lei “la falsa” che aveva fatto sparire cento euro dal barattolo coi soldi dell’affitto.
Cristiana aveva tenuto gli occhi addosso a Chiara tutto il tempo, in attesa di cogliere il tremolio del labbro, i battiti troppo frequenti delle ciglia, la goccia di sudore in fondo alla tempia che l’avrebbero tradita, ma lei ascoltava Nicole con l’apprensione di una madre modello all’incontro genitori-insegnanti mentre quella diceva che aveva scoperto che mancavano dei soldi, che non le risultava di averli persi o spesi ma non aveva alcuna prova per ritenere che li avesse presi di nascosto una di loro, che cento euro non erano la fine del  mondo, ce li avrebbe messi “la sottoscritta”, ma non sarebbe dovuto succedere mai più, perché nonostante l’affitto lo pagassero a lei erano prima di tutto coinquiline, e prima ancora amiche, e doveva necessariamente avere fiducia delle persone con cui viveva, per viverci.

Chiara aveva annuito e alzandosi dal tavolo attorno al quale erano riunite si era accorta che Nicole e Benedetta, invece di fissare, per pudore, un punto nel vuoto, guardavano lei. Lasciare la riunione per prima era stata la mossa sbagliata (“una stronzata”), la piega soddisfatta che andava prendendo la bocca di Cristiana glielo aveva confermato. Ma adesso sarebbe rimasta in quella stessa cucina finché non le avessero chiesto di sloggiare, e anche in quel caso non se ne sarebbe stata zitta.
Nicole dopotutto le doveva delle spiegazioni. Che cazzo di bisogno c’era di prendere la macchina e andare da Michele?

Vestirsi, uscire di casa, camminare fino al garage, guidare fino a piazza Irnerio, trovare parcheggio, citofonargli, aspettare che scendesse, magari portarlo pure a prendere un caffè, per dirgli cosa? “Lorenzo mi ha detto che tu e Chiara state ancora insieme”? Bastava un messaggio, al limite una telefonata. Farsi i cazzi propri era un’altra opzione valida. Nicole e questa pippa della fiducia. Se proprio alla fiducia ci teneva tanto, poteva innanzitutto chiedere a lei, non c’era bisogno di scavalcarla a quel modo, andare dal suo ragazzo, che non c’entrava niente, chissà cosa le avrà detto, che avrà capito.
Cristiana è apparsa all’improvviso al posto del modello coi guanti da forno e Chiara sobbalzando e arrossendo ha sentito una lacrima scivolarle da sotto il mento dentro la scollatura. Le dice “Ciao” con la voce più flebile di cui è capace mentre quella si illumina della luce del frigo aperto e inizia a riempire il ripiano a lei riservato con quello che tira fuori dalla borsa della Coop che ha poggiato su una sedia.
Chiara sussurra “Ti volevo parlare” e Cristiana si volta e la squadra: sembra che sappia precisamente quello che le vuole dire. Posa la bustina di parmigiano grattugiato, dice “Ti ascolto”, togliendosi l’altra borsa, tutta bagnata, coi libri di chimica che poi dovrà asciugare col phon, e le si avvicina. In piedi davanti alla finestra, dalle fessure delle tapparelle cerca di capire se ha smesso di piovere.
“Nicole non so se ti ha già detto qualcosa.”
Cristiana scuote la testa in un modo che non significa niente. “Comunque è il caso di darvi delle spiegazioni.” Lei respira profondamente, l’altra si siede. “La storia che mi ero lasciata con Michele, ti avranno detto che non era vera, che sono uscita con Lorenzo perché sono una troia o che ne so, perché non ci sto con la testa.” La voce che le manca alla pronuncia di “troia” non impedisce a Cristiana di rimanere impassibile. “Sì, con Michele stiamo ancora insieme, e ti dico la verità, non lo so perché ho fatto quello che ho fatto. Però quando vi ho detto – ti ricordi? – che tra me e Michele era finita, eravamo in camera mia, io piangevo come una matta – ecco, non è che piangevo senza motivo. Non sono mica Meryl Streep. È che avevo appena scoperto che mia sorella è anoressica, e non sapevo come dirlo, in qualche modo mi dovevo sfogare.”

“Chiara, metti tua sorella in mezzo? Cosa c’entra con chi ti sei scopata? L’ho vista una settimana fa che era in piena salute, tra l’altro.” I singhiozzi accelerano e si placano nel giro di un minuto e quando dice, un’ottava sotto, “Caterina sta male”, Chiara scatta in piedi, beve un sorso d’acqua dal lavandino e torna al tavolo con lo sguardo arrossato ma fermo. “Poi, dico, potevi dirlo subito che era per tua sorella, non saremmo arrivati a questo.”
“Ma non ci pensi a Nicole? Come facevo a dirle che piangevo per mia sorella, quando praticamente venivamo dal funerale della madre?”


Sulla home campeggia l’avviso Tatuati e piercingati. Scoprite la nostra selezione di ribelli, che la sta mettendo in difficoltà. Qualcosa sul polpaccio o su un polso è un conto, un tribale che prende tutto l’avambraccio un altro. Da quando ha aperto l’account su adottaunragazzo.it in ogni caso è riuscita a mettere nel carrello solo un tipo che avrebbe dovuto far parte della selezione di quelli che si radono il petto, se l’avessero pubblicizzata in un banner.
Gli aveva dato appuntamento al Verano il pomeriggio in cui  avrebbe accompagnato Nicole all’obitorio, quando lui si sarebbe preso una pausa tra le lezioni di diritto privato e di storia. Perché avesse chiesto proprio a lei di accompagnarla non le era chiaro, pensava che fosse perché si conoscevano da prima di andare a vivere insieme, lei si fidava di Chiara, le aveva detto che preferiva affittare le stanze del suo appartamento a perfetti sconosciuti, era più facile costruire un rapporto su una base concreta come le due mensilità di anticipo invece che sul tempo trascorso a scarabocchiare nomi di ragazzi sui banchi del liceo, però per lei faceva volentieri un’eccezione, dopotutto si erano perse di vista subito dopo la maturità, non le avrebbe fatto sconti e non sapeva, non avrebbe potuto sapere, che dopo l’obitorio avrebbe lasciato le sue mani percorse da tremiti incontrollabili per stringere quelle di Lorenzo di adottaunragazzo.it.

Sapeva di Michele, lo conosceva praticamente da quando lo conosceva lei, più o meno il secondo ginnasio, quella primavera in cui loro due si mandavano i messaggi della buonanotte e il giorno dopo in classe glieli faceva leggere per cercare di capire dalla sua faccia se quello che le scriveva era convincente o no, per sentirsi dire che le venivano le carie ai denti, lui non l’avrebbe mollata un attimo, si sarebbe buttato da un ponte piuttosto che lasciarsela scappare – come in effetti, con parole non così diverse, le avrebbe detto a Ostia quel giorno che prendevano l’ultimo sole prima della settimana di maltempo, quando lei pensava di ripetergli il programma che doveva portare all’esonero ma non ne aveva trovata la voglia, né allora né a casa di lui, dove l’aveva raggiunta la telefonata di Nicole, che non si capiva niente. 

Lei si era rifiutata di tornare a casa da suo padre, non avrebbe sopportato di vederlo nello stato che era la versione sublimata di quello in cui versava e che già sosteneva a fatica riflesso nel volto di Benedetta e Cristiana e nel suo, le poche volte che aveva il coraggio di uscire dalla camera, passare dalla cucina per prenderle qualcosa da mangiare ed entrare nella sua stanza illuminata dal display del telefono dicendo il meno possibile, perché niente si sarebbe potuto dimenticare, nemmeno l’invito a bere una tazza di tè, o la vibrazione che veniva dalla sua tasca a ricordarle che Michele aveva prenotato al giapponese.
A gambe incrociate sul letto ormai sfatto, mentre aspettava che suo fratello finisse di caricare le valigie in macchina – lo specchio e il materasso avrebbero noleggiato un furgone per portarli via –, non aveva potuto eliminare il suo account prima di tornare su quello di Lorenzo e al modo in cui le era apparso svegliandola da un sonno breve e pesantissimo la sera che doveva andare a mangiare il sushi ma aveva deciso di giocare col sito per appuntamenti al quale Nicole scherzando suggeriva di iscriversi anche lei; al modo in cui, all’edicola sotto l’edificio di Medicina legale, lui le aveva chiesto se tremava perché pensava che stavano facendo qualcosa di sbagliato e aveva abbassato gli occhi rendendosi conto che era una frase da fiction.
 

Nella sua stanza sulla Tiburtina, le sparatorie di GTA IV dall’altra parte del muro la richiamavano a sé più dell’odore di lenzuola tra cui non era mai stata. Aveva fissato il panorama notturno di New York su tela usato come testiera finché un punto rosa sulla cima di un grattacielo che non era l’Empire State Building non se l’era ritrovato negli occhi, accecante e minaccioso. Mentre gli restituiva i vestiti che avevano lasciati per terra dal lato del letto su cui era sdraiata a pancia in sotto, gli diceva che era fidanzata da quasi sette anni e non andava male. Lorenzo si era ravviato i capelli appiccicati sulle tempie dalla maglietta che gli entrava a fatica e aveva fatto la faccia di uno a cui non si potevano raccontare storie. Non si era accorta che il coinquilino aveva smesso di giocare e i rumori della strada entravano da infissi logori che non opponevano alcuna resistenza, rumori che la riportavano all’edicola dove avrebbe dovuto prendere il biglietto del tram e a La Figlia, I Cugini, Le Sorelle scritti sulle corone appoggiate lì accanto. Aveva detto “Non va male significa che in realtà è una merda”, e aveva cominciato a rivestirsi.

Nicole dopo uno spritz era impossibile che fosse ubriaca, ma aveva bisogno di una scusa e lui le aveva detto “Vaffanculo” già due volte, la prima quando le aveva spiegato che era al corrente del fatto che Chiara fosse uscita con uno conosciuto su internet, ma di andare in giro a dire che era tornata single, e dirlo in particolare a lei, alla quale lui credeva stesse tutto il giorno a tenere la mano, davvero non ne vedeva la necessità; la seconda, sottovoce, quando la barista del Caffè Irnerio gli aveva portato un latte macchiato, per sottolineare che se c’era uno che aveva bisogno di alcol a quell’ora del giorno era lui.
Michele con l’espressione delusa di lei non capiva che fare. Le aveva detto quello che sapeva, che anche Nicole già sapeva, e non aveva fatto scenate, come forse sperava. Voleva tenere per sé quello che aveva giurato di non rivelare ad anima viva, ma stava iniziando a dubitare della nobiltà della sua reticenza, ora che ce l’aveva davanti. In fin dei conti confrontare due sciagure non era necessariamente uno scandalo se una delle due sciagurate aveva appena rotto il patto di fedeltà che dopo anni era scontato, per quanto lo riguardava, che si rinnovasse da solo; e l’altra aveva perso un pezzo di vita.

Nicole sentiva sulla sua la mano di lui. Le diceva “M’ha fatto promettere di non dirtelo, e con me veramente ha parlato solo stamattina, era tutta la settimana che le chiedevo ‘Che hai?’, lo vedevo che non stava bene”. “Come faceva a guardarti in faccia, vorrei sapere.” “No ma chiamami Cornuto, a dirti la verità di quello non me ne frega niente, dopo che mi ha spiegato il motivo non ti voglio dire che la capisco ma ecco, la perdono.” Lei fissava il ghiaccio che si scioglieva nel bicchiere, la fetta di arancia ormai aveva toccato il fondo.
“Caterina te la ricordi, no? La sorella più piccola. Dice che è anoressica. E lo sai con Chiara quanto sono attaccate. Questa cosa la sta veramente massacrando, anche non potersi confidare con te, in questo periodo, coi tuoi guai. A me non lo diceva apposta, perché lo sa che non so tenere niente per me. Però non sarebbe stato giusto. Non ti dico che adesso lo è, ma almeno sai da che storia viene”.
Nicole era andata alla cassa e aveva pagato lo spritz e il latte macchiato con tutti gli spiccioli che aveva in tasca. Il ragazzo che aveva preso i soldi non le aveva fatto lo scontrino. Gli aveva dato del “Ladro” appena si era girata.

Vedeva Caterina al funerale, seconda fila a destra dell’altare. Portava un paio di leggings e gli occhiali da vista con la montatura viola – non si ricordava se aveva pianto. Era venuta a farle le condoglianze e aveva tirato su col naso vicino al suo orecchio. Profumava di pizza e vaniglia.



ILLUSTRAZIONI & OGGETTI & COLORE sottovuoto
PERSONAGGI & DESIGN Marta Sorte
TESTO Giacomo Buratti



martedì 25 marzo 2014

l'ABBONAMENTO

Gli sembra strano che, dall’altro lato, la coda sia così lunga. Perché sorbirsi tutta quell’attesa, quando basterebbe fare come lui e spostarsi davanti al secondo sportello, del tutto identico al primo. Aldo lo scopre presto. “Questo è lo sportello per i non abbonati.” L’impiegato gli sta indicando una targhetta con frecce varie, affissa vicino alla porta d’ingresso. “Lei ha l’abbonamento? Allora deve andare all’altro sportello.”
“Ah, grazie.” La stessa risposta che aveva dato molti anni prima alla madre, quando gli era stato detto di essere abbonato fin dalla nascita: “ah, grazie”. Del resto, la madre gli aveva anche spiegato che è diritto di ogni genitore, in quanto tutore legale del minore, abbonare i propri figli. In questo modo, mamma e papà gli avevano garantito tutta una serie di servizi, agevolazioni e priorità, per il resto della vita. “Ah, grazie.”
Gli abbonati possono godere di tanti privilegi e vantaggi riservati esclusivamente a loro, oltre a essere automaticamente iscritti al fondo pensionistico nazionale. “Ah, grazie.”
“E i non abbonati, mamma?”
“Non hanno nessun vantaggio.”
“E perché non si abbonano?”
“Non ne ho idea. Dovresti chiederlo a loro.”
Da quel giorno, era diventato il suo chiodo fisso. Però, quando gli capitava di parlare con uno di loro, Aldo non aveva mai trovato il coraggio di domandarglielo. In genere si vergognava, come spesso accade a chi pensa di essere un privilegiato, e temeva di ferire la sensibilità del non abbonato di turno. Altre volte, invece, era lui a sentirsi in difetto. Come quella sera in discoteca, quando aveva assaggiato il cocktail di Francesco e, volendo ordinare lo stesso, si era sentito rispondere: “No. Quello è nella lista dei generici. Tu, con la tessera dell’abbonamento, hai a disposizione molte più scelte, tutto quello che trovi nella Superlista!” Peccato che nella Superlista non ci fosse il cocktail che avrebbe voluto bere lui. “Ah, grazie.” Aldo aveva provato un certo imbarazzo e, di conseguenza, non gli era neanche passata per la testa l’idea di chiedere all’amico perché non si fosse abbonato.
Poi, non aveva avuto molte altre occasioni per porre la fatidica domanda. Non era facile conoscere dei non abbonati né avere a che fare con loro. Tutti i suoi parenti erano abbonati, tutti gli amici dei suoi genitori e anche tutti i suoi compagni di scuola.
Il caso volle, però, che al posto dei suoi vecchi vicini di casa si trasferisse una famiglia abbastanza stramba. La madre di Aldo, in modo eloquente, li chiamava proprio i Non Abbonati. Non l’aveva mai sentita spettegolare con le amiche come al solito, parlando del mestiere del marito o dei vestiti della moglie. Parlava solo del fatto che non fossero abbonati e, quando lo faceva, aveva sempre un’aria sospettosa. La cosa accresceva ulteriormente la curiosità di Aldo, curiosità che lui riversò soprattutto sulla figlia dei coniugi Non Abbonati. Quella ragazza gli piaceva. Aveva qualcosa di strano che attraeva Aldo. Forse, lo attraeva soprattutto l’idea di avere un’altra occasione per scoprire perché certa gente decidesse di non fare l’abbonamento. Iniziò un’opera di avvicinamento lenta e prudente, come quasi tutti i giovanotti che non hanno mai corteggiato una ragazza in vita loro. Per quanto stentasse a crederci, anche a lei piaceva. Cominciarono a vedersi tutti i giorni.


Aldo aspettava solo il momento giusto per domandarle per quale motivo lei e i suoi familiari non si fossero abbonati. In realtà, stava aspettando anche un altro momento, quello in cui avrebbe provato a baciarla. Pensò che avrebbe potuto tentare entrambe le cose alla Festa di Primavera. Fece ricorso a tutta la sua audacia adolescenziale per chiedere alla ragazza di andarci insieme a lui. “Mi dispiace, Aldo, non posso. La Festa di Primavera è riservata agli abbonati. Io andrò a quella della mia scuola…”, scuola per non abbonati, ovviamente. Neanche una settimana dopo, la figlia dei vicini si era fidanzata con un ragazzo non abbonato. “Ah, grazie.”
Imprigionato nella lunga fila di abbonati che aspettano di raggiungere lo sportello, Aldo ripensa ancora a quella delusione, la più grande della sua vita. Ricorda di esserci rimasto tanto male da andare a informarsi sulle pratiche necessarie per annullare l’abbonamento. Non era possibile, purtroppo. Un abbonamento non può essere annullato, può soltanto decadere in seguito al mancato utilizzo protratto per almeno dieci anni. Ma come fare a non usare l’abbonamento per dieci anni, dato che in ogni minima attività quotidiana c’è una discriminazione di fondo tra abbonati e non abbonati. Una volta che sei abbonato, non ne esci più.
Subito, gli tornano in mente tutte le cose a cui ha dovuto rinunciare a causa dell’abbonamento: viaggi, menù al ristorante, concerti, quelle scarpe da ginnastica trovate al mercatino dell’usato, un cane (Aldo voleva un bastardino ma la lista per abbonati comprendeva solo cani di razza… ah, grazie). Chissà quante altre possibilità di scelta gli erano state precluse dal fatto di essere abbonato.
I ricordi di gioventù risvegliano in lui un grande dubbio e gli viene spontaneo pensare che, anziché chiedersi perché la gente scelga di non fare l’abbonamento, ci si dovrebbe chiedere piuttosto perché lo faccia. A cosa serve davvero l’abbonamento? Sua madre gli avrebbe risposto elencando una lunga serie di benefici e privilegi, ma Aldo ormai ha capito che questi sono bilanciati da altrettanti svantaggi. Allora, a cosa serve davvero l’abbonamento? Probabilmente lo sanno soltanto i non abbonati.

TESTO Fabrizio di Fiore
IMMAGINE Stefano Stentwo Sergiampietri

 

venerdì 21 marzo 2014

S.A.S.N. scrittura automatica di social network

Prima parte

Un lunedì mattina di fine agosto ho provato ad inviare curricula alle aziende per trovare un lavoro.
A caso.
Le cose non si sono messe bene. Il periodo dell’anno, economico in generale, l’ufficio di collocamento chiuso di lunedì, la mia laurea poco spendibile.
Ho pensato allora di diventare scrittore, ma non avevo niente da dire. Niente di niente in assoluto.
Tuttavia non ho desistito, avevo un computer, connessione internet dei vicini e soprattutto tempo: ho provato con la scrittura automatica, una descrizione impersonale di quello che faceva la gente su facebook.
L’esperimento è durato una mattina da cui è uscito quanto segue.

Non me ne vorranno i miei amici digitali e reali che mi perdonano sempre tutto se evito di sostituire i loro nomi veri con nomi fittizi.



 scrittura automatica di social network

Sara si è messa con Tomaso (una sola s) di lunedì. Alle dieci e cinquantanove. Alle undici in punto, dunque un minuto esatto dopo il fidanzamento, Sara ha invece condiviso sulla bacheca un fenomeno in sé molto triste, circa alcuni cavalli, cavalli dell’ippodromo di San Rossore, che verranno abbattuti se nessuno se li piglia.
I due fenomeni, fidanzamento con Tomaso da un lato e cavalli morti dall’altro, moltitudini di cavalli da monta che verranno abbattuti, non possono certo apparire eventi scollegati, non lo sono, ma collegati tra loro indissolubilmente, così come lo sono le dieci e cinquantanove con le undici di mattina. Lunedì mattina.

Clara domanda a Simon, Francois e Coren se anche loro si trovino a Troyes, ma nessuno ha ancora risposto e sono già passati 42 minuti da quando Clara ha rivolto la domanda.
Quindi forse non sono a Troyes o forse non hanno voglia di vederla o altro da fare. Cosa, in questo lunedì d’Agosto? Cosa stanno facendo i miei omonimi francesi che non rispondono a Clara questo lunedì mattina? Saranno agli uffici di collocamento a cercare lavoro? No, il lunedì mattina è solo su appuntamento. Forse sono andati a portare dei curricula di persona. Deve essere così.

Carlos dice che “El nombre es lo de menos”, il nome è il meno. Ma in effetti lo spagnolo si capisce.  Non capisco bene cosa c’entri il commento con la foto del vecchio Carlito brigante che non rivedo dai tempi del whisky a Malta e della tristezza e degli oceani di autoreferenzialità. Carlos, nella foto, è con gente sorridente tutta intorno. Lui ha l’aria che fa di solito quando parla di soldi e del padre. Ad ogni modo, la definizione, El nombre es lo de menos, continua a non dirmi niente. Basterebbe leggere i commenti, ben sei, per capire forse il senso di quella frase, ma sono certo che non li leggerò. Ciao Carlos. Ci vediamo, sì.

Eby alle cinque e mezzo di stanotte doveva avere dei seri problemi a prendere sonno. Lascia testimonianza di questo disagio tramite una breve storiella edificante. È la storia di un uomo ricco che dà un cesto di spazzatura a un povero. Il povero lo svuota, lo lava e lo restituisce all’altro con dentro dei fiori. Perché, chiede il ricco? Ognuno, dice il poveraccio, dà ciò che ha nel cuore. Io l’ho trovata una storia orrenda, sviluppata molto male da quello che l’ha inventata, un finale tutto da rivedere. Il povero, nella spazzatura, avrebbe potuto cercarvi del cibo o qualcosa da rivendere o da riutilizzare. Invece niente. Lo svuota. Ma che senso ha? Lo lava addirittura. Non ha proprio senso e sono sicuro che adesso Eby stia ancora dormendo con la testa piena di stronzate e risentimento. Per lui è ancora domenica notte.

Anche Valentina ha avuto un lunedì mattina all’insegna della morale semplice e cara di Nonna Papera. Dice, in spagnolo, che le cose migliori della vita sono gratis. E vedi anche che non ti confondano. Valentina iniziava il suo lunedì molto probabilmente inoperoso con questa affermazione. Il punto debole della frase sta ovviamente in quel “migliori”, che lascia comunque un margine abbastanza ampio per cose non migliori ma fondamentali che verranno pagate a caro prezzo, probabilmente pagate da qualcun altro.

Celine, che è gemelli e sempre un po’ in ritardo sul presente, ha condiviso adesso la copertina di “Le Monde”. Si vede Armstrong, l’astronauta, con alle spalle il bandierone americano. Tutto questo perché ieri, ed ecco la lentezza di Celine, il tale è morto. Il primo uomo sulla luna è esploso in circostanze niente affatto misteriose e adesso non si dica che non era una figura scomoda e che quella storia non sia stata una montatura mediatica per il controllo delle coscienze, come già sostengono da anni i meglio informati.  

Seconda parte

È passato un anno e mezzo e io ancora mi rigiro tra le dita questo testo, tra le mie dita atrofizzate a causa del lavoro che me le impegna parecchio.
Con questa frase innocente non vorrei denunciare tra le righe alcun tipo di sfruttamento o pretesuccia sindacale di sorta, poiché dipende da me e solo da me che mi facciano male le articolazioni, per il mio riuscire a usare al computer solo l’indice e, in rarissime occasioni, il medio.

A un anno e mezzo di distanza da quel testo spensierato o forse disperato, mi rigiro ancora tra le dita metaforiche e contratte questi appunti sparsi e penso per un momento che sarebbe bello, come in quei film che ora non guardo più, sapere dove sono andati a finire i protagonisti della storia, come in Animal house, se poi la memoria non mi inganna.
Basterebbe controllare su internet, ma so che non lo farò.
Comunque ci siamo capiti: quei film che finiscono e si ha un supplemento di finzione. Ci è dato sapere che ne è stato dei personaggi. Sì, mi piaceva l’idea di ritornare ancora una volta su quelle persone con cui condivisi una mattina di agosto e vedere che ne è stato di loro.

Questo forse servirà a capire come sto io oggi, o forse a niente.
Forse semplicemente a concludere questo testo.

Cosa ne è stato dei protagonisti

Sara sta ancora con Tomaso. O forse è solo rimasta la spunta.
Pubblica una foto di sé, ad una vicinanza tale dall’obiettivo da mettere in rilievo la sua pelle, liscia, quasi bruciata per il flash della foto. È una foto che definirei intimista.
Non si vede la bocca, il luogo della seduzione; solo gli occhi, che guardano verso destra, verso in basso a destra e uno psicologo forse potrebbe dire se sta mentendo o dicendo la verità. Io no.
È una foto, ora ho capito, dove si riesce a vedere anche la bocca, ma quasi non si notava, a un primo sguardo. La bocca, come la linea del naso, sono semi-scomparsi per la luce del flash. Sara adesso lavora come ebanista, da qualche parte, nelle Marche, ha ancora una relazione sentimentale e ha messo una foto profilo in cui appare lievemente infelice, chissà se dipende dalla relazione, dal contratto di lavoro o da cos’altro.

Clara non domanda più niente a nessuno. È stato il suo compleanno e tutti le fanno gli auguri. Ha compiuto venticinque anni e insomma anche la piccola Clara sta crescendo e lavora in una qualche situazione di etichette musicali indipendenti, in una Francia che da quaggiù si presenta tres cool.
Io non so con esattezza, ma a giudicare dal numero di like che non ricevono i suoi articoli di musica inascoltabile che propone, Clara deve fare roba veramente molto interessante e innovativa.
Non lo dico per salvare me e le mie cose desolate che pubblico sul social network. No, non sono le solite chiacchiere per difendermi indirettamente dalle accuse sul valore artistico delle cose che faccio in relazione al riconoscimento che se ne ottiene.

Carlos ha quasi completamente smesso con i suoi commenti incomprensibili e ora posta soltanto foto di impianti sciistici innevati. Ricordo ancora il suo segno zodiacale eppure sono passati anni e anni senza mai cacarsi di striscio, neanche un saluto per Natale o un like a caso, o per pietà.
Sta leggermente imbolsendo, il vecchio Carlito e adesso mi chiedo se sopravvivrà alle annuali epurazioni che compio nel mio profilo facebook.
Se abbia ancora senso vedere queste foto, leggere questi brevi commenti ogni giorno che passa sempre più incomprensibili.

Eby, mi sembra di capire, aprirà un negozio di spezie e di riso e di té persiano, paese fantasmatico da cui egli proviene. Scrive ancora piccole storielle edificanti tipo quella del povero e del ricco e dei loro cestini, ma meno di un tempo.
In una recente riflessione parla dell’eterna lotta tra il bene e il male che poi sintetizza in un momento dionisiaco in cui egli si riconoscerebbe parte o parte integrante. La mia psicologia spicciola che raramente sbaglia mi porta a pensare che Eby continui a passare delle serate divertenti, che il negozio di spezie sia ancora notevolmente di là da venire e per il resto la solita bacheca zeppa di puttanate e donnine seminude postate da suo fratello maggiore.

Valentina è un mistero: forse si occupa di fotografia, che però è sinonimo da sempre di disoccupazione e povertà, almeno che tu non sia ricco di famiglia o trovi ospitalità in una mansarda. Quindi.
La trovo bene Valentina, fa delle foto abbastanza interessanti, ci sono dei riflessi, dei bianchi e neri in cui lei compare e scompare, io penso che dopo gli anni passati all’estero sia tornata a casa sua, come sempre accade, che sia tornata nel suo piccolo paese del sud e che là sia una sorta di profeta o fantasma e scriva frasi sibilline così da conquistare i ragazzi e le ragazze più belli di quando era una bambina e poi dedicarsi invece ai più sfigati e reietti del paese e agli animali in senso letterale, sempre per ragioni poco chiare, ma che si potrebbero leggere in relazione alla situazione socio-economica in cui lei si trova.

Che ne è infine della dolce Celine, del suo essere altrove, sulla luna, con un giorno di ritardo sul tempo presente? Pubblica una foto dell’estate, con la pelle color bronzo, lei che di solito è così algida. Ha i capelli corti, tiene in mano un cocktail dal nome esotico ed è con delle amiche attorno che fanno come lei.
Poi una foto di copertina dove un verbo all’imperativo e un’imprecazione americana invocano e impongono un immediato trasferimento a New York come soluzione alle problematiche in generale e in particolare a quelle del suo presente francese, dove le cose devono essere abbastanza statiche. Celine sogna ancora la luna ed è per questo che mi piace e le ho messo un like: a quella foto dove sta sul divano, quella in cui guarda verso l’obiettivo e non indossa le scarpe.


TESTO Simone Lisi
TITOLO & IMMAGINE FINALE
Enrico STR3S Giannini
IMMAGINE CENTRALE Fabio Carretti

martedì 18 marzo 2014

MOSTRArsi

È pomeriggio. Col sole finito da poco.
Pieno Inverno.
Pieno lo studio di vecchie che urlano che han fretta, han male, han da fare. Hanno tutte ragione di avercela con me. Perdo tempo con le ricette e le pressioni arteriose - la destra, la sinistra - così raddoppio gli attimi passati senza parlare.
Sono stanco e ammaccato. La testa mi scoppia e lo stomaco bestemmia con rutti silenziosi le tre aspirine prese di fila insieme all’acqua Lete.
La porta è socchiusa e l’ultima bronchite è uscita da almeno un minuto. Non se ne sono accorte, oppure hanno altro da fare anche loro, piuttosto che venire a smaniare a comando da me.
Finita non è finita. Lo sento che scalpitano.
Entra infatti una borsa di tela marrone con dietro una vecchia appassita. Ha capelli grigi sotto un basco da uomo, scarpe nere sfinite e un cappotto vecchio di panno, enorme per le quattro ossa che è la signora. Sotto il cappotto, un vestito leggero, celeste.
Invece di urlare buongiorno o buonasera - come le altre - sorride soltanto, mentre raggiunge la sedia davanti alla scrivania. Ha gli occhi viola e due seni che cascano morti dentro il vestito. Le mani sono smunte di freddo e coperte da una leggera peluria. È seduta da alcuni secondi e nemmeno una parola, questa santa. Sorride coprendosi la faccia con le mani, come fosse in preghiera.
Come state, rischio, ed è un bene, quello che sento nel sussurro. Poi un’occhiata dolce allo sfigmomanometro, per farsi capire. Che non è malata. È soltanto sola. E col freddo vuol misurare la pressione del cuore. Mi alzo, felice che non serva il computer e nemmeno troppa pazienza. Solo una stretta di laccio intorno al braccio, due numeri detti chiari: la minima, la massima. Mentre mi avvicino la donna si fa in piedi e si toglie il cappotto. E intorno è tutto un odore di armadio antico e aceto di mele. È smanicato il vestito celeste e le braccia che porge sono blu di freddo e lividi. Le metto il bracciale e inizio a stringere, a pompare l’aria perché si blocchi il sangue. La lancetta del mio aggeggio oscilla su e giù e la signora sospira piccole folate di alito pesante.
Da vicino, la sua pelle odora forte di barbabietola lessa. Nell’insieme gli odori hanno un qualcosa di familiare, sgradevole e conosciuto. Mi ricordano la casa dei miei nonni materni: un seminterrato quasi senza finestre, odoroso di pantofole sfondate, lesso rifatto con le cipolle e aceto per lavastoviglie. Più forte di tutti era l’afrore della pelle dei vecchi, specie se umida di sudore sotto le cento maglie di lana. Lo stesso puzzo di oggi.
Allora era il prezzo da pagare per stare al sicuro dai nonni, a leggere e guardare la tv delle casalinghe  senza sentirmi un infame. Il nonno se ne accorgeva che respiravo malvolentieri la sua aria e, per non perdermi, aveva trovato uno stratagemma: oltre ad aprire i piccoli lucernari e fare entrare l’ossigeno freddo di fuori, mi circondava di piccoli piattini con polvere di caffè appena macinato che, a suo dire, mangiava gli odori. Poi si metteva con me a leggere la nostra rivista preferita - “Cronaca Vera” - piena di omicidi, prostitute e delinquenti in canottiera. “L’Unità” invece, che arrivava in abbonamento tutti i giorni, non l’apriva nemmeno, l’usava per incartare le verdure dell’orto o per far riprendere la forma alle scarpe dentro le scatole. Mi raccontava le cose sconce che aveva fatto in passato e quelle che avrebbe continuato a fare se avesse incontrato delle maiale come quelle della rivista. Mi faceva paura e mi faceva ridere. Soprattutto non mi faceva domande. Spesso restavamo in silenzio per ore immersi nelle pagine di “Cronaca Vera”. Non si preoccupava di cosa sapessi delle cose del sesso e non mi chiamava per farmi sbrigare quando, con una di quelle riviste, sparivo in bagno per ore. Non si stupiva e non domandava delle macchie appiccicose alle pagine con la biancheria da uomo nel grosso Postalmarket di nonna, e se lei o la mamma lo facevano, inventava una scusa per me.
Adesso, mio nonno non c’è più e non c’è nessuno a proteggermi dalle domande delle donne e dai cattivi odori della vecchiaia. Sono rimasto solo, come questa anziana signora, siamo io e questa befana con i peli alle mani, e siamo, più o meno, il medico e il paziente che, a vicenda, ci meritiamo.
Mi concentro per non vomitare: su i numeri e i rumori della circolazione.
Centoventi su settanta, sentenzio, volgendo lo sguardo altrove per prendere aria. Perfetta aggiungo, come se i numeri da soli non bastassero a convincere entrambi. Ne è contenta, dice, e sorrido di rimando.
Avete bisogno d’altro? mi affretto a domandare, come fossi il salumiere e questo camice non fosse solo un rimedio all’umido e alla polvere della poltrona. Fa cenno di sì col capo, si alza di nuovo, prendendo la borsa, ma lasciando sulla sedia il cappotto.
Mi indica con un dito la porta dell’altra stanza, quella per le visite vere, col lettino e il resto. Mi dice vieni, dandomi del tu, come a un bambino. Apre la porta che non ho mai aperto, scivola dentro il piccolo varco che si è guadagnata e sparisce oltre la parete, accostando veloce la porta dietro di sé.

Sarà la quinta volta che vengo in questo studio e non ho visitato nessuno, nessuno per intero. Al massimo la gola di Tizio e le spalle di Caio, senza bisogno di farla tanto lunga, e senza mai lavarmi le mani. In fondo, non faccio che ricette. Quasi non mi alzo dalla sedia, preso come sono dall’essere indietro con lo stampare e il firmare. Richieste di esami, domande di ricoveri e certificati. Soprattutto certificati: di malattia per gli adulti che hanno un lavoro; di salute per i ragazzini che hanno una scuola; e di morte per chi non ha nulla da perdere e ha smesso di mentire.
So che nella stanza dove è entrata la vecchia c’è il lettino perché Irene me lo ha detto, forse me l’ha anche mostrato quando ci siamo conosciuti. Le aveva dato il mio numero un collega, dicendole che cercavo qualche lavoro extra, che ero bravo e che si poteva fidare. A me disse soltanto che lui non poteva più sostituirla, che era la mamma di Pasquale, un suo amico d’infanzia e che non la poteva lasciare nei guai. Aggiunse che era un po’ tirchia ma che me la sarei cavata.
È stato più o meno così, per una manciata di euro in tasca, che sono finito a giocare sul serio al dottore, per la prima volta in vita mia. E non potevo che iniziare da un posto di merda, un malandato studio di medicina generale a Barra, al piano ammezzato del civico 284 di corso Sirena: un posto dove non avrebbe dato troppo nell’occhio il mio non saper fare (o non volere fare).
In fondo Barra mi piace, sembra un paesino, sembra San Giorgio a Colonica, dove sono nato. È un antico comune che è stato mangiato dalla città, come molti paesi o comuni d’Italia. Se poi la città in questione è Napoli, è solo un po’ peggio.
A volte mi convinco di essere nato qui, di non essermi mai mosso.Bastano larghe strade di collegamento, una decina di capannoni e qualche brutto condominio gigante per trasformare un borgo in un quartiere
e la campa-gna in periferia. Per trasformare la gente invece ci vuole un po’ più di pazienza. Devi dare il tempo di morire a un po’ di vecchi, prima di parlare di metropoli. Non basta una colata di cemento a togliere del tutto l’odore di terra e di galline, come non è bastato un pezzo di carta con scritto su centodieci e lode a fare di me un figlio decente o un medico di paese, fosse anche un paese all’inferno.

Ancora non la seguo nello stanzino, se non con lo sguardo. Voglio prendere tempo. Non voglio trovarmi in una stanza da solo con lei. No, meglio se resto seduto e la chiamo. Meglio se torna indietro, a forza di sentirsi chiamare, e meglio se torna vestita, si infila il suo cappotto e buonasera. Invece niente, pare non sentirmi nemmeno. Dalla porta socchiusa comincia a venire un leggero olezzo di piscio, mischiato all’odore dei bachi da pesca. Mi tocca andare. Devo vedere che fa, anche a costo di vomitare.
Sono pronto a tutto, purché si faccia alla svelta. Nella sala d’attesa le donne - e i vecchi e i bambini che devono averle raggiunte - hanno ripreso a brontolare intercalando il loro regolare berciare con sonori lamenti a me incomprensibili. Il dialetto mi consola perché non lo capisco. Per lavorare qua non serve parlare, mi basta intuire, che è anche troppo. I pazienti entrano, si lamentano a comando e poi decidono come vogliono essere curati. Nessuno pretende di essere compreso. Non vogliono un medico, vogliono un pubblico che ascolti e una o due buste piene di farmaci, in base a quanto sono stati convincenti.
Nei casi più gravi di incomprensione mi affido all’istinto e alle prime impressioni. Io devo averne fatta una pessima da subito. Al mio arrivo, in ritardo e tutto trafelato per la corsa a piedi dalla circumvesuviana, le pazienti mi hanno guardato come si guardano le foreste di bietole o scarole, che dopo essere state lavate, pulite e bollite si riducono a una scodella scarsa - tutto qui??? -  dicevano gli occhi gonfi delle comari, deluse dal dottorino che sapeva ancora di latte.
Erano arrivate da almeno un’ora prima di me e ancora, dopo un’ora buona di ambulatorio, non si erano stufate di maledire la mia lentezza, l’assenza della dottoressa titolare, e poi di nuovo me: la mia presenza, il mio ritardo e soprattutto i miei antenati e miei morti.
Devo muovermi con la vecchia, se voglio uscire da questo ambulatorio prima di notte.


Entro deciso dove è entrata anche lei. Spalanco l’uscio con la mano sinistra. È una porta con la molla e mi torna indietro sul naso prima di sbattere alla parete, punendomi per il gesto inutilmente violento e teatrale.
La stanza non è che un rettangolo vuoto con un lettino nero, senza nemmeno un lenzuolo o un tovagliolo di carta. Accanto alla testata del letto c’è una lampada da dentista, vecchia di cent’anni, e alla parete due quadri orrendi col mare, i Vesuvi e tutto il resto. L’altra parete, quella bucata dalla porta, è vuota del tutto. Di fronte alla porta che dà sullo studio c’è un portone di ferro che sbuca su un cortile interno, o chissà dove, comunque è chiuso a catena. E la vecchia? Sparita.
È il naso che mi indirizza verso la preda, come anche in altre occasioni. In questo siamo simili, io e i napoletani, non sentiamo che puzzo dappertutto. L’odore di lettiera marcita veniva dalla parete nascosta a metà dall’anta dalla porta aperta e coperta da una tenda pesante di stoffa beige. Dietro la tenda un tramestio strano e incomprensibile, come di caramelle che si scartano e scope che spazzano a terra, con l’aggiunta ogni tanto di cinguetii simili a quelli di un topo.
Scosto la tenda col groppo in gola, gli occhi socchiusi e le palle rinsecchite nelle mutande. Deglutisco e guardo. La vecchia stava di schiena e rimestava contenta, con entrambe le mani, nella borsa posata sul pavimento dello stanzino appena scoperto. Ai lati della nonna, due gabbie striminzite con dentro un coniglio ciascuna. Nero quello a sinistra e bianco macchiato di grigio quello a destra. E come mangiavano quei carcerati. La borsa di tela della vecchia era tutta piena di roba per loro: grano, foraggio, erbacce e, a sentire dagli odori, anche un misto perfetto per fare il soffritto, con sedani, carote e prezzemolo..
Di nuovo i richiami della memoria. Il ricordo di una vita più vicino alle bestie che agli uomini. Le gore piene di girini e poi i girini nei barattoli coi buchi sul coperchio per farli respirare. Il retino del nonno e il suo ripostiglio invaso dagli animali che il babbo non mi faceva tenere in casa. I cani che pisciavano, si ammalavano e figliavano. E poi le gatte che non volevano farsi pigliare, e i morsi ai polpacci del nonno quando decideva di pigliarle per forza, e per forza farle allattare i gattini che io volevo tenere, non volevo vedere morire e che invece morivano subito, morivano sempre. Morivano tutti, nonostante gli sforzi del nonno, a ricordarmi - un morto alla volta - quanto le mie voglie fossero sbagliate.

Dagli da mangiare anche tu, mi dice la vecchia di spalle, appena si accorge che l’ho seguita,  svegliandomi dal film a occhi aperti che sto vivendo. Mi scruta un poco, poi toglie le mani dalla borsa e si mette di lato per farmi spazio.
Non so resistere. Sono con le mani immerse nel mangime, il culo all’aria e la faccia all’altezza dei conigli, quando questo vecchio travestito da befana mi palpa il sedere.
Me ne accorgo dal giallo dei denti che è un uomo. Nel momento in cui mi volto verso di lui e lo guardo da vicino, adesso che le sue mani stanno sul mio culo invece che davanti alla sua bocca, non c’è nessuno a coprire il nero delle gengive e i canini da lupo.
Adesso non è che un uomo. Un vecchio con l’alito di pesce e un vestito da donna. Non è che il fantasma smagrito di qualcuno, un tempo probabilmente, meno spettrale e sgonfio di oggi.
Sono di Pachi, mi dice a bassa voce, in confidenza, indicando i conigli. Sono l’unica di cui si fida, sua mamma a casa non li vuole, e qua non ci pensa, li lascerebbe morire. Io no, vengo ogni due giorni, che piova o che grandini. Lo dice lento e in italiano, come fosse un testamento. Annuisco in silenzio, colpito dalla sacralità della scena. Rimango immobile e domando chi sia questo Pachi. La vecchia (o il vecchio) mi dice, stavolta balbettando tra il dialetto e l’italiano - e continuando intanto a parlarmi piano, come ad un innamorato nel letto appena dopo l’amore -  che Pachi è Pasquale, il figlio della dottoressa Irene, e che adesso è a Parigi a studiare. Mi guarda affamata di un commento. Più che poco convinto o poco interessato, sono stordito e oltre a restare immobile adesso ho smesso anche di annuire. Allora il vecchio continua da sé. Mi dice che Pachi è un suo amico, lui è diverso, dice. È un angelo biondo, non è fatto per stare con a sfaccim ra gent di qua.
Scosto finalmente le chiappe dalle sue mani. Gli dico che i conigli starebbero meglio nelle nostre pance piuttosto che così pigiati in quelle gabbie e che il tale Pasquale mi è antipatico, perché è un ragazzino viziato, egoista e crudele con gli animali.
L’ho sparata grossa. Si fa serio, il travestito, ai miei rimproveri. Mi dice che non posso capire, che sono uno scemo di dottore, che penso di sapere tutto e invece non so nulla delle cose importanti e che non capisco nulla di conigli, figuriamoci di Pachi e Parigi. Dice che i conigli Pachi li amava come figli, se li sarebbe portati con sé se avesse potuto, e che prima o poi lo farà. È buffo mentre si agita a difendere il suo amico. Quando si ama qualcuno si diventa violenti e parziali. In amore non c’è posto per la compassione o la giustizia. Se i conigli quasi esplodono nelle gabbie appena più grandi di loro, pazienza. Finché campano e mangiano Pachi è contento e il vecchio con lui. In fondo anche a me interessa poco, ho smesso da tempo di prendere a cuore le bestie o le cose. La mia era solo una battuta cattiva, come mi capita di fare quando incontro qualcosa che mi assomiglia. Una cattiva battuta per farmi detestare un po’ più alla svelta, scegliesse lui se in quanto medico o meno.
Nonno è morto prima che diventassi dottore e potessi dargli la soddisfazione di pavoneggiarsi con i vicini o magari farsi visitare da me. Probabilmente non me l’avrebbe chiesto: si sarebbe lasciato morire senza costringermi a fingere anche con lui. 
La laurea ti serve, mi disse una volta che mi lamentavo di quegli studi che non mi interessavano e che avevo intrapreso per punizione, per mettermi alla prova da solo. Da’ retta coglione, la laurea ti servirà, è un po’ come per me la tessera del partito comunista a guerra finita: per quanto tua nonna piangesse o si lamentasse andava presa e basta, se si voleva lavorare e andare d’accordo nel quartiere. Poi una volta presa, una volta leccati i culi giusti, a casa si poteva continuare a pregare il Duce e la Madonna quanto ci pareva.
Se fosse stato un figlio di puttana furbo come raccontava avrebbe fatto fortuna, invece era soltanto un fesso, onesto e bischero come pochi. Servo di tutti i padroni possibili, generi compresi, si accontentava di fare felici gli altri per essere felice. Senza rinfacciare, senza smettere di sorridere, sincero come la sua faccia larga da pugile in bianco e nero sopra un corpo da asino.
Che direbbe vedendomi qui, a migliaia di chilometri da casa a sprecare i miei studi per becchettarmi con un pervertito in pensione. Probabilmente mi darebbe del coglione. Poi uno scappellotto. E poi si scuserebbe sinceramente con il travestito per l’intrusione, dandogli del lei, e orgoglioso le stringerebbe la mano e si presenterebbe come il nonno del dottore.

D’un tratto il vecchio con la sottana richiude le tende e mi spinge fuori. La dolcezza dell’inizio è totalmente scomparsa in questo scheletro irritato. Deve essersi offeso, come se seguendolo nello stanzino mi fossi impegnato in qualcosa che non ho saputo mantenere. Mi chiede se tornerò altre volte allo studio. Se mi chiamano, rispondo.  Borbotta qualcosa e mi prende il volto fra le sue mani leggere, come di gesso, e poi sussurra Se ti chiamano dici che mi hai vista, e che i conigli sono felici, hai capito?
Quando si gira per andarsene mi saluta di spalle, mentre si infila il cappotto, con un ciao ciao da checca qualsiasi. Io rispondo con uno sbrigativo arrivederci mentre torno alla poltrona e alla mia stufa sotto la scrivania. Sta per uscire, poi improvvisamente si ferma, si gira di nuovo verso di me e mi domanda E tu come sei finito qui?
Non posso sapere a che cosa si riferisse. Se al mio accento, che denunciava il mio essere in qualche modo straniero, o ad altro. La sua domanda probabilmente valeva di più delle poche sillabe sprecate per farla.
Non bastava dire che mi ero nascosto in questa città senza averla mai vista prima e senza averla più lasciata, nemmeno per un giorno. Che se voleva poteva chiamarla una fuga, e che sì, di solito si ha l’accortezza di scappare verso qualche cosa di meglio, ma qualche volta il peggio è più comodo. Qualche volta basta una mattina di treno per cambiare vita e sentirsi a casa. Molte volte un viaggio, breve o lungo che sia, serve solo a lasciare tutto com’è.
Avrei dovuto dire che sono a Napoli perché non mi piace curare la gente. La gente non mi piace. Sono a Napoli perché qua nessuno mi aspettava e non posso aspettarmi niente da nessuno. Sono a Napoli per non cambiare, per sentirmi dire che è vero che niente cambierà, potermi lamentare e imparare a morire poco alla volta. Sono a Napoli perché voglio stare da solo e non ho trovato di meglio di questa fogna sovraffollata per sentirmi al sicuro dalle persone. Sono a Napoli perché ho troppa paura delle bugie e solo dove sono infinite non fanno più male, nemmeno si sentono più.
Ci sono finito per sbaglio, mi limito a dire, è una cosa temporanea, in attesa di un concorso vero e di un lavoro serio. Lo dico senza guardarlo, mentre mi lascio cadere sulla poltrona con la smania di rialzarmi che subito mi prende nelle gambe e nelle mani. Voglio che se ne vada e basta. Ho capito, risponde senza aggiungere altro, nemmeno un risolino sotto i baffi o una strizzata d’occhi.  Due parole dette senza intenzione e gli occhi ancora puntati dritti su di me. E basta.
Sarà perché non sopporto le donne, o magari perché sono geloso; o forse perché, ora che so dei conigli, mi sento mancare lo spazio per muovermi, e scappare mi sembra ancora più urgente e impossibile. Sarà perché il coraggio di andare a Parigi a correre il rischio di stare bene, io non ce l’ho avuto; e come mio nonno mi sono nascosto a metà; e sono scappato in questa città senza natura a confondere le mie colpe con quelle più grandi degli altri. Oppure sarà semplicemente perché sono uno stronzo, un bambino con già i primi capelli bianchi intorno alle tempie se, tornato a sedere al sicuro dietro il mio computer e ripresa in mano la penna, gli chiedo E a te perché non ti ci porta a Parigi? Non sei abbastanza diverso? 



Io? Io che c’entro – risponde senza voltarsi, per nulla ferito, almeno nella voce.
Io sono vecchia e poi sono di Barra io, e qua le cose sono semplici, i diversi non esistono: ci stanno solo i maschi e le femmine, e io sò femmena.
Poi apre la porta ed esce dallo studio: scompare per prima la borsa appesa al braccio destro, poi finalmente anche la nuca e la schiena del vecchio non si vedono più. È finita.
Resto solo e in silenzio, come volevo. Prima che entri qualcun’altro mi alzo, cammino verso la finestra in fondo alla stanza e la apro. Mi godo il freddo. Il vapore e il rumore dell’inverno di periferia. Respiro a bocca aperta. Cambio aria in attesa del prossimo paziente. In pochi istanti i profumi del vecchio e dei conigli scompaiono. Lo studio si bagna di guazza, come le aiuole delle rotonde di fuori, e prende il sapore umido delle sere di gennaio.
Solo alle mie narici rimane appiccicato qualcosa di secco e fastidioso, come polvere di me. Avrei voglia di una doccia, per cancellare il sopore di ragù che ha la mia pelle quando mi agito. Entrare per intero in una lavatrice e farmi un giro. O magari di asfaltare anche le ultime aiuole di questa città, coprirle d’immondizia e poi dare fuoco a tutto. Oppure potrei tornare alle gabbie, aprirle e scappare insieme ai conigli sotto la prima auto in corsa sulla residenziale verso Gianturco. Invece resto immobile. Per sentirmi meno sporco, mentre rivoli di bagnata paura mi colano sotto le ascelle e lungo la schiena, non mi rimane altro che dire avanti e confidare che il prossimo paziente non mi deluda e sia almeno un po’ peggio di me.

TESTO Stefano Mussari

venerdì 14 marzo 2014

mani in pasta

Ci vediamo alla fermata Flaminio. L’appuntamento è alle 18, ma io arrivo con mezzora d’anticipo, per essere certo che mi trovi già lì. Il bluff funziona, perché nonostante Dalila esca dalla metro alle 18 spaccate mi chiede se aspetto da molto. Le rispondo di non preoccuparsi, spengo la sigaretta nel posacenere portatile e la invito a seguirmi. Lei propone Piazza del Popolo, ma io insisto affinché mi segua in un bar isolato di via Romagnosi, in una traversa di Via Luisa di Savoia, dove solitamente a quest’ora, nei giorni feriali, non c’è nessuno, e difatti ci siamo solo Dalila e io, seduti al bar. Le chiedo cosa ordina e anticipo il cameriere, per essere sicuro di pagare io. Torno con due acque toniche, le poggio sul tavolo e accendo una sigaretta.
È più alta di quanto pensassi, proporzionata, con un buon controllo della gestualità. Il viso è tondo, gli occhi distanti e le sopracciglia corrette, come ci si aspetta da una finta bionda: ha qualcosa della ragazza dell’Est, ma è ciociara. Il suo epicentro è la quarta, sfoggiata con frequenza nelle foto di Facebook ma adesso spudorata nella scollatura del vestito nero: un segnale che può essere interpretato come disponibilità o, al contrario, come agguerrita dichiarazione di intoccabilità. La cosa mi turba, ma non spaventa.
Mi racconta delle ricerche per l’università, dei disturbi di apprendimento dei bambini e del Ritalin. Non me ne frega nulla ma sto ad ascoltarla, in silenzio, più concentrato sull’uso delle parole che sui contenuti. È meno svampita di quanto vorrebbe dare a vedere: nelle sue parole c’è un sovraccarico di cliché e di considerazioni rubate, ma sa il fatto suo. Adesso, però, è tempo di andare al dunque.

«Ascolta. Starei qui a chiacchierare per ore, ma alle 19:30 devo scappare».
«Sì, scusami. Dimmi tu. Sono nelle tue mani».
«E fai bene. Il succo è che sei brava, e non sta a me dirtelo. Sei cosciente dei tuoi mezzi, degli stilemi espressivi e dei canoni estetici della poesia. Ho colto anche un certo citazionismo, correggimi se sbaglio».
«Assolutamente sì. Campana, Montale, sono i miei santini, li trovi almeno ogni dieci righe».
«E infatti. Lo squarcio rosso languente, no?»
«Sììì!»
«Brava, davvero, molto brava. Però, lo sai meglio di me, questo non basta».
«Lo so, lo so».
«Il problema è che oggi scrivono tutti. In Italia sono più quelli che scrivono…»
«… di quelli che leggono».
«Sì, Dalila. Le cose stanno così. Ed è colpa di Internet: chiunque può aprirsi un blog e postare le sue cose, e per di più ricavarsi un suo micro-pubblico. Prendi Facebook. Col discorso dei “mi piace” è come se tutti conducessero un loro one-man-show quotidiano: gli basta ricevere più di venti “mi piace” che si sentono delle star, o degli scrittori affermati. I quindici minuti di Warhol sono diventati secondi, e ormai ognuno ha accesso alla fama, che sia anche per così poco».
«Ma io non scrivo per la fama».
«Dalila, per carità, è quello che dicono tutti. Ma il problema ancora più grosso è che tutti sostengono di essere gli unici a non scrivere per la fama, e che sono gli altri a farlo, e a sostenere di non farlo, col risultato che ognuno si riferisce agli altri come alla “gente”, che ognuno è “la gente” di qualcun altro e che in questo marasma i pochi ad avere davvero talento, come te, non riescono ad emergere».
«Sì, è vero. Forse persino tu sei “la gente” per qualcun altro. Però magari per me potresti essere “l’agente”».

Dalila scoppia a ridere. Va avanti per un minuto, senza riuscire a fermarsi, un minuto nel quale io non tradisco una sola espressione, cosicché quando la sua crisi isterica si è esaurita, Dalila è davvero nelle mie mani, mortificata, finalmente docile, reverenziale.
È il momento.
Le dico che in un’epoca come la nostra, un’epoca in preda all’”espressionismo”, inteso nell’accezione di Charles Taylor, in un epoca nella quale l’arte non è più elitaria l’unico modo per farcela è trovarsi un mecenate. Dalila annuisce.
Il passaggio da qui al bagno del bar è troppo breve per meritare di essere raccontato. Quando torniamo all’aperto, Dalila, con le labbra ancora unte, mi chiede se una brava come lei ha possibilità di essere selezionata al concorso di poesia del quale sono un giurato. Le rispondo che sì, una brava come lei ce la può fare. Poi le dico che mi rifarò vivo io e vado via.
 

***

Se qualcuno me l’avesse predetto quindici anni fa gli sarei scoppiato a ridere in faccia. Cambiare sesso mi sarebbe sembrato più probabile che lavorare in un panificio. Adesso, dopo due anni, non potrei immaginare una vita diversa. Mi sveglio ogni mattina alle 5:30, raggiungo il laboratorio e nell’anticamera indosso camice, cuffietta e guanti, una profilassi che dubito sia adottata altrove. Poi impasto lievito e farina con calma e solennità, perché stando a recenti indagini impastare il pane aiuta a combattere la depressione – non che io corra questo rischio, ma riconosco i benefici anti-stress della manipolazione. Disposti i panetti a riposare nelle teglie, mi dedico a qualche condimento per la pizza. Verso le 7 mi raggiunge Carla, la mia compagna, un’illetterata che non avrei mai conosciuto se non in questo contesto: se non è abile a letto, lo è nel far quadrare i conti, e questo è sufficiente. Lascio lei a infornare e vado dietro il bancone ad accogliere i primi clienti. Qui inizia la parte divertente, quella che chiamo “la pantomima”, che si compone di varie parti: uno sfoggio subdolo di cultura dozzinale, inserendo qui e lì un “la fame non vide mai pane cattivo, come diceva Franklin” o un “pane e baci sono il vitto dello scapolo, come direbbe Swift”; un certo atteggiamento cavalleresco, con leggerezza sui crediti e disponibilità assoluta; ma, soprattutto, la mia dizione perfetta, inusuale per un panettiere, che è il mio gioco privato, quando fisso le pensionate negli occhi e diaframmatico snocciolo i soliti “Buonasera” “Arrivederla”o “Sembra  ringiovanita” solo per guardarle arrossire. Solitamente. 
Oggi, invece, per un puro caso, tenevo gli occhi bassi e stavo in silenzio, mentre la voce di Dalila ordinava tre rosette integrali.

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Da quando Dalila ha scoperto che il concorso di poesia non esiste mi tempesta di mail e chiamate, tanto che devo tenere il telefono senza suoneria per non insospettire Carla. Dopo giorni di minacce telefoniche, nascosto tra le auto del parcheggio nel tentativo di farla ragionare, ci accordiamo per un appuntamento. Fermata Flaminio, come l’altra volta.
In metropolitana immagino le trappole che Dalila può avermi preparato, tipo un amico pronto a rompermi le costole o dei microfoni nascosti nel reggiseno per rubarmi una confessione. Nel dubbio, ho con me il coltello.
Dalila mi aspetta fuori dalla fermata. Sembra un’altra persona. Ha il viso smunto, nervoso: tutto quello che dice è una bugia, ma la sua espressione di condanna è sincera. Indossa un completo da ginnastica fucsia, forse per essere visibile a distanza.
Mi guardo intorno in cerca di poliziotti in borghese. Dalila mi ordina di seguirla a Piazza del Popolo. Ci sediamo ai piedi dell’obelisco, lo decide lei. Poi va al dunque: vuole 10.000 euro per non denunciarmi. Non riesco a immaginare con quali criteri abbia determinato la cifra, ma non importa. Ormai sono alle strette, mi rimane un’unica mossa. Mi accendo una sigaretta e faccio tremare la voce:

«Dalila. Mi spiace per tutto questo, ma non è come credi. Tu non puoi credere che io sia davvero un panettiere, sei troppo intelligente per crederci. È tutta una pantomima, Dalila. Io sono Roberto Musili».

Il passaggio dall’impossibilità di credere a un’apparente boiata al crederci-nella-speranza-che-sia-vera è troppo breve per meritare di essere raccontato. Con le parole sono bravo e nonostante Dalila non sia la svampita che vuol far credere, il suo entusiasmo per l’ipotesi di trovarsi davanti Roberto Musili, lo scrittore che dopo aver incantato l’Italia nel 2001 con L’afflato sublime della gente comune, e aver venduto due milioni di copie, è sparito nel nulla, quest’ipotesi inverosimile trasforma Dalila in una bambina che ascolta una fiaba.
Le racconto che non ho retto al successo, e che per riconquistare la mia vita ho assunto il nome che uso oggi, e cambiato lavoro ogni due anni, inizialmente nella speranza di rimanere irrintracciabile, ma in seguito sviluppando l’idea di scrivere un nuovo romanzo che avesse per protagonista uno scrittore di successo che si ritira dalle scene per impersonare vite dozzinali, simili a quelle raccontate ne L’afflato, di individui invisibili e miserabili, l’ultimo dei quali è un intellettuale fallito ritrovatosi suo malgrado a lavorare in un panificio.
Nell’argomentazione della mia storia Dalila ritrova “tutta l’introflessione de L’afflato, con quell’originale mise en abyme postmoderna ma narrativa per la quale Musili è riconosciuto in tutto il mondo”, così dice Dalila. Il passaggio da questo cortocircuito a casa sua, e alle sue lenzuola, è troppo breve per meritare di essere raccontato.
 

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Devono trascorrere due mesi prima che ritrovi Dalila. È in tv, ospite di “Stalker”, il programma d’inchiesta di La7. Sembra un’altra persona. Dalila in realtà si chiama Francesca, è castana, non si corregge le sopracciglia e non ama le scollature. Ma soprattutto non è un’aspirante poetessa. Francesca, la fu Dalila, è una giornalista (come un italiano su 526, stando a recenti indagini).
Era da quattro anni che seguivo le sue tracce, dice Francesca riferendosi a me, da quando faceva l’idraulico, subito prima di inventare il personaggio dell’intellettuale fallito che lavora in un panificio, forse la più affascinante delle sue creature. È stato in quella fase, dice Francesca, che sono entrata in contatto con il nostro Zelig, fingendomi un’aspirante poetessa cascata nella rete di un finto concorso promosso su Facebook. La cosa divertente è che, messo alle strette, ha sostenuto di essere Roberto Musili in persona. Ma la cosa ancora più divertente è che probabilmente in quest’istante ci sta guardando. Quindi ciao finto-Roberto-Musili, sappi che le tue truffe sono arrivate al capolinea. Stai in ansia, finto-Roberto-Musili, perché tra un’ora o due busseranno alla tua porta, mi dice Francesca dal televisore.

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Sette mesi dopo Le mie vite altrui vince il premio Campiello. Dopo quasi dieci anni di silenzio Roberto Musili è tornato e la stampa lo acclama come il Carrère italiano, maestro indiscusso del non-fiction novel nostrano. Ho ricevuto un anticipo di 100.000 euro lordi da Bompiani e ne ho versati 9.999 sul conto di Francesca, la fu Dalila, come equo compenso per la fellatio che suggellò il nostro primo incontro, ma con una componente aggiuntiva di mortificazione, ovvero un euro in meno.
Al panificio, purtroppo, non lavoro più, assorbito come sono da presentazioni, interviste e comparsate televisive. Le mie vite altrui è un best-seller acclamato da critica e pubblico, anche se nelle recensioni si parla più dei miei dieci anni di latitanza che del contenuto del libro, che probabilmente nessuno ha letto.

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L’eccessiva visibilità ha il suo rovescio. A tre mesi dall’uscita di Le mie vite altrui ritrovo su La7 la giornalista Francesca, che evidentemente non ha ricevuto il versamento bancario, o che non ha digerito l’affronto dell’euro mancante, “in compagnia del vero Roberto Musili, che è qui con noi per rendere pubblica la sua intenzione di chiedere i danni economici e morali a colui che ne ha sfruttato il nome a scopo di lucro proditorio, ma soprattutto che l’ha costretto ad uscire dall’anonimato”. “Il vero Roberto Musili”, infatti, dopo il successo de L’afflato sublime della gente comune si era ritirato non tanto perché misantropo, quanto perché spaventato dall’improvvisa ricchezza: è stata questa paura a spingerlo a scialacquare i guadagni derivati dal romanzo nei primi due anni dalla pubblicazione tra gioco d’azzardo e prostituzione. Ma dopo otto anni di miseria, “il vero Roberto Musili” vuole che ciò che è di Cesare torni nelle tasche di Cesare.
 


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Sei mesi dopo “il vero Roberto Musili” è stato arrestato. Ho dovuto dar fondo a 90.000 euro per assoldare avvocati dai superpoteri, che facessero passare “il vero Roberto Musili” per un mitomane. Mi è rimasto un euro, che avrò premura, non appena riuscirò a rintracciarla, di spingere in fondo al colon di Francesca, la fu Dalila. Fatto questo, ricomincerò da zero, ancora una volta, e poi così per sempre, ad libitum.

IMMAGINI Luca Lenci