martedì 23 dicembre 2014

IRIS


Lei non sapeva che esistesse una perversione del genere e non era sicura se considerarla una forma di feticismo. Conosceva queste canzoncine pop e le canticchiava a bocca chiusa, mentre masticava. Diceva che era merito mio se era sazia di una felicità che non aveva a che fare col cibo che ingoiava.

Io volevo diventare una SSBBW perché non sopportavo il pensiero che mio marito filmasse un’altra donna. Avevo deciso di ingrassare perché se da centotrenta chili fossi arrivata a pesarne centottanta, non avremmo dovuto coinvolgere una terza persona e la cosa sarebbe rimasta tra me e lui. 

Eravamo entrambi senza lavoro e stavamo mangiando noodles piccanti quando ho aperto la foto e a momenti mia moglie non mi rovescia il brodo addosso.

Una così non potevamo mica cercarla per strada e non c’erano i siti dove se vuoi una donna senza una gamba, alta uno e novanta coi capelli verdi e il piercing al sopracciglio, la trovi in due minuti. Ammetto di averla odiata dal primo istante.

In chat io ero Hansel_64 e lei Iris. Mi ha raccontato che da bambina passava ore davanti allo specchio afferrando e rilasciando il grasso che l’avvolgeva come una ciambella e senza che sua madre la scoprisse si chiudeva in bagno con tutto il cibo che riusciva ad accaparrare e mangiava fino a star male. Desiderava che il suo corpo scoppiasse come una crisalide e rivelasse la vera se stessa nascosta sotto pelle. Coltivava farfalle e ne aveva una tatuata sulla spalla.

Non c’è nulla di più patetico di una cicciona con la passione per le farfalle. Non volevo dipendere da lei. 

È stata di mia moglie l’idea di sfruttare la perversione degli ammiratori del grasso. Navigando in rete aveva scoperto una serie di forum sulla fat admiration: uomini che si eccitano al pensiero dell’aumento del peso corporeo di una donna. È una forma di feticismo nata negli Stati Uniti che ha preso piede anche nel resto del mondo. Eravamo convinti di far soldi perché molti utenti avevano pubblicato annunci in cui si dichiaravano disposti a pagare i video di SSBBW filmate nell’atto di ingerire cibo. 

Dovevamo rispettare i gusti di chi avrebbe acquistato i video e secondo le tabelle dei forum io non ero una SSBBW. Sarei diventata una super-sized big beautiful woman se fossi arrivata a pesare centottanta chili, così ho raddoppiato i miei pasti. Facevo due colazioni. Una alle 7:30 e una alle 9:00. Uova fritte, pancake sciroppati, merendine e un litro di succo di frutta zuccherato. Alle 11:00 due barre di cioccolato e una bibita gassata. 

L’accompagnavo da McDonald’s e mangiava di nuovo alle 15:30 e alle 17:00. Crepes, salumi, altra cioccolata, patatine, maionese. Beveva birra. A cena ramen, che è a base di brodo preparato con lardo, carne di maiale e olio, oppure un calzone fritto, Coca Cola e gelato. 

Non andavo a letto prima di aver ingurgitato una tazza di cioccolata liquida con biscotti al burro o un Deep-Fried Mars Bars, un dolce che si prepara friggendo una barretta di cioccolato Mars in pastella. Stavo mettendo su peso, poi mio marito ha voluto che facessi dei controlli, mi hanno diagnosticato il diabete e ho deciso di darci un taglio. 

Internet non aveva ancora sdoganato un certo tipo di pornografia. Per noi era un vantaggio, poi le cose sono precipitate. 

Non avevamo la webcam ed era compito di mio marito trovare la SSBBW adatta. Diceva che scrivere era una scocciatura perché non aveva le dita veloci come chi passa la vita in chat. 

Su un canale frequentato da utenti sovrappeso avevo conosciuto una SSBBW che lavorava come infermiera al San Camillo. Quando ha compreso le mie intenzioni ha smesso di rispondere. Era difficile trovare donne di quelle dimensioni, poi una sera ho conosciuto Iris, le ho chiesto di inviarmi una foto e lei non si è fatta problemi a spedire il file.

Era al lago di Bracciano, sotto un albero che le faceva ombra, e indossava un due pezzi inghiottito dalle pieghe della carne. Era enorme. Era un’opera d’arte. Ho detto a mio marito che se fossi stata così grassa non avrei perso tempo, avrei aperto il frigo e gli avrei detto di accendere la videocamera. Non c’erano dubbi che fosse una SSBBW. Ovviamente voleva che mio marito le inviasse una sua foto e su mia insistenza ha specificato che non cercava un partner: voleva solo sapere se le avrebbero fatto comodo dei soldi extra. 

Lavorava in un’agenzia viaggi sulla Tuscolana e quando le ho spiegato le nostre intenzioni non ho ricevuto messaggi per qualche minuto e ho pensato che si fosse disconnessa.


Lo so io che stava facendo. Stava controllando che i forum degli ammiratori del grasso esistessero davvero, perché dopo un po’ scrive: ”Questi uomini dovrò incontrarli?” “No” risponde mio marito. E lei scrive che non è una decisione che può prendere sul momento e vuole parlargli di persona, la scrofa. 

Ci siamo incontrati il giorno dopo davanti alla metro Giulio Agricola. Era voluta venire anche mia moglie, che ha aspettato in macchina. Io ero sceso un semaforo prima. Iris stava davanti a un bar e gettava ombra sui tavoli alle sue spalle. Aveva il viso coperto da grandi occhiali da sole, mi eguagliava in altezza e mi superava in larghezza. Vedevo la macchina in doppia fila. Il finestrino era abbassato. Mia moglie fumava e ci fissava. 

Volevo vedere come avrebbe fatto a incastrare quel suo culo su una delle sedie del bar. Ma non sono rimasti lì, hanno attraversato la strada e sono entrati nel portone di un palazzo. 

Avevo la camicia madida e attaccaticcia. Si stava stretti nella sua cucina e lei guardava da ogni parte, come se seguisse il volo di un insetto. Aveva la bocca molto piccola rispetto al viso e i suoi occhi erano stretti come fessure per via degli zigomi carnosi che spingevano verso l’alto. I capelli le ricadevano sulle spalle coprendo la farfalla tatuata. Molte donne sovrappeso, compresa mia moglie, si mangiano le unghie, per questo mi aveva colpito che avesse mani curate. “Nessuna menzogna, nessuna vergogna. Che poi i primi a vergognarsi siete voi, che fate tanto gli spavaldi e alla fine spedite foto fasulle.” Aveva questo modo di fare schietto mentre parlava degli uomini deludenti che aveva conosciuto in chat. Indossava un abito largo di cotone che le lasciava scoperte le caviglie larghe e ho apprezzato quando ha detto: “Non credo che se da bambina avessi saputo che da grande avrei odiato il mio fisico, avrei avuto la forza di impedire che ciò accadesse.” Una voce esile, inadatta a quel corpo. La capivo. Era così anche per me. Ora ho perso molti chili, ma prima, anche per l’ernia… non c’è bisogno che lo dica, le mie foto sono apparse su tutti i telegiornali… Le ho chiesto se avesse allergie e se ci fosse qualcosa che non le piaceva mangiare. “L’unica cosa che detesto è chiudere un pasto senza dessert.” Mi è scappato da ridere e i suoi occhi sono diventati due tondi piccolissimi quando ha saputo che con mia moglie - non le ho mai nascosto di essere sposato - avevamo deciso di offrirle il trenta per cento del ricavato sui video. Pensavo che non avrebbe accettato perché si sarebbe esposta a rischi che avrebbero potuto compromettere il suo lavoro, invece il trenta andava bene, andava bene ogni cosa dicessi, tutto stava correndo molto velocemente. Mi ha portato in camera e quando ha aperto un cassettone e ha tirato fuori la biancheria che avrebbe voluto indossare durante le riprese, mi è sembrato che fosse più entusiasta di me. Poi qualcosa si è mosso vicino alla parete, spaventandomi. Erano farfalle. C’era una teca di vetro piena di farfalle dalle ali scure. Le allevava lei: un passatempo che la rilassava e la faceva stare bene. 

Il contatto con la clientela era diretto e il pagamento in contanti. Ora sarebbe tutto più discreto. Farei trasferire il denaro su un conto PayPal così i clienti non sono obbligati a condividere i dati della carta di credito. Chiederei un anticipo, caricherei il video online protetto da password e una volta saldata l’altra metà, fornirei il codice d’accesso.

Tranne che in un caso, Iris non ha mai saputo i nomi dei “cercaciccia”, come li chiamava mia moglie, né loro il suo, che non era Iris. L’aveva scelto per chattare perché Iris è la specie di farfalla che allevava. Erano farfalle sciafile, che è la disposizione di alcuni esseri viventi a vivere all’ombra. Le sembrava perfetto per una donna che trascorreva la maggior parte del tempo a casa e usciva per chiudersi tra altre quattro mura zeppe di locandine di mari azzurri e scaffali con cataloghi di località soleggiate che sfogliava per i clienti dell’agenzia. Non andava nemmeno al mare da quella volta che una donna le aveva chiesto se poteva rivestirsi perché il suo fisico era motivo di confusione per il figlio. Allora aveva iniziato a scoprire i laghi intorno Roma, innamorandosi di quello di Bracciano, con le sue sponde isolate e quasi sempre all’ombra.

Ho letto che giravano con luci morbide e soffuse per non disturbare quello schifo di farfalle.

Avevo trovato lavoro come centralino dell’AMA. Postazione, cuffie, PC, macchinetta del caffè e pausa pranzo di un’ora, ma a casa evitavo di tornarci perché era diventato impossibile vivere con mia moglie. Trascorreva il tempo davanti alla tv, continuava a bere birra e a criticare i video di Iris dicendo che nessuno li avrebbe acquistati, invece gli affari andavano a meraviglia. 

Iris era quello che volevo essere e aveva quello che volevo avere.

Ogni tanto, per passare il tempo, mi scriveva da casa o dall’agenzia ed ero in pausa quando sullo schermo del PC ho letto: “Il rumore del suo inguine contro le mie natiche è di schiaffi ben dati mentre assecondo il ritmo portando il cucchiaio dalla bocca alla vaschetta da un chilo.” Che c’entrava adesso quella storia? L’ho chiamata al cellulare e non mi ha risposto. Un attimo dopo mi chiama mia moglie, che con voce spaventosa dice: “Ci sono io, nuda sul letto, che mangio Häagen-Dazs mentre lui mi prende da dietro.” 

Volevo vedere da vicino quanto fosse grassa, magari riuscire anche a toccarlo quel grasso e farmi un’idea di come facesse a vivere con tutta quella roba addosso. Era sabato. Sapevo dove viveva e quando ha aperto la porta – m’ero fatta tre piani a provar campanelli prima di trovare quella giusta – ho capito che ci saremmo dovuti affidare per sempre a lei perché io non sarei stata una super sized nemmeno se avessi ripreso a nutrirmi di ramen e Mars pastellati. Mi sono presentata e lei era tutta risolini mentre mi faceva entrare, felice di conoscermi perché mio marito le aveva parlato di me e non la finiva di ringraziarmi per averla coinvolta in quella che, sapeva, era stata una mia idea. Certo che era una mia idea. A lei non sarebbe venuta in mente perché aveva il cervello pieno di grasso. Ha messo su il caffè e io volevo vedere che aveva in frigo, quali schifezze l’avevano trasformata nell’obesa che era, invece ho detto che mi sarebbe piaciuto dare un occhio alla stanza dove giravano i video e lei mi ci ha portato, felice e contenta, camminando come un elefante e dicendo che, prima o poi, se non fossi andata io da lei, avrebbe chiesto a mio marito di organizzare un incontro perché ci teneva a conoscere la donna che aveva sposato. Blaterava che eravamo una coppia felice. Non ne sapeva niente. Non la stavo a sentire, guardavo le farfalle: volavano e avevano le ali nere. 

Una cosa che non sarebbe dovuta succedere fu che Iris, a mia insaputa, si era iscritta a un forum di fat admirer e mi aveva assillato affinché accontentassimo un cliente che aveva avanzato una proposta impossibile da rifiutare. 


Quando è andata a versare il caffè in cucina, ho raggiunto la cassettiera piena delle schifezze da quattro soldi che si metteva addosso. L’ho annusata, sapeva di vaniglia e in mezzo a mutande e reggipetti grossi come tovaglie, trovo questo quaderno scritto con una calligrafia leggerissima, come se avesse avuto paura di rompere la penna. All’ultima pagina leggo: “Il cibo è l’unico piacere che mi soddisfa, anche se un aspetto della mia storia che non dovrebbe essere ignorato è che la fame passa in secondo piano quando ti pagano per riempirti la bocca.” Poco più sotto c’era la descrizione di mio marito attaccato alle sue chiappe e non sono andata oltre perché ho sentito i passi pesanti lungo il corridoio. Ho chiuso il cassetto e quando è entrata con le tazzine in bilico sui piattini, ho fatto in modo che si mettesse tra me e la teca di vetro. La sua pancia sfiorava la mia. Perché non potevo avere i suoi chili? Bevevo a piccoli sorsi, cercavo di sorridere, poi lei posa la tazzina, mi guarda le mani e dice, con quella voce disgustosa: “Non dovresti mangiarti le unghie.” 

In quel video stacco la Sony dal cavalletto e senza smettere di filmare prendo una pastella dal vassoio. Mi sporco le dita e le faccio gocciare lo sciroppo sul seno abbondante. Le riempio la bocca, mi lecca le dita, canticchia guardando in camera e alla fine le porto un asciugamano con cui pulirsi il corpo. Poi il gelato, perché il cliente, un uomo molto magro e ricco, avrebbe pagato il doppio se lei avesse mangiato Häagen-Dazs mentre faceva sesso con il feeder, colui che l’aveva imboccata, una fantasia molto accesa tra gli ammiratori del grasso. Mentre filmavo si è sentita male e ha vomitato sulle lenzuola. Mi ha guardato, gli occhi arrossati dallo sforzo, la bocca sporca di Häagen-Dazs, e mi ha domandato se dovevamo girare ancora. Mi sono staccato dalle sue natiche e le ho detto che di materiale ce n’era a sufficienza: avrei tagliato la parte in cui dava di stomaco, anche se non era da escludere che il cliente avrebbe apprezzato.

Era un donnone da duecento chili, ma è bastata una buona spinta per mandarla contro la teca che si è frantumata liberando una nube di farfalle.

Sapevamo di essere andati oltre e mentre interrompevo la registrazione e recuperavo i vestiti dalla sedia, facevo finta di non accorgermi che lei tentava di capire se fossi triste di quanto successo. Con la testa ero altrove. Pensavo a mia moglie e credo che lei lo sapesse.


Mentre cercava di rialzarsi, il vetro le feriva le mani e urlava e scivolava cercando di respingermi. Le fui sopra, centotrenta chili sull’addome, anzi, centoquaranta, perché dieci ero riuscita ad accumularli, e siccome lei era piena d’aria, di merda e del grasso che volevo dentro di me, ha rilasciato una scoreggia così lunga che ho creduto che si sgonfiasse fino a sparire. Allora ho preso un pezzo di vetro ed è stato come sventrare un materasso. Urlava, la scrofa. Il PC era sul letto. L’ho acceso con le dita viscide e dopo aver contattato mio marito in chat con l’account di Iris, l’ho chiamato e controllando a malapena la voce ho ripetuto: “Ci sono io, nuda sul letto, che mangio Häagen-Dazs mentre lui mi prende da dietro.”

Per la gravità della telefonata avevo lasciato la postazione senza preavviso e in tre fermate di metro ero a Giulio Agricola. 

Sono rimasta immobile sul letto finché non ho sentito suonare alla porta. Non ricordo di aver aperto. Ricordo solo che era lui. 

Era lei. Ferma sulla soglia, gli occhi spenti e lontani, insanguinata e tremante con alcune farfalle incastrate nei capelli e una poltiglia bianca e molle tra le mani che solo dopo essere entrato in camera da letto, ho capito essere una porzione del grasso sottocutaneo estratto dall’addome di Iris. Il corpo era riverso sui vetri. Le farfalle volteggiavano sulle ferite e alcune si erano posate sui lembi insanguinati dello squarcio addominale, da dove sembravano uscire. Era una buona donna Iris e non è stato facile, poi, sbarazzarsi di tutta quella carne.


testo di L.Filippo Santaniello
immagine di Patrizia Beretta

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