martedì 19 marzo 2013

Ci Voleva

li CIDDì INVISIBILI presenta

Artista: Ci Voleva
Album: Ponte Levatoio
Etichetta: Panini Records
Anno: 2013
Genere: Industrial
Voto: 6,5

Nati nemmeno un anno fa, una sera d'estate nei pressi della pianura padana più afosa, quella delle zanzare di Comacchio, arrivano i Ci Voleva, una band che dal niente è esplosa nel panorama italiano, direttamente con il loro album d’esordio.
“Ponte Levatoio” e i suoi tredici brani rappresentano una sorta di viaggio per il trio emiliano, un passaggio dalla vita semplice ed agreste di un tempo alla frenesia cittadina odierna. L'intro “Siamo O Non Siamo Esseri (In)Umani?” con una base schizofrenica di pianoforte è l'unica traccia che si distacca dal loro genere, una sorta di classicismo alla Rachmaninoff miscelato al brio di synth degni di una certa tradizione gabber, Dopodichè si passa alla prima parte dell'album in cui c'è una tematica sonora puramente industrial, i Ci Voleva hanno usato secondo una chiara ispirazione neubauteniana attrezzi da fabbrica, veli di ghisa sui quali hanno schiantato sedie, seghe e mattoni veri e propri, tant'è che la registrazione di questa parte è avvenuta in una fabbrica abbandonata sul lungo Po. I capisaldi di questa prima parte sono “Il Sapore Della Terra Bagnata”, inno alla vita bucolica dove una vera pioggia metallica accompagna la chitarra acustica suonata con una moneta da 0,50 € per creare un effetto ancora più distorto; “Occhi Da Coniglio”, che rivela l’amore della band per i riverberi schitarrosi, mentre tubi di raffreddamento vengono picchiati con manici di scopa. La seconda parte si avvicina maggiormente a sonorità noise, l'industrial è quasi abbandonato, ma l'effetto non è dei migliori, e il disco sul finale perde molto. L'uso della voce distorta, a creare una sorta di vento metallico, rende alle volte i testi incomprensibili, come succede in “Lepri Di Catrame”, e l'assenza di testi nel booklet non consente la diffusione di un messaggio da un punto di vista lirico.
Rimane comunque un valido disco d'esordio, sarà interessante capire come vorranno esportare certe sonorità nella loro versione live. Intanto saturiamoci le orecchie di rumore.

Recensione: Alessandro Rabitti
Cover: frattozerø

martedì 12 marzo 2013

è VERO _ n°001


la casa in campagna

 "LETTURATORE" presenta
la casa in campagna

FOTOGRAFIE Giulia Mangione
TESTO Martin Hofer 
 

Sono andato a controllare in che stato è la casa. Fra due mesi arrivano i tedeschi e dovrà essere tutto in ordine.
I tedeschi. Pretendono le cose fatte a modino, quelli, deve essere tutto come dicono loro.
L’anno scorso quel crucco della malora non mi ha voluto pagare le spese extra perché non era stato avvisato in anticipo che la casa era sprovvista di televisore via cavo.
Perciò vengo qui, riapro la valvola dell’acqua, lascio scorrere i rubinetti, spazzo e spolvero, controllo se l’inverno ha guastato qualcosa.
 

Quando arriverà la bella stagione strapperò le ortiche, falcerò il prato, riempirò la vasca, ci butterò dentro qualche pesce variopinto, che con i tedeschi funziona sempre.
Di solito è difficile che arrivino a ottobre. I pesci sono buoni solo per essere guardati. Alcune famiglie se ne infischiano, altre danno loro troppo mangime e tirano le cuoia. In un modo o nell’altro crepano, entro la fine dell’estate.
Preferisco di gran lunga comprarne di nuovi ogni anno, piuttosto che salire tutti i giorni per dar loro da mangiare, mentre i tedeschi fanno grigliate col nostro barbecue, prendono il sole nel nostro giardino o scopano nel nostro letto.


 Sono entrato. Un odore familiare e pungente mi si è fatto incontro. Ho aperto tutte le finestre. Girellando un po’ per le stanze, mi sono accorto che dovrò sistemare una chiazza d’umido che si è formata nello sgabuzzino e sostituire la maniglia di una porta del salotto.
In cucina ho trovato delle merde di topo. Provvederò anche a questo, ma non è un dramma. Fa più rustico.
Quando ho girato le manopole, i rubinetti hanno sputato un liquido marroncino, poi l’acqua si è fatta fresca e limpidissima. Ho messo sui fornelli la teiera.
Questo posto me l’ha lasciato mia madre diversi anni fa. A te è piaciuto da subito. Da molto prima che esistessero i tedeschi.
Ci saremmo dovuti invecchiare, qui dentro. Il classico delirio bucolico che coglie le coppie di città a un certo punto della loro esistenza. Si stancano degli autobus stracolmi e pensano che la soluzione stia tutta nell’improvvisarsi contadini.
Ho perfino pensato di trasferirmi da solo, in seguito. Semplicemente, è mancato il coraggio.
Adesso cerco di starne alla larga, per quanto possibile, rimango giusto il tempo che serve.
Certe volte prima di addormentarmi penso alla casa. Immagino le stanze al buio, lo scricchiolare del mobilio, un’imposta che sbatte. La consapevolezza che sia qui, anche quando non la abita nessuno, mi mette i brividi.
I rubinetti di bagno, sgabuzzino e cucina hanno cominciato a sussurrare in coro i loro lamenti fradici. Anche la teiera ha emesso il suo fischio alto, severo.
Sono scattato in piedi e ho infilato la porta, senza curarmi di chiudere l’acqua, spegnere il fuoco, serrare le finestre.
Questa non è più la nostra casa, ormai, e men che meno lo sarà dei tedeschi. Questa casa non è più di nessuno. Se la mangi il vento.

PHLEAM

  li CIDDI' INVISIBILI presenta


ARTISTA: Phleam
DISCO: Death Rave
ETICHETTA: Hole-K-Hole
ANNO: 2013
GENERE: Silent Rave, Mute Disco, Slow Rave, Drill Core
VOTO: 8,5

Se siete soliti bazzicare i weekend londinesi, non avrete potuto fare a meno di notare una drastica ed evidente diminuzione di teste nei locali storicamente considerati come “i più cool della City”. Siete stati al Fabric e vi siete sentiti come a una festa delle medie? Il Ministry of Sound era popolato soltanto da italiani con le sopracciglia rifatte? Al Koko eravate voi e il dj? Plastic People deserto? Adesso vi spiego.
Erano gli anni ’90 quando “Giochi senza frontiere” chiudeva definitivamente i battenti, i Backstreet Boys cantavano “Non puoi lasciarmi così” con accento vagamente polacco, e i giovani britannici si disfacevano di droghe potentissime al ritmo di drum‘n bass, trance e breakbeat in vecchi capannoni abbandonati. Ecco, questa cosa qui della droga e della musica bella spedita la chiamavano “Rave”, e li si poteva trovare un po’ dappertutto, anche in Italia.
Poi i nostri giovani più valorosi hanno cominciato a cadere come mosche, i centri sociali hanno iniziato a organizzare serate trash (non nel senso di trash metal, nel senso di Heather Parisi) e la cosa si è un po’ ridimensionata, quanto meno ha perso molta di quella spinta che l’aveva resa una vera e propria sottocultura giovanile (tanto per dirne una, il musicologo e giornalista Simon Reynolds c’ha scritto un libro ndr).
A sancire definitivamente la morte (e la rinascita) del rave c’ha pensato nel 2006 un certo Burial, che con il suo album eponimo ci spiegava a chiare lettere che la festa era finita o, quantomeno, lo era per noi, dato che questa continuava a svolgersi dietro porte pulsanti di bassi che non ci era concesso di varcare, o dietro muri oltre cui potevamo soltanto intuire parole smozzicate e ritmiche garage spigolose. Il motivo reale per il quale Burial ha rappresentato un precedente – e viene nominato in questa recensione – è proprio per aver portato i confini del rave fuori dalla fabbrica dismessa e dentro la nostra testa. Direttamente. Dentro il soundsystem spaziale, la gente che si fa spettinare dalla cassa, i cani, gli energumeni con la t-shirt di un giocatore di basket qualsiasi. Tutto dentro, filtrato e ovattato, non particolarmente ballabile.
L’importanza di questo “Death Rave”, firmato da quel misterioso producer di Lewisham che si fa chiamare Phleam, sta proprio nel travasare a sua volta la dimensione psichica del trip post-burialiano in un contesto nuovamente fisico, che si rifà proprio al contesto suburbano di fine ‘90, pur mantenendo i connotati cerebrali e sfuggenti delle tendenze odierne.
Riecco gli scantinati, dunque, i depositi dispersi nella nebbia londinese, le cantine di Peckham, i magazzini occupati dalle parti di East London.
Di nuovo c’è che sparisce completamente il soundsystem, rimpiazzato da sofisticatissime cuffione wi-fi che ti sparano dritto nelle orecchie i bassi preponderanti e le raffiche breaks di questa nuova onda ribattezzata, appunto, “silent rave”.  
Uno spettacolo tutto da gustare, queste pletore di smascelloni incuffiati, che ballano in modo scoordinato, primitivo, sinteticamente istintivo. Il tutto nel più religioso silenzio. E il silenzio del rave mortuario viene celebrato proprio da Phleam, l’alfiere senza volto dell’isolazionismo, del party monodose.
Recuperando un suono di chiara discendenza Warp, il nostro producer mette a punto un album per lunghi tratti perfetto, senza sbavature, che spazia con gran disinvoltura fra amarcord autecheriani (la pavimentazione Idm di “Spectacles”) e suggestioni del nuovo millennio (i campioni vocali che assumono una valenza strumentale, il future garage del singolone “Oblivion”).
E’ un album che ci mette un po’ a carburare. Come annuncia la cover del disco, “Death Rave” è un pachiderma che potremmo definire di slow core elettronico, per poi crescere a dismisura nella seconda parte, dove la cassa spinge all’inverosimile e i bassi non danno tregua nemmeno per un secondo.
I tagli chirurgici di “Basement” e il rimpasto di scorie grime in “Overground” conducono in fretta e furia al conclusivo capolavoro “Hackney”, vecchia maestranza drill n’ bass che espleta al meglio il ruolo di congiuntura fra un passato ruggente e ketaminico, e un futuro fragile, solipsistico, scuro come le scale di uno degli scantinati dove settimanalmente si consumano i rituali pagani del rave silenzioso londinese.

Recensione: Martin Hofer
Cover: Bernardo Anichini

l'INQUIETO