martedì 30 aprile 2013

Ray Zamudo

li CIDDì INVISIBILI presenta


Artista: Ray Zamudo
Disco: Ulysse de Joie
Etichetta: Mundo Louco
Anno: 2013
Genere: Etnic-fauna, cultural-ambient, animal, pedagogic
Voto: 9

Sono passati mesi ormai dall’uscita di “Flamingo Love”, il singolo con cui Ray Zamudo ha stupito la scena musicale internazionale. Sinceramente, nell’ambiente si pensava che non sarebbe mai stato seguito da un vero e proprio album, forse anche a causa dell’inquietante utilizzo del brano nella pubblicità di detergenti intimi che lo ha trasformato nel tormentone della scorsa estate. E, invece, ecco finalmente “Ulysse de Joie”.
Basta il primo ascolto per capire che il lavoro dell’eclettico brasiliano non si presta ad essere sfruttato per fini commerciali, come accaduto col singolo. Se, infatti, in “Flamingo Love”, ciò aveva sminuito l’originale idea di accompagnare la melodiosa voce brasiliana di Ray con il canto dei fenicotteri in amore, sarà più difficile che accada con il resto dell’album. Si tratta di un’opera estrema, capace di combinare le ricerche sperimentali dell’artista carioca con le più variegate influenze etniche mondiali. Già il titolo, riferendosi all’eroe greco appassionato di viaggi, lascia intuire il desiderio di spaziare tra i generi musicali più disparati.
Ray Zamudo è riuscito a modulare perfettamente i suoni della natura con le musiche tipiche degli uomini che vivono al suo interno in una grandiosa polifonia ambientale. Come, ad esempio, nel brano di chiusura, “Ice Valley”, in cui il sibilo quasi sospirato dalla bocca sdentata dell’eschimese Got viene accompagnato da un coro di pinguini squillanti e distorti dal campionatore tanto da suonare come trombe, col ruolo di trombone eseguito dal leone marino. Difficile togliersi dalla testa quel grido allucinato che fa da sottofondo per tutta la durata del brano.
Di certo, il lavoro di gioventù come veterinario nello zoo di Sao Cristòvao, oltre ad essergli costato il nomignolo di “ex veterinario di Rio” con cui è stato ribattezzato da Jimmy Guest nell’articolo “Musiche animali”, ha arricchito moltissimo la conoscenza di Ray in materia di fonetica animale e ha influito sul suo studio di questa particolare musica faunistica. Certamente, uno dei risultati migliori è stato raggiunto proprio con la registrazione in presa diretta del canto dei fenicotteri durante la stagione degli amori, che gli ha permesso di elaborare l’orecchiabile motivetto di “Flamingo Love”. In “Ulysse de Joie”, però, non c’è solo sperimentazione di suoli mistici o alienanti. Lo dimostra la ritmica focosa di “A Quatre Amis”. Per la creazione di questo pezzo travolgente è ben valsa la settimana di lavoro di Ray Zamudo insieme a un vivace ensemble di scimmiette senegalesi. “Non è stato molto difficile insegnargli a suonare le percussioni in modo sincronizzato - ha spiegato l’artista - quanto convincerle a restituire gli strumenti una volta terminata la registrazione”.
Degna di nota anche la collaborazione tra Ray e l’antropologo Ruben Narvaez, che gli ha consentito di approfondire le tradizioni musicali di vari popoli e di lavorare a stretto contatto con artisti e band di tutto il pianeta. Non è solo il caso dell’eschimese Got, ma anche di Tonio du Vivier, pingue e sanguigno santone creolo di New Orleans. Il legame sorto tra i due ha dato vita a ben due tracce dell’album. Colpisce subito le nostre orecchie il boato rauco di “After de Carnival”, una veemente esplosione vocale che pare fuoriuscire direttamente dai pentoloni di acqua bollente che gorgogliano tutto intorno al santone. Il brontolio delle lumache unito a quello del gambero rosso della Louisiana produce uno strano effetto ipnotico. Il secondo pezzo inciso a New Orleans è il gospel-jazz “Please, Jesus Save Me from Dengue Fever”, in cui la componente animale si limita al continuo abbaiare di un cane in lontananza, “che, comunque, è una ficata”, come ha commentato amichevolmente il critico Porfirio Salomar.
Per quanto riguarda il profilo tecnico, è molto interessante l’utilizzo di strumenti messi a punto dall’artista stesso, come il Rugiada Synth grazie al quale Ray è riuscito a catturare l’umido riverbero mattutino dell’erba, un ticchettio cristallino che si può apprezzare in “Ouro de Irlanda”, una specie di elegia celtica sulla base del fruscio di muschio.
A completare l’orizzonte caleidoscopico di quest’album, forse unico al mondo, meritano di essere menzionati “Kamchatka – The War Cry of the Siberian Bears”, pezzo strumentale simile a un vento ascetico-psichedelico, “A Ultima Noite de Atahualpa”, contraddistinto dal particolare suono delle maracas fatte con uova di struzzo, e infine la title track “Ulysse de Joie”, ovvero il canto della stiva di una nave salpata da Atene per riportare in Africa un gruppo di animali ospiti del giardino zoologico della capitale greca.
In conclusione, ritengo che “Ulysse de Joie” sia un album da non farsi scappare, consiglio rivolto ai collezionisti ma anche ai semplici curiosi.

 Recensione: Fabrizio Di Fiore 
 Cover: Bernardo Anichini

martedì 16 aprile 2013

Cinzio Cosmico

li CIDDì INVISIBILI presenta
 

Artista: Cinzio Cosmico
Disco: La nostalgie dans le vent
Etichetta: Autoproduzione
Anno: 2013
Genere: Folk, Psycho-folk, Acoustic
Voto: 8

Marsiglia, lungomare, strade sporcate dal mercato di fine agosto, salsedine e zuppa di pesce. Questo è ciò che sprigiona “La Nostalgie Dans Le Vent”: emozioni che diventano quasi fisiche, odori che riescono a toccare dentro, spingendosi oltre la fantasia. Cinzio Cosmico è un ragazzo ligure, originario di Savona, ma fin da piccolo ha vissuto in Francia, proprio in quella Marsiglia che ha deciso di raccontare accompagnato dal suo banjo.
Una serie di ballate su note riversate sempre nell'accordo minore, attraversate da una malinconia che percorre tutto il disco. Sorrisi strappati, carezze rubate, percosse ricevute. Ci sono brani dove Cinzio si esibisce solamente con il banjo, e la voce forte, potente ed avvolgente, che quasi mette in secondo piano lo strumento, dal quale comunque egli sembra non poter prescindere; basti sentire la forza di “La Vierge Flétrie”, o la magia triste di “Fleurs Sous La Route”. Deludente, invece, la versione semplicistica e banale di “La Vie En Rose”.
Il resto dei brani porta indubbiamente uno studio maggiore, oltre che un arricchimento della strumentazione: batteria elettronica e theremin, usato da Cinzio con degna maestria. Il trittico “Les Eaux De Cette Mer Du Mal”, “Janine” e “Souffle Ici” raggiunge livelli davvero grandiosi. Le melodie del banjo iniettate di sibili morbidi e la voce quasi erotica di Cinzio fanno capire quanta passione, quanta teatralità ci sia dietro queste canzoni. L'uso sapiente del theremin è davvero un valore aggiunto, non si accosta ad idee sperimentalistiche, anche perchè il suo uso è più vicino all’assolo sinuoso di una chitarra elettrica. Durante tutto lo scorrere dell'album si possono percepire rumori sporchi e fischi, una specie di sottofondo indefinito, ma onnipresente.
L'album infatti è stato registrato all'aperto su una terrazza di Marsiglia, a nemmeno un chilometro del mare. Questa scelta rivela il desiderio dell'autore di voler “macchiare” la sua opera di un’aria ancor più francese.
Cinzio Cosmico esordisce così, di cuore e di mente. Ha scritto nero su bianco quanto la musica senza passione rischi di essere fine a se stessa e non valere nulla, e difatti i fili delle sue trame saturano di emozioni ed armonie sensibili. Ed ora, come se foste in mare, lasciatevi trasportare da “La Nostalgie Dans Le Vent”.

Recensione: Alessandro Rabitti
Cover: Bernardo Anichini

martedì 2 aprile 2013

CEMETERY DRUG

li CIDDì INVISIBILI presenta

 

Artista: Cemetery Drug
Disco: From me. From home
Etichetta: Bunches
Anno: 2013
Genere: sNo-wave, elettroacustica, shoegaze
Voto: 7

La sentiamo spesso, quella del ragazzino sfigato proveniente dal Minnesota, che dopo anni di vessazioni scolastiche decide di rinchiudersi dentro la sua stanzetta con la sola compagnia di chitarra, synth e laptop, per registrare un demo figlio del maldivivere ager e dei ceffoni ricevuti dal capitano della squadra di football. Il demo viene spedito senza troppe pretese a una nota etichetta indipendente e, contro ogni previsione, diventa ben presto feticcio per gli hipster di tutto il mondo, autentico nettare da hit parade.
Per quanto continuino a raccontarcela, questa bella favoletta -beh- non dimenticate che resta pur un sempre una favoletta. Vero è che l’immagine di un Justin Turner brufoloso e in pigiama, intento a smanettare sui suoi strumenti mentre di sotto i genitori lo aspettano per consumare la cena davanti al televisore 32 pollici, affascina molto più di una presentazione Power Point nella quale alcuni produttori smaliziati gettano le fondamenta per questa riuscitissima operazione commerciale.
A scanso di equivoci: il talento c’è, su questo non ci piove. Sono il primo a pensare che la più grande trovata pubblicitaria architettata dalla Bunches per fare di Cemetery Drug un fenomeno smisurato, sia proprio l’aver dato fiducia a quel timido musicofago di Justin, diciottenne originario di Grand Forks (Minnesota of course), autodidatta da cameretta con uno spiccato senso della melodia da luccicone.
Basterebbe questo. Eppure è innegabile che il contorno non possa essere scisso dal suo epicentro: le foto incappucciato (tanto per cambiare), l’immaginario velatamente lynchiano dei videoclip, le dichiarazioni artificiosamente spiazzanti (“Non credo di voler fare concerti. Ai concerti la gente va per divertirsi, non per angosciarsi. Ma la mia musica non lo vuole essere, divertente. La mia musica è raccolta, disadorna, scura. La mia musica E’ l’angoscia”). Tutto ciò contribuisce a sviluppare una cortina densa e irresistibile attorno a questo “From me. From home”, misterioso a partire già dal titolo. Questi otto brani scarni, generalmente piuttosto brevi, sono un esercizio di hauntologia all’ennesima potenza, un revival posticcio di qualcosa che non è mai esistito e che risulta difficile da ancorare nel tempo. Fine anni ’80? Inizio ’90? Shoegaze? Twin Peaks? I Cure? Tutte cose che c’entrano. Fino a un certo punto…
La forza di Cemetery Drug è proprio quella di creare qualcosa di originale, spacciandolo per una combinazione di fattori pre-esistenti. Non è un caso se per il suo disco si è iniziato a parlare di sNo-wave, gioco di parole che cerca di includere alcune delle componenti principali dell’album: No wave, atmosfere glaciali e dilatate di chiara derivazione Sigur Ros, una passione sfegatata per i filtri vocali.
Gli episodi di elettroacustica più gentile (“Holy lake”,  “Sinless”), dove la chitarra in delay viene accompagnata esclusivamente da una base programmata, si alternano a pezzi decisamente più spettrali, dove la matrice ambientale assume i contorni scuri e impenetrabili di una foschia invernale. Tanto per tornare a Lynch, il campionamento di vento che sorregge “Appalachian Mountains” non può non riportare alla mente l’angosciante sottofondo di “Eraserhead”. Anche i rimandi ai Sigur Ros e, in un certo qual modo, a Birds of Passage, sono minacciosamente deformati e spinti verso nenie che sembrano perfette per la colonna sonora di un film horror (“Taken”, il perfido coro di bambini che si ode in coda alla conclusiva “Melodies”).
Se ne esce vagamente turbati, con gli occhi pieni di immagini lontane, ricordi che non ci appartengono, deja vu allucinati. Un sapore di terra bagnata sulla punta della lingua.
Appena trentadue minuti di ascolto, è vero. Ma sono trentadue minuti in cui Turner riesce a trasferire tutto il suo smarrimento, il suo disincanto nei confronti del classico stereotipo provinciale americano. L’American dream fatto a pezzi dal delay di un diciottenne. E questo, datemi retta, è tutt’altro che una favoletta.

Recensione: Martin Hofer
Cover: Bernardo Anichini