venerdì 18 ottobre 2013

tornare

"LETTURATORE" presenta:
tornare

Metti che laggiù non ci sia il mare
metti che quei palazzi siano così alti da macchiare il cielo
metti che le strade siano rumorose, gli autobus affollati
metti che l’inverno sia troppo rigido, 
le estati soffocanti
metti che il vento soffi nei colletti,
che la nebbia faccia spavento




Metti che la casa sia fuori mano
metti che il letto cigoli
che le lenzuola siano ruvide
metti che non ti abituerai mai ai condomini,
agli ubriachi che gridano per strada
ai topi e agli arrotini del sabato mattina


 


Metti che i soldi non ti bastino
metti che la gola ti si arrossi
che non ci sia nessuno la fuori a prendersi cura di te
metti che le persone non capiscano il tuo umorismo
metti che la birra sia annacquata
metti te in una stanza e una bolletta in attesa sul comodino




Metti che nulla sia come ti eri immaginata
metti che i giorni diventino tasselli grigi e scivolosi
metti che ogni cosa che stringi sia in affitto, o di passaggio

Metti che ti venga voglia di me

Potresti anche tornare a casa
un giorno di questi



testo: Martin Hofer
fotografie: Giulia Mangione 

martedì 15 ottobre 2013

SAGHE MENTALI _ episode 01

li FILMI INVEDIBILI presenta


Titolo: Saghe mentali_ Episode I
Regista: Lucas Hurt
Durata: ‘212 e passa
Genere: pesante
Produzione: Francia / Stati Uniti
Cast: Francois Debordant
Casa di produzione: Onan Productions
Sinossi e nota critica: Un uomo si interroga sul significato della vita in sei film dalla durata spropositata. Una sedia. Una telecamera fissa. Oltre 2400 minuti di silenzio. Una produzione che si è rivelata insopportabile perfino per Terrence Malick, contattato inizialmente dalla Onan per dare vita all’ambizioso progetto.
A raccogliere la sfida ecco dunque il cineasta olandese Lucas Hurt, già autore delle incontinenti pellicole Kolossal e La storia del mondo: dai primi vagiti a un futuro lontanissimo.
E, niente, non c’è molto da dire su questo primo capitolo della saga.
La bravura di Francois Debordant aiuta a sopravvivere ai primi 30-40 minuti di elucubrazioni, pause, ipotesi, citazioni, metafore, incisi, riflessioni, paralleli, teoremi, dimostrazioni ed excursus, ma poi il film inizia ad accusare i primi cedimenti.
Fra uno sbadiglio e l’altro giungiamo a stento all’ultima scena: dopo 20 minuti di silenzio nei quali Debordant guarda dritto in camera con aria assorta, l’uomo beve un sorso d’acqua e poi esclama: “Il significato della vita? E che diavolo ne so io!”.
Un finale se non altro irritante che i critici hanno generosamente definito “misterioso, provocatorio, una premonizione post-moderna su quello che saranno i prossimi capitoli della saga”. E su questo, sfortunatamente, non possiamo che essere d’accordo…

Voto: 5
testo: Martin Hofer
cover: frattozerø

lunedì 7 ottobre 2013

Joaq and the Land

li CIDDì INVISIBILI presenta



Artista: Joaq and the Land
Disco: Seven and 7
Etichetta: Soiled
Anno: 2013
Genere: Alt math rock, Elemental post-rock
Voto: 8

Da diversi anni le gesta dei Joaq and the Land riecheggiano tra i blog di mezza europa.

La caratteristica che fa strappare i capelli dei loro fan è l'utilizzo di tre palchi durante i loro rari live set.
Il pubblico nel mezzo dei tre palchi si ritrova protagonista di una esperienza sensoriale multidimensionale e avvolgente.
Il palco centrale, quello -teoricamente- di maggiore richiamo, vede tre percussionisti defilati ai lati -e armati non solo di batterie ma anche di marimba, cajon, tabla, caisa e oggetti d'uso comune come tubi di scolo e bidoncini della spazzatura modificati- avvicendarsi  agli strumenti e stendere basi ritmiche ovattate ed esoteriche. Nell'area di mezzo si esibiscono danzatori moderni e alcuni cantanti che talvolta si alternano in litanie incomprensibili di stampo chiaramente islandese.
Sui rimanenti due palchi che avviluppano gli spettatori completando l'enneafonìa (3 canali per 3 palchi) si avvicendano gli altri 6 strumentisti, tra chitarre, basso, archi e tastiere a profusione. Dietro di loro fenomenali proiezioni di frattali e di natura, sincronizzate alle ritmiche algebriche e inquietanti.

Se i Tool facevano uso di sequenze numeriche nelle loro metriche testuali e compositive, anche Joaq and the Land sono permeati di numericità.
Affascinati da Descartes e Fibonacci, cultori di Riemann e Turing il triplo trio (!!!) danese trova linfa dalle cifre come naturale codifica della vita.
L'apertura del nuovo disco è assegnata a "Homotetic", tratto d'unione tra questo Seven and 7 e il precedente e fortunato "Arythmic Pulse", dove il collettivo preferisce non dispiegare subito tutti i mezzi a disposizione, ma partire lento per lasciare piatti ben più succulenti al resto del disco.

La seconda "The Land Of The Three" è una perla di scuola Sigur Ros che dopo un cadenzato quanto interminabile saliscendi emotivo esplode in ruggiti chitarristici di epica magniloquenza.
In "Spring '13", dedicata ai tragici disordini in Spagna e Francia, si avverte appieno la discesa nell'oscurità che Joaq and the Land vogliono trasmetterci. Alcune campane tibetane rintoccano un ritmo dispari per un piano lugubre e per la voce splendida si Kristine Ligier, quanto basta a riempire di vuoto il cuore e a far versare una lacrima.
Ancora diversa è invece "Collapse and Rebirth", un baccanale in cui tutti i membri del gruppo, suonano uno strumento ad arco in tempi diversi fino a ricongiungersi nell'ultimo giro del pezzo, il tutto accompagnato dai gorgheggi asimmetrici della Ligier e di una Vivien Foster in grande spolvero.
Lo strumentale "Rain Will Fall On Us" chiude i 58 minuti di Seven and 7, a testimonianza della grande padronanza dello spettro emozionale facilmente adattabile a situazioni cinematografiche in possesso dei danesi.

Iconografia scarna, fenomeno lontano da hipsterismi ma cresciuto esclusivamente sulla rete, Joaq and the Land si inseriscono tra la tradizione post rock, certo dark e il math rock.
Non spazzeranno -per ora- l'ombra gettata dalla monumentale presenza dei Sigur Ros, ma ne rivedono buona parte degli schemi.
Forse non li vedremo mai dal vivo in Italia ma chi ha voglia di una rivelazione forse ha trovato un piccolo grande tesoro.
     
testo: Marco Scaltriti
illustrazione: frattozerø